Back to the Lab

Back to the Lab

Bruna è incinta ormai da quasi tre mesi, attende l’arrivo di “Andrea”: ancora non sappiamo se è un maschio o una femmina, ma “Andrea” è per certo il suo nome …e non siamo stati noi a deciderlo. Già, non starò a spiegarvi come vengono al mondo i bambini ma nel momento del concepimento, in quel momento lì, è successa una cosa piuttosto strana e decisamente trascendente: anziché muggire come un vecchio alce in calore – come normalmente accade – sono diventato improvvisamente serio e, quasi fuori di me, ho pronunciato solenne due parole: “Benvenuto Andrea!”.

Bruna, comprensibilmente, ha scosso la testa sconsolata per la mia ennesima stramberia. Il giorno dopo aveva ben presto dimenticato l’accaduto. Io no, per me era davvero successo “qualcosa” ed ora, alla luce dei fatti, tutta la faccenda appare molto più che una semplice coincidenza. Quando i vari test hanno confermato la situazione, ho raccontato questa storia a mio fratello che è subito scoppiato a ridere divertito: “Bene, in pratica più che un concepimento è stata un’evocazione!”.

Bruna potrà confermarvelo: misteriosamente io lo sapevo molto prima di lei. Può sembrare buffo, ma per me è una strana sensazione avere la piena cosapevolezza del momento in cui “Andrea” ha fatto il passo, nel momento in cui  è entrato in questa realtà.

“La consapevolezza (awareness in inglese) indica la percezione e la reazione cognitiva di un animale al verificarsi di una certa condizione o di un evento. La consapevolezza non implica necessariamente la comprensione.” Ho percepito con precisione un “cambiamento” grazie alla mia stramba sfera sensoriale, ma percepire un cambiamento non necessariamente significa sapere come affrontarlo. Da quel momento, infatti, ho dovuto confrontarmi con incertezze ed inquietudini che non avevo mai sperimentato. Un’ansia interiore imprevista, non soffocante o travolgente, più simile ad una pulsione, ad un imperativo inconscio. Qualcosa che non ho ancora messo a fuoco ma i cui effetti pratici sono abbastanza chiari.

Avevo un sacco di progetti, esplorazioni e salite che volevo tentare: tutto rimandato. In un mese e mezzo, incredibilmente, sono uscito in montagna solo due volte. Una volta fino a Preguda: una specie di pellegrinaggio solitario verso il grande Sasso Erratico su cui poggia la chiesetta di San Isidoro, letteralmente “dono della dea della luna”. Un luogo che fin dall’antichità è testimone di culti e riti di fertilità. La secondo a San Tomaso, semplicemente accompagnando Bruna a fare due passi all’aperto. Il resto del tempo sembriamo due pinguini che hanno trasformato i divani del salotto in una specie di nido dotato di Wifi: Bruna non fa altro che dormire ed io le ciondolo attorno. Sono io il primo a stupirsene, ma la natura è davvero incredibile e sembra che neppure consapevolmente ci si possa opporre ad istinti millenari.

Impossibilitato dall’affrontare in modo volontario il “rischio” mi sono ritrovato in una specie di “armistizio”, di tregua olimpica: “tutti i combattimenti si concludono senza che nessuno si arrenda”. Ogni battaglia è sospesa senza che per questo possa essere considerata perduta. Una sensazione decisamente “nuova”.

Tuttavia, in questo turbine di novità, mi sono imbattuto in una soluzione inaspettata: sono tornato in laboratorio, sono tornato in palestra. Per come mi sento ora non era concepibile attaccarmi alla “plastica” delle palestre di arrampicata, nè volevo immergermi nella rigida disciplina di un Dojo di arti marziali. Fortunatamente il destino mi ha offerto la migliore tra le possibili alternative: la suprema libertà del movimento a corpo libero.

Sull’Isola Senza Nome è mandatorio conservare ed ottimizzare le proprie energie, mentali e fisiche, perché da questo dipende banalmente la propria capacità di sopravvivenza. Per poter arrampicare con Ivan, con Josef, con Mattia oppure esplorare in solitaria il Moregallo questo concetto è semplicemente la base, diversamente conviene lasciar perdere o si rischia di farsi seriamente “male”. Ma in palestra, in questo tipo di palestra, è tutto diverso: già, in pratica faccio degli allenamenti terrificanti, ma assolutamente innocui!

Correre, saltare, allungarsi, equilibri nuovi attraverso movimenti dimenticati o mai completamente esplorati. Mi “tuffo” spendendo tutto, fino a crollare esausto, privo di forze. Poi mi fermo, tiro fiato e mi infilo sotto la doccia. Ho dolori per tre o quattro giorni e poi ricomincio.

Quindi perdonatemi, anche per questo scrivo poco: questo è il mio “armistizio”, quello che faccio mentre osservo i passi di Andrea e Bruna.

Davide “Birillo” Valsecchi

KomfortZone

KomfortZone

La vecchia Subaru Impreza mi attende, parcheggiata come sempre in mezzo al fango ed alle erbacce. La fiancata di destra è “ammaccata”, il blu metallizzato del cofano si sta scrostando ed il paraurti è tenuto insieme da fascette di plastica. Un vecchio rottame a trazione integrale permanente prodotto nel 2001: beve come un alpino con la ripresa di un bradipo. Sembra l’auto di Saul Goodman: un vecchio rottame spompato che non vuole arrendersi, ma in fondo in questo ci assomigliamo. Era l’auto di mia madre, probabilmente dovrei cambiarla, ma è un ricordo: finchè ce la farà a marciare sarà la mia “Birillo-Mobile” ufficiale. Mi infilo dietro il volante, mi piego sulla pedaliera, riattacco i fusibili: qualcosa nell’impianto elettrico si è “guastato” e quella è l’unica soluzione per accendere e spegnere le luci. Come il pilota di un 747 controllo con diligenza la check-list prima del decollo, poi giro la chiave ed il motore “Boxer” si sveglia e ruggisce: ha ancora una bella voce. La plancia si illumina e lo stereo si accende: “Life won’t wait”, la vita non aspetterà, un CD originale dei Rancid che risale al 1998 e che gira nello stereo ininterrottamente da cinque o sei anni. Me lo regalò Irene per il mio compleanno, l’anno prima di partire per il Pakistan, quando avevo ventun anni. Dicono che Irene mi facesse il filo: io non me ne ero mai accorto e, per il bastardo che sono, mi misi con la sua migliore amica. Ora però è tempo di andare, sui ponti di Lecco inizia a formarsi traffico. Infilo la retro, stringo il volante, ingrano la prima, ballo sul cambio mentre lascio che il 4X4 strida sulle gomme ad ogni rotonda.

La mia giornata è cominciata ormai da un pezzo. Da quando Bruna è incinta le cose sono cambiate, lentamente, in modo sottile e quasi impercettibile. La mattina, ogni mattina, mi alzo, infilo i pantaloni della tuta ed una felpa con il cappuccio. Infilo una fascia per i capelli. Poi i calzini, tirandoli sopra i calzoni. Ormai ho imparato a trovare i vestiti al buio, in silenzio, ma c’è voluta un po’ di pratica e di organizzazione. Entro in cucina e sotto il lavandino prendo un sacchetto di plastica. Poi esco sul terrazzo. Per un istante guardo il cielo, studio se l’alba sul Resegone porterà pioggia o bel tempo. Poi scoperchio le cassette dei gatti, impugno la paletta/setaccio e comincio a trafficare con merda e piscio di gatto incrostati di sabbia. Ormai è qualche mese che faccio pratica: ho imparato qualche trucco ed ho la mia “routine” collaudata. Muovo la sabbia, la setaccio, sò cosa e dove cercare. Poi chiudo il sacchetto, rientro in casa, lavo diligentemente le mani e preparo il caffè prima di infilarmi sotto la doccia. Ogni giorno. Toxoplasmosi. Questo è il motivo per cui uno come me è diventato suo malgrado una “gattara”, perchè mi tocca l’aspetto meno nobile dei tre gatti di Bruna: Mina, Nora ed Abu.

Bojack the Horseman è il cavallo di un cartone animato, un fallito alcolista che ha avuto successo in una serie TV degli anni 90. “Sarà sempre così difficile?” Chiede Bojack ad un Babbuino mentre stremato prova con il Jogging a raddrizzare la deriva della sua vita: “Poi diventa più semplice. Ogni giorno diventa un po’ più facile. Ma devi farlo tutti i giorni: questa è la parte difficile. Ma poi diventa più semplice.” Gli risponde il saggio Babbuino con la fascia anni ‘80.

Orbene, io di cose strane ne ho fatte tante in quarant’anni, ma per quanto mi sforzi non ricordo di aver “fatto e rifatto qualcosa ogni giorno”. No …per quanto io riesca a ricordare “spalare merda di gatto” è la cosa che fino ad oggi ho fatto con maggior costanza. Già, e l’aspetto curioso è che non ho mai fatto qualcosa di simile per nessuno, nemmeno per me stesso. Ora invece mi viene quasi naturale, quasi spontaneo, e lo faccio per qualcuno che ancora nemmeno conosco, per qualcuno che ancora non esiste. Sì, pare decisamente che qualcosa sia cambiato… “Life won’t wait”

Davide “Birillo” Valsecchi 

 

Milano Da Arrampicare

Milano Da Arrampicare

[TeoBrex] Ci sono numeri telefonici che andrebbero composti con moltissima attenzione, in quanto portatori di esplorazioni ed avventure fuori dal normale. Sabato pomeriggio ero immerso nella lettura del gran libro di Andrea Gobetti “Storie di SOCCORSO SPELEOLOGICO” mentre accanto a me il felino dormiva sognante e fuori dalla finestra il cielo si preparava a scaricare di nuovo pioggia come violentemente aveva fatto venerdì notte mentre tornavo con amici del neonato GRUPPO SPELEOLOGICO TIVANO dalla nuova sede del GRUPPO GROTTE MILANO dopo aver passato una gran bella serata di condivisione sulla Speleologia Esplorativa.

Chiamo Ivan giusto per fare “quattro chiacchiere” e dopo un attimo ecco fulminea la proposta. Come volevasi dimostrare. Senti un po’ Teo, tuona il Guerini, domani non riusciremo a tornare per aprire nuove vie in parete lassù perché in Montagna danno pioggia sino alle otto, invece qui in città dalle tre dovrebbe smettere per poi lasciare spazio al sole, ascolta la mia proposta: verresti con me a vedere una paretina di conglomerato in un luogo terribile e dimenticato di Milano? Prima andiamo a fare un po’ di riscaldamento alla montagnetta, poi vediamo se la roccia sarà asciutta e nel caso andremo al parco a ripetere dei tiri sulle rocce dove noi giovani nati negli anni cinquanta andavamo ad arrampicare durante le pause di scuola e nei pomeriggi. Impossibile rinunciare ad una proposta del genere, appuntamento a Milano alle 9.30.Aperitivo a casa del Tasso Capobranco Birillo per festeggiare il compleanno di Bruna e ritorno verso casa molto presto.

Arrivo alla rotonda di Erba pensando che al mio locale preferito è in svolgimento una serata PostPunk e DarkWave ed un evento del genere al Rock Pub Centrale so bene cosa significa: ballare, bere qualcosa (poco nulla visto che sono sempre alla guida e la macchina da sola non viaggia) e tirare l’alba al parcheggio chiacchierando. L’auto tira dritta verso casa, la vita è fatta di scelte ed ora come ora preferisco l’esplorazione al divertimento. Preparo uno zaino leggero, mi sparo lo Jägermeister surgelato della buona notte e mi fiondo in branda.

Viaggio verso la città, oltrepassati i suoi confini il paesaggio è spettrale: nessuno su entrambe le carreggiate solo io mi trovo sulla strada, gli unici occhi testimoni del mio transitare sono quelli delle telecamere di sicurezza, sembra di essere sul set di ventotto giorni dopo. Non male come paesaggio post-apocalittico!

Puntuale scende Ivan, parcheggiamo l’auto in un luogo sicuro e protetto dalle grinfie di criminali e sbirri assetati di contravvenzioni da lasciare sotto al tergicristalli anteriore ed andiamo a fare colazione. A piedi arriviamo alla montagnetta che sovrasta la città e passiamo in rassegna ogni costruzione installata sul posto per fare esercizi, risaliamo i crinali fuori sentiero e scenderemo poi di buon passo a ripetere le ultime serie di allenamenti alle sbarre e sulle scalette attrezzate.

Non pensavo ci fosse un luogo così tranquillo a ridosso del cuore pulsante della Milano frenetica che sono abituato a vedere, una piacevole scoperta e davvero un bel luogo ben attrezzato da tenere in considerazione. Non male. C’era una grande gara di corsa a piedi e la città era presidiata ad ogni crocicchio dalle forze dell’ordine, siccome volevamo anche fare qualche movimento di boulder sulle strutture di metallo della zona, abbiamo preferito attendere che la manifestazione finisse onde evitare inutili rimproveri o discussioni. Tempo di tornare sui nostri passi dopo aver girato in lungo ed in largo la montagnetta ed ecco come per magia di nuovo tutto semi deserto.

Arrivati al ponte del grande raccordo stradale che porta od esce dalla città a seconda dei casi, cominciamo a fare qualche movimento estremo di boulder sulla base della ringhiera, sui pilastri portanti e successivamente sul ponte, davvero bello fare street boulder in totale libertà è un bel modo di assaggiare ed esplorare materiali diversi dalla roccia ed adattare il corpo ed i movimenti ad essi.

Tempo per un paio di birre gelate ed un toast per poi portarci sempre a piedi dalla parte opposta della zona. Arriviamo in questo luogo dimenticato e lasciato a se stesso, nemmeno sulla carta della città esiste eppure c’è. La zona di giorno sembra essere tranquilla, ma di notte si trasforma in una pericolosa terra di nessuno, quindi possiamo stare tranquilli ma sempre con i sensi all’erta.

Le pareti sono lì, belle e totalmente inesplorate, purtroppo completamente bagnate e quindi impraticabili. Osservo la composizione della roccia, Ivan sembra il conglomerato dove ho arrampicato con Josef a Trezzo e Paderno. Certo Teo, le hanno importate da li queste pareti secondo la storia… Bello capirsi al volo senza troppe parole inutili.

Ora che so dove si trovano, sicuramente ci torneremo di giorno e lontano da giornate di pioggia. Altro cammino ed eccoci ad uno dei parchi più grandi della città, dove anni fa i giovani si divertivano ad arrampicare le pareti di roccia che costeggiano il percorso più esterno del luogo. Ivan mi indica le vie che avevano tracciato immaginariamente ai tempi, ovviamente nella roccia non ci sono infissi o segnalazioni, si arrampica in libera e le prese te le devi cercare da solo, ma con me c’è l’enciclopedia vivente della Valle di Mello, delle vie delle Alpi, dei massi erratici, delle pareti dei parchi di Milano quindi sono a posto!

Nel giro di poco ripeto tutte le vie e parto col traverso finale, che meraviglia. Riprendiamo a camminare e mi ritrovo a gustarmi una Milano incredibilmente bella ed attraente fatta di antichi palazzi, monumenti storici e rocce che mai mi sarei aspettato di trovare qui.

Ivan mi invita a salire a casa e Monica mi accoglie con un ottimo caffè mentre stupiti mi osservano fare amicizia col felino di casa, bellissimo! Ci dividiamo cordini, moschettoni e friends per le prossime esplorazioni e riprendo la strada che dalla città mi riporterà ai piedi dell’amato Triangolo Lariano.

Che tedio questo scritto, tutta questa menata per raccontare una giornata in città? Non è stata una semplice giornata in città, anche perché tenendo conto solo dei tiri sulle paretine del parco, abbiamo comunque calcolato più di un centinaio di metri di arrampicata verticale, senza tenere conto dei chilometri percorsi a piedi tagliando la città dagli estremi, le ore al monte facendo esercizi agli attrezzi, le camminate scendendo e salendo dai pendii fuori sentiero.

Insomma, una giornata alpinistica vissuta lontano dalla Montagna nella sua antitesi per eccellenza: la città. Una cosa strana e meravigliosa. Respirare quel senso di glorioso passato che certe costruzioni e monumenti emanano, osservare con sana curiosità la città e rimanerne affascinato quasi come un panorama naturale. Questa è la vera avventura, qui si nasconde la vera esplorazione.

Ora avrò dei luoghi magnifici in cui tornare quando il meteo non permetterà di andare in quota, sicuramente guarderò con occhi diversi anche questa strana città dai mille volti e dalle infinite sfaccettature. Ho imparato molto da questa esperienza, sopratutto perché come guida ho avuto due persone magnifiche come Ivan e Monica che sono preziosi custodi di un’etica di rispetto, di un modo di vivere e di esplorare la natura verticale e non solo, che purtroppo si sta perdendo come la memoria storica, nel mio piccolo farò in modo che si possano ricordare ancora per un poco queste cose preziose, anche solo scrivendo qualcosa o parlandone, in questi tempi bui c’è ancor più bisogno di questi valori… Non si smette mai di imparare, quando la parola d’ordine è esplorare. Però, questa mi è venuta bene, non male come citazione!
Alla prossima!

Matteo “TeoBrex” Bressan

P.S.: Milàn l’è un gran Milàn

Buon Compleanno Mamma Bruna

Buon Compleanno Mamma Bruna

Bene… ci sono novità. Ad Agosto ho tracciato due roboanti linee di salita sul versante Orientale del Moregallo. Durante la seconda, superate le insidie dell’ interminabile zoccolo, stava per investirci il temporale. Non era la prima volta che rischiavamo di vedercela brutta ma, nella mia testa, si è formato un pensiero strano: “Se esci di qui, Birillo, questa volta devi darti una calmata: devi dedicarti di più a Bruna ed alla tua famiglia”. La grandine, grazie al cielo, non ha attraversato il lago e siamo riusciti ad uscire indenni sulla cima, in un tramonto sereno dopo oltre 600 metri di via esplorativa.

Il giorno dopo, tuttavia, ero di nuovo a fantasticare osservando la parete, sperando che gli “Dei delle Montagne” non ne avessero troppo a male se fossi venuto meno al mio proposito. Perchè in fondo gli alpinisti sono come marinai, le loro preghiere nella tempesta, così come le loro promesse in porto, vanno prese con cautela e grande pazienza.

Ma il destino è un regista beffardo: Bruna in quei giorni si sentiva debole, fiacca, così ha fatto gli esami del sangue pensando di essere anemica. Gli esami, tuttavia, hanno mostrato qualcosa di diverso. Bruna era incredula mentre io, in fondo in fondo, forse l’avevo capito da un po’. Test di gravidanza: positivo.

Ma un test è qualcosa di empirico …così come lo sono nausea, ingrossamento del seno, appetito, narcolessia, raffreddore (rinite gravidica), ecc, ecc… Niente poteva convincere Bruna che, davvero, era incinta: doveva essere sicura, doveva vedere. Così oggi, accompagnandola all’ospedale, ho assistito alla mia prima visita ginecologia …e confesso che aver affrontato rischi e pericoli in quattro continenti non ti prepara ad una cosa simile!

Mi sono ritrovato in una stanza dalla luce soffusa, con una dottoressa piuttosto carina nel suo camice bianco che armeggiava con mia moglie, mezza nuda, utilizzando uno strano strumento fallico mentre insieme guardavano un video. Una scena che, in un contesto differente, avrebbe avuto su di me bel altro effetto, ma in quel frangente, immobile con lo sguardo perso, ero assolutamente agghiacciato ed impietrito. “Si sente bene?” Mi ha chiesto la dottoressa osservandomi perplessa. Io, che manco più sapevo dove guardare, dentro di me ho pensato: “Certo che se svengo alla prima ecografia, al parto non sopravvivo!”

Nonostante l’assoluta incapacità maschile di trovare un ruolo sensato in tutta questa faccenda, sul piccolo schermo c’era “qualcosa”. La dottoressa sorride e proclama serena: “Ospite: uno”. Poi lo misura ed il responso è chiaro: “8 + 5: data di nascita prevista 21 Aprile 2018”. Poi indica una sfarfallio, un tremore ritmico in quell’immagine strana e a tratti incomprensibile: “Quello è il battito. Il suo cuore che batte”.

No, davvero, puoi aver affrontato uomini, bestie e montagne ma non sei preparato ad una cosa simile. Non è una questione logistica o strategica, semplicemente non sei preparato, non potevi nemmeno immaginarlo… però capisci subito che tocca darsi una sveglia, e in fretta, perchè se in questa faccenda un maschio è una “recluta” inesperta, le donne sembrano veterani dei marines che procedono a passo di marcia mentre tu inciampi negli scarponi!

Quindi bene: c’è qualcosa di nuovo e, in modo per me ancora misterioso, vive. L’avventura apparentemente più “normale”  e “comune” rischia di diventare tra le più incredibili ed emozionanti.

Detto questo posso solo aggiungere un’ultima cosa. Tra due giorni, il 16 Settembre, è il compleanno di Bruna: quindi tanti auguri Mamma Bruna!

Davide “Birillo “Valsecchi

Aspettando la Sgrignettata

Aspettando la Sgrignettata

Nella calura di Agosto si sono aperte nuove vie, compiute nuove esplorazioni e si è dato vita anche ad un nuovo inaspettato “progetto” ancora segreto. Ora, che è giunta finalmente la frescura di Settembre, è tempo di riprendere il viaggio del PitOnTour. Prima tappa dopo l’estate: la Sgrignettata!

La Sgrignettata nasce da un‘idea di Giovanni Viganò, “anima e curoe” dello Sherpa Mountain Shop di Ronco Briantino. Una tre giorni al Pian dei Resinelli per incontrare produttori di materiale alpinistico, guide alpine, appassionati ed alpinisti di rilievo. Venerdì 15 Lecco, Sabato 16 e Domenica 17 Piani dei Resinelli.

L’evento di apertura si terrà a Lecco, nella sala cinematografica del Politecnico, con una serata/incontro con Tom Ballard. Classe 1988, nato in Inghilterra, Tom è uno dei pochi Alpinisti che guardo con grande ammirazione ed una punta di invidia.

Tom è fortissimo: mi piace quello che fa, mi piace il modo in cui lo fa e non posso che fare il tifo per questo “ragazzone biondo” che, in solitaria, ha salito tutte le grandi Nord delle Alpi in un unico inverno. “Starlight and Storm” un progetto che prevedeva di salire le sei grandi pareti nord delle Alpi in solitaria invernale in un’unica stagione: Cima Grande di Lavaredo, Pizzo Badile, Cervino, Grandes Jorasses, Petit Dru e l’Eiger.

Tom Ballard
Venerdì 15 Settembre ore 21:00. Ingresso Libero.
Aula Magna Politecnico Lecco, via Gaetano Peviati 1/C.

Sabato la Sgrignetta si sposta per due giorni ai Resinelli. Qui vi saranno gli stand delle aziende promotrici ed il punto di coordinamento per le numerose attività previste. Test dei Materiali, escursioni con le Guide Alpine, esercitazioni di TreeClimbing, pratiche Yoga e giochi per tutte le età.

Sabato, alle 21:00, una serata di alpinismo al Femminile con Annalisa Fioretti ed Eleonora Delnevo presso la Baita di Laura, rifugio Casimiro Ferrari, ai Piani dei Resinelli, via Carlanta 4. Io ho già avuto occasione di incontrarle e le loro storie, i loro viaggi e le loro sfide, meritano davvero di essere ascoltate e condivise.

Ci si vede alla Sgrignettata!

Davide “Birillo” Valsecchi

Per Info: http://www.sgrignettata.it

Giuseppe Verderio

Giuseppe Verderio

La sera del 27 dicembre 1968 la passiamo al Rifugio Medale in compagnia del buon Zaccheo. Fuori fa un freddo boia. Un ultimo bicchiere e poi si va a dormire nella tendina che abbiamo piantato a poca distanza dall’attacco della Cassin. Anche il giorno dopo il freddo è carogna – e il Beppe pagherà caro l’essersi dimenticato di mettere l’antigelo nel radiatore della sua Seicento! In parete, non molto lontano da noi c’è baraonda: Tiziano Nardella e soci stanno finendo la Taveggia. Ma in quanti sono? Da quanto urlano, si direbbero una metà di mille. Anche noi oggi siamo qui per assaggiare una via nuova. Attacco per la Cassin. Alla sua prima sosta prendo a destra e salgo tre tiri gnecchi fin sotto gli strapiombi. Tutto in libera: giusto un paio di chiodi di sicurezza e quelli per le doppie. Per oggi ci basta, la via ci pare possibile. Ritorneremo in primavera, quando il caldo avrà sciolto i ghiaccioli che penzolano sopra le nostre teste. Il 2 marzo del 1969 ritorniamo sulla Cassin alla Medale per fotografare di profilo la “nostra” futura via. Il Beppe assicura la new-entry, Diego Pellacini, io salgo in libera fino al primo diedro. Qui mi unisco alla loro corda e portiamo a termine l’ascensione. La Cassin non sbuca in vetta, ma esce sulla destra seguendo una cengetta, prima della quale ci si slega. Parto io, mi segue Diego, chiude il Beppe. Subito sento un rumore sordo, una botta attutita. Mi giro: siamo in due, il Beppe non c’é. Scendiamo a rompicollo. Dico a Diego di andare da Zaccheo per dare l’allarme mentre io perlustro il ghiaione al piede della Medale. Lo trovo quasi subito. Giuseppe Verderio, classe 1944, da allora riposa nel cimitero di Vimercate.

Bruna è sdraiata al sole sul terrazzo, si sente “strana” in questi giorni. Così, per lasciarla tranquilla, il week-end lo passo oziando a casa con lei invece che a zonzo per l’Isola. Tuttavia, quando apro la posta elettronica, resto sorpreso: inaspettatamente è come se fosse l’Isola stessa a scrivermi.

Giancarlo Mauri, grazie a Pietro Corti, ha da poco scoperto l’esistenza di questo piccolo blog ed ha deciso di scrivermi. Quel poco che so’ di lui l’ho letto sul libro L’Isola Senza Nome, dai suoi racconti sulle pareti dei Corni di Canzo. Racconti che fanno parte ormai del folklore e delle leggende che permeano le nostre montagne. Racconti che devono accompagnare le nuove generazioni nei loro gesti sul calcare liscio dei Corni, nel loro tramandare la tradizione dell’Isola. La “Via Elvezio”, la “Dell’Oro-Maggi”, la “Città di Cantù”, la “Via Pozzi” ed infine anche la “Giuseppe Verderio”, la linea verticale che affronta e rimonta la “Grande Onda” del Corno Orientale. Una via dedicata ad un amico scomparso, un ricordo nella roccia.

Giancarlo mi ha inviato un link ad un pdf, una nuova versione, arricchita di nuove immagini, del suo lungo ed intenso racconto “Arrampicare ai Corni di Canzo”. Il ricordo iniziale, qui riportato, è un passaggio di quel lungo racconto. Nella foto proprio Giuseppe Verderio, che come avrete ormai compreso, cadde il 2 Marzo del 1969. Leggendo il racconto di Giancarlo si scopre molto di più sul “Beppe”, sulla loro amicizia e sulle loro avventure.

“Arrampicare ai Corni di Canzo”, nella sua nuova edizione, è disponibile gratuitamente on line a questo indirizzo: Arrampicare ai Corni di Giancarlo Mauri (2014 riedizione academia.edu). Chi abbia arrampicato ai Corni di Canzo, o sia semplicemente affascinato da queste grandi e solitarie pareti, non potrà che rimanere coinvolto, rapito dalle nuove immagini quasi inedite che ora accompagnano questa storia.

Ancora una volta ringrazio Giancarlo per aver condiviso le sue avventure, a tratti dolorose, con noi. Avventure che hanno dato forma alle nostre fantasie, ai nostri sogni su quelle pareti. Avventure, grandiose e terribili, che hanno spalancato le porte di un mondo nuovo, di una visione delle nostre montagne tanto antica quanto moderna. Grazie: fino a quando questo spirito animerà gli arrampicatori dell’Isola il ricordo di Beppe non andrà perduto.

Davide “Birillo” Valsecchi

Giancarlo Mauri attraverso la grande “Onda” del Corno Orientale

Moregallo: Via Buontempo

Moregallo: Via Buontempo

“The climb is going where no man has gone before” Questa frase, pronunciata dal leggendario Capitano Kirk interpretato dallo storico William Shatner, mi ronzava nella testa sotto forma di un buffo video musicale. “Andare là dove nessun uomo è mai stato prima”: questo era il motto di StarTrek, una scheggia d’infanzia davanti alla televisione aspettando l’ora di cena. Forse anche per questo il Moregallo, con i suoi grandi spazi ancora sconosciuti, è per me la grande frontiera, il confine oltre cui spingersi.

Da anni, con una birra in mano al Rapanui, sognavo ad occhi aperti osservando la grande parete Nord e il suo “zoccolo” verde: una muraglia verticale di roccia infida ed erba, un dedalo, un rebus da risolvere. Solo la via “Gioventù 77” si era avvicinata zoccolo rimontando però sullo spigolo della parete Nord. Io invece volevo arrivare lassù, sopra lo zoccolo dove si innalza la seconda grande parete Nord, dove la montagna sembra prendere respiro arrestando il proprio impeto in un piccolo pianoro verde.

Quella roccia fragile, spazzata dall’acqua ed immersa nella vegetazione, aveva tenuto lontano tutti, anche i “grandi” che hanno conquistato la Nord. Serviva scaltrezza e metodo per fare ciò che nessuno ha mai (ragionevolmente) fatto. Per questo la mia mente vagava in quel mondo verticale che ho catturato in mille foto, in mille diverse inquadrature.

Il grande zoccolo è attraversato da due evidenti canali che lo attraversano in obliquo raccogliendo l’acqua che precipita dall’alto. Il primo, quello più basso, scende quasi tutta la lunghezza dello zoccolo. Il secondo, il più alto, lo attraversa più di taglio, quasi nascosto osservandolo dalla base, e precipita verticale in un salto ciclopico quando tocca i margini della grande parete Nord. Bal basso quel canale sembrava irraggiungibile, protetto da un’invincibile cascata strapiombante al cui centro una nera cavità osserva minacciosa, il grande occhio.

Ma io sono un pessimo arrampicatore e questo ha reso la mia mente allenata alle soluzioni alternative. Spingendomi alla base del grande canale avevo scoperto il “Trucco” con cui tentare di ingannare il gigante. Alla base della cascata una rampa erbosa si innalza su uno sperone di roccia, qui una spaccatura, una piccola e bassa grotta taglia la parete raggiungendo la rampa erbosa che obliqua risale fino alla sommità della cascata. Una mossa a cavatappi dal sapore speleo per raggiungere il grande canale. Ero già stato in quel punto, avevo tentato il passo verso la rampa in solitaria ma mi ero arreso davanti all’evidenza. Quello è un viaggio senza ritorno, superata la grotta si può solo uscire seicento metri più in alto, quando finisce la montagna: niente che potessi affrontare da solo.

I sogni sembravano coprirsi di polvere finché Mattia non se ne esce con una cosa delle sue  “Facciamo la via dei Panda?”, un’altra storica ed irripetuta via del Moregallo oltre “il grande buio” nel cuore della Nord. “Naaa… se dobbiamo metterci nei guai scegliamo noi la nostra strada, andiamo dove nessuno è mai stato prima!”.

Durante la notte un violento temporale aveva investito il lago e le sue montagne. Fulmini, vento, ed acqua a secchiate: la mattina, seduto su un muretto aspettando Mattia, osservavo sconsolato le grande pozzanghere sull’asfalto. “Oggi non è giornata”. Mattia, binocolo alla mano, invece se la ride:  “Ma no, vedrai che asciuga”. Sappiamo entrambi che non è vero, ma ora non c’è modo di arrestare ciò che ho messo in moto.

Due corde da 60, vasto assortimento di friend, fettucce e cordini in abbondanza, quindici chiodi, compresi i chiodoni ad u ormai fuori produzione. Completano l’equipaggiamento due fittoni da 40 cm realizzati con i pioli di una scala in alluminio e due picozze da ghiaccio, qualora l’arma bianca si riveli l’ultima possibilità nel corpo a corpo contro i prati verticali.    

“Fai le cose difficili quando sono facili, e inizia le grandi cose quando sono piccole. Un viaggio di mille miglia deve iniziare con un singolo passo. (Lao Tzu)” Risaliamo la piccola rampa erbosa e, legati, ci sdraiamo strisciando nella stretta grotta raggiungendo la base della rampa erbosa. Il viaggio ha inizio. Due tiri da 30 e siamo in cima al canale e, con un passo piuttosto ardito, ci infiliamo al suo interno dove una grossa clessidra sembra accoglierci come solida sosta.

Ma il canale non è pronto a concedersi: grandi cascate sbarrano la strada costringendoci ad aggirarle sui lati quando affrontarle frontalmente non è possibile. Il nostro viaggio è scandito dal suono del martello sui chiodi, chiodi buoni su cui però non cadere, chiodi che quando non escono a mano cedono con qualche martellata. Indietro non si torna, l’unica possibilità è verso l’alto, attraverso l’erba, le cascate, le placche compatte e bagnate, la roccia marcia. Indietro non si torna.

L’esplorazione diventa un viaggio totale, un’immersione completa. Mi sforzo di scattare qualche foto, di documentare, ma fatico a contare i tiri, tutto quello che importa è salire, superare il tiro, scoprire quello successivo, lavorare bene, lavorare in fretta, non sbagliare. Mattia, come un trattore guida la nostra cordata, mentre io, immobile nelle silenziose angosce del secondo, manovro le corde studiando la situazione.

Verso mezzo giorno ci sediamo a mangiare un po’ di frutta secca. Sono ormai tre ore che affrontiamo il canale ma ancora non cede, prima o poi dovrebbe abbattersi, perdere inclinazione, ma i tiri si fanno sempre più impegnativi ed intensi. Ogni mia previsione è sovvertita e distorta: il Moregallo è la montagna dei grandi inganni, dove le prospettive vengono puntualmente imbrogliate. Con un avversario tanto temibile nessuno stratega può spuntarla senza uno slancio di coraggio. Come disse qualcuno “Il Moregallo non ti regala niente”.

Ripartiamo, un tiro alla volta, mentre la nostra determinazione assume le sfumature della rassegnazione sfiorando l’autoironia. Su un traverso, dove la roccia è il trionfo dell’inconsistenza,  Mattia si diverte a sfottermi: “Devi fonderti con il marcio! ..stai li che ti faccio una foto!”. Ho i piedi su dei detriti e le mie prese ballano verso l’alto, se piombo faccio cinque metri di pendolo nel canale, eppure riesce a rubarmi un sorriso anche nel momento di massima concentrazione.

Il tiro successivo è un’altra rogna, poi qualcosa cambia. Il canale sembra abbattersi e la corda scorre veloce per sessanta metri prima di chiamare la sosta. Forse si esce, forse il canale è finito! Ma quando arrivo alla sosta, quasi camminando, mi trovo davanti il nuovo ostacolo: una grande cascata che sembra chiudere la testa del canale. Mattia parte, pianta una fila di chiodi, nessuno su cui sia possibile azzerare, si gira, si torce in opposizione, aggrappato come può e finalmente supera la cascata. Quando lo raggiungo in sosta sono le quattro e mezza, siamo stati nel canale quasi sette ore e mezza ma ora sembra sembra concluso e lo scenario attorno a noi cambia radicalmente.

Siamo alla “Piazza grande”, ci aggiriamo quasi spaesati nel centro del mondo ignoto, nel punto in cui tutte le linee si uniscono. Sopra di noi svetta la grande parete nascosta: spaventosa e bellissima è un susseguirsi di tetti strapiombanti e fessure oblique. Quella parete è il futuro dell’Isola Senza Nome: la progenie dell’Isola, i testimoni della tradizione, un giorno verranno qui e scriveranno nuove e meravigliose storie  …e dovranno essere davvero fortissimi per farlo!

 Ci sediamo a mangiare quello che è rimasto nel sacco razionando l’acqua a disposizione. Poi alle mie spalle un boato distante. Nella mia mente una domanda senza senso “Il sabato sparano le mine nella cava di Lecco?”. Ma la risposta è davanti ai miei occhi: le Grigne sono coperte di nero e lampeggiano di fulmini. Chiusi nel canale non avevamo visto il cambiamento del tempo. Osservo quella massa nera che brilla di viola quasi sconsolato. Il nostro piano non cambia, possiamo solo sperare di uscire verso l’alto ed ora dobbiamo farlo prima che quell’inferno ci si schianti addosso.

Abbiamo davanti a noi solo due soluzioni. La terza, quella più ambiziosa ed esplorativa, va purtroppo scartata a priori. Possiamo puntare sul canale di destra cercando di intercettare l’uscita delle vie sulla Parete Nord oppure puntare sul canale di sinistra e cercare di guadagnare l’uscita. Non esistono informazioni sul canale di sinistra, tutto quello che sappiamo sono le foto scattate dall’alto la scorsa estate con mio fratello e quelle fatte la scorsa settimana dal battello. Forse si passa, ma di sicuro c’è un grande salto prima della valle erbosa. Puntiamo a sinistra con la possibilità di rimontare la cresta centrale qualora servisse un “Piano B”.

I tuoni si fanno sempre più forti ma nel canale, sotto i grandi tetti della Parete Nascosta, non abbiamo idea se abbia già iniziato a piovere. Dobbiamo muoverci in fretta, ma non sbagliare. Spingere e trattenere: il temporale all’orizzonte batte il suo ritmo come un tamburo ma noi dobbiamo tenere il nostro.

Il primo tiro nel canale è poco incoraggiante. Ciò che sembrava facile si dimostra difficile e ci fa tribolare, ci ruba tempo. Poi la situazione cambia, il canale si allarga, compare qualche pianta e salvo qualche salto roccioso superiamo due tiri da sessanta quasi camminando.   Poi il canale reclama e si oppone con una piccola cascata fatta di lame oblique che rimontiamo con un friend e un chiodo “simbolista”. Forse ce la si fa, il temporale incalza ma la montagna sembra finire. Se riusciamo a raggiungere il bosco in cima possiamo giocare a carte con Noè sotto la pioggia, ma dobbiamo uscire.

Due grandi grotte segnano il nostro cammino prima che questo si infranga contro l’ultima colossale muraglia: il muro dei sogni rubati. Il canale è bloccato da una cascata di roccia inchiodabile e coperta di melma. Proviamo un attacco frontale ma appare subito disumana.

A sinistra la grande parete nascosta mentre a destra roccia fragile che rimonta la cresta centrale. “Piantiamo tutti i chiodi che abbiamo, ma dobbiamo rimontare quello schifo sulla destra”. Attraversiamo il canale mentre il temporale ringhia minaccioso. Mattia si alza, pianta un chiodo il cui suono è una promessa, poi si alza e gira lo spigolo: “No! Non è così male come sembra, si passa bene di qui!!” La corda inizia a scorrere, Mattia si muove veloce. “Trenta!” urlo quando passa il segno della mezza corda. “Dieci!”. “Cinque!”. La corda scarseggia tra le mie mani. “Mi servono cinque metri per raggiungere una pianta!” Mi urla Mattia dell’alto. I tuoni ridono di noi, smonto la mia sosta e parto verso il primo chiodo. “Vengo!”. Sono scocciato, quasi arrabbiato, niente e nessuno dovrebbe provare a fermarmi quando sono in quello stato mentale. Raggiungo il chiodo e mi alzo finchè ancora mi è ancora possibile schiodarlo. “Sono alla pianta! Stai fermo che faccio sosta!” mi urla Mattia. Lascio che si leghi e riparto, ha bisogno di altra corda per mettermi in sicura. ”Okay, ora sei dentro! Vieni!” Il tiro scorre veloce tra roccia ed erba, altri sessanti metri che ci portano finalmente tra le grandi piante. Il temporale si è spostato verso sud, non ha attraversato il lago, non ci ha preso.

Siamo fuori, tra le piante, le Grigne sono limpide ed un tramonto rosso illumina il Lario e la punta di Bellagio. La “pace” è una gioia che scoppia all’improvviso. Siamo fuori: abbiamo attraversato la frontiera e fatto ritorno. 

Ci stringiamo la mano riempiendoci di pacche prima di crollare seduti sull’erba. Lui chiama Serena, io Bruna: è tempo di rassicurarle. “Siamo fuori, tutto bene”. Bruna ride, mi racconta che a Varenna è da poco finita una terribile grandinata. Quando lo racconto a Mattia restiamo un attimo in silenzio osservando il lago: “Varenna è là davanti…”.

Poi Mattia si fa avanti. “Hai già un nome? Io ne ho pensato uno poco fa.” “Spara!” “C’è la Parete del Tempo Perduto, la via del Tempo Rubato, la via Tempo al Tempo. Potremmo mantenere la tradizione e chiamarla via ‘Buontempo’, tutto attaccato: sia per celebrare il brutto tempo sfiorato che per rimarcare il ‘buontempo’ che devi avere per una ravanata simile!” “Mi piace! Approvata!”.

La via esplorativa “Buontempo” si innalza per oltre seicento metri, con uno sviluppo a zig-zag piuttosto difficile da valutare. Non sono in grado di ricordare il numero esatto di tiri, credo siano attorno ai quindici: la maggior parte sui trenta/quaranta metri ma tre o quattro anche sul sessanta pieno. Abbiamo impiegato poco più di dieci ore dall’attacco all’uscita. Il grado massimo, con la dovuta furbizia, è un V+ …ma nella gradazione dei Corni di Canzo con l’aggiunta di un tocco speleo. Nessun chiodo è stato lasciato in via. La roccia è terribile, l’erba spaventosa, l’esposizione agghiacciante appena metti il naso fuori dal canale. No, non abbiamo mai usato le picozza ma, con quello che l’ho pagata, era un piacere sentirsela addosso. Il triangolo nelle foto indica il punto denominato “Piazza Grande”.

Mattia si conferma uno straordinario chiodatore, un caparbio lottatore capace di mantenere il sangue freddo nelle difficoltà. Uno dei migliori con cui abbia mai arrampicato, uno dei più “solidi”, probabilmente l’unico con cui affrontare una “ravanta” tanto incerta e scomoda quando la tempesta incalza. Negli annali dell’Isola Senza Nome la nostra cordata non sarà ricordata come la più forte, nè la più furba o saggia, ma per certo come una delle più coriacee e selvagge che abbiano attraversato con coraggio i territori dell’Isola. Grazie per essere stato mio compagno in questa nostra ennesima avventura.

Davide “Birillo” Valsecchi 

Sono Pazzi Questi Tassi

Sono Pazzi Questi Tassi

Il tasso è un animale strano: ha un’indole spesso solitaria ma, al contempo, crea attorno a sé una solida struttura sociale, una vera e propria famiglia o “clan”. Ne sono una prova le tane, i rifugi ed il complesso sistema di gallerie che la “tribù” costruisce nel proprio territorio. Forse è proprio per questo concetto di “famiglia” che i Tassi del Moregallo ogni tanto si radunano e danno vita a colossali mangiate (e bevute!).

L’altra sera eravamo a casa di Gaetano per la TassoConsulta, la grigliata d’estate! Mentre ingollavo birra osservando le salamelle sulla griglia, ascoltavo la curiosa storia che mi stava raccontando Luca. Io e lui ci conosciamo ormai da oltre quindici anni, quando vivevo a Milano siamo stati allievi dello stesso maestro, un amicizia che è sopravvissuta alle insidie del tempo e che lo ha portato ad essere un membro della sconclusionata “squadra” che oggi sono i Tassi.

Luca mi ha sempre stupito perchè quasi mai ha il “Physique du role” per gli strani guai in cui spesso va ad infilarsi: ogni tanto, guardandolo, mi domando ancora come abbia fatto a sopravvivere tanti anni in Africa facendo rilievi forestali in mezzo al nulla. Tuttavia il suo attuale racconto non faceva che aumentare le mie perplessità. “Volevo fare un giretto semplice e così ho pensato di fare la Direttissima dai Resinelli al Rosalba” E fin qui nulla di particolare. “Non l’avevo mai fatta e così mi sono portato dietro l’imbrago ed il set da ferrata”. Forse un po’ eccessivo ma prudente. “Ho fatto la scaletta e sono arrivato davanti ad un segnale di divieto d’accesso” Un classico: quel buffo cartello stradale, appeso tra due guglie di roccia, indica il punto in cui il vecchio sentiero è franato invitando a seguire la traccia che scende ed aggira il torrione. “E cosa hai fatto, sei sceso o sei passato sul vecchio sentiero?” Gli domando quasi distratto “No, non sapevo bene dove andare, però sopra c’era un canale che sembrava fattibile ed allora ho cominciato a salire..” Strabuzzo gli occhi “Cosa?! Ti sei infilato nel canale?!” “Sì, all’inizio era facile, ma poi è diventato sempre più ripido ed isolato. In effetti ad un certo punto ero piuttosto preoccupato perchè se trovavo una parete sarei stato davvero nei guai a tornare indietro”. Quasi sbotto “Ma perchè?! Perchè ti sei infilato in un stracazzo di canale sperduto della Grignetta?! Non potevi tornare indietro e cercare dove proseguiva il sentiero?!” Obbietto con fare paternale!

Al mio fianco TeoBrex scoppia ridere aggrappandosi alla birra “Perchè? Proprio tu gli chiedi perchè?!?! Lo sai benissimo perchè: sei tu il primo che non segue mai un sentiero!” Teo ride di gusto senza più trattenersi ed io, che sarei tentato di fare un cazziatone a Luca, mi trovo curiosamente dall’altra parte della barricata. “Ma quindi che hai fatto?! Come era sto canale!?!” “Bhe, c’erano dei salti di roccia e dei passaggi sull’erba. Fortunatamente dopo un‘ora e mezza sono riuscito a raggiungere il sentiero, credo si chiami Cecilia, poco prima che si congiungesse alla Cermenati”. Ero allibito: Luca, con simpatica scelleratezza, si era infilato in una ravanata colossale dagli esiti preoccupantemente incerti. Teo al mio fianco sghignazzava divertito ormai rosso in faccia “Dai, prova a dirgli qualcosa. Digli che sono cose che non si fanno. Forza, sentiamo un po’…” Nella mia testa faccio i conti con la geografia di quello strano viaggio che deve aver messo insieme Luca. Poi immagino la faccia di quelli del soccorso se avessero dovuto andare a cercarlo per quei canali: sai le matte risate trovandolo disperso in un canale con l’imbrago, il set da ferrata per poi concludere presentandosi come “un amico del Birillo”!! Così tiro un fiato di birra prima di parlare come Zarathustra. “Vabbè, visto che di cognome fai Pennaccino questa stramberia la chiamiamo ‘Occhio alla Penna’. Ma, te lo garantisco, andrò a vedere in che pasticcio ti sei andato a cacciare: la prima ripetizione sarà mia. La prossima volta però non farlo più, non senza organizzarti un po’ meglio!” Teo, che mi guardava silenzioso, si tratteneva a stento dallo sghignazzare e sembrava pronto a scoppiare. Scuotendo la testa abbiamo brindato solennemente alla curiosa impresa di Luca, una stramberia fin troppo simile alle mie. “Hurrà!!”

Così, una birra dopo l’altra, iniziamo a discutere delle ossa di tasso che sempre più spesso ritrovo nelle mie esplorazioni. “Hai visto che sberla di denti il Tasso? Il cranio mostra come, contrariamente a quanto si creda, non è affatto piccolo” “Piccolo? E’ grosso come un accidenti di cane! Ne ho incontrato uno tempo fa! Ero appena uscito dalla grotta e scendavamo dal Tivano quando ce lo siamo trovato davanti in mezzo alla strada. Era grosso e non è mica scappato! Ci ha guardato e con quelle sue zampette corte se ne è andato via indifferente.” “Badger don’t care!” “Comunque riesci a vederli solo di notte, di giorno se ne stanno rintanati”

Poi, più o meno sulla grappa, salta fuori un’altra stramberia. “Ma hai dato la toppa a qualcuno di recente?” “Bhe,  ho regalato qualche adesivo, ne ho fatto autografare uno a ‘Teo e le Veline Grasse’” “No, intendo se lo hai dato a qualche nuovo membro?” “Nope. Salvo i presenti non ho arruolato nessuno di recente… perchè?” “Perchè ho trovato un furgone che aveva l’adesivo l’altro giorno” “E vabbè, può essere… aveva qualche altro adesivo, quello degli Asen o di qualche altro gruppo?” “No, no …solo il nostro. C’era solo il tasso ed era chiaramente un’insegna del gruppo. Ma nessuno di noi ha un furgone scuro che io sappia.” “O bella… e chi può essere tanto stramboide da farsi vanto di appartenere ai Tassi senza essere qui con noi a bere?”

Quindi, caro amico tasso con un Doblò scuro, fatti avanti che la prossima TassoConsulta si beve tutti insieme! Ciao!

Davide “Birillo” Valsecchi

Theme: Overlay by Kaira