Costanza Senza Gloria

Costanza Senza Gloria

Il mare impetuoso al tramonto salì sulla luna e dietro una tendina di stelle… Dopo la seconda birra media le parole di Zucchero Fornaciari riemergono dalla memoria senza un vero perchè. All’improvviso sono di nuovo un ragazzino sul campo di pattinaggio di un paesello di montagna mentre echeggia un sottofondo di musica anni ottanta. Ho i pattini ai piedi e faccio a cazzotti con i ragazzi più grandi tutte le sere: vado lungo disteso sul ghiaccio, ma ogni volta mi rialzo e riparto alla carica a testa bassa. Per loro è un gioco, e se la ridono, per me è una guerra da combattere con il sorriso sulle labbra sanguinanti. «Sai Bruna, credo di avere qualche strana malattia: la mattina le gambe sono rigide, bloccate, quasi non riesco a muoverle…» Lei mi guarda attraverso il boccale «No, la tua malattia si chiama semplicemente “età”» Matrimonio con una bergamasca: non è facile come dirlo…

Il mio sabato mattina era cominciato alle sei. «Mattia, andiamo a fare una vietta “plasir”: roccia buona e quarto grado. Godiamocela un poco con qualcosa di piacevole…» Immaginavo qualcosa di luminoso, appigliato, tipo una Crestina Osa in trasferta sul Pilone Centrale della Grignetta. «Tranquillo! Ce l’ho io la via giusta! Storia e divertimento!» Qualcosa però non deve essere andato per il verso giusto visto che, mezzo addormentato, mi sono ritrovato in viaggio per il Torrione Costanza e la via del Littorio.

Riccardo Cassin – nel libro “Capocordata”- racconta: “Finora questa parete non è mai stata scalata. Vi fu la scorsa primavera un tentativo di Comici con Mary Varale e Augusto Corti, troncato sull’inizio da un banale incidente: uscì un chiodo e Comici fece un volo. Da allora la Varale accarezza l’idea di portare a termine l’impresa e più volte me ne ha parlato. Boga ed io, da parte nostra, siamo ben lieti di unirci a lei. Alla parete nord dell’Angelina capocordata fu Boga: stavolta tocca a me. Giunti ai piedi della torre, pieghiamo a destra nel canale che ci porta sotto la parete est e saliamo per rocce facili alternate da liste verdi e pianerottoli erbosi fino alla placca che da un lato è saldata alla torre, dall’altro forma un camino che si contiene fra il terzo e il quarto grado. Lo rimontiamo legati con doppia corda per tutta la sua lunghezza. La roccia è fredda, le cortine nebbiose si vanno chiudendo, ma la ginnastica sostenuta ben presto ci infonde calore. Più tardi quando le difficoltà vere e proprie cominceranno, avrò modo di sudare. Gli ostacoli iniziano infatti da questo pulpito in su, con una di quelle fessure strapiombanti che servono per i polpastrelli e i chiodi e nelle quali raramente i piedi entrano. Sono crepe non continuative ma alternate, che costituiscono, come già ho detto, una delle caratteristiche della Grignetta. Lungo questa fessura, Comici si era alzato sei o sette metri; trovo dei chiodi e la Varale – che ferma sul ballatoio insieme a Boga fa sicurezza – conferma che sono quelli del loro tentativo. Quei chiodi mi sono d’aiuto: con molta fatica ne piazzo altri. Ero convinto che dopo questo scabroso passaggio il terreno si facesse più mite, ma mi accorgo d’essere un inguaribile ottimista poiché quanto segue è ancora di sesto grado. Poi grandi difficoltà non ne restano e per piacevoli rocce tocchiamo la vetta. C’è vento a sdrucire la nebbia e la signora Varale, con la sua espansività, ci premia dandoci un bacio. Quando c’è una rappresentante del gentil sesso, compiuta un’ascensione si usa così: ed è un rito al quale teniamo in modo particolare.”.L’avvicinamento è la parte più divertente della salita, davvero! Dal sentiero delle Foppe ci infiliamo su per un canale dal sapore alpino rimontando i salti rocciosi. «Vedi, non volevi il quarto grado?» Mi sfotte Mattia. Mentre risaliamo chiacchierando come due vecchie betoniche attempate ci raggiungono Giovanni Giarletta e Luca Danieli: si fermano a scambiare due chiacchiere ma sono belli carichi, puntano alla via dei Ragni sulla Mongolfiera. La via che li aspetta è bella tosta e così lasciamo che non si smariscano in chiacchiere con due perdi tempo come noi.

«Roccia buona?» Obbietto guardando l’attacco. Non è tanto per l’erba, quella non mi da fastidio, ma nella mia mente c’è ancora il luminoso calcare bianco del Canale del Nostromo al Moregallo. «Se Sabato avessi trovato sto schifo di roccia con il cavolo che salivo!!» Forse poi non è così male, ma la nebbia ha reso buio ed umido ogni cosa e quegli speroncini, smussati e poco rassicuranti, suonano in modo poco convincente per i miei 85kg.

Al primo tiro l’imprevisto: la sacchetta per la magnesite di Mattia, trovata alla base della Molteni-Valsecchi al Buco del Piombo e riconvertita a porta oggetti da imbrago, si stacca e piomba giù nel vuoto, sbatte contro il prato alla base della parete e si lancia nuovamente in un canale. Mattia erutta in una giagulatoria di madonne che, tradotte, mi informano come nel sacchetto tenesse il cellulare. Colgo l’opportunità: «Qui viene a piovere, è un segno! Recuperiamo quello che resta del tuo telefono ed andiamo a bere al coperto!» Mattia borbotta ma non desiste. «Visto che ho distrutto il cellulare fammi almeno fare la via!» Così facciamo il primo tiro, il secondo ed anche il terzo fin nel camino della grande lama incastrata.

«Roccia solida e quarto grado avevo chiesto… spiegami perchè devo mettere mano alla staffa?». Il Quarto tiro è infatti un leggendario passaggio di artificiale anni 30: VII+ oppure V+ con A1. Io volevo arrampicare distendendo braccia e gambe in fluidi movimenti atletici e mi trovo, ancora una volta, a ravanare appeso… “fortunatamente”, si fa per dire, qualcuno ha pensato bene di calpestare la “storia” piantando dei fittoni resinati in modo che anche una mezza-tacca svogliata come me possa emulare le gesta dei giganti in un giorno di nebbia qualsiasi…

Fifi e staffe saliamo in “spazzacà”. Il tiro successivo, invece, è tutt’altro che paglia. Le scarpette urlano vendetta soffocando gli alluci ormai insensibili mentre la roccia offre grandi appigli ma mai scontati. “Fortunatmente”, si fa per dire, siamo completamente circondati dalla nebbia che impedisce di vedere l’abisso sotto di noi. Per quanto riesco a vedere potrei essere sul più fiero e slanciato torrione della Grignetta quanto su uno sperone di roccia sul lato delle capre al Corno Ratt. Alle nostre spalle, oltre il bianco, giungono però le voci di Giovanni e Luca che finalmente hanno raggiunto la cresta della Mongolfiera ed iniziano la difficile discesa.

Superato il quinto tiro le difficoltà si abbassano e si raggiunge la cima dove un tempo si innalzava un grande fascio littorio. Con una “boldrinata ante-litteram” quel simbolo dell’era fascista è stato abbattuto, ed ora ne restano sono i ruderi del basamento. I simboli, buoni o cattivi che siano, hanno sempre un grande valore storico: solo quei pecorai dei “talebani” fanno a pezzi ciò che non condividono…

Anche se in realtà i fasci littori sul Costanza sono stati due. Il primo, issato il 5 luglio 1931 da Cassin, Varale e soci, fu abbattuto da anonimi quasi subito. Nel Novembre dello stesso anno fu quindi issato un nuovo littorio, decisamente più grande, che rimase al suo posto fino alla fine della guerra nel ’45. Peccato… mi sarebbe piaciuto vedere una stramberia simile lassù in cima. Se come simbolo non era accettabile anziché abbatterlo avrebbero potuto convertirlo, trasformarlo in un monito o in una nuova celebrazione. Ma che volete farci, hanno fittonato con il trapano una Cassin – Boga – Varale su tentativo originale di Comici: l’oblio e l’ignoranza forse sono una precisa scelta culturale…

Due calate, una da trenta ed una da quasi sessanta, e siamo nuovamente a terra, alla ricerca del cellulare perduto. Ci infiliamo giù per un canale e troviamo il disperso: un Samsung Galaxy Mini del 2011, anche io ne avevo uno uguale. Nonostante il volo rimontiamo i pezzi e proviamo a farlo suonare: nella nebbia una musichetta imbarazzante risuona tra i canali della Grignetta come il canto fiero della fenice rinata. «Bene, il cellulare è salvo: ora andiamo a bere, che qui si prende l’acqua!!» Scendiamo nuovamente il canale ed il sentiero delle foppe.

Giunti alla macchina troviamo sul tergicristallo una strano volantino stampato a computer che, con fare minaccioso, ci intima di parcheggiare altrove: “a buon intenditor…” chiude allusorio il messaggio. Un lavoro certosino svolto diligentemente su tutte le macchine della zona e compiuto, immagino io, da un agguerrito vecchio indigeno che, alfabettizzato digitalmente, difende il suo territorio ai piedi della Grignetta armato di carta stampata con toner rosa: “Tranquillo, vecchio sdentato. Passerà del tempo prima che i figli dell’Isola tornino da queste parti: hanno cose da fare in patria. Nel caso, comunque, conserveremo il volantino e ci faremo carico di attaccarcelo da soli alla partenza. A buon intenditor…”

Mentre infiliamo gli zaini nel bagagliaio arrivano anche Luca e Giovanni. Volano le strette di mano ed i complimenti: la loro salita meriterrebbe una storia a parte! (E speriamo che Giovanni ce la scriva!) Tutti insieme andiamo “al Forno” finalmente a bere, chiacchierando di roccia e stramberie.

La sera, quando il temporale si abbatte sulle montagne io e Bruna siamo al Rapanui: vista lago e spritz alla mano sotto lo sguardo attento del Moregallo che riaccoglie i suoi Tassi dalla trasferta sulla sponda opposta del lago. ”Lo dicevo io che arrivava la pioggia…”

Davide “Birillo” Valsecchi

Il fatto che 29 Luglio, data di nascita di Benito Mussolini, abbiamo ripetuto la via del Littorio è solo una delle strane coincidenze Karmatiche che vibrano attraverso l’universo. Io davvero non lo sapevo, l’ho scoperto solo dagli articoli di giornale il giorno dopo nel solito bisticcio con i nostalgici di entrambi gli schieramenti. Farlo apposta non si sarebbe riusciti… strano mondo alle volte!

Pace in tempo di Guerra

Pace in tempo di Guerra

La sveglia suona alle sei e mezza ma ci metto un’ora intera prima di uscire di casa. Bruna dorme, io mi faccio un caffè, una doccia e mi aggiro per il salotto dando un’occhiata ad Internet mentre coccolo i gatti. Cerco il giusto stato mentale, diversamente conviene me ne torni nel letto. Poi, finalmente, esco e lascio che ogni passo aggiusti e riassetti il mio corpo.

Quando arrivo a Passo400 soffia un vento forte da nord, supero il crinale a sbalzo sul lago e mi ritrovo davanti il regno selvaggio del Moregallo Orientale mentre il sole del mattino ne illumina le forme. Per un istante tentenno, mi siedo e scatto qualche foto mentre studio ancora il canale che intendo salire. Se mi fermo troppo a lungo il coraggio verrà meno: respiro, mi alzo e riparto.

Alla base del canale sono sovrastato dalle pareti ritorte e la mia unica possibilità verso l’alto è quella ruga nella montagna, scavata dall’acqua e dall’ignoto. Mi aspettavo un canale detritico a blocchi ma il primo rialzo è di roccia compatta, quasi placca: bene e male. L’attacco sembra parlare chiaro: qui si arrampica o non si passa. Supero il primo salto ed affronto il successivo. Nello zaino ho trenta metri di corda, la mia sola possibilità di fuga. Ad ogni salto di roccia mi guardo in giro cercando dove giocarmela con una doppia. Poi i salti rocciosi diventano quattro, cinque, sei: sempre più sostenuti, sempre più impossibili da affrontare in discesa.

“Con doppie da 15 diventa un inferno scendere da qui”. Rimonto il salto successivo ed ormai mi è chiaro che indietro non si torna più: ho mollato gli ormeggi, non resta che navigare nell’ignoto e trovare un’uscita. “Io ho fatto la mia scelta, ora tocca alla montagna non essere troppo cattiva”. La solitudine avvolge i miei pensieri mentre le mie percezioni si dilatano: la mia vita è ora nelle mie scelte. Sembra spaventoso ma è qualcosa di piacevole.

Il canale si abbatte un poco e la vegetazione ne approfitta per invaderlo. Senza la gravità a lavorare in verticale il fondo si riempie di detriti e sassi instabili. Sembra meno difficile, ma devo fare più attenzione. Mentre avanzo trovo qualcosa di inaspettato: un vaso di plastica per fiori! Sorrido e gli scatto una foto: sopra di me, sulla sinistra orografica c’è il Sasso Preguda e la sua chiesetta: quel vaso è finito di sotto spinto dal vento.

Proseguo ma il canale sembra chiudersi morendo in pareti verticali, quindi mi sposto sulla destra cercando di guadagnare il crinale che separa il mio canale da quello affianco. Raggiungo la cresta ed inizio a salire aggirando i grossi sassi di calcare e le piante che segnano il confine tra i due “vuoti”. L’esposizione è ragguardevole ma le difficoltà sono accettabili: ora tornare indietro è davvero impossibile. Seguo linee invisibili accarezzando la roccia, ma la vegetazione mi nasconde il resto della mia storia: non posso far altro che credere e dubitare.

La cresta obliqua ancora verso sinistra, verso il mio canale. Rientro nel fossato di roccia e faccio una nuova sorpresa: un teschio di tasso dai ragguardevoli denti. L’incontro in parte mi inquieta: un tasso morto, disperso in un canale sconosciuto, non è un bel presagio per il Nostromo dei Tassi del Moregallo. Mi fermo a studiarlo, scatto qualche foto. Mi sfiora l’idea di infilarlo nello zaino ma subito desisto. Con quei denti era un’animale forte ed orgoglioso, ha trovato la morte cadendo dall’alto, vinto dalla montagna, forse al buio, forse nella pioggia. Meritava di più che finire nei miei trofei, così l’ho appoggiato su una bella roccia salutandolo: “Augurami sorte migliore, fratello tasso”.

Il canale diventava uno stretto diedrino erboso tra una placca compatta ed un muretto a salire. Mi alzo nel diedro ma davanti a me, oltre la vegetazione vedo solo la roccia ed i caratteristici prati verticali sotto Preguda. Mi alzo ancora ma devo cambiare strategia, in quella direzione non si può proseguire. Così rimonto sul muretto ed inizio un traverso su roccia verso destra cercando di guadagnare nuovamente il crinale. Ormai sono fuori, sono in parete, l’esposizione è ormai irrilevante: arrampico slegato su passaggi di IV. La cosa, curiosamente, non mi disturba: è l’unica opzione razionalmente possibile e la roccia è stupenda. Rimonto il crinale per poi abbassarmi nel canale di destra, dentro cui guadagno ancora quota.

Qui faccio un errore di valutazione che comprenderò solo più tardi. Un’esile traccia di muflone sembra alzarsi ancora verso destra attraverso una cengia di detriti. Le piante mi impediscono di vedere bene ma mi alzo seguendo quella linea che punta a rimontare sulla spalla destra del secondo canale. La roccia si fa però friabile e poco convincente: quel “sentiero da capre” potrebbe essere la soluzione più logica ma anche una pericolosa trappola. Non mi fido, rientro nel canale e lo riattraverso riguadagnando il crinale sfilando dentro una roccia spaccata.

Davanti a me ho uno strano mosaico di prati verticali e roccia bianca costellata da piccole ma apparentemente solide piante. Punto dritto per dritto arrampicando nel misto. Poi prendo, mi alzo sopra un diedro roccioso e mi ritrovo davanti una pancia di rocca. Per rimontarla devo alzarmi oltre lo strapiombo su prese piccole e riposizionarmi su fessure, oppure tirare un metro di dulfer orizzontale su lama buona e placca liscia prima di rimontare su una pianta. In entrambi i casi, se nel momento di massimo sforzo non mi bastano le braccia o mi partono i piedi, passo di sotto senza scampo. “Gli equilibristi muoiono credendo che l’esercizio sia finito”. Un pensiero che abbozza la frase di Philippe Petit, di cui ricordo il senso ma non le parole esatte.

Al primo movimento mi accorgo che è troppo, che mi sto giocando il jolly quando forse manca poco ad uscire. Mi fermo, mi guardo in giro e di lato, scendendo e compiendo un piccolo traverso, vedo una soluzione più abbordabile. Forse anche più esposta ma gestibile e frazionabile in più movimenti. Mi abbasso, mi incastro in una nicchia, mi sfilo e con una “mastrufolata imperiosa” raggiungo una pianta e finalmente il bosco di betulle.

Faccio due passi, mi allontano dal vuoto, ed inizio a respirare a pieni polmoni. Altri due passi ed i miei respiri si fanno ancora più intensi e rumorosi. “Fuori, sono fuori!”. Ormai sto iperventilando e mi siedo a terra sul prato. Dallo zaino prendo la bottiglia dell’acqua e bevo avido. Respiro e prendo il cellulare: “Sono fuori. Canale fatto, Birillo vivo” scrivo a Bruna. Poi mi alzo e guardo di nuovo di sotto: senza sporgermi troppo perchè mi fa un po’ paura…

Sull’altro lato del canale la cengia delle capre appare ora come una buona soluzione percorribile ma, in fondo, era stato figo anche chiudere con una bella serie di placche intense! Mi siedo di nuovo ed dallo zaino estraggo una busta di fette di mela essiccate. Le mani non tremano ma si muovono in modo strano, mi sento una scimmia goffa che tenta di infilarsi in bocca patatine sbriciolate. Il mio corpo ha staccato la spina e la mente ha mollato il colpo: improvvisamente mi sento un vecchio pieno di dolori. Ma il sentiero è venti metri alle mie spalle, mi godo il momento.

Davanti a me, sul lato opposto del lago, fa mostra di sè il Forcellino. E’ da questa mattina che ripenso a Dean Potter ed alle sue parole raccontate da Luca Calvi: «Una delle espressioni che maggiormente lo infastidiva era sentirsi accusare di essere un adrenaline-addicted, adrenalina-dipendente. “No, Luca, per favore, aiutami a spiegare che la mia non è ricerca dell’adrenalina, è esattamente il contrario. Fin da piccolo mia madre mi ha insegnato l’arte dello yoga, il sapermi concentrare e controllare. L’adrenalina è l’esatto contrario di quello che cerco io. Io spingo le difficoltà al massimo, salgo una via in free-solo oppure cammino sulla slack senza cordino di sicurezza perché così mi concentro al massimo, mi avvicino maggiormente a quello stato di benessere con me stesso e col mondo che è l’esatto contrario delle sensazioni di chi va a drogarsi di adrenalina. Per loro l’adrenalina arriva dal gioco quasi inconscio con il rischio semisconosciuto, una sorta di roulette russa. Per me no, non c’è nulla di non calcolato, è un percorso che mi porta a salire, ad elevarmi, a camminare con vuoto tra le gambe ed infine a poter volare… So che mi capisci, scrivilo tu…”». Curiosamente le parole di Dean mi ricordano quelle di Ivan e quelle apprese studiando “la via della mano vuota” (Karate-Do). L’ignoto è la mia difficoltà massima, la posta in gioco la stessa: con una punta di egocentrismo avevo quasi sperato fosse lui uno dei due corvi che avevano vegliato la mia salita nel canale. Sull’altro non ho dubbi, mi segue ormai da anni su queste montagne. 

Ieri, Bruna ed io, eravamo ad Esino Lario: Davide Castelnovo era il tracciatore della prima edizione del EsinoBlockRock, una gara di Street Boulder tra le vie del paese. Oltre a Davide e suo papà Pier abbiamo incontrato anche il Guerra e gli altri ragazzi di Valmadrera: tutti veterani dell’Isola Senza Nome. “Serve la testa per le vie dei Corni” chiacchieravamo insieme “Senza il giusto stato mentale al secondo tiro cerchi la fuga in doppia anche se hai già ripetuto la via più volte”.

Come spesso accade ero affascinato dalle straordinarie capacità dei boulderisti, dal modo in cui riuscivano a risolvere movimenti tanto complessi con apparente semplicità e leggerezza. Probabilmente non riuscirò mai ad arrampicare come loro, così come non sarò forse mai al livello di Mattia, di Josef, Ivan o Gianni. Ma in fondo è giusto così: nelle mie “cose”, nella mia “dimensione”, nel mondo che ho scelto di sentire mio, credo di essere diventato piuttosto bravo …e forse mi basta questo per apprezzare il giusto equilibrio. Quella di oggi è stata una bella salita, completa in tutti gli aspetti che mi appartengono.

Davide “Birillo” Valsecchi

Non credo che il canale sia mai stato salito o che possieda un nome. Ho pensato a tanti nomi ma nessuno mi sembrava appropriato, così mi piacerebbe chiamarlo “Canale del Nostromo”: ma è giusto un vezzo, non è fondamentale. La salita non scende mai sotto il secondo/terzo grado ed è da considerarsi prevalentemente di “misto-verde”. Serve intuito e capacità nel tracciare la rotta, bisogna saper mitigare le difficoltà ma anche essere consapevoli che molte situazioni vanno risolte di petto con passaggi, anche lunghi, di IV tendente al IV+ (La roccia è buona quindi è possibile che il grado sia più alto e che semplicemente non l’abbia sentito). Di questi passaggi, ahimè, non ci sono foto perchè ero troppo impegnato a cercare di sopravvivere anzichè fotografare 😉 Il punto d’uscita l’ho segnato con un adesivo vinilico su una betulla. Due ore e quaranta nel canale. E’ una ravanata intensa di quasi quattrocento metri di dislivello senza via di fuga: mi raccomando, non mettetevi in testa idee stupide se non è il pane vostro.

La “Direttissima” del Moregallo

La “Direttissima” del Moregallo

Domenica mattina di luglio: un caldo terribile. Il paradosso è vivere ad un chilometro in linea d’aria dal Lago e tecnicamente non riuscire a sfruttarlo. La costa che risale da Parè, frazione di Valmadrera, fino ad Onno, frazione di Oliveto Lario, è infatti “logisticamente” un problema su cui continuo ad “incartarmi”. Il tratto di strada, la provinciale SP583, che collega le due frazioni è lungo 11 chilometri ed attraversa due nuove e lunghe gallerie. La prima di 1,7 chilometri, la seconda di 2.3 chilometri. La vecchia strada statale, che correva lungo la riva del lago, è oggi chiusa e quasi completamente impraticabile, nel senso che il primo tratto di strada è diventato privato ed è solidamente recintato. Neppure “ravanando” è possibile aggirare questo blocco lungo la riva: forse solo a nuoto, tenendosi ben lontani dal cantiere navale, si riesce a passare!

Curiosamente la parte “insensatamente” privatizzata appartiene al comune di Valmadrera mentre il resto della vecchia strada, oggi in abbandono ma praticabile a piedi, appartiene al comune di Mandello del Lario che, sebbene sulla riva opposta del lago, vanta storici diritti sui territori del Moregallo.

Le due nuove gallerie impongono quindi di accedere alla sponda orientale solo a Parè, prima della prima galleria; in località Moregallo, tra le due gallerie; alla spiaggia delle Moregge, dopo la seconda galleria. Purtroppo a queste limitazioni se ne devono aggiungere altre due: la prima è un cronico affollamento estivo di tutta la zona, la seconda è la scarsa possibilità di parcheggio, oggi anche a pagamento. Anche volendo affrontare due chilometri di provinciale chiusi dentro una trafficata galleria, una camera a gas, sarebbe comunque impossibile: la galleria, per problemi all’impianto di illuminazione, è interdetta tanto ai pedoni quanto alle biciclette. Quindi la macchina ed il parcheggio a pagamento sono l’unica soluzione diretta.

Tutto il versante Est del Moregallo è caratterizzato da grandi pareti verticali e, come se questo non bastasse, ci sono ben quattro cave che “aranano” i già difficili fianchi della montagna. Per questo motivo non vi è un sentiero che corre a mezza costa da sud a nord. Al momento l’unica soluzione possibile e ufficiale è il sentiero 50° Osa che dalla bocchetta di Sambrosera, a 1192m di quota sulla cresta del Moregallo, compie una lunga discesa superando la Parete Nord e raggiungendo il lago tra il Rapanui e l’Avalon. Quindi, solo andata, sono oltre 1000 metri di dislivello ed oltre 6 km di sviluppo per ovviare ad un impraticabile strada di 2 chilometri pianeggiante a bordo lago!

Inevitabilmente tutta quella zona, osservabile solo dall’altra sponda del lago e quindi lontana da occhi indiscreti, è territorio di “saccheggio”: quando in cava, il 6 marzo 2015 si sono lasciati prendere la mano con le mine, per il boato che ne è derivato se la sono fatta sotto anche a Lecco. Così, giusto per dire… (LeccoNotizie: Boato sul lago, tanta paura)

Le alternative al 50° sono poche, selvatiche e spesso non offrono alcun vantaggio se non quello di “pericolare” negli angoli più fieri del Moregallo. C’è infatti il “Sentiero della Teleferica” (un’avventura!), quello “del casotto dal lago” (un’altra avventura!) e più a nord tracciati dei mufloni e dimenticati sentieri sulla sinistra orografica della valle delle Moregge. In ogni caso è necessario raggiungere la cresta del Moregallo oltre i 900 metri per poi poter scendere.

Nello scorso inverno, agli inizi di Dicembre, mi sono avventurato ad esplorare una possibile soluzione che, più o meno a quota 400, riuscisse a vincere gli ostacoli attraversando orizzontalmente tutto il versante. La prima parte della mia esplorazione è stata vertiginosa ma di successo: molti “sentieri” tracciati dagli animali attraversano orizzontalmente fino a raggiungere la cresta a quota 400: il sasso Preguda è a quota 630, quindi questa linea è decisamente “bassa” ma sufficientemente alta per accedere all’anfiteatro roccioso che “ospita” la cava al di sopra della sua linea di scavi.

Quella zona è bellissima e probabilmente, al di sopra della cava, è assolutamente “vergine” del tocco umano. Ci sono un paio di linee che, attraverso la roccia a strati ed i prati strapiombanti, può essere inseguita per raggiungere la cresta opposta, dove corre il sentiero del casotto. Il prossimo autunno, quando l’erba sarà seccata ed i serpenti avranno smesso di pascolare per prati, ho intenzione di continuare la mia esplorazione. Ovviamente serviranno corde e chiodi per riuscire a raggiungere l’altro lato ma, se mai ci riusciremo, avremo superato i primi due grossi ostacoli: la prima cava e la prima galleria. Da quel punto, attraverso il sentiero del Casotto e quello della Teleferica si potrebbe proseguire orizzontalmente fino al grande (e temibile) canalone che scende a valle a sinistra della parete del Tempo Perduto. Se anche questo secondo “problema” fosse risolto il nostro viaggio potrebbe continuare in orizzontale fino alla base della Parte Nord.

Mentre rifletto sulle possibilità e sulle difficoltà non posso che pensare ad Eugenio Fasana, il grande alpinista che stato il capostipite degli arrampicatori dell’Isola Senza Nome. Sua è infatti la prima storica via d’arrampicata sull’omonima parete del Corno Centrale realizzata il 30 Giugno del 1910. Pensavo a Fasana perchè fu sempre lui, nell’Ottobre del 1911 , a tracciare l’avventurosa linea su cui oggi corre la celebre Direttissima che in Grignetta collega i Resinelli con il rifugio Rosalba. Quella linea avveniristica, tra canali repulsivi ed allora inesplorati, oggi è uno dei sentieri più noti e frequentati della Grignetta. Certo, oggi ci sono cavi in metallo, pioli, scale e probabilmente ben pochi si rendono conto di cosa possa significare affrontare quel percorso senza tutte quelle “correzioni” umane che furono introdotte dal Cai Milano nel 1923.

La direttissima di Fasana e la mia esplorazione attraverso il Moregallo per certi versi si assomigliano molto: un’avventura ed un’esplorazione “diversamente” alpinistica. Ma quale potrebbe essere il suo futuro? Per quanto io sia contrario ai cavi metallici, alle catene ed al trapano non è possibile negare il ruolo dell’attuale direttissima nello scenario della Grignetta. Il Moregallo però è aggredito da quattro cave, qualcosa che ha decisamente un impatto esponenzialmente più violento delle mie consuete remore etiche. Un sentiero attrezzato, fosse anche con passaggi da vera e propria ferrata, segnerebbe un limite invalicabile alla salita della cave ed una maggiore frequentazione permetterebbe una maggiore vigilanza. Spalancare le porte di un mondo segreto o lasciare che sia consumato in silenzio? Forse il compromesso è accettabile, di certo avrebbe un senso ed uno scopo forse più nobile di molte altre ferrate “ludiche” del territorio lariano. (A partire da Gamma1 fino alle nostrane Belasa, Venticiquennale Canzo e Trentesimo Osa…)

Così, mentre attendo il ritorno dell’autunno, fantastico su cosa potrebbe essere fatto. Cosa accadrebbe se le avventate esplorazioni dei Tassi del Moregallo riuscissero a raccogliere il sostegno delle storiche realtà dell’Isola: la OSA, la SEV, il Cai di Valmadrera così come quello di Canzo ed Asso. Forse persino i Corvi di Mandello, a cui appartiene ufficialmente quella zona, potremmo esserne interessati. Chissà, forse unendo tutte le forze e tutti i talenti, si potrebbe creare la nostra direttissima, chiudere il cerchio attorno al Moregallo e presidiare una parte del nostro territorio spesso abbandonato.

Davide “Birillo” Valsecchi

Torrione Fiorelli: Tessari e Bramani

Torrione Fiorelli: Tessari e Bramani

Mattia mi chiama al telefono, è un po’ che non ci sentiamo e chiacchieriamo un po’ della vita “civile”, della quotidianità, del lavoro. Poi la domanda classica “Sabato Torrione Fiorelli?”. Pondero e ribatto “Tessari?”. “Sì, ma rapidi e veloci che ho i bimbi a casa” “Okay, solito orario al parcheggio?” “Sì, le corde le ho io” “Bene, andata. A domani!”. Ci si dilunga spesso sulle futilità solo per essere spicci nelle cose serie.

Il Torrione Fiorelli era qualcosa a cui avevamo pensato già da un po’. Un Imponente torrione sul versante Sud Est della Grignetta, oltre il Canale Porta, isolato dal consueto affollamento di cordate che contraddistingue il web-end a monte dei Resinelli. I fratelli Franco e Giorgio Tessari sono, nel senso latino di “primi tra i pari”, due “princeps” dell’Isola Senza Nome: ripetere la loro via del 2007 era un omaggio alla tradizione. L’idea originale era sfruttare l’esposizione a sud in qualche giornata d’autunno, ma in fondo ci sentivamo abbastanza “rapidi e veloci” da sfuggire alla morsa del caldo.

I grandi prati alla base del pendio su cui innalza il Fiorelli sono un’angolo della Grignetta davvero molto bello e poco frequentato. Il torrione, estetico e slanciato, è la struttura più appariscente di un gruppo decisamente interessante e misterioso. Ivan me ne aveva parlato spesso in passato, oltre ad aver “liberato” la Boga alla fine degli anni 80 aveva esplorato tutta quella zona: in uno scenario simile, con la gioventù dalla sua, c’è da “tremare” pensando quale magia può aver combinato da quelle parti il nostro agguerrito “vecchiaccio”!

Noi imbocchiamo il canale salendo verso la grotta alla base del Torrione. I ricordi scivolano verso la Val di Mello quanto, puntando all’attacco di Luna Nascente, ci eravamo infilati dritto per dritto lungo una cascata. La prima di una lunga serie di stramberie che, per arrembante ingenuità, ci portano a chiudere la via in “conserva” perchè, per distrazione, “mancammo” una sosta di uno degli ultimi tiri. “Errori” e “soluzioni” che a distanza di anni, fortunatamente, ci fanno ancora sghignazzare complici.

L’attacco della via è un diedrino erboso che rimonta di traverso verso sinistra su roccette. Io pregusto la “mastrufolata” ma Mattia, abbagliato da uno spit e da delle traccie di magniesite, decide di rimontare dritto per dritto sulla roccia. A metà dello spigolo la magnesite sembra ripiegare verso il canale erboso, probabilmente spaventata dalla roccia compatta e dalle zolle d’erba che si scrostano. Mattia pianta un “chiodino” e continua su per il dritto: ”Già che siam qui….” Il primo tiro diventa qualcosa di decisamente più complicato di un III° ed invece di tirare piacevolmente ciuffi mi tocca lavorare sulle tacchette.

Il secondo tiro invece torna regolare, ma di magnesite non ci sono altre tracce. Roccia tutto sommato buona, con molte belle clessidre ed un vecchio chiodo artigianale realizzato saldando un pezzo di ferro a T ed un anello metallico realizzato con i tondino d’armatura. Un contrasto che è uno schiaffo in faccia a mano piena contro tutte le manfrine high-tech dei rinvii con moschettoni ultra-light su cui si basa oggi il marketing per acchiappare i “climber warrior” moderni.

Il terzo tiro le cose si fanno decisamente più complicate. Ci si alza verso sinistra, poi si traversa verso destra per raggiungere la base della fessura strapiombante che è “nominalmente” il passaggio chiave della via. Mattia si alza, allungo l’ultimo chiodo con una fettuccia, lo rimonta e poi parte per il lungo traverso. Io da sotto smadonno silenziosamente calcolando quanto quel traverso, con quell’ultima protezione allungata, possa trasformarsi in un pendolo d’antologia horror per il secondo.

Mattia alla base della fessura prova ad alzarsi guardandosi intorno: “Strapiomba un sacco: tentarla in libera è una rogna, se cado batto diretto sul terrazzino”. Così iniziamo a manovrare di concerto. Si alza e la scelta si rivela quella giusta. Forse manca un chiodo nella parte centrale o forse il passaggio obbligato è più lungo di quanto ci si aspetterebbe. Mattia piazza a un nut: proviamo a caricarlo e sembra tenere. Lavoriamo con le corde mentre si allunga leggero verso l’alto ed in equilibrio riesce ad agganciare il chiodo successivo. “Fiuuu… era un po’ che non provavo questa sensazione. Sembra di essere tornati ai Corni!”. Mattia, nella sua versione da “risolutore spleo”, chiude il passaggio, rimonta lo spigolo e scompare alla mia vista. “Davide: Sosta!” “Mattia: Libera!” “Davide: quando vuoi!” “Mattia: Vengo!”. La nostra voce fa il giro della valle e riusciamo a parlarci solo attraverso l’eco. Lui non mi vede ed io non vedo lui.

Il traverso è una gran rogna e l’ultimo chiodo è una trappola. Devo riuscire a rimontarlo senza sganciarlo. Devo, con la corda che mi tira dal basso, trovare il giusto equilibrio e le giuste prese per sganciarlo in mezzo alle gambe prima di affrontare il traverso. Se faccio diversamente, se lo gancio prima di rimontarlo, rischio di tirarmi un pendolo verso fanculandia di sei metri con la corda che canta un requiem su una tastiera di spuntoni rocciosi. “Putt*** Eva! E poi dicono che da secondo è tutto facile! Fanculo”. Parto, disimpegno la rogna del chiodo ed attraverso leggero. La seguente fessura strapiombante, da secondo con la corda verticale dall’alto, diventa per me la parte  meno impegnativa del tiro.

Ci ritroviamo sulla cengia erbosa attaccando il quarto tiro. “La roccia non ha una bella faccia qui…”. Lame spuntano verticali tra l’erba puntando ad un incassato diedro obliquo verso sinistra. “Mattia, e se ce ne andassimo a bere la birra passando dai prati?” “Ma va, due tiri e siam fuori, il duro è fatto”. Dieci minuti più tardi Mattia è nel diedro e smadonna: “Si muove tutto: non so se seguire il diedro o rimontare”. Alla fine segue il diedro e trova un chiodo sulla parte finale. “Pare proprio sia qui, ma sto muretto è duro da risalire”. Si alza un po’, si allunga e pianta un universale, poi si alza. “C’è un fittone lassopra, forse è la sosta”. Si allunga ancora e pianta un knifeblade, poi rimonta. Due movimenti ed è in sosta: un fittone con una curiosa catenella ed un chiodo da collegare oltre lo spigolo.

Quando arrivo al diedro mi ritrovo nuovamente in un pendolo-dromo: “Putt*** Eva!”. La corda mi è nemica e mi lavora contro: cerco di alzarmi al di sopra del dietro, per appigli solidi, cercando di accorciarla, poi mi riabbasso per afferrare con la sinistra l’unica presa buona nel diedro, abbasso la spalla destra incastrandola sotto lo spigolo allungando verso l’alto il braccio destro mentre i piedi spingono in appoggio cercando di tenermi quasi disteso nel centro del diedro. Mi allungo, afferro qualcosa che tiene con la destra, lascio che il barricentro “pendoli” il culo fuori dal diedro e con due movimenti controllati mi raddrizzo in linea con la corda: “Fanculo i traversi!” Sghignazzo. Supero il chiodo di via e raggiungo il primo chiodo piazzato da Mattia.

“Okkio che quel chiodo è quello Eghen!” mi dice Mattia dall’alto. Quel chiodo, dopo la notte di battaglia nel Camino dell’Eghen, era rimasto un anno intero nella roccia in cui lo avevamo piantato durante la nostra roccambolesca fuga dalla montagna. Mattia, contrariamente ad ogni mio suggerimento era tornato in solitaria e, equipaggiato speleo, si era calato dall’alto solo per recuperarlo. Mattia è fatto così, è un uomo dai solidi e bislacchi principi.

Il chiodo è un Kong Univesale, un Athos di media lunghezza. L’occhiello era incassato oltre una lama di roccia che si oppone mentre cerco di estrarlo. Solitamente uso un vecchio moschettone per tenere il chiodo mentre batto con il martello. Tuttavia, visto che non viene, tolgo il moschettone e faccio leva con la becca della mazzetta. BLAM! Senza alcun preavviso il chiodo schizza via e piomba verso il basso precipitando sulla cengia erbosa. Sì, avevo appena perso il “chiodo magico” di Mattia.

“Ma no!!! Ma osti!! Ho visto dove è caduto! Ti calo e lo vai a riprendelo!” Brontola sconsolato Mattia dall’alto. “Fanculo! Io mica lo rifaccio sto tiro! Senti un po’, ne ho a casa cento uguali: te ne do uno e siamo pari”. Mattia brontola, ma poi si rassegna “Vabbè, se me ne dai uno uguale io farò finta sia quello dell’Eghen”. Quando ho deciso di diventare un mercante di chiodi non avrei immaginato di dover trattare anche appeso in parete!

Lo raggiungo in sosta e mi preparo. “Devi scavalcarmi?” “No, la via va a sinistra?” “Sinistra?! In quel merdaio di rocce rotte? Non gira su questa placca a destra uscendo a sinistra da quel tetto?” “Ma sei fuori, su quella placca non ci si può proteggere!” “Hanno piantato fix e fittoni, vuoi che non abbiano messo qualcosa per risolvere su roccia buona?” Così, indecisi sul da farsi estraiamo la fotocopia della relazione della “Scuola Guido della Torre” (purtroppo non ho la relazione originale pubblicata su Vertice 2007): “salire l’evidente fessura a sinistra della sosta, non impegnativa ma a tratti friabile (chiodi), segue una breve muretto verticale (fittone), poi un breve tratto su roccette e detriti porta alla base di breve diedrino liscio da affrontare con decisione. Sosta su chiodone cementato con cavo d’acciaio, da rinforzare con friend piccolo nella fessura poco più sotto. Attenzione alla qualità della roccia, da verificare sull’intera lunghezza. Prestare molta attenzione ad un masso instabile posizionato alla base del muretto verticale.” Ecco: mancano solo i cecchini ed una pioggia di rane…

Allungo il naso e guardo il primo passo a sinistra: roccia brutta sopra un vertiginoso abisso. Il caldo comincia a farsi sentire e quel tipo di roccia consuma tempo con la stessa costosa intensità con cui il mio vecchio Subaru brucia benzina. Infilarsi in una rogna a rebattone di sole davvero non mi allettava. “Ma noi non ne abbiamo mai abbastanza? Non ne abbiamo già mangiata abbastanza di roccia marcia nel corso degli anni?” Brontolo mentre Mattia sembra indeciso, poi gioco il Jolly: “E se ci caliamo ed andassimo a bere la birra passando per il prato? Evitiamo sta rogna e recuperiamo anche il chiodo!” Senza il chiodo le mie possibilità di convincere Mattia a mollare una via all’ultimo tiro sarebbero state nulle, ma quello in fondo era il “chiodo magico dell’Eghen”.Placidamente sull’erba attendo Mattia pregustandomi la birra. I Corni, all’orizzonte alle nostre spalle, sembrano prenderci in giro dalla distanza: “Bigoli! Siete proprio bravi voi due… Tutta quella strada per infilarvi nella roccia marcia? Qui a casa ne avreste trovata quanta ne volevate! heheh …Bigoli!!”. Come dare torto ad una montagna? Poi attraversiamo la cengia erbosa e ci troviamo alla grande grotta ad arco in cui attacca la via di Bramani del ’26. Un camino percorso in discesa da Giacomo Fiorelli nel 1904 e da cui prende il nome tutto il torrione. Ci fermiamo un istante all’attaco. “Però… essere qui davanti ad una via di Zio Vitale e non farla…” Zaini a terra infiliamo nuovamente le scarpette. Vitale Bramani è lo straordinario compagno di Eugenio Fasana, capostipite, “primo tra i primi”, degli arrampicatori dell’Isola Senza Nome: concatenare una Tessari ed una Bramani significava chiudere un cerchio nella tradizione, non potevamo sottrarci!

Il camino è gioia pura. La roccia assomiglia a quella del pilastrello e si sale senza prese, tutto in spaccata ad incastro. Movimenti classici, atletici ma eleganti. Superiamo il sasso e ripartiamo oltre lo spigolo addentrandoci nella bellezza della placca successiva. La mente non può che rimanere affascinata nel vedere cosa erano in grado di fare negli anni trenta i grandi pionieri dell’arte verticale. La serenità di essere su un capolavoro travolge ogni difficoltà: “Se sono passati loro per ogni problema esiste una sua soluzione, bella ed elegante, da comprendere”. Arrampicavano con gli scarponi o con le pedule, con corde che erano canaponi, moschettoni che erano anelli in ferro e ferracci come chiodi. Eppure la natura sembra aver premiato il loro eroismo regalano loro l’inaspettato di cui avevano bisogno: passaggi tutt’altro che banali, spesso vertiginosamente esposti, che si risolvono con una solida presa quasi invisibile, ma sempre presente. Rimonto oltre un masso in opposizione con un movimento che sembra quello riflesso dell’arco di kundalini, poi chiudo le spalle e a cavatappi infilo un braccio verso l’alto alla cieca, trovo una presa e mi avvito passando oltre. Oltre uno spigolo una serie di piccoli appoggi sembra formare un’esile ballatoio, una piccola presa di dita a sinistra, ci si sfila sullo spigolo lungo il ballatoio e poi fessura a tornare. Roccia solida, compatta, movimenti sempre logici, eleganti, arditi ma sicuri. Gioia, gioia pura! Le vie degli anni trenta, quando non diventano aceto, sono pregiato vino d’annata!

Dalla croce in vetta al Torrione, ci si cala con tre doppie un po’ oblique lungo la linea della normale. Questa via, del 1906, corre tutta nella falsa protezione di un camino e mostra come, con mezzi dell’epoca, gli arrampicatori di quel tempo avessero un “pelo” ed un coraggio oggi forse impensabile. Invece la vecchissima via originale, oggi quasi completamente dimenticata, corre probabilmente nel camino visibile dal basso sul lato Est alla cui base si accede proseguendo verso destra lungo la cengia erbosa da cui siamo usciti noi. Conoscendo la “cricca” e la mentalità dell’epoca quel camino avrà probabilmente caratteristiche simili a quelle del camino sulla Parete Fasana qui ai Corni (quarto grado che agghiaccia ed intriga!!).

Quindi birra ai Resinelli e poi giù, doccia e grigliata in giardino con il resto dei Tassi del Moregallo. 

Note: la Guida LarioRock Pareti, la guida “per i milanesi che rientrano in elisoccorso chiedendosi cosa sia andato storto”, liquida brevemente la Tessari come una via di 6a+, 5a obbligato, aggiungendo: “via recente che sale l’estetico spigolo sud su roccia da buona a ottima. Chiodatura sicura mista chiodi e spit. Arrampicata fisica mai troppo impegnativa. Consigliata.” Mavaffanculo ai fenomeni della carta stampata… A casa mia un 5a è Visitor2 a Scarenna: salvo l’unto tutti, con un po’ di pratica, possono riuscire a superarlo in sicurezza. La Tessari è invece una via in ambiente con un severo passaggio di VI+, tutto lo sviluppo richiede esperienza sufficiente per individuarne i pericoli e le difficoltà. Una via alpinistica su roccia da comprendere. Ma, in ultima analisi, è proprio questa la sua bellezza: la possibilità di confrontarsi ed imparare dalle scelte dei fortissimi fratelli Tessari. Non c’è nulla di “sportivo” in quella via, quindi dimenticate la becera scala francese e tenete bene a mente quella U.I.A.A. (la Welzenbach aperta). Portatevi il martello e fate riferimento alla relazione originale di Vertice 2009 (vedrò di recuperarla) oppure a quella della Scuola Guido Della Torre (sempre molto precisa e ponderata). Per la Bramani o la Normale potete fare riferimento ai Sass Baloss, sempre corretti ed onesti nelle loro relazioni. Concatenare la Tessari e la Bramani si è dimostrata una soluzione molto appagante che, in Grignetta, può darvi un ampio assaggio dell’arrampicata sull’Isola Senza Nome.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il suo nome è Robert Paulsen

Il suo nome è Robert Paulsen

“Questa è una persona! Un mio amico! Voi non lo seppellirete in giardino!” Tayler Durden, quello sfigato, era fuori di sé mentre osservava il corpo esanime di Bob, steso sul tavolo della cucina con la testa ridotta ad un cratere. ”Signore, è stato ucciso mentre serviva il progetto Mayhem.” Le scimmie spaziali, i suoi dissennati accoliti, i disperati che lo avevo eretto a leader, sembravano non capire la follia di quel momento. “Questo è Bob!” Urlò sconsolato Tayler alla folla di squilibrati che lo circondava e che egli stesso aveva raccolto tra le mura della sua fatiscente casa occupata. “Signore, nel progetto Mayhem non abbiamo nomi.” Uno dei suoi soldati si fece avanti rispondendo come se quello fosse un test. Gli occhi di Tayler si sgranarono in un furia disperata. “Ora ascoltatemi bene! Questo è un uomo, e ha un nome, e il suo nome è Robert Paulsen, ok?! Robert Paulsen. E’ un uomo ed ora è morto per tutti noi. Capite?!” Per un attimo tutti rimasero in silenzio, osservando il loro leader prostrato sul cadavere del loro compagno. “Io capisco.” Si fece avanti uno dei presenti: ”Nella morte, un membro del Progetto Mayhem ha un nome e quel nome è Robert Paulsen”. Tayler, travolto dall’incubo a cui aveva dato forma, si mise le mani tra i capelli mentre i suoi soldati iniziarono a ripetere ossessivamente all’unisono: ”Il suo nome Robert Paulsen”.

Stavo arrampicando sulle spalle dei “due troll”, due fatiscenti e friabili speroni di calcare a poca distanza dalle più solide e splendenti “rocce degli elfi”. Ero ad un paio di metri d’altezza, in equilibrio sui piedi mentre con le mani sondavo la resistenza delle prese. I due Troll sono roccia “marcia” avvolta dal muschio e dalle piante, spesso nemmeno la vegetazione sembra riuscire a tenere insieme quel cumulo di sassi che si alza per quasi cinque metri dal fondo del bosco. Un tempo, qualche millennio fa, dovevano essere massi spettacolare, ma ora le intemperie ed il mondo vegetale si sono infiltrati tra le pieghe dei suoi strati trascinando verso il basso i suoi fianchi rocciosi. Tuttavia mi piace arrampicarci sopra: restare immobile, mantenere posizioni scomode e valutare con attenzione ogni gesto nel mondo che lo accoglie. Non puoi arrampicare di forza, devi distribuire il peso, scivolare leggero sul ogni passaggio. Poi, sopra o sotto, qualcosa si stacca comunque: tloch! tlach! Ma se sei stato furbo, se hai ponderato bene la tua strategia, riesci a cavartela comunque. L’equilibrio nella follia: padroni del proprio destino in un mondo fragilmente in trasformazione. Una sensazione che vale la pena sperimentare.

Arrampicavo, in salita ed in discesa, sul crinale destro. Poi con un lungo traverso in discesa verso sinistra sono sceso dal piccolo tetto fin dentro lo stretto camino di sassi incastrati. In opposizione rimonto, poi allungo un braccio appoggiando il fianco ad uno delle pareti, afferro qualcosa di solido e risalgo verso l’alto avvitandomi tra i massi. Se qualcuno mi avesse visto in quel momento sarebbe rimasto stupito nel veder fare qualcosa di tanto inutilmente strano in mezzo ad un cumulo di sassi.

Oltre il camino una sorpresa, una profonda grotta si inabissa tra i sassi incastrati stringendosi fino a diventare poco più di un piccolo buco. Ci infilo la testa dentro ed inizio a curiosare in quella che è evidentemente diventata una tana. Poi, in mezzo al fogliame depositatosi sui lati, trovo un cranio. “Oilà! E’ tu chi sei?”

Non ne avevo mai visto uno e ci sono voluti un paio di giorni per avere la conferma che quello sconosciuto munito di zanne è in realtà un tasso: la cresta ossea, tra tutti i dettagli, ne è la prova più evidente. “Un teschio di Tasso…”. La cosa mi dava molto da riflettere: ogni volta che girovago tra i sassi erratici della valle mi imbatto in una tana di Tasso e questo consolida la scelta di aver chiamato il nostro gruppo “Tassi del Moregallo”. Imbattersi nei resti di un tasso morto non è quindi qualcosa da prendere alla leggera. “No, questo non è un semplice tasso: è un Tasso del Moregallo. Il destino ci ha fatto incontrare: il suo nome è Robert Paulsen!”

Davide “Birillo” Valsecchi

Eccovi alcune foto di “Bob”:

Viaggio ad Occidente

Viaggio ad Occidente

Nella mia mente un pensiero fulmineo: “Birillo, è tempo di andare a vedere la Est del Rosa!”. Le parole escono quasi da sole: “Amore, che ne diresti di andare in gita a Macugnaga? Potremmo fare due passi fino ad un bel laghetto di montagna ai piedi del Monte Rosa. Sì, sì …quello che si vede dai Corni e si tinge di rosso al tramonto, soprattutto d’inverno!”. Da Valmadrera a Macugnaga con la mia vecchia Subaru ci sarebbe voluto un mutuo per pagare la benzina e non sarebbe stato da escludere un rientro con il carro attrezzi per la vecchia e gloriosa Impreza Awd. Con il Duster di Bruna, nuovo di pacca, le possibilità di andare e tornare erano invece piuttosto buone!

Sveglia alle cinque e mezza ci mettiamo in strada alle sei: Valmadrera-Giussano sulla SS36, poi fino a Cermenate per imboccare la temuta A36 fino a Gallarate, da qui con la SuperStrada Europea E62 dritto per dritto fino a PiedeMulera e quindi su per la tortuosa Valle Anzasca fino a Macugnaga. Due ore e mezzo di strada: un viaggio davvero insolito per uno stanziale dell’Isola Senza Nome cronicamente allergico alla guida!!!

La temuta Pedemontana è una strada quasi deserta, scorrevole e moderna. Il suo spaventoso pagamento on-line si è rivelato davvero poca cosa: vai sul sito, inserisci il numero di targa ed un email, aspetti qualche istante e via e-mail ti arriva un link dove pagare con la carta di credito. Si ha tempo 15 giorni per farlo ed il costo è stato di 4.8 euro. Anche la E62, che unisce Genova e la Francia passando dal Lago Maggiore e dalla Svizzera, è una buona strada moderna e a gallerie. Sia all’andata che al ritorno era scorrevole ed affollata il giusto. Pedaggio 5.50 euro.

Perchè tutti questi dati? Perchè il Monte Rosa è la montagna che rapisce la mia fantasia ogni volta che raggiungo una cima dell’Isola Senza Nome. In autunno mi siedo sui prati sommitali del Moregallo e mi fermo ad osservarla. Nelle mattino d’inverno, con la neve in cima ai Corni dopo aver risalito la cresta del passo della vacca, ti giri e la vedi brillare come un miraggio.

Ma a giusta ragione quell’immagine ci cattura: il versante del Monte Rosa che noi osserviamo è la Parete Est, l’unica parete Himalayana di tutto l’arco alpino, 2600 metri di dislivello per una larghezza complessiva di quasi 4 km. I Tassi del Moregallo, “non so come, non so quando, non so chi”, ma scriveranno un capitolo importante della loro storia sul quel miraggio all’orizzonte. Per questo vorrei che la nostra scombinata compagni riuscisse a conoscere e frequentare con assiduità quella valle così lontana e così vicina. Ecco spiegato il perchè dei miei “conti della serva”: servono per pianificare le nostre future spedizioni ad Occidente.

Compagna di questo mia primo incerto sopralluogo non poteva che essere Bruna: grazie Moglie! Arrivati a Macugnaga il tempo sembrava avverso, le nuvole erano basse e dense, la grande montagna era coperta. Poi il sole di Luglio ha iniziato a filtrare tra le nuvole e con fare imperioso ha liberato la valle mettendo a nudo la parete.

Solo allora i ricordi sono tornati alla memoria perchè, in effetti, a Macugnaga c’ero stato già altre tre volte in passato. La prima, fino al rifugio Zamboni, durante un raduno dell’alpinismo giovanile: avrò avuto 8 anni, ricordo solo un gran caldo e le seggiovie che ci passavano sopra la testa. La seconda, fino al lago di Locce, sempre con una gita dell’alpinismo giovanile: ma avrò avuto 12 anni e per la gran nebbia non credo di essermi nemmeno reso conto dell’infinita parete che avevo sopra le testa. Ricordo solo Laura Broglia che si lamentava proprio perchè non si vedeva nulla. La terza in prima liceo come gita scolastica alle vecchie miniere d’oro: ricordo solo il viaggio in pullman ed il gioco della bottiglia in cui ho vinto un bacio a stampo ad Eleonora. Ricordi della parete Est nemmeno l’ombra!

“Bru, sei mai stata su un ghiacciaio?” “No”  “E su una morena glaciale?” “Neppure” “Okkey, allora vieni con me”. La fiumana di persone che da Pecetto era salita con la seggiovia ora era davanti a noi incolonnata sul sentiero che risale allo Zamboni. Così, per cavarci da quell’ingorgo umano, ho iniziato a seguire una flebile traccia che correva lungo il bordo della cresta morenica. “Mi raccomando, fai attenzione. Non dobbiamo mollare sassi sui turisti da un lato e dall’altro non dobbiamo franare giù sul ghiacciaio.”  Nonostante le miei precauzioni quell’esile traccia, snobbata da tutti, era in realtà più solida e sicura di quanto io stesso sospettassi. La linea moriva in cima ad un promontorio da dove, per via delle frane e della morena, era impossibile proseguire. “Ti piace qui Bruna? Facciamo colazione”. Ci siamo sdraiati sopra un grosso sasso e, lontano da ogni sguardo, ci siamo accoccolati al sole godendoci un panorama eccezionale: quella traccia abbandonata ci aveva infatti condotto in un’isolato terrazzo davanti al cuore della Parete Est.

Placidamente sdraiati davanti alla parete Est che brillava al sole mentre le nuvole, quasi a celebrare la nostra visita, sembravano non riuscire a scavalcare il crinale da nord. Lontano dal vociare dei gitanti diretti allo Zamboni potevamo finalmente “ascoltare” la grande montagna. La Est ha da subito messo le cose in chiaro: il rumore di sassi e ghiaccio che frana a valle era costante e quasi senza interruzione. La grande frana sotto la Punta Tre Amici sembrava senza sosta e, nonostante la grande distanza, era possibile vedere ad occhio nudo le enormi rocce, probabilmente grandi come automobili, che rotolavano rimbalzando verso il ghiacciaio e la morena sottostante.  

Nelle lenti del mio binocolo la magnificenza delle cornici e dei pensili era impressionante e sorprendente. “Incredibile, il papa è passato di là. Accidenti, devi avere un culo della Madonna per infilarti in quel casino!” Papa Achille Ratti, Pio XII, è infatti il famoso Papa Alpinista crescito ad Asso, sulle montagne dell’Isola Senza Nome e della Grigna. In gioventù risalì la Est del Rosa proprio per il temibile Canalone Marinelli raggiungendo la Punta Doufur. Con lui quella volta Giovanni Gandin, la celebre Guida della Grigna e dell’omonimo camino ai Corni. E lì accanto la via Brioschi, lungo la Punta Nordend, tracciata dallo stesso Luigi Brioschi a cui è dedicato il rifugio in cima alla Grigna. E poi la via dei Francesi, le vie di Zapparoli, le solitarie di Hermann Buhl, di Gonga. Quel mondo imponente, terribile e meraviglioso si dischiude e per un attimo mi inghiotte rubandomi il respiro.

Per un istante è di nuovo un pomeriggio d’inverno, un cupo, gelido e solitario momento ai piedi della Parete Fasana del Corno Centrale. Un’istante in cui il cuore inizia a pulsare più forte e la paura si trasforma in uno strano coraggio fatto solo di insensata determinazione: “Prima o poi salirò di qui”.  

Bruna dorme accoccolata sul mio fianco, godendosi quello strano contrasto tra la roccia fredda ed il sole caldo. Le accarezzo il viso senza distogliere lo sguardo dalla grande parete. “Un giorno, il giorno giusto. Non so come, non so quando, non so chi: ma verremo. A piccoli passi, ma saremo qui. Grande parete imparerai a conoscerci, con pazienza e dedizione ci faremo accettare. Ascolteremo i tuoi segreti, i tuoi umori, la tua rabbia e la tua gioia. Forse sarò io, forse la mia gente, forse la progenie dell’Isola, ma te lo prometto: balleremo insieme e la tua storia diverrà la nostra.”

Davide “Birillo” Valsecchi

L’alpinismo è un’attività sfiancante. Uno sale, sale, sale sempre più in alto, e non raggiunge mai la destinazione. Forse è questo l’aspetto più affascinante. Si è costantemente alla ricerca di qualcosa che non sarà mai raggiunto (Hermann Buhl).

La Via “Dei Magnifici Quattro”: un anno dopo

La Via “Dei Magnifici Quattro”: un anno dopo

[TeoBrex] Il cielo era di un blu profondo, vivido, un blu introvabile nemmeno nelle acque dei mari e degli oceani più cristallini del pianeta. Parlo di quel colore che puoi ammirare solamente in Montagna, a certe altitudini ed in luoghi non proprio raggiungibili da tutti. Perché la Montagna non è per tutti come vogliono farvi credere; è solo per chi accetta lo sforzo fisico e mentale portato all’estremo, la fatica come insegnamento per crescere, la rinuncia come saggezza (se non riesci a salire non modificare la Montagna, modifica te stesso) e la roccia come mezzo per conoscersi in profondità. Tutto il resto sono solo chiacchiere sterili ed inutili. Punto.

Iniziò così quella giornata: chilometri di salita a piedi con gli zaini zeppi di ferraglia e cordini, centinaia e centinaia di metri di dislivello positivo, rocce di dolomia vergine, quattro persone pronte ad esplorarle per primi e quel blu… Mai più rivisto uguale. Le calme acque del piccolo lago riflettevano ed amplificavano quell’incredibile vividezza del cielo mentre ci avvicinavamo ai primi imponenti bastioni appena fuori dal magistrale anfiteatro naturale in puro stile dolomitico che ci si presentò dinnanzi.

Come sempre scherzavamo e ci prendevamo in giro lungo il cammino; eravamo carichi e felici della giornata appena iniziata e tutti contemplavamo la magnificenza, la pace ed il silenzio che quei luoghi, sconosciuti alla maggior parte della massa, emanavano.

Lungo le prime pareti esplorate Ivan saliva con stile magnifico portandosi legate all’imbrago le due mezze che sarebbero servite a Veronica per seguirlo da seconda ed a me per raggiungerli in sosta raccogliendo cordini, moschettoni, friends e nuts lasciati come protezioni; Giuseppe saliva in libera senza nemmeno avere addosso l’imbrago ridendosela come solo lui è in grado di fare.

Primi tiri molto belli e rilassanti nonostante la crudezza e la severità dell’ambiente che ci circondava. Prime vie liberate e roccia rimasta inalterata così come il grado di difficoltà, soste su naturale con cordini e discesa dai pratoni che partivano a picco dalle sommità dei bastioni appena esplorati. La Montagna rimase così come lo era prima del nostro passaggio, restò vergine.

Lasciammo questa meravigliosa zona per portarci alla base di alcune pareti molto alte e delicate, qui la compattezza della roccia non è più una sicurezza, ma qualcosa da valutare prima di ogni movimento, ogni minima DISTRAZIONE ora diventa pericolosa.

Ivan e Giuseppe seguivano il loro diverso istinto esplorativo partendo entrambi da primi in due diverse cordate, mentre io e Veronica da secondi li seguivamo recuperando il materiale utilizzato per la sicura, alla fine di ogni nuovo tiro ci si ritrovava tutti in cima cercando il modo migliore per scendere di quota e poi riportarsi alla base delle pareti.

Estate, le condizioni meteorologiche cambiano molto velocemente e pericolosamente quando ci si trova a certe altitudini, minacciose nuvole iniziavano ad apparire all’orizzonte mentre insieme decidevamo sul da farsi. Presagio? Scendendo dall’ultima via aperta, Giuseppe scorse una parete completamente diversa da quelle affrontate, è inutile aveva davvero un fascino irresistibile per forma e per sostanza.

Ivan si irrigidì subito, ancora non capimmo il perché, ma lui aveva già compreso che qualcosa sarebbe accaduto, alcune persone hanno un rapporto così stretto con La Montagna che a volte sembrano fondersi in una sola cosa con lei e lui è questo, difficile spiegarlo meglio, riescono ad abbattere la barriera dello spazio e del tempo per dare uno sguardo avanti nel futuro per evitare il peggio.

Ciò che ricordo fu questo, ciò che accadde me lo raccontò Ivan dopo alcuni giorni in una telefonata delle nostre…
Arrivati alla base della parete, Giuseppe cominciò a guardare in su, conoscendolo aveva già trovato la sua via molto tecnica ed estetica individuando i punti dove preparare le sue soste su naturale a prova di bomba.
Ivan era pensieroso, silenzioso e cupo come stava diventando il cielo in quel momento, non è da lui e la cosa mi lasciò un poco perplesso in verità, mentre preparavo le corde per fare da sicura a Giuseppe.

Dietro di me, su un sasso, Ivan spiegava a Veronica come utilizzare i cordini nelle clessidre e come allestire una sosta senza ausilio di fix o spit e di come a volte essere in quattro su tiri molto delicati può rappresentare un problema…

Giuseppe chiude magistralmente il primo tiro e prepara la prima sosta della via, giusto sotto un tetto che poi avremmo dovuto aggirare per montare su una parete laterale e partire col tiro successivo. La roccia è molto instabile, ma lui salendo più leggero e stiloso di sempre fa sembrare il tutto semplice e sicuro. Unico.

Mi da il segnale, parto cercando di assaggiare prima di ogni movimento la roccia, sembra che non voglia farsi toccare da me, sembra voglia spostarsi, inizio ad essere un po’ teso, qui si muove tutto ciò che tocco, non sono tranquillo e questo non mi piace.

Picchietto col palmo della mano una sporgenza che suona di vuoto, ma che sembra non essere troppo delicata se al posto di “tirarla” la volessi usare solo per appoggiarmi appena e cambiare postura per passare via velocemente quel pezzo troppo delicato per restare del tempo fermo nei paraggi, insomma non era il classico posticino tranquillo dove fermarsi un secondo e studiare la situazione. Appoggio appena il palmo della sinistra ed appena sopra “un televisore a tubo catodico da cinquanta pollici” decide di sganciarsi improvvisamente e di tentare di buttarmi giù. Un grave ERRORE di valutazione!

La mano sinistra resta schiacciata sotto tra il masso e la montagna nel mio vano tentativo di rimettere al suo posto e di non far precipitare al suolo quel gran pezzo ormai diventato troppo pesante da sorreggere, un dolore pungente al mignolo e la roccia che cambia colore diventando di un rosso vivo mi fa capire che ormai devo lasciarmi cadere e con me “la tv”, non posso più fare altro, nessuna scelta.

Coi piedi mi preparo, un colpo di reni ed eccomi appeso nel vuoto a pendolare dopo aver sganciato quella bomba come fossi il B-29 che sganciò la prima orribile arma nucleare della storia. E l’effetto poteva essere ugualmente tragico…

Guardo di sotto profondamente terrorizzato, ma non per ciò che mi è accaduto, ma perché laggiù sulla traiettoria del sasso c’erano Veronica ed Ivan. Ma questo mi verrà raccontato poi da Ivan dopo alcuni giorni, così come la dinamica completa dell’accaduto.

Dall’alto, serafico, Giuseppe annuncia fiero: «Tranquillo Teo, la sosta ha perfettamente tenuto!» «Già, evviva Amico!!!» Dolorante e provato raggiungo la sosta e dopo di me sani e salvi (non mi sarei mai perdonato se fosse accaduto qualcosa a loro) anche gli altri. Il dito della mano sinistra fa molto male (probabilmente è presente una frattura), il taglio sull’avambraccio destro è profondo; Veronica ed Ivan mi medicano con garze ed il solito nastro bianco multiuso per arrampicatori, mentre racconto a Giuseppe l’accaduto.

Decidiamo di proseguire, i tiri successivi sono impegnativi ma la roccia è più compatta e la cosa psicologicamente mi aiuta parecchio perché salendo dopo aver vissuto una caduta del genere non è stato per nulla semplice, la paura di disgaggiare di nuovo era diventata terrore puro. Con un poco di lavoro mentale ed alcune pause durante l’ascesa, sono comunque riuscito a concludere la via che richiederà un’altra sosta ed un’uscita meravigliosa che domina ogni vetta circostante.

Di nuovo tutti insieme, tutti a rimirare un paesaggio difficile da raccontare, meraviglioso e grave, terrificante e rilassante. Il nome che daremo alla via sarà: LA VIA DEI MAGNIFICI QUATTRO.

E non poteva essere altrimenti a conclusione di un’avventura del genere, una cordata magnifica ed una via magnifica.
Le nubi sempre più minacciose, ci fanno puntare dritti verso il primo rifugio a portata e subito ordiniamo birre e vino a profusione parlando della giornata trascorsa e di ciò che è accaduto. Ivan scherza, ma è molto pensieroso, ormai lo conosco e gli voglio un gran bene.

Giunti in valle ci concediamo un ricco aperitivo composto da prosecco e torte fatte ed offerte dall’unica Donna della spedizione, ognuno farà poi ritorno alla propria vita, alla propria casa…

Qualche giorno dopo Ivan mi chiamò per sapere come stavo, più che altro era interessato a come stavo di spirito e di mente e se avevo ben compreso quel che avevo fatto lassù in quei secondi e delle scelte che avevo preso senza pensare, ma solo seguendo l’istinto. «Ivan, ma di cosa stai parlando? Cosa avrei mai fatto? Scelte? Istinto? Ma che dici!!!» «Teo, brutta testa di lampadina che illumina le grotte, non ti sei nemmeno accorto di quello che hai fatto? Testone! Ho visto che hai picchiettato per vedere se la roccia era buona, ma hai mosso quel pezzetto che ha poi sganciato il sasso. La prima cosa che hai fatto, è stata di tentare di rimettere il sasso dentro con la sola mano sinistra, mentre con l’altra tiravi con tutte le tue forze per non cadere giù. Una cosa così non l’ho mai vista tentare da nessuno, solo tu potevi pensare ad una cosa simile, ma so perché lo hai fatto, in quel momento non pensavi a te ma a noi che eravamo sotto…»

«Poi hai fatto una cosa ancora peggiore, sei riuscito ad appoggiare il sasso sul tuo braccio destro in tensione per sostenerlo e poi farlo cadere alla tua destra, altrimenti sarebbe arrivato dritto sulla nostra traiettoria se lo avessi lasciato andare subito, hai rischiato di tagliarti la corda facendo così, oltre che ad esserti aperto l’avambraccio!»

«Certo, mica potevi sapere che mentre salivi io mi ero spostato di venti metri più a sinistra, avevo la netta sensazione che qualcosa sarebbe successo, lo sentivo ed ho dovuto anticipare gli eventi, in modo da evitare il peggio. Più volte ho detto a Veronica di spostarsi da là, ma sosteneva che nessuno e niente le avrebbe mai fatto del male, non quel giorno.»

«Alla fine l’ho convinta ed è stata con me alla sinistra della partenza della via. Quando hai mollato il sasso e ti sei lasciato andare dalla parete cadendo e restando appeso alla corda, ho visto che guardavi la traiettoria del sasso. Hai visto dove si sfracellato in tanti pezzi? Lo hai visto Teo, brutto vecchio millenario che non sei altro? Appena alla destra del sasso dove poco prima eravamo seduti noi della seconda cordata, terrificante.»

 LA MONTAGNA PERDONA GLI ERRORI, NON LE DISTRAZIONI.

Matteo “TeoBrex” Bressan

Le Mura del Funzi

Le Mura del Funzi

Quando ero molto piccolo i miei genitori, dopo l’asilo, mi portavano spesso al cinema teatro di Canzo dove, il pomeriggio, venivano proiettati i primi film della Walt Disney. Era un’epoca in cui le televisioni erano gusci di vivace plastica colorata su cui apparivano immagini in bianco e nero. Uno dei film proiettati era “La bella addormentata nel bosco”. La storia era assolutamente noiosa e petulante: le fatine qui, quo e qua, il fuso, la tipa che si addormenta, tutti che piangono eccetera, eccetera… Poi, finalmente, arrivava il principe sul cavallo, con tanto di spada e di scudo, e la noia esplodeva diventando una vera battaglia epica. “La tua tomba sarà una foresta di rovi, folta ed intricata che nessuno la scovi!” Urlava la strega malvagia avvolgendo di spine il castello prima di trasformarsi essa stessa in uno spaventoso Drago. Tre minuti e mezzo di pura azione, uno scontro tra i rovi e le rocce contro il possente drago che culmina in un crescendo: “Spada di verità, vola diritta, provoca del male la sconfitta!” E BANG! Giù il drago, applausi in sala e limonata finale con la belloccia addormentata! Ecco, a cinque anni questa era la mia visione perfetta del mondo! Probabilmente è per questo che ancora oggi mi aggiro trasognante inseguendo il drago nel nostro comune reame di rovi e rocce.

In queste settimane ho iniziato un nuovo lavoro e per questo sono chiuso in un ufficio nel centro di Lecco. Quando la sera emergo da quelle mura infilo i calzoncini corti e mi lancio sui sentieri dietro casa in cerca di avventura prima del tramonto. Senza meta mi sono infilato in un sentiero che, curiosamente, non aveva mai percorso imbattendomi in qualcosa di assolutamente inatteso: il Crotto di Funzi!!

La stalla, ricavata dalle cavità della roccia sotto un grande tetto, è stata recentemente sistemata dai Volontari da Valmadrera ed è certamente uno dei luoghi più caratteristici ed interessanti da visitare nella zona di San Tomaso. Qualcosa però non mi convinceva. Avevo giocato su una breve placca all’inizio del sentiero ed uno strano “vuoto” oltre le piante sembrava chiamare la mia attenzione. Aggrappato alle piante mi sono sporto oltre: “Accidenti, ma qui sotto c’è un’altra parete ed un’altro tetto!! Bio, tocca andare a vedere.” Così sono sceso nuovamente alla base del sentiero cercando una via d’accesso che mi portasse ai piedi di quella parete.

Mi sono caparbiamente infilato tra la roccia ed i rovi ma ho guadagnato a fatica davvero poca strada. Riuscivo a vedere la roccia oltre l’intricato groviglio di spine ed alberi abbattuti ma non c’era modo di riuscire a passare. Non riuscendo a proseguire ho cercato di uscire da quella trappola puntando dritto verso l’alto, sfruttando una spaccatura nella parete. Così mi sono ritrovato aggrappato all’edera ed alla roccia marcia guadagnando però il filo di cresta e l’accesso ad un delicato diedro di grossi massi incastrati. Superato il diedro potevo vedere la base della parete oltre i rovi ma avrei avuto bisogno di una corda per calarmi di sotto, oltre il tetto. Così ho ripiegato verso il crinale raggiungendo nuovamente il sentiero: “Sabato! Se Sabato mattina non piove torniamo a vedere!”Ed eccomi qui, Sabato mattina, con un paio di guanti di cuoio ed un coltellino a serramanico. Volevo provare a passare attraverso i rovi ma non volevo aprire la strada a chiunque, non sapevo cosa ci fosse laddietro e non volevo creare un facile accesso ad un potenziale mondo di guai. Testa bassa, pazienza e sano spargimento di sangue (il mio) ho arrancato tra i rovi e le rocce cercando di allargare l’evidente “corridoio tra gli spini” tracciato da un animale selvatico. Solo poi, alla base della parete, ho avuto la conferma dell’esistenza di una lussuosa tana di Tasso (poteva essere diversamente?). Dopo quasi mezz’ora di ravanata ho potuto finalmente raggiungere la base della parete, delle “Mura del Funzi”.

Nonostante la fitta vegetazione che ricopre ogni cosa i segni mostrano come un tempo i contadini o i pastori frequentassero quel luogo. La scatoletta di metallo può essere stata lanciata dall’alto ma qualcuno deve aver per forza segato i vecchi rami di una pianta ancora viva. A differenza del Crotto del Funzi, che è letteralmente sopra, non ci sono muretti o strutture per il ricovero degli animali.La parete ricorda quella della falesia di Santumas, che non è poi troppo distante, anche se la roccia è inevitabilmente meno pulita e certamente meno compatta. Ovviamente la roccia, dopo gli intensi acquazzoni della settimana trascorsa, era fradicia ma non è detto sia la consuetudine. Una grossa spaccatura rimonta un tetto piuttosto inquietante. Sembra possibile arrampicare, la qualità della roccia sembra buona ma ci sono molti grossi massi incastrati sotto il tetto la cui tenuta non sembra incoraggiante. Tutto il tetto, nonostante la muraglia che lo sovrasta, è una spessa fetta di roccia, uno strato calcareo obliquo, che si è staccato dalla parete. In quello spazio sono attecchite grosse piante e scorre la pioggia che filtra poi nella fessura sottostante. In pratica il tetto sta lentamente crollando, tuttavia se questo avvenga domani o tra mille anni non mi è dato saperlo.

Io sono prudenzialmente portato a spingere la roccia piuttosto che tirarla. Per questo ad interessarmi maggiormente è stato il secondo tetto, quello più a destra. Una rampa compatta, ma lavorata, porta alla base di un secco tetto obliquo. La roccia sembra decisamente più compatta e la possibile salita più lineare. Si tratta di rimontare la rampa, proteggere la base del tetto prima di sporgersi in fuori cercando di raggiungerne l’estremità. Qui capire come e se proteggere prima tentare il passaggio. Una bella pianticella sopra il tetto sembra incoraggiare promettendo una buona protezione prima di affrontare il restante muretto. Sebbene di dimensioni quasi da boulder è un passaggio atletico che richiede ingegno per essere risolto.

Visto che affrontare nuovamente i rovi non mi allettava ho affrontato di petto una porzione di parete non strapiombate. Mi sono alzato di tre o quattro metri in una spaccatura, IV° grado scarso + rovi, fino a raggiungere le radici di una grossa pianta su cui mi sono issato a forza guadagnando l’uscita.

Quindi, sebbene di modeste dimensioni, posso dire di aver aperto in libera due vie sule Mura del Funzi. Niente di speciale, certo, poco più che una verticale ravanta, sicuro, ma abbastanza per reclamare le Mura del Funzi come NoSpitZone!!

Bisogna ancora fare qualche valutazione sulla roccia, su quello che si muove e quello che rischia di crollare, ma tutto sommato è un bello spazio, anche abbastanza vicino da raggiungere. Credo possa valere la pena dare una pulita ai rovi, sistemare e prendersi cura delle piante buone (magari a settembre/ottobre). Purtroppo ogni volta che qualcuno apre una nuova falesia sembra sia esplosa una bomba: piante segate o spezzate, roccia rotta ovunque: questo non fa affatto parte della mia filosofia. Pulire significa prendersi cura, togliere i rovi perchè il bosco e le piante possano respirare, così come spostare i sassi instabili non significa demolire la parete. Un tempo i contadini si prendevano cura di quell’angolo di montagna, credo si potrebbe riprendere questa tradizione e vedere, magari senza troppe pretese, se quella piccola parete di roccia può regalare emozioni agli arrampicatori o ai boulderisti.

Se qualcuno vuole andare a curiosare e tentare i tetti può farlo liberamente, non sono né geloso né possessivo, ma deve tenere a mente tre cose: a) Non fatevi male b) Non fate cadere sassi sulla mulattiera sottostante c) siete sull’Isola quindi rispettate le regole della casa: niente trapano, niente demolizioni, niente deforestazione (…e niente magnesite che è roba da fighetti). Le piante, in questo piccolo gioco, sono le migliori alleate: quindi rispettatele!

Davide “Birillo” Valsecchi

Note a margine:
il Vecchiaccio mi scrive via What’sUp: “Cosa fai di bello?”. Visto che da mesi siamo “litigati” gli rispondo sdegnoso solo con un immagine del tetto delle Mura del Funzi che più mi piace. “Ma c’è una baita li vicino?”. Sospiro e gli mando una foto del Crotto di Funzi. “Sì, ho fatto il tetto sulla sinistra anni fa, tornando dal pilastro a sinistra del Ratt”.  Ed anche questa volta Sguero ci ha messo lo zampino… Comunque sia questo vuol dire che le Mura del Funzi sono arrampicabili, che il primo tetto è fattibile (tenendo presente il soggetto che l’ha risalito) e che il secondo è ancora vergine. Quindi posso serenamente affermare che le Mura del Funzi sono decisamente NoSpitZone 😉 

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