Giovani Vecchio Stile

Giovani Vecchio Stile

I problemi irrisolti del passato non possono essere risolti dallo stesso passato che li ha creati, non possono neppure essere risolti dal presente perchè, nel momento in cui prende coscienza del problema, questo diviene anch’esso passato. Il passato è inevitabilmente prigioniero del conflitto, di un gioco a somma zero. Per questo solo il futuro può risolvere un problema irrisolto. Può farlo perchè in modo spontaneo può superare il problema introducendo qualcosa di nuovo, qualcosa che ancora non esisteva: rivoluzionare il problema stesso, trasformare il passato in futuro. Quando questo accade il passato, il presente ed il futuro diventano solo punti nel tempo, perché la soluzione vive oltre questi punti. Ricordo che, discutendo con Ivan sulla questione dello spit e del trapano, accusai lui e la sua generazione di non essere stati in grado risolvere la faccenda per tempo, di non aver creato l’equilibrio che oggi manca. Poi il trapano, in modo quasi surreale, ha tentato di invadere i Corni, e quando questo è accaduto io sono diventato dapprima presente, poi inevitabilmente passato, senza che nulla fosse davvero risolto. Il conflitto ha avvolto ed avvelenato anche me. La realtà è che la soluzione ai problemi complessi quasi sempre è qualcosa di semplice, spontaneo, ma invisibile agli occhi di chi conosce il mondo senza riuscire a cambiare il proprio punto di vista. Per questo i giovani sono il futuro, mentre i vecchi, aggrappati a certezze e sicurezze artificiali ed artificiose, sono inesorabilmente il passato.

Togliere piuttosto che aggiungere è il motto di questa nuova generazione di arrampicatori che dimostra con i fatti un futuro sostenibile anche nell’arrampicata. Peruffo ha appena realizzato un piccolo capolavoro di arrampicata tradizionale su una struttura inviolata a lato della Sisilla mentre Meggiolaro, assieme ad un amico veronese, ha salito un itinerario di decimo grado (scala UIAA) in Val d’Adige proteggendosi solo con chiodi dadi e friends. «Ci lascia perplessi – dicono all’unisono Meggiolaro e Peruffo – che questa foga di trapanare ovunque e comunque non sia appannaggio di noi giovani ma di gente ben più in là con gli anni dai quali ci si aspetterebbe un comportamento più rispettoso sia della storia alpinistica che dell’ambiente».

Questo è un passaggio del lungo articolo che il Giornale di Vicenza, domenica 28 Luglio 2019, ha dedicato all’arrampicata con un sottotitolo significativo: ”Nel vicentino un gruppo di universitari mette a segno grandi arrampicate ma con principi etici ed ecologici”. Molti di questi ragazzi li ho incontrati al Convegno TTT di Aprile. Guardandoli ed ascoltandoli ho percepito quanto sappia essere vibrante un futuro ancora inespresso. Non hanno conti aperti con i propri contemporanei, non devono dimostrare o contrastare. Il loro non è un battibecco tra vecchi che pretendono di avere ragione, loro non devono cambiare, torcere qualcosa ormai diventato rigido. Devono solo trovare il proprio modo di essere, nella maniera più leggera, elegante ed indubbiamente naturale. 

“La bellezza salverà il mondo” fa dire Dostoevskij al principe Miskin nel romanzo “L’idiota”. Una frase che ha avuto fortuna. Ma chi salverà la bellezza e, in modo particolare, la bellezza delle nostro montagne spesso oltraggiate? Alcuni universitari vicentini uniti dalla passione per la montagna e l’arrampicata e gravitanti tra Lumignano e le Piccole Dolomiti danno voce a un sentimento di protesta contro l’inquinamento dei valori fondanti del vivere e praticare turismo, escursionismo e alpinismo. “In montagna con Gandhi” (il riferimento al Mahatma è assolutamente accidentale) è il nome di questo gruppo di giovanissimi, dai 20 ai 24 anni, molto preparati, con idee ben chiare e il cui desiderio non è quello di impartire lezioni ma di suggerire al più vasto pubblico possibile una fruizione consapevole e rispettosa della montagne. Anche questi giovani studenti vicentini, nativi digitali come molti coetanei, comunicano attraverso i social ma non solo. «Oltre a una pagina Istagram che si chiama come il nostro gruppo – Spiega il ventenne Filippo Caon, studente di Musicologia all’Università di Trento – che ci permette di associare foto a didascalie il cui contenuto rimanda a considerazioni sulle dinamiche legate alla frequentazione del mondo alpino, stiamo realizzando anche dei piccoli fan-magazine detti appunto fanzine». Si tratta di opuscoli redatti da persone entusiaste di un argomento che sentono il bisogno di condividere il proprio prensiero. «Autoprodotti e autofinanziati – aggiunge Caon – vengono distribuiti in alcuni locali pubblici o negozi che sappiamo essere frequentati da gente, come noi, appassionata di montagna». Gli argomenti spaziano dalla tutela della fauna all’inquinamento acustico e visisvo, dalla potenziale dannosità dell’inquinamento artificiale a questioni di etica alpinistica. «Abbiamo poi sperimentato con successo poco tempo fa in Valdastico – racconta Piero Lacasella, laureando in Antropologia a Venezia – la formula dello story-trekking che consiste nell’accompagnare un gruppo di persone in una facile escursione alternando la passeggiata a letture di brani letterari legati ai luoghi» Scopo dell’iniziativa è far conoscere una valle o una zona trascurata dal turismo e dell’escursionismo di massa evidenziandone le caratteristiche ambientali, paesistiche e culturali più salienti. «Siamo stufi – affermano Caon e Lacasella – che si parli di Valdastico sul piano ambientale solo in riferimento all’autostrada o ad altri folli progetti ventilati di recente come la costruzione di una funivia di collegamento con gli impianti Fiorentini. Noi vorremmo piuttosto musei diffusi, ecomusei e iniziative turistico-culturali come lo story-trekking, appunto, il cui impatto sull’ambiente è pari a zero» Legato strettamente al mondo dell’alpinismo e dell’arrampicata è l’impegno di Leonardo Meggiolaro, studente ventiquattrenne di Sicurezza Alimentare all’ateneo berico, e Giacomo Peruffo, coordinatore della sezione vicentina di di Greenpeace ed impegnato nel servizio civile. Entrambi fortissimi arrampicatori, attivi nel Cai Montecchio si sono segnalati anche per la loro decisa presa di posizione contro l’imperversare sulle Piccole Dolomiti di aperture indiscriminate a spit-fix piantati con il trapano su percorsi già saliti anni fa da alpinisti del calibro di Solà, Scorzato «Non siamo contrari a priori all’uso delle protezioni fisse – dicono Peruffo e Meggiolaro – ma lo siamo nei confronti di chi vuole cancellare la storia, magari con il pretesto della sicurezza. Un pretesto che nasconde il desiderio di mettersi in mostra e riceve like sui social da parte di quelli che senza le protezioni fisse ogni mezzo metro non sarebbero capaci di ripetere itinerari che poco meno di un secolo fa venivano superati di slancio con pochi chiodi e tanta preparazione psicofisica»

di Eugenio Cipriani
Giornale di Vicenza – 23 Luglio 2019

Da Maggio a Luglio

Da Maggio a Luglio

La sensazione in effetti è strana e per un’istante mi incalza in modo disorientante. E’ sabato mattina, sono seduto sul cesso di casa mia e sto per andare a fare un giro in montagna. Mentre perdo tempo sul cellulare questo inizia a squillare, mi chiama mia moglie, in vacanza in con la nanerottola sulle colline in Toscana già da qualche giorno. Bruna attiva una videochiamata per mostrarmi Andrea che gioca appena sveglia. Guardo lo schermo e per un istante sono un Marines di stanza in Afghanistan, un ingegnere su una piattaforma petrolifera, un rappresentante in albergo, un padre divorziato. Avvicino la faccia allo schermo ed inizio a parlare come un babbeo cercando di capire se quella bimba, dall’altra parte, anche così riconosca chi io sia. Una sensazione davvero strana. Poi Bruna incalza “Fai attenzione! C’è l’allarme idrico arancio ovunque, sono previsti temporali molto violenti: non metterti nei guai.” Mentre la ascolto una vocina nella testa sussurra scocciata: “Di a questa femmina che siamo sopravvissuti alla strafottuta ebollizione della troposfera mentre eravamo appesi alla stradannata parete dell’Eghen: arancio è amatoriale nel nostro campionato!!” Ma quella “femmina” è mia Moglie, la Madre dei miei figli, e per rassicurarla non devo fare altro che dirle la verità. “Naa, vado a fare due passi nel bosco, lontano dai fulmini”. Tuttavia la verità con le donne spesso non basta: “Ma vai da solo?” “No, passa Krulak a prendermi tra un quarto d’ora”. “Okay”. Cerco di prepararmi un caffè ed infilare nelle zaino qualcosa che possa essermi utile. Poi, incerto sul mio equipaggiamento e sul mio stato di veglia, aspetto Krulak. La mia amicizia con lui, che di vero nome fa Nicola, è piuttosto curiosa. Quando anni fa vivevo a Milano ero diventato infatti un giocatore Hard-Core di “World of WarCaft (Wow)”, un massive multiplayer online role play game, probabilmente “il” MMORPG per eccellenza negli ultimi 15 anni. Mi ero iscritto alla beta quando ancora ero a Naja e ci ho giocato in modo assolutamente intenso dal 2004 al 2008. Ricordo otto mesi spesi, due o tre volte a settimana, con altri 40 squinternati nelle profondità di Molten Core, guidando il reparto degli Hunter, gli HuntaPowa, una specie di proto-Badgers virtuale. Ricordo il titolo di “Champion” quando, agli ordini dell’High Warlord Haizer, contrastammo lo strapotere degli Ally nei battleground di CrushRidge (noi eravamo ovviamente Horda). “Dovete giocare di squadra facendo focus sulla flag, non andare in giro a cazzo a shottare la gente uno contro uno come degli idioti. Si combatte sulla flag, si contesta ogni INC e si ascolta in TS!”. Ci pestammo così tanto e così a lungo che alla fine vollero conoscere su TeamSpeak l’unico pre-made che li costringeva a quittare i bg prima dell’apertura dei cancelli: “onore delle armi”. Ma soprattutto ricordo le notti infinite a girovagare con amici e sconosciuti nelle sconfinate e misteriose lande di Azeroth: quante storie e quante avventure in un epoca in cui YouTube quasi non esisteva ed ogni impresa diventava un racconto leggendario sui post di qualche forum. Altri tempi, altri mondi. Un anno decidemmo di organizzare un raduno di gilda e capitò che quasi 60 sconosciuti di ogni tipo ed età, che in realtà si conoscevano benissimo, si ritrovarono insieme in una piazza a Perugia. Quanti ricordi… poi i troll cominciarono a parlare napoletano, Thrall smise di essere il WarChief, la magia iniziò a sfumare ed oggi credo sia rimasto poco o nulla di ciò che era un tempo. Tuttavia Krulak, alias Nicola, era uno di questi sconosciuti amici e visto che abitava a Cantù abbiamo cominciato ad andare a camminare insieme. E’ divertente pensare che, con gli anni, le ore spese esplorando in montagna ormai superano di gran lunga quelle spese tra Kalimdor, Western Kindoms, Nothrend ed Outland. “Bhe, dove andiamo? Il meteo radar dice che a mezzo giorno arriverà il temporale!”. Anche Krulak non la smette più con sta storia della pioggia. In realtà il mio obiettivo per la giornata è solo uno: panino con bistecca di bisonte canadese cucinata al momento all’Alva. Non so perchè ma mi è rimasta in testa questa cosa dopo che venerdì, con i colleghi del lavoro, siamo andati a fare pausa pranzo in Valsassina, cercando di sfuggire alla calura di Lecco. “Andiamo al Due Mani, diamo un’occhiata ai sentieri del versante nord. Dovrebbe essere tutto nel bosco, se poi non arriva il temporale facciamo una puntata rapida e veloce fino in cima. Sulla via del ritorno panino di Bisonte!! Ma dimmi, Kru, questa volta le batterie nel GPS le hai messe?! Ti scasso se hai ancora le pile scariche!!”. Un po’ a caso siamo finiti in una frazione di Cremeno che si chiama Maggio: Due Mani da Maggio a Luglio (…sono un idiota!). La piccola frazione è davvero bellina, un sacco di prati, vista esagerata sulla valle e sulle grigne, vicinanza adeguata tanto a Lecco quanto ai panini cotti al momento sulla piastra dell’Alva. “KruKru, questo posto mi piace! Mi piace proprio!”. Abbiamo quindi imboccato un sentiero, il primo che ci si è presentato, ed abbiamo iniziato a salire con la piacevole attitudine di chi non sa dove sta andando e non se ne preoccupa. “Oddio, non sono sicuro porti al due Mani: la cima sta dall’altra parte opposta, sull’altro lato della valle… Bho, andiamo avanti!”. In realtà abbiamo chiuso un bell’anello che da Nord risale fino alla vetta e poi ridiscende lungo il crinale ovest. Abbiamo scattato un po’ di foto, ascoltato inquietanti e sinistri tuoni all’orizzonte, incontrato Caprioli e Camosci (uno di questi sorpreso molto da vicino) ed alla fine abbiamo varcato le porte dell’Alva nell’esatto momento in cui il cielo è esploso lasciando precipitare sul mondo bordate d’acqua. Così, con una birra in una mano ed un panino al Bisonte nell’altra, ho guardato divertito la pioggia compiacendomi delle mie capacità come stratega! HuntaPowa!!!

Davide “Birillo” Valsecchi
Zhulla, “HuntaPowa”, MLS – CrushRidge/Hakkar

Tecett, Valverde e Calolden

Tecett, Valverde e Calolden

“Krulak, accompagnami a far due passi sabato mattina!!”. Nicola è uno primi dei Tassi del Moregallo nella loro formazione originale. Non ci si vede spesso ma è un gran camminatore. Non ha interesse nell’arrampicata ma è sempre disponibile e paziente nell’accompagnarmi. In cantina ho ancora il teschio d’asino che trovammo in una delle primissime esplorazioni insieme: “Okay, andiamo a Lecco, da via Stelvio, dove c’è il mercato della frutta, facciamo tutto il sentiero sotto le falesie sul lago, rimontiamo dai Tecett e spariamo dritto per dritto per la val Verde passando dal JeremyJay. Una volta in cima se non fa troppo caldo andiamo giù per il GER, oppure per la val Calolden. Portati un paio di litri che c’è acqua solo al Piazza.”

Così sabato mattina Niky passa a prendermi ed attraversiamo i ponti di Lecco. Il sentiero delle Falesie, stretto tra le pareti ed il lago, ricorda le “5Terre” ed è molto bello. Poi, raggiunte le falesie, diventa una specie di parco gioco per dementi. Tutta la faccenda è talmente grottesca da stimolare la mia insana propensione per tutto ciò che è distopico e post-apocalittico. Se potessimo girare un filmato della zona e mandarlo nel passato, chessò 15 o 20 anni fa, sarebbe considerato dagli arrampicatori dell’epoca come uno video-clip alla Marlyn Manson sull’arrampicata del futuro: immagini all’epoca osservate con disgusto e ritenute impensabili, ma che si sono invece dimostrate brutalmente profetiche(“The Beautiful Climbers”). La base delle pareti è sbancata in polverosi terrazzi artificiali, le piastrine hanno la densità delle zanzare, sassi colorati come etichette da supermercato, miliardi di cartelli, freccie, indicazioni, avvisi ed avvertimenti. Pensavo non ci fosse nessuno ed invece, nonostante il caldo, era un tripudio di vecchi flaccidi, appesi e sudati sull’impossibile, sorretti nel vuoto da figure altrettanto improbabili attrezzati da tragicomici occhiali prismatici. Sono salito in cima ad una roccia e, come il Mosè di Charlton Heston, ho sollevato la mia racchetta/bastone ed ho urlato sghignazzando: “KAWABANGA KINDERGARTEN!”. People are strange when you are stranger.

Tuttavia in ogni stramaledetto vaso di Pandora stracolmo di demoni ed ossessioni c’è sempre una speranza,  ed anche in questo caso per due motivi sono fiducioso. Il primo è che nelle zone meno “cool”, quelle con le viette considerate da sfigati, con il grado basso, non verticali ma appoggiate, saggiamente in ombra, trovi sempre qualche coppia di ragazzi che, con una bella faccia e lo sguardo limpido, muove i primi speranzosi passi provando, studiando, tentando. A loro più che altro serve una sosta sicura a cui fissare le corda per fare esperimenti, perchè questo è ormai il solo modo “socialmente accettabile” per cominiciare: tutto il resto non conta, è qualcosa che accettano sebbene ancora non capiscono. Non sanno bene cosa cercano, ma già sentono che è qualcosa di più di quel parco giochi in cui si sono infilati quasi di nascosto, senza conoscerne regole, costumi, classi sociali ed etichette. Con i ragazzi così, quando li incontro, attacco sempre bottone, mi piace il loro entusiasmo e poco mi frega ci siano gli spit. La speranza è che non si perdano in un mondo preconfezionato che vuole solo renderli consumatori. Il secondo motivo invece è semplice ma gigantesco, impossibile da non vedere: il parco giochi si innalza per i primi 30, forse 40 metri, poi è tutto un susseguirsi di pareti e cengie che se la ridono tanto dei trapani quanto delle mode. “Sai Krulak, credo che quelli del trapano non abbiano costruito autostrade di spit dirette al bar del Piazza per un semplice motivo: lassù non basta il trapano”. Questo non può che rubarmi un sorriso.

Superiamo l’orsa maggiore e ci incamminiamo verso le catene dei Tecett. In effetti il sentiero più che un EE/EEA forse andrebbe presentato come una quasi-ferrata, decisamente esposta. Niente di terrificante, certo, ma immaginarselo in discesa, magari con un po’ di pioggia, qualche incertezza la lascia. Non è qualcosa che consiglierei alla leggera. Probabilmente un casco non sfigurerebbe visto che, quasi a spirali, il sentiero sovrasta sè stesso con tanto di canale carico di sassi e terra. Mentre penso a tutto questo sopra di noi appare una ragazza, una biondina decisamente carina. Straniera attacco bottone in inglese mentre mi chiede del sentiero. Oltre ad essere molto giovane ha un sorriso radioso che illumina un atteggiamento decisamente gentile ma tosto. Lei è felicissima, il ragazzo che la accompagna invece è sudato, sbiancato in volto e non spiaccica parola. Credo che correre dietro alla biondina si sia dimostrato più complicato di quanto si aspettasse. I due però hanno imbraghi e lounge con moschettoni, quindi non mi preoccupo troppo. Diversamente avrei forse dovuto far qualcosa: non tanto per la bionda quanto per quel poveretto aggrappato alle catene con gli occhi sgranati. Ci salutiamo e continuiamo a salire.

Non puntiamo al Rifugio Piazza ma, passando dal sentiero 52, direttamente verso la Val Verde. Raggiungiamo il così detto “Rifugio Jeremy J.” e proseguiamo oltre, fino all’uscita ai piani dei Resinelli. La val Verde è un oasi di pace, nonostante il caldo incontriamo sul sentiero prima un capriolo, con un brillante velluto rosso, e poi un camoscio. Avendo coraggio, tecnica e costanza c’è un universo intero da esplorare racchiuso in pochi chilometri quadrati: cengie, passaggi nascosti, pareti, grandi pareti, immense pareti. Ovunque si guardi c’è qualcosa che cattura lo sguardo.

Visto che i due litri d’acqua a testa ormai ce li siamo già sudati entrambi non ci resta che declinare attraverso la frescura della Val Calolden. Era parecchio che non passavo da quelle parti. In un tempo che sembra appartenere ad un’altra epoca osservo attraverso le foglie quelle strutture rocciose su cui ho avuto la fortuna di avventurarmi con il “Tom Bombadil” dell’arrampicata esplorativa. Che tempi:

Mentre recupera la corda penso al lavoro, forse dovrei tornare a fare l’informatico, ora dovrei essere in un bel ufficio con le luci al neon e le scrivanie in formica, la tazza di guerre stellari e la macchinetta del caffè. Le riunioni, i colleghi, il capo represso. Un’ora di macchina andata e ritorno, il traffico, la coda. Lo stipendio fisso, i ticket a pranzo per la mensa. Passare il week-end davanti alla playstation, ingrassare serenamente di trenta chili ed aspettare di morire placidamente. Ma una vocina interiore mi parla sprezzante come l’ufficiale di “Caccia ad Ottobre Rosso”: “Bravo coglione, prima però devi evitare di ammazzarci su questo cazzo di traverso!” – Terror Crest

Bisognerrebbe fare più attenzione a ciò che si desidera. Accidenti che tempi. Ma torneranno, in modo forse diverso, ma avremo nuove stagioni d’avventura. Ne sono certo, bisogna solo attendere che arrivi il tempo giusto, non avere fretta.

Davide Birillo Valsecchi

Nb: Grazie a Niky per le foto e la compagnia!

Nuova Generazione

Nuova Generazione

Il piazzale del Rifugio Sev è gremito dalle maglie gialle dell’Assalto ai Corni 2019. Noi, sui prati alle spalle del rifugio, abbiamo steso un ampio telo, all’ombra di una pianta su cui giocano ora i bambini del gruppo. In un angolo, tra gli zaini carichi di cibo, iniziano ad affollarsi le bottiglie vuote di vino bianco accanto a quelle, altrettanto vuote, di birra. Pezzi di pizza, focaccia ed affettato: unto dappertutto mentre i nanerottoli gozzovigliano tra gli adulti. Poi, verso l’una e mezza, si avvicina Mattia: “Andiamo?”. Guardo l’orologio: “Yep, ormai è ora!”. Mattia, Simone, io e Nicola ci incamminiamo sotto la grande muraglia della Parete Fasana verso la cima del Corno Orientale. Superiamo la Croce e, costeggiando il margine dell’abisso, ci avviamo verso l’uscita delle vie. Sotto di noi il grande vuoto dell’Orientale, della grande Onda. Quella mattina, uscendo dal Rifugio, ero sceso lungo il ghiaione fino all’attacco della via Dell’Oro. Qui, già alla prima sosta, avevo trovato Gabriele e Ruggero intenti nella salita. Una parte di me avrebbe voluto “corromperli”, convincerli a desistere optando per la festa, ma sapevo che sarebbe stato inutile quanto ingiusto. Le vie dei Corni sono qualcosa di particolare: le ripeti una volta, le ricordi per tutta la vita. Dubito ripeterò mai quella via, percorsa con Mattia in una giornata di Marzo anni fa, eppure ricordo a memoria quasi ogni dettaglio di quella salita. Probabilmente è proprio per quei ricordi che forse non la ripeterò! Una grande salita, la prima sul Corno Orientale, fatta di dubbi, incertezze ed incognite da affrontare e risolvere. Forse oggi, con più esperienza, le difficoltà non mi sembrerebbero così incalzanti o forse, oggi che sono meno allenato e determinato, potrebbero apparirmi anche maggiori. Ma questo non ha importanza: ogni via ai Corni ha il suo momento, unico, speciale, spesso irripetibile. Lasciandoli con un saluto avevo gridato loro le ultime indicazioni: “Dopo il primo tiro su per le linee delle capre. Alla seconda targhetta si risale lo scivolo verso destra, poi si taglia a sinistra sulla cengia con l’anello in mezzo ai piedi. A sinistra! Perchè a destra c’è l’altra via di Mandelli, che è un bastone! Okkio alla roccia appoggiata prima del diedro e poi via verso l’uscita!”. Ruggero e Gabriele: il giorno prima erano andati ai piani di Bobbio con Mattia. Avevano macinato una via dietro l’altra ed erano poi scesi in bicicletta. Se Mattia, vedendoli in azione, avesse avuto dubbi avrebbe di certo detto la sua. Ma i due sono giovani, allenati ed affiatati. Una parte di me li invidia molto, mentre l’altra, quella che ricorda cosa li aspetta, forse un po’ meno. Camminiamo sul bordo dell’abisso del Corno Orientale, verso l’uscita della vie: tre senatori ormai della vecchia guardia, in equilibrio sulla roccia a strapiombo, in cerca dei due più forti della nuova generazione. Cammino a testa bassa, per non mettere i piedi in fallo ma anche per non guardare oltre, per soffocare una punta d’ansia che inizio a non contenere. Chissà se anche Renzo e Pietro, vedendo me e Mattia trafficare sulle vie dei Corni, avevano provato qualcosa di simile. Poi una voce, un saluto, Rugguero in piedi alla sosta finale, sorridente mentre recupera la corda e Gabriele: è fatta, sono fuori! La vera festa può finalmente iniziare! Ci avviciniamo, incuranti del vuoto, e cominciamo a congratularci. A breve anche la voce di Gabriele e finalmente anche lui è in sosta. “Come è andata?!” Gli occhi scintillano in un sorriso trascinante. “Fenomenale! Ma che battaglia!”. Strette di mano, abbracci e pacche sulle spalle. Insacchiamo il materiale e torniamo tutti insieme alla festa. Arriverà il tempo per parlare di quei sassi appoggiati sopra le testa, di quel fittone con l’anello in mezzo ai piedi nel centro del traverso, della roccia buona e di quella cattiva, delle soste, delle ginocchia e dei gomiti incastrati in fessura, dei chiodi piantati alla cieca con le frasche in faccia. Arriverà il tempo per parlare e per riflettere, ma ora è tempo di festeggiare: ancora una volta c’è una nuova generazione ai Corni di Canzo.

Davide “Birillo” Valsecchi

Oggi come Ieri:Gabriele e RuggeroBirillo e Mattia

Dante Verga e Cesare Alberici

Dante Verga e Cesare Alberici

Bruna ed Andrea erano al Rifugio SEV mentre la morbida luce di un tramonto di Luglio mi chiamava. “Posso andare a farmi un giro?” chiedo. “Certo, noi ci mettiamo in terrazza e ti aspettiamo per cena” ha risposto Bruna. Così via, giù per i grandini e dentro nel bosco. Un giro rapido, semplice, il giro delle cime per il passo della vacca, niente di complicato. Lascio che le gambe diano il tempo, i piedi devono riprendere confidenza, tornare precisi e rapidi. Lascio che i sassi del sentiero maltrattino i miei scarponi pesanti. Sono in cerca di risposte e spero che siano i Corni a darmele. Le mie domande sono sempre sciocche, piccole debolezze nell’incertezza di una scelta che è già presa. Piacevolmente non ho dubbi nelle scelte che contano, in quelle importanti, ma in quelle minori, che spesso minori non sono, a volte tentenno. Ripercorro sentieri che conosco quasi a memoria, rispolverando nella mente le “varianti” ed i passaggi “stramberia” tentati qua e là sulle pendici del corno. “Resta sul sentiero, Birillo!” mi impongo silenziosamente. Supero il passo della vacca e raggiungo la cima del Corno Occidentale. E’ la prima volta che vado a zonzo con gli occhiali, le prospettive a volte mi ingannano e la coda dell’occhio si ritrova cieca più spesso di quanto mi aspetti. Probabilmente, negli anni, ho inconsciamente coltivato la percezione periferica più di quanto credessi: mi sembra di essere in piscina con la maschera e devo muovere la testa più di quanto sia solito fare. Poi inizio a scendere lungo il caminetto, con attenzione e pazienza: …ed è a quel punto che succede quello che succede sempre. A metà del caminetto vedo una linea appena accennata che sembra scavalcare il lato esterno del camino. I miei buoni propositi saltano all’istante, esco dal sentiero mi metto ad inseguire le linee delle capre in spazi nuovi. Gli scarponi sono troppo grossi per le tacche piccole, gli occhiali circoscrivono il mio mondo, ma le mani “pinzano” piacevolmente mentre arrampico in discesa tra roccia e terra smossa. “Bello questo movimento… sembri quasi uno capace!”. Scendo verso il basso mentre guardo in alto curiosando la roccia che appare tra fronde degli alberi. Quando ero bambino saltavo giù dai terrazzamenti di casa mia, cinque salti, uno dietro l’altro, ognuno di due metri e mezzo. Poi risalivo lungo le rocce alle spalle del pollaio e ricominciavo a lanciarmi nel vuoto. Quello era il mio Parkur domestico, quando imparai il Mae Ukemi, la caduta rotolata in avanti del Judo, riuscivo a saltare anche da più in alto. Cadere non è mai stato un problema per me ed il Mea Ukemi, tirato “teso” tra i sassi del canale, mi ha salvato la pelle anche una decina di anni fa, mentre facevo lo stupido nel Belasa. Credo ora l’arrampicata abbia probabilmente cancellato queste mie antiche certezze, ci sono “salti” che non possono essere semplicemente ammortizzati deflettendo con morbidezza linee di forza. Forse è per questo che non mi lancio più nel vuoto come un tempo e che le mie mani “pinzano” ogni movimento quasi fossi diventato un quadrupede… Appeso ad un albero mi calo sul sentiero ritrovato: “Eccomi nuovamente sulla retta via!”. Potrei giurare di essere passato in quel punto un centinaio di volte, di giorno, di notte, con la neve o la pioggia. Eppure, solo in quel momento, ero riuscito a vedere qualcosa che era lì, letteralmente, da più di 75 anni.

Scatto in avanti e mi aggrappo sulla roccia per vedere meglio. La prima lapide recita: “Il 24 Agosto 1944 – Quando ancora a lui arrideva la vita su di queste rocce che gli erano pur tanto care cadeva vittima della sua stessa passione DANTE VERGA. Ora che non sei più sei ancora e sempre con noi. I tuoi amici.” Sotto la prima una seconda lapide: “Genitori e fratelli a ricordo di CESARE ALBERICI che dopo ansiose alternative raggiungeva il compagno di gita DANTE VERGA. N.28-4-1927 — 3-9-1944”. Non avevo mai visto quelle lapidi prima d’ora: ero alla ricerca degli spiriti, ma non mi aspettavo rispondessero in modo tanto concreto! Così mi fermo ed osservo quelle lastre, scatto qualche foto e rifletto sulla storia che tramandano. Cesare aveva 17 anni e probabilmente, in quella lontana estate del ‘44, cadde insieme al compagno di cordata Dante. Ma mentre Dante morì nella caduta, il destino di Cesare rimase incerto per quasi dieci giorni. Ecco perché due lapidi distinte per la medesima caduta. Mi sporgo in avanti sulla roccia alzandomi per osservare lo sperone di roccia da cui forse sono precipitati. Nella mia memoria ricordo che qualcuno dei “vecchi”, forse Renzo, mi aveva raccontato di come su quelle rocce, sul lato est del Corno Occidentale che scende fino alla bocchetta si arrampicasse spesso in passato. Pilastri compatti si alternano a rocce rotte, spesso fragili, che si innalzano per una ventina di metri, a volte trenta, un’altezza di certo sufficiente a perdere la vita nell’arrampicata del ‘44 (ma anche in quella di oggi). Ero stupito, e grato, per quella scoperta: avevo malvolentieri lasciato la strada conosciuta ma avevo trovato qualcosa di nuovo, qualcosa di sconosciuto che in realtà era stato sempre sotto i miei occhi. Gli spiriti, ancora una volta, mi avevano condotto alla risposta che andavo cercando ed io non potevo far altro che ringraziarli testimoniando la memoria di coloro che furono e che appartengono ora a queste montagne. Immerso in quel mondo al confine del tramonto ero nuovamente libero di aggirarmi tra gli alberi e le rocce, di incalzare di soppiatto le capre che, ignare della mia silenziosa presenza, oziavano sul corno centrale mentre l’orizzonte iniziava ad infiammarsi. Come nei giorni del passato mi sono sdraiato a terra, spingendo la testa oltre il bordo della Fasana, oltre il margine del vuoto abissale. Ma, diversamente da allora, ora osservavo quelle onde di roccia accarezzando ricordi anziché fantasie. Sfilando poi, nuovamente ai piedi della grande parete, il corpo ha trasformato in “forma” la memoria e, per un istante, ho percepito sulla pelle la stoffa di quella vecchia maglietta rossa, che tirava stretta su spalle ben più allenate e robuste di quanto siano ora. Per un istante ho camminato nel passato e, con un sorriso compiaciuto, ho abbracciato il futuro.

Davide “Birillo” Valsecchi

La Grande Cengia Verde

La Grande Cengia Verde

“What have been seen cannot be unseen”. Quasi tutte le mattine, da quando vivo a Valmadrera, esco di casa e mi incammino verso la mia “Subaro Impreza 2001”, l’auto più vecchia e scassata di tutto il parcheggio. Alzo lo sguardo e butto l’occhio verso le pareti del Coltignone che, sull’altro lato del lago, troneggiano davanti ai miei occhi. Quasi tutte le mattine guardo quella muraglia di roccia e mi chiedo “Ma ‘sta cengia verde?”. Trasversalmente sulla parete vi è un’evidente linea verde che, seguendo un’ancestrale movimento geologico, disegna un cammino di piante attraverso la roccia. “Come si fa a non vedere una cosa simile?”. Chiedo spesso a qualche amico, ma la risposta è quasi sempre la stessa: “Birillo, che senso avrebbe passare di lì?”. Quale è il senso? Dannazione, non la vedi? Perchè è lì stampata, in bella mostra davanti agli occhi. Nella mia mente percorro quella cengia in un tripudio di corde e fettucce che, appese alle piante, tracciano un fotonico traverso degno della Prima Guerra Mondiali. Perchè? Perché è lì…Dannazione! Perchè è lì e non posso fare a meno di vederla! Forse ho la stessa sindrome degli orsi: dicono infatti che i plantigradi siano abituati a seguire pedissequamente invisibili sentieri nella foresta e che per questo, quando si confondono con le strade dell’uomo, finiscano per cacciarsi nei guai in città. Così non mi resta che rimuginare attendendo il giorno, che potrebbe tranquillamente non arrivare mai, in cui andrò lassù a vedere di persona.

Per certo conosco alcune persone che, nei tempi andati, hanno intersecato la cengia risalendo integralmente quelle pareti. Tuttavia non conosco nessuno che l’abbia mia percorsa tutta o almeno in parte. Magari esistesse! Sai quanti problemi mi eviterebbe! Ma niente, nessuna informazione. Una faccenda un po’ sorprendente, soprattutto perché la base della parete in questione pullula ormai di falesie sportive di ogni tipo, ma sembra che nessuno di quei numerosi frequentatori abbia mai alzato lo sguardo oltre la prima lunghezza di corda. Niente, nessuna informazione utile. Ovviamente, quando e se attraverserò la cengia, apparirà una fila di gente pronta ad abbaiare che della cengia c’è già persino la relazione, scritta in geroglifico antico, che la cencia è già percorsa con i Koflak, in solitaria bendata all’indietro senza più le mezze stagioni… Niente di nuovo sotto il sole del Lario.

Che io osservi la cengia dal Moregallo o dall’amaca sul mio terrazzo, sono sempre scarsi i dati che posso ottenere dal Basso, specie nella complessa prospettiva di quei luoghi. Anche dall’Alto è difficile acquisire informazioni, spingersi sul ciglio del bosco a strapiombo sulla parete non aiuta, in nessun senso. A dar man forte alla mancanza di coraggio e fantasia contemporanea può provvedere la tecnologia, a colpi di foto aree rielaborate come proiezioni tridimensionali: “GoogleEarth, da Giavacca alla Patagonia, il mondo in una scatola 3D”.

Ciò che ne emerge è incredibile. Innanzitutto la cengia esiste, ed è molto più marcata di quanto avrei pensato. Inoltre è possibile trovare riferimenti con il Sentiero dei Pizzetti, rilevando che la cengia è molto più “vicina” di quanto potrebbe sembrare. Il canale che scende dal Rifugio piomba direttamente sulla cengia ed è incredibile che nessun “supernacio” con il trapano si sia calato dal sentiero nell’anfiteatro che caratterizza la parte più alta della cengia. Droni e paracadutisti? Niente supereroi moderni per la misteriosa cengia? Dovrò mica andarci davvero io?

O forse mi sbaglio, e quella cengia misteriosa è in realtà nota e stranota ed indegna di interesse alpinistico in quanto “inutile ravanata priva di grado ed estetica”. Anche in questo caso non sarebbe niente di nuovo sotto il sole del Lario. Vediamo un po’ cosa abbocca…

Davide “Birillo” Valsecchi

E chiudiamo con un po’ di punk-rock perchè, fanculo, il punk-rock è lì che aspetta… come la cengia!

Ruggine e Ricordi

Ruggine e Ricordi

“For you will still be here tomorrow, but your dreams may not”. Da qualche tempo sto “stampando” fotografie in bianco e nero su tavolette di legno utilizzando la colla vinilica. Ho cominciato ad appenderle in un angolo della casa che, senza volerlo, assomiglia sempre di più ad un santuario degli spiriti antichi. Credo fosse inevitabile, in fondo sono sempre stato fondamentalmente un animista con il culto degli antenati: ”I primitivi attribuiscono un’anima anche agli elementi naturali: i monti, i laghi, i fiumi, il mare, gli alberi, la terra, le stelle: insomma, tutto l’Universo è dotato di un’anima e spiriti invisibili vegliano sulla natura“. Probabilmente è vero, sono solo una scimmia spaziale, un primitivo dotato di iper-tecnologia avanzata.

Quei volti sul legno, giovani o vecchi che siano, non invecchiano più, non hanno più un domani, e guardandoli spesso non resta che interrogarsi sui sogni che li hanno condotti fin lì, sul legno sbiadito dei miei ricordi. Per casa poi, dopo quattro anni, ho finalmente appeso anche tutte le fotografie che avevo incorniciato ed abbandonato qua e là sui mobili. I “vivi” sono piacevolmente a colori, alla massima risoluzione possibile, su carta fotografica. Curioso modo in cui la mia mente agisce inconsapevolmente.

Oltre alle foto, sui mobili di casa, erano appoggiati gli oggetti più stravaganti, strambi cimeli raccolti in un passato recente ed abbandonati alla polvere. Guardandoli mi sono tornate alla memoria tutte le storie che hanno portato quegli oggetti dentro casa. Oggetti assolutamente senza valore proprio, tipicamente ferraglia, ma che acquistano significato per ciò che custodiscono: un ricordo.

Chissà, forse dovrei incidere su questi oggetti delle “rune”, qualche sorta di stregoneria magica che conservi e tramandi questo ricordo che custodiscono. Tuttavia, nonostante mi intrighi l’idea di costellarli di mistici segni di colore blu, ho optato per qualcosa di più dozzinale: una foto con il cellulare.

“Hai intenzione di metterti a pubblicare su Facebook quelle cinafrusaglie?!?” è stato il commento sprezzante della mia Bergamasca. “Naaa… i social network sono morti e sepolti, ma Internet possiede ancora un po’ di magia: la sua memoria è salda (finchè avremo elettricità). Se non salvo la loro storia come faranno i miei figli a riconoscere questi oggetti?” Lo sguardo perplesso della mia Bergamasca era piuttosto indicativo “Tanto io prima o poi li butto comunque…”. Così ho sorriso le ho risposto sghignazzando “Allora è ancora più importante che io li fotografi, li cataloghi e racconti la loro storia!”

La Bomba


La carcassa esplosa di un colpo da mortaio l’ho trovata a Scarenna, tempo fa, girovagando con Bruna sulle pendici di Dosso Mattone. Fu una giornata molto divertente, trascorsa esplorando il “margine del grande vuoto” con colei che sarebbe diventata mia moglie ed una vecchia corda. Quando avevo 10 anni trovia un’altra bomba, questa volta inesplosa. Se quel giorno quella “gemella” fosse saltata per aria oggi non sarei qui. Quindi sono contento ci sia un pezzo ruggine di bomba sul mio mobile.

Bombe a Scarenna

Il Calzolaio


Quest’oggetto credo appartenga al bancone di un ciabattino, che serva per aggiustare le scarpe come supporto per battere chiodi e martellate. La cosa curiosa è che lo trovai abbandonato nel Lambro. Era l’estate del 2009, avevo trovato un mezza muta da windsurf ed ero partito da Scarenna risalendo tutto il Lambro attraverso il territorio di Asso. Non capivo come un oggetto tanto pesante potesse essere finito nel fiume e trasportato dalla corrente. Visto che mi sembrava un ottimo fermaporte me lo infilai nello zaino. Quell’uscita sul fiume fu molto divertente e scattai un sacco di belle foto per uno dei primissimi articoli di Cima-Asso. Feci anche un piccolo video con un canzone che mi piaceva molto all’epoca. Le foto sono andate poi perdute ma quel video è ancora lì, a mostrami quanto ero giovane e stravagante giusto qualche giorno fa.

Risalendo il Lambro

Il Piccone


Il piccone è un cimelio proveniente da Valmadrera. Lo trovai alle pendici della Torre SEV, in uno dei luoghi meno conosciuti del versante Sud del Moregallo. In quel periodo vagavo spesso da solo ed arrampicavo dove capitava. Avevo risalito uno stretto canale che diventava un camino tra due strette pareti di roccia. Pensavo di essere fuori dal mondo (e per molti aspetti lo ero!) ed invece, tra le rocce di un piccolo ghiaione, trovai questo curioso manufatto umano, solida ed inconsueta testimonianza di qualcuno che mi aveva preceduto. Mi piacque lo strano smacco che simboleggiava quell’oggetto. Così, ancora una volta, lo infilai nello zaino e, nonostatne il peso e la paura di bucare la stoffa, me lo portai a casa.

Moregallo Live and Let Die

Il Grande Chiodo


Questo invece lo trovai con Ivan Guerini mentre aprivamo una nuova via su uno sperone roccioso in una valle alle spalle di Lecco. Arrampicavamo in quella zona due volte a settimana ed ogni volta su una struttura diversa. Un periodo molto particolare della mia piccola vita alpinistica: “Ma se cado con sta cosa nello zaino mi passo fuori per fuori!!” Avevo protestato con Ivan. Lui si era limitato a rispondermi ridendo “Allora non cadere”. Difficile spiegare la bellezza agghiacciante di quel tipo di arrampicata.

Il Mozzo di Colombo

Il boccione degli innamorati


Questo grosso sasso è un “dono” di Mattia. Era il giorno di San Valentino ed alle due del pomeriggio attaccammo il Diedro Scarabelli al Buco del Piombo. Inevitabilmente all’ultimo tiro era ormai buio pesto e raggiunta l’uscita non abbiamo potuto far altro che calarci con le frontali nelle tenebre. Mentre salivo avevo inopportunamente lasciato cadere uno dei rinvii di Mattia che, presumibilmente, era precipitato fino alla base della parete. Chi conosce Mattia sà come questo equivalga al peggior sacrilegio possa essere commesso! Così la mia principale preoccupazione non era precipitare nel vuoto ma recuperare quel rinvio! Al buio mi sono messo a cercare tra le sterpaglie quasi disperato. In realtà Mattia aveva trovato il rinvio appena giunto terra con le doppie. Senza dirmelo si era divertito a guardarmi cercare invano tra le sterpaglie mentre riempiva il mio zaino con il suddetto sasso. La cosa però più divertente è che, per via della stanchezza, mi sono accorto del sasso dentro lo zaino solo due giorni dopo…

Diedro Scarabelli: Happy Valentine!

Forse con questa ferraglia la mia progenie forgerà spade e pugnali, forse con quella roccia edificherà un castello. Forse ne faranno aratri, chiodi ed attrezzi. O forse, ascoltando la saggezza della loro madre, ne faranno fermaporte. Nessuno può saperlo. Possiamo conservare il passato, ma ascoltare pazientemente il presente è il solo modo per conoscere il futuro. Okay Birillo, basta chiacchiere, ma se questo è il passato qual’è il presente? Bhe, eccolo.


Davide “birillo” Valsecchi

Dascio – Novate Mezzola

Dascio – Novate Mezzola

“L’Autorevole Birillo” mi definì tempo fa, con evidente intento denigratorio, un “vecchio con il trapano”, uno di quegli opachi altruisti che esplora, scopre, attrezza, pubblicizza e reclamizza all’uso ed al consumo delle masse le segrete meraviglie dell’arrampicata. Meraviglie che, in verità, erano già note da tempo e nella loro integrità risalite senza ammenicoli a batteria o patacche di sorta. Che poi, in vero, l’arrampicata si dimostrerebbe gran poca cosa se necessitasse di essere valorizzata – termine inquietante – da cotanta mediocrità. Io stesso, se così fosse, dovrei accettare di aver a lungo sprecato tempo e coraggio attribuendo erroneamente ad un inutile passatempo, oggi tanto in voga ed addomesticato, un senso più profondo che non gli apparterrebbe. Ma io, ahimè, sono più spesso autoritario che autorevole e quindi il mio pensiero, “Huginn”, è di poca utilità. Ciò che più conta è “Muninn”, la memoria. In questo senso io sono solo un viandante, uno sciocco che raccoglie testimonianze di ciò che fu e ciò che ancora può essere. Lo scritto che segue è di Giorgio Gobbi, storico compagno di arrampicata di Ivan Guerini sia sulle sponde del lago di Mezzola che nella valle degli specchi. Cercando nel mio archivio una foto di Giorgio è apparsa l’immagine qui sopra: un disegno di Guerini tratto dal suo ultimo, e ancora poco noto, libro sulla val di Mello. Il disegno mostra infatti una via che hanno tracciato insieme: “L’uomo deltoide del XXI° secolo” – I.Guerini, G.Gobbi – settembre 1981- 45 m – VIII°. La Valle qui centra poco, forse niente, forse è solo un’altra “svista climatica”, ma il disegno di Ivan, nella sua tipica semplicità, mi è subito piaciuto. Lo scritto, inviatomi per posta come molti altri prima di questo, parla invece delle pareti che scendono sul lago e che ora, i soliti noti, stanno “rivalorizzando” con la consueta ottusa ciecità di chi non capisce e non vuol capire.

Curiose contorsioni viste oggi, quelle che facemmo una mattina di ottobre per raggiungere in barca da palude la struttura a picco sull’acqua del lago di Novate Mezzola. Già remare si deve fare alla veneziana in avanti, il fondo piatto del sandolino non taglia l’acqua ma sembra voler spostare tutta quella che gli si para innanzi, insomma uno sforzo notevole unito ad una nostra tecnica remiera approssimativa porta ad un risultato accettabile solo perché ci permette di avvicinarci alla parete dopo oltre un’ora dalla partenza da Dascio. Ma che parete è? Una mezza volta di cattedrale gotica, con un doppio fondale percorso da una fessura segnata da massi incastrati su cui avevano in passato nidificato i gabbiani, come testimoniato dalle strisce biancastre che verticali rigano il granito. Il termine 40 metri più in alto, 8 a destra e 6 fuori dalla verticale della sosta su barca, al più grande dei blocchi incastrati: se la campata del mezzo arco acuto avesse una sua parte opposta discendente a completarla, sarebbe iniziata in quel preciso punto.

Ivan salì da primo, assicurandosi dove la natura minerale aveva lasciato rade discontinuità nella omogeneità cristallina, abbracciando con robuste fettucce le pietre incagliatesi nell’intaglio della gola rocciosa, ricorrendo a camme espandibili che in opposizione fra loro colmano lo spazio vuoto fra due rupi eroso nel fluire delle ere geologiche, su fino alla termine delle linee di volta: non rammento se poi seguii oppure Piera, ma la sosta instabile ed angusta e poi la discesa a corde doppie fino a risalire sulla barca, e di ritorno a Dascio questa volta con un po’ di brezza a increspare l’acqua del tardo pomeriggio.

Il primo incontro fra essere umano e natura, in un puntuale irripetibile istante della loro esistenza, avvenne grazie all’interpretazione dei segni della linguaggio della roccia che l’uomo aveva appreso fin lì nell’intenso volgere del suo tempo. Questo è un appiglio, potrà aiutarmi nel traslare verso un futuro il mio corpo, quest’altro è troppo liscio per affidargli il desiderio di movimento, ma carezzarlo potrà darmi comunque una gradevole sensazione tattile che seppur inanimato non risulterà sgradita neppure al ricevente, poco oltre la fessura opportunamente sfruttata darà sollievo al desiderio di sicurezza. Arrampicare è tutto ciò, stupore e curiosità del mondo, capacità di ascolto e di risposta, ammirazione e interpretazione dell’esistente. E forza morale interiore, l’unica nostra risorsa che possiamo paragonare alla meraviglia insondabile di un cielo stellato.

Il presente che passa genera nostalgia di se stesso, non solo per metafora ma come atto deliberato di reazione spaventata all’invecchiamento che ne è sottinteso, il debole altera lo stato originale del circostante convinto di plasmarlo al suo desiderio di eternità: se decide di salire su roccia fora, scalpella, talvolta aggiunge: modifica l’esistente per ancorarsi ad un presente già obsoleto, ansioso di obbedire a regole di convenienza e miope profitto. Qualunque sarà il futuro di queste strutture discontinue, magma o sabbia o lapide edile, cesseranno memoria e significato dell’oltraggio adattativo subito, e sul loro autore l’oblio pietosamente stenderà il proprio velo, opaco ed eterno.

Giorgio Gobbi

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