Bonatti e lo Spit

Bonatti e lo Spit

I Tassi del Moregallo hanno da qualche anno un canale WhatsUp, il “Badger Segnale”, in cui ci si scambiano fotografie, informazioni o semplicemente si organizzano uscite, incontri o bevute.  Giorni fa giravano alcune immagini scattate sul Monte Bianco miste a fotografie di “CingniMannari” e gente varia sparaparanzata sulle spiagge del lago. In qualche modo quel “canale”, a cui se ne aggiungono altri due o tre specifici per le diverse attività del gruppo, ha sopperito all’esigenza di condivisione interna che in passato era soddisfatta dal qui presente Blog. Tuttavia alle volte, da queste nostre chiacchiere sconquassate e sconnesse, emerge qualcosa che è interessante estendere ad una condivisione esterna. Ieri, da un museo di Londra, sono apparse alcune pagine di un libro di Walter Bonatti, pagine che mi hanno particolarmente colpito non tanto per il contenuto quanto perchè fossero le nuove generazioni a riflettere su quelle parole. Eccovi quindi il passaggio in questione: 

Con gli Spit non c’è dubbio che avrei potuto salire dritto per lisce placche compatte, senza problemi nè rischi particolari. Ero invece condizionato, ed era giusto che lo fossi, dalle regole del mio gioco che in questo caso si presentava particolarmente chiuso e spietato. Dovevo dunque ripiegare fino alla base dei tratti insuperabilei che mi avevano bloccato, e lì cercare una soluzione alternativa. Come feci per l’estrema manovra improvvisata dei pendoli nel vuoto divenuti poi famosi, stando con le sole mani aggrappato a una corda precariamente incastrata fra alcune scaglie sporgenti sullo strapiombo, e senza sapere quel che avrei trovato poco sopra.

E a proposito di super mezzi di scalata che già ai miei tempi alcuni arrampicatori utilizzavano per affrontare pareti da loro definite impossibili, vorrei dire alcune cose che da sempre sono in me ben chiare e radicate. Mi riporto dunque a quegli anni Cinquanta quando apparve sulla scena della montagna il chiodo a espanzione o spit e si cominciò a farne uso sempre più frequente. E’ precisamente in quegli anni, a mio avviso, che iniziò il grande scadimento tecnico dell’alpinismo

Fare uso di quel tipo di chiodo, il cui impiego richiede la preliminare perforazione della roccia – il che è molto indicativo! – vuol dire avvalersi di uno strumento tecnico che, a differenza del chiodo normale, annulla l’impossibile. Quindi annulla l’avventura. Vuol dire passare con certezza ovunque, anche dove non si sarebbe capaci. Vuol dire barare al gioco che spontaneamente ci si è scelti. Così facendo non si vincerà più l’impossibile ma lo si eliminerà. Si distruggeranno le motivazioni ad affrontarlo e con esso a misurarsi. Non serviranno più l’introspezione, nè la capacità di giudizio.

L’uso dello Spit in effetti devasta l’impegno e l’emotività di un’impresa alpinistica (e sia chiaro, per non creare equivoci, che sto parlando di alpinismo tradizionale e non di altre attività oggi tanto in voga). Con il chiodo a espansione dunque l’ignoto svanisce, l’avventura svanisce, l’intelligente ricerca di una via logica viene scavalcata, si perde il senso critico delle difficoltà.

Infine non valide diventano i termini di paragone e di riferimento. Ne risulta una arrampicata degenerata e sterile, poco più che un gesto atletico. Come tale è magari notevole e senz’atro conveninente quale facile mezzo per arrivare al successo. Un successo però – sempre giudicato nell’ottica della tradizione – ottenuto mediante la mistificazione, quindi con l’inganno di se stessi e della buona fede di chi ci segue, ci valuta e non sa.

Penso che ognuno debba affrontare la montagna, in special modo quella estrema, obbedendo ad un naturale impulso, e giungrvi animato da precise e personali motivazioni. Per me le motivazioni sono state fin qui dall’inizio di natura prevalentemente conoscitiva, introspettiva, finalizzare dunque all’effermazione di me stesso e su me stesso. Ma perchè quest’affermazione potesse avveninire e valere al mio fine, dovetti assumere precisi riferimenti in cui riconoscermi e con cui misurarmi. Per questo non scelsi a modello l’invenzione tecnico-avveniristica dei super mezzi per poter vincere a tutti i costi l'”impossibile”. Ma optai per quella concezione classica dell’alpinismo, maturata negli anni Trenta, adottandone anche i tradizionali e assai limitati mezzi tecnici. Scelsi dunque qui limitati mezzi tecnici proprio perchè da me così voluti. E’ perciò all’anima, invariata nel tempo, dell’alpinismo classico degli anni Trenta con cui mi sono sempre ispirato.

Walter Bonatti – Montagne di una vita

Prendere atto che le vie degli anni Trenta (ma anche Quaranta, Cinquanta o Sessanta) da cui traeva ispirazione Bonatti, anche qui sulle montagne del Lario, siano state oggi “riconvertite” in chiave turistica e sportiva fa riflettere. Riflettere su ciò che, forse con una certa avventatezza, è stato cancellato e precluso tanto alle nuove generazioni quanto a tutti noi.  Io francamente mi sento un privilegiato, prima in Pakistan e poi ai Corni e sull’Isola Senza Nome, ho avuto le mie epopee alpinisitiche: grandi o piccole che siano state, nelle loro autencità, mi hanno insegnato molto ed ogni legnata presa, con il senno di poi, appare oggi come una piccola benedizione. Il mio ormai, forse, l’ho fatto, e non ho di che lamentarmi. Ma il futuro? Il convegno dei TTT, ma anche le semplici riflessioni che emergono tra i Badger, mi fanno ben sperare nel futuro, sperare nell’implicita capacità dell’individuo di spingersi oltre quell’impossibile preconfezionato e stereotipato che viene commercializzato e asservito al consumo della massa. 

Arrampicare era e resta un gesto ribelle, ma forse  è proprio questo il problema:  ogni atto rivoluzionario deve essere sedato, messo in sicurezza e commercializzato. Questa è la regola, la prima che deve essere infranta.

Davide “Birillo” Valsecchi 

HindoKush

HindoKush

Una spedizione alpinistica italiana è stata recentemente travolta da una slavina in Pakistan. I quattro componenti italiani, feriti ma vivi, sono stati recuperati oggi dall’esercito pakistano con un elicottero mentre, purtroppo, una guida locale ha perso la vita. Ciò che mi ha particolarmente colpito di questo incidente è dove sia avvenuto. Già, curiosamente la “valle remota ed inaccessibile” di cui parlano ora i giornali è niente meno che la stessa valle in cui si trova Cima-Asso, una montagna di 5100 metri che ho avuto il privilegio, con i miei compagni, di scalare e battezzare il giorno del mio compleanno ormai una ventina di anni fa: il 5 Agosto 1999.

Quanto tempo è passato! Qualche anno fa, verso la fine del 2017, scrissi a Frantz Rota Nodari per congraturarmi con lui per la sua prima salita al Jinnah Peak, una montagna inviolata 6.177 metri proprio in quella valle. Nelle sue fotografie avevo riconosciuto alcuni luoghi passaggi della nostra spedizione e così gli scrissi soprattutto speravo perchè mi potesse fare la cortesia di inviarmi qualche foto più recente della montagna a picco sul lago, Cima-Asso appunto. Frantz mi rispose in modo molto gentile, estremamente sorpreso del fatto che conoscessi quei luoghi. Così gli raccontai del nostro viaggio e della nostra salita, di come all’epoca avessimo solo una cartina, acquistata ad Islamabad, in cui tutta quella zona appariva come una macchia bianca. Mi chiese le coordinate GPS e gli risposi ridendo perchè, all’epoca, non avevamo nulla di simile. Gli girai la piccola relazione che fu pubblicata sull’American Alpine Club Journal (link) e lui mi confermò, nonostante alcune correzioni linguistiche sui nomi, che quella era la stessa valle. Io non conoscevo Frantz ma quella “chiacchierata” in una chat di facebook fu molto divertente per entrambi. Lui era colpito da quei piccoli ma significativi dettagli del nostro viaggio “analogico” ed io non potevo che essere felice nel sapere che un alpinista esperto come lui (Franz ha salito tutti i 4000 delle Alpi) apprezzasse quei luoghi che io, da assoluto inesperto, avevo visto in gioventù.

Ci ripromettemmo di incontrarci ma il destino era in agguato: purtroppo prima della fine dell’inverno successivo Franz fu tradito da un chiodo durante una discesa in doppia e non ci siamo più incontrati. L’ultima ma volta che si eravamo sentiti aveva risalito una cascata a Sappada, il paese a monte di Forni Alvotri: una coincidenza nella coincidenza. Non ci conoscevamo, ma fui davvero rattristato dalla sua scomparsa.  

Quando ho letto dell’incidente di Tarcisio Bellò, che fu compagno di Franz e che dedicava questa salita a Narni e Ballard, sono rimasto davvero colpito. Gli alpinisti Vicentini sono assolutamente forti (ho conosciuto qualcuno di quelle zone al Congresso TTT) e non mi stupisce che siano stati attratti dalle montagne attorno a Cima-Asso, sono davvero giganti alla fine del mondo. Noi nel ‘99 eravamo laggiù alla fine di Luglio, la stagione invernale era finita da un pezzo ma eravamo incalzati dalle piogge monsoniche. Angelo Rusconi, che guidava la spedizione, scelse quindi tra quelle cime inviolate l’unica non coperta dalla neve tentando una salita su roccia di due giorni. Con il senno di poi non posso che essere felice di questa scelta per due motivi: il primo che oggi come allora la mia esperienza sulla neve è pari a ZERO, il secondo è che ancora oggi quelle montagne innevate mi appaiono come ”calci in culo fuori scala”.

Ciò che è difficile spiegare è quanto fuori dal mondo fosse quel posto. Oggi, nel 2019, l’elicottero dell’esercito è intervenuto a meno di 24/48 ore dall’incidente. Nel ‘99 ci sarebbero voluti quattro giorni a piedi solo per dare l’allarme. Probabilmente questa è la lezione d’alpinismo più importante imparata in quel viaggio: “In Montagna è proibito sbagliare”. Sarebbe bastata una gamba o un braccio rotto per trasformare quel viaggio in un vero incubo. Ricordo che i monsoni distrussero tutti i ponti sulla via del ritorno e quella marcia, forzata e sfrontata tra la polvere ed il sole battente, è tra le cose più terrificanti ed epiche abbia mai fatto. Tuttavia se qualcuno di noi fosse fosse stato anche solo minimamente ferito non ce l’avremmo mai fatta. Oggi, con un po’ più maturità, ripenso alle scelte compiute da Angelo, il capo spedizione a cui spettava la responsabilità per tutti noi, con grande rispetto e profonda stima.

Ma sto divagando tra i ricordi e forse nella nostalgia. Spero che Bellò e tutti i membri della sua spedizione possano rimettersi presto e che possano mostrarci qualche immagine di quei luoghi che sono indelebili nella mia memoria ma che iniziano ormai a sbiadire nelle pellicole delle vecchie diapositive.

Davide “Birillo” Valecchi

THE AMERICAN ALPINE CLUB JOURNAL
Asia, Pakistan, Hindu Kush, “Cima Asso,” First Ascent
Climbs And Expeditions
Climb Year: 1999
Publication Year: 2000

“Cima Asso,” First Ascent. For the third year in a row, the Club Alpino Italiano—Asso supported an expedition to Pakistan. The leader was Angelo Rusconi. The aim of the expedition was to reach an unknown valley in the mountain chain of the Hindu Kush. The people selected to the team were Luciano Giampi, Simone Rossetti, Cristian Cattivelli and Davide Valsecchi. We started on July 28 from Gilgit driving two 4 × 4 cars to Gakuch along the Gilgit River, then passing through Iskoman towards Gugulti with the Iskoman River on the right-hand side. After choosing the porters, we started our journey on the morning of the 29th. We passed through the Handis Valley, following the Iskoman River to where it joins the Mathan Ther River. Always keeping the Mathan Ther River on the right-hand side, we walked through the valley, noticing impressive granite walls more than 1000 meters high, all easily reachable. Crossing a bridge, we arrived at Mathan Ther village, located on a green plateau at the junction of two rivers, one from the Suncighi Valley, the other from a western region called Bhari. From the locals, we learned we were the first foreigners to have reached their village. On July 30, we walked through the west valley to Bhari, a medium-sized village in a field close to a big green lake overlooked by two big mountains. We placed our Base Camp near the lake, at 3850 meters. Our BC was in a good position to observe the numerous peaks around us. At the lowest level of these mountains we could see widespread gravel fields beneath vertical granite walls. Many of these mountain had crests and edges covered by ice and snow. Among these was the 5100-meter peak straight above the right-hand side of the lake. We named it “Cima Asso,” the name of our home town in Italy. All the members of the expedition made it to the top on August 5. The locals showed us Kampur and Gharmush peaks, the only known peaks over 6000meters. All the members who took part in the expedition agree that the valley is ideal for expeditions and trekking. It is possible to easily reach a comfortable base camp surrounded by granite stone walls and untouched peaks.

Club Alpino Italiano—Asso

Trail

Trail

Milarepa aveva cercato ovunque l’illuminazione, ma non aveva trovato nessuna risposta. Un giorno vide un vecchio che scendeva lentamente da un sentiero di montagna con un pesante sacco sulle spalle. All’istante, Milarepa seppe che quel vecchio conosceva il segreto che cercava disperatamente da tanti anni: “Vecchio, ti prego, dimmi: che cos’è l’illuminazione?”. Il vecchio sorrise, si tolse il pesante fardello dalle spalle e rimase immobile. “Adesso capisco!”, esclamò Milarepa. “Hai la mia eterna: gratitudine. Ma ancora un’altra domanda: e dopo l’illuminazione?”. Sempre sorridendo, il vecchio raccolse il sacco, se lo mise sulle spalle, lo bilanciò e continuò per la sua strada.

Tronc Feuillu

Tronc Feuillu

«Sette anni in Tibet» è un film del 1997 diretto da Jean-Jacques Annaud, ispirato ad un libro autobiografico scritto da Heinrich Harrer e pubblicato nel 1953. Il film dura circa due ore e tre quarti, ma più o meno dopo un’ora e venti c’è quello che mi è sempre parso il passaggio principale di tutta la faccenda. In quella sequenza Brad Pit, nei panni di Harrer, fornisce una dimostrazione pratica di come si scende in corda doppia e mostra, giggioneggiando compiaciuto con la compagna tibetana del suo amico, i ritagli di giornale in cui compare per la sua salita alla Nord Dell’Eiger e per la medaglia olimpica. La ragazza, contrariamente alle aspettative, guarda Brad Pit più come un’idiota da aiutare anzichè come un incontrastato sex-symbol hollywoodiano. Il nostro beneamato Tyler Durden in versione alpinistica riceve quindi un romboante “due di picche” accompagnato da una “fatality” senza scampo: “Questa è un’altra grande differenza tra la nostra civiltà e la tua. Ammiri l’uomo che si fa strada verso l’alto in ogni ambito della vita. Mentre noi ammiriamo l’uomo che abbandona il suo ego. Un tibetano non penserebbe di mettersi in mostra in questo modo”.

Non so se questo passaggio compaia nel libro di Harrer, per cui provo una trasversale antipatia, o se rispecchi davvero il pensiero tibetano. Non credo neppure che i tibetani abbiano una superiorità culturale o spirituale, sebbene il loro mondo, fatto in passato di grandi privazioni e ristrettezze, sia stato certamente un indiscutibile grande maestro. Detto questo, quel passaggio del film, quella frase, ha vibrato nella mia mente fin da quando l’ho sentita la prima volta ed è andato in risonanza con le parole di Funakoshi tramandate attraverso Matsumura: “La vanità è solo ostacolo alla vita. La materia è vuota”. Una vibrazione che ha il suo apice in quell’enigmatico passaggio di Bernard Amy pubblicato poi da Gianni Mandelli sull’Isola Senza Nome: «Scarpe? Roccia? Finché si ha bisogno di scarpe e di roccia per salire, non si conosce nulla di quest’arte. Il vero arrampicatore non ha bisogno di artifici, nemmeno di roccia.»

Dall’alto delle montagne questo “vuoto” si fa ancora più evidente: chissà, forse finalmente inzio ad intravvedere davvero il senso delle cose. Sarebbe anche ora, forse…

Davide Birillo Valsecchi

A spasso con la Nana

A spasso con la Nana

«Oggi sono un uomo più saggio di quanto fossi ieri. Sono un essere umano, ed un essere umano è una creatura vulnerabile, che non può assolutamente essere perfetta. Dopo la morte, ritorna agli elementi, alla terra, all’acqua, al fuoco, al vento, all’aria. La materia è vuota. Tutto è vanità. Noi siamo come fili d’erba o alberi della foresta, creature dell’universo, dello spirito dell’universo, e lo spirito dell’universo non ha né vita né morte. La vanità è solo ostacolo alla vita»
Sōkon “Bushi” Matsumura

11°Compleanno

11°Compleanno

“In questo momento sei un ammasso di circuiti aggrovigliati e programmi antiquati. Dovremmo revisionare i tuoi vecchi modi di agire, pensare, sognare e vedere il mondo. Sei un groviglio di cavi e cattive abitudini”. Cima-Asso.it compie 11 anni. In questo lungo lasso di tempo sono stati pubblicati quasi 3000 articoli: avventure in quattro continenti, dagli oceani alle montagne himalayane, dalle profondità ipogee ai grandi laghi, bla bla bla… Internet è fin troppo affolata di “pifferai magici” perchè io sprechi tempo e dignità unendomi al “coro”, anche solo tessendo le lodi questa piccola “corazzata” tra le onde del web.

Cima gode di una strana notorietà: a qualcuno piace mentre altri lo detestano in modo significativo. La cosa è abbastanza curiosa. E’ un vecchio blog, non ha sponsor nè fini di lucro, tecnicamente è pressochè immutato e nella forma piuttosto limitato. Si tratta per lo più di qualche foto artigianale e del testo “giustificato”, spesso fin troppo prolisso per gli standard attuali. Non ha nemmeno pubblicazioni regolari e si appoggia ai Social Network in modo arcaico e svogliato. Insomma, nel mare magnum di Internet appare, a me per primo, come davvero poca cosa, una piccola insignificante Isola.

Le persone che trovano qui qualcosa di interessante sono le benvenute: entrate, fruite di ciò che è condiviso e fatene buon uso. E’ come un giardino in grado di ampliarsi all’occorrenza, non importa quanti decidano di accamparsi ad ascoltare una storia: ci sarà sempre spazio per stare tutti comodi. Certo, essendo io il custode di questo giardino c’è da tener conto dei miei umori, del mio stato d’animo o delle mie stramberie. Cima è sempre stata un esperimento e quindi l’ingresso, assolutamente volontario, comporta qualche rischio: come recita una canzone “Siate preparati, perchè ciò a cui potete assistere potrebbe cambiare il vostro modo di pensare, per sempre”.

“The phenomenon your about to witness could well revolutionize your way of thinking. We are presenting the startling facts & evidence that pick up where other explanations leave off. Some of these revelations may very well go against things you have been taught & perhaps believed all your life. Prepare yourself for the evidence which will follow” – Intro to Rancid’s 1998 album “Life Won’t Wait”

A me piace fare “giardinaggio” tra le idee, ma in questi 11 anni a sorprendermi è stata soprattutto la straordinaria quantità di “rompipalle” con cui Cima ha dovuto confrontarsi (e a cui le ha sempre suonate ndr.). Gente infoiata che si spinge adirata fino ai confini dello spazio esterno per contraddire un’idea sussurrata sottovoce nel remoto sottoscala di una villa abbandonata e circondata da alti rovi. Incredibile. Eppure accade, accade spessissimo. Così non posso che domandarmi cosa abbia fatto loro credere che “Cima” fosse tanto importante da essere contrastata, che quelle mie quattro idee siano tanto pericolose da essere necessariamente contestate.

Mi viene in mente la favola “I vestiti nuovi dell’imperatore”. In quella favola un potente Re, ingannato da un imbroglione ma soprattutto dal proprio animo irrisolto, finisce per sfilare per la città in mutande convinto di indossare il più bel vestito del mondo. I sudditi, ormai abituati a dare ragione al Re e soggiogati dal pensiero comune, si prostrano in inchini ed ammirazioni per un vestito che in realtà non esiste. Quindi un bambino, probabilmente con un deficit d’attenzione, se ne esce urlando “Il Re è nudo!”. A quel punto la folla, caprona e pecorona, inizia a sfottere il Re.

Su questa storia ci sarebbe un sacco su cui discutere. Certo, l’ego e le insicurezze del Re lo hanno reso facile preda all’inganno del vestito invisibile agli sciocchi ma, per quanto io non apprezzi la nobiltà, essere il figlio della cugina di tuo padre non aiuta certo ad essere scaltri o acuti, così come non aiutano i mille vizi e le lusinghe di corte. Probabilmente il Re era solo un idiota privilegiato e la sua vita, per quanto dorata, era tutt’altro che invidiabile. L’imbroglione, in quanto tale, è semplicemente un agente del fato: la pioggia di rane in “Magnolia”, l’intervento divino, l’imprevisto imprevedibile che sostiene e genera tutta la storia. Il bambino, quello con il deficit d’attenzione e l’incapacità di stare zitto quando è opportuno, potrebbe sembrare l’eroe della storia. In realtà avrebbe sicuramente preferito essere altrove a giocare piuttosto che presenziare annoiato ed infastidito alla sfilata del Re, inoltre non credo se la sia passata poi tanto bene dopo la “sparata”. No, tutti i personaggi della storia sono in realtà vittime innocenti, tutti ad eccezione dell’unico non-personaggio: la folla.

Sfottere un Re che passeggia nudo per la propria città non è decisamente una bella pensata, soprattutto se gli possono girare i cinque minuti ed alla passeggiata successiva, sempre nudo, la via verrà lastricata di crani ed addobbata con ghirlande di corpi impalati. La folla ride, quindi, perché gli era ben chiara la debolezza del Re, così come gli era ben chiaro che il vestito non esistesse. Tuttavia, per il proprio tornaconto, era disposta a contraddire e negare l’ovvio. Anzi, se il Re guardandosi allo specchio prima di uscire aveva avuto qualche dubbio, la folla nel suo adularlo non ne aveva avuto nessuno.

Quindi, quando “quelli che vanno in montagna con il trapano” vengono qui a lamentarsi per quello che scrivo, non me la prendo tanto con loro. Vengono fin qui, in pellegrinaggio, perché sono i primi ad aver dubitato delle proprie ragioni. In cuor loro hanno più dubbi di quante colpe possa attribuirgli io. Nei miei scritti probabilmente non sono stati offesi dalle mie parole, ma spaventati dalle proprie incertezze, ecco perché ringhiano le proprie ragioni. Tanto più che, nell’annaspare dei propri pensieri, perdono di vista il messaggio di fondo delle mie parole: “Hey! Siamo nel 2019! Se puoi, per piacere, evita di fare altri inutili buchi…”. Povere bestie, io quasi li comprendo, ma il problema è questa folla, questa massa che mi obbliga a stare in fila ed assistere ad una ridicola sfilata densa di opportunismi ed ipocrisie. La folla che, per il quieto vivere, accetta ogni cosa, sempre pronta a deridere i potenti inoffensivi e schiaffeggiare i bambini. Perchè la folla non prende mai rischi …per questo arrampica “plaisir” a fittoni. Ma, ancora una volta, non è il vestito del Re il problema.

Folla e Follia: binomio pericoloso. Mai come in questi tempi la folla sovrasta, come un invasione di zombie, ogni cosa. Mai come in questi tempi è facile manipolarla. Per questo motivo, per celebrare l’anniversario di Cima, mi dedicherò un po’ alla cura del mio giardino piuttosto che al pensiero comune (“Attento perché il messaggio subliminale è: fottiti, lasciami in pace e vaffanculo!” – Il Grande Lebowski 1998). Come il Piccolo Principe, quello schizoide che viveva da solo su un piccolo pianeta, mi prenderò cura della mia rosa, incurante del fatto che possa essere io l’unico a vederla o che la rosa davvero esista.

Nel futuro potrete quindi aspettarvi due cose da me: la prima è che affronti la cura della mia povera caviglia letteralmente con una “terapia da cavallo”, la seconda è che finalmente metta un po’ di ordine nei 3000 articoli perchè, francamente, si spazia davvero dagli oceani alle grandi montagne. “Traveling without moving” cantava Jamiro Quei nei lontani anni ’90. In realtà, lo confesso, spero di aggiustare gli acciacchi aspettando che un nuovo viaggio si presenti all’orizzonte. Vedremo cosa accadrà. Con dieci giorni di ritardo: “Buon Compleanno Cima!”.

Davide “Birillo” Valsecchi

Well I won’t back down, no I won’t back down. You can stand me up at the gates of Hell, but I won’t back down. No I’ll stand my ground: won’t be turned around and I’ll keep this world from draggin’ me down. Gonna stand my ground. Hey baby, there ain’t no easy way out. Well I know what’s right, I got just one life in a world that keeps on pushin’ me around. But I’ll stand my ground and I won’t back down. – Tom Petty And The Heartbreakers

Canale Nord

Canale Nord

In cima alla Torre Manzoni volevamo scendere sull’altro versante, quello nord, lungo l’evidente canale che, dalle sponde del lago, risale quasi “a cavatappo” il crinale nord della Torre. Tuttavia dell’alto era abbastanza difficile valutare se ci fosse la possibilità di attrezzare punti di calata o la possibilità di uscire verso il “sentiero della scala”. Così decidemmo di calarci sul lato sud, ripercorrendo la via di salita e sfruttando le grosse piante presenti. Non ultimo, per quanto mi riguarda, il lato sud era ormai noto ed illuminato dal sole, quello nord ingoiato dall’ombra e dalle incertezze. Tuttavia il “tarlo” di scoprire cosa ci fosse in quel canale non lasciava in pace la curiosità di Mattia, curiosità che è diventata incontenibile quando abbiamo scoperto che quel canale era stato risalito da Gianni Mandelli nel lontano 1981. Gianni infatti ci ha raccontato di come in quell’anno una scarica di sassi colpì ed uccise uno sfortunato automobilista che percorreva la vecchia strada costiera. Così il prefetto chiese all’allora sindaco di Valmadrera di mandare una squadra di rocciatori per disgagiare i sassi pericolanti: più o meno, in modo artigianale, quello che hanno fatto recentemente i rocciatori professionisti per i distacchi della superstrada SS36 sull’altro lato del lago. Dopo la frana ci fu il devastante incendio della raffineria e tutta la zona fa abbandonata per anni.

Oggi la vecchia strada, con le nuove gallerie, è abbandonata, invasa dalle piante e dalle macerie. I vecchi ponti sembrano in buono stato ma è un po’ inquietante pensare a come vengano ripetutamente colpiti dai massi caduti dall’alto. Lo stesso vale per le gallerie. Ad accentuare quella strana sensazione da “Zona Morta” si aggiungono i murales dipinti con lo spray sulle parte e l’incuria generale che avvolge ogni cosa di quella terra abbandonata. “extra mundo”: onestamente, sotto questo aspetto, è un posto magnifico.

In realtà, con uno sguardo un po’ più attento, la “Zona Morta” è molto più animata di quanto sembri. Oltre ad un ricovero per capre e “Smuggler”, sulle pareti a precipizio sul lago è pieno di “fix”. Quella zona abbandonata è infatti spesso utilizzata come campo d’addestramento per i gruppi speleo (sia locali che Milanesi) che qui insegnano ai neofiti le manovre base di calata e risalita. Anche la base del Canale Nord è stata attrezzata in questo modo. Tuttavia superati i 30 metri ogni segno del trapano scompare. Due anni fa, in una serata dopo lavoro, avevo provato ad alzarmi oltre. Tuttavia il canale si era difeso con grandi salti rocciosi verticali, impossibili da superare da solo e senza corda. Anche Mattia aveva fatto diversi sopralluoghi in solitaria, ma anche lui aveva dovuto desistere. Il “tarlo” però non aveva mai smesso di agitarsi.

Così qualche giorno fa Mattia e Ruggero si sono organizzati per una “Punta Esplorativa”, rubando un termine speleo, più massiccia. Insieme non solo hanno risalito il canale ma hanno anche ritrovato i chiodi lasciati, ormai quarant’anni fa, da Gianni Mandelli.

Il nostro piccolo gruppo, in modo irriverente ma assolutamente bonario, ha preso l’abitudine di intonare una buffa canzoncina ogni volta che abbiamo la fortuna, ma anche la capacità, di inseguire le gesta del “Mucchio Selvaggio”, il leggendario gruppo Valmadrerese di Gianni negli anni 70. La canzoncina è una specie di coretto da stadio in cui scandiamo in modo ritmato, quando possibile anche battendo le mani, il nome di Gianni: è una canzoncina assolutamente divertente nella sua infantile semplicità (sembra la sigla di un cartone animato anni ‘80). Credo poi ci piaccia perchè è una specie di tributo e perchè cantare in mezzo ai guai, con i compagni di cordata, è qualcosa di assolutamente speciale. Quando Mattia e Ruggero risalivano il Canale io ero al lavoro a Lecco e così, i due, mi telefonavano per aggiorarmi sui loro progressi e per farmi il coretto con la canzone di Gianni. Adorabili Bastardi!! Hehehe

“Già! Già! Già! Giannimandelli! Già! Già! Già! Giannimandelli!”

Quindi io non c’ero e posso solo riportarvi quanto mi ha scritto Mattia via “whats’Up” aggiungendo poi varie foto. “Si,mancavano 50 di misto erba per arrivare alla selletta dove siamo arrivati l’altra volta ma veniva tardi oltre a dover attrezzare la sosta, quindi siamo scesi in doppia. La prima su Carpino Bianco 50m. Poi chiodo Gianni 30m, poi sosta Gianni 50m e usciti dal canale su traccia animali per scendere alla vecchia strada. Dimenticavo ultima doppia da 30 su sasso dove c’è il chiodo di calata piegato. Un ambiente spettacolare dietro casa…”

Dall’origine del Mondo solo in due occasioni questo canale è stato risalito dagli esseri umani. Questo è tutto ciò che sappiamo su quell’angolo di mondo, abbandonato in una terra abbandonata. Tutto dietro casa, alla faccia degli “esperti” che vanno raccontando che l’esplorazione sia finita da un pezzo!

Davide “Birillo” Valsecchi

Restauri alla Torre Desio

Restauri alla Torre Desio

«Ancora una volta è sorprendente vedere cosa fossero in grado di compiere i “grandi” nei “tempi eroici”. In un libro ho trovato una rara foto di Eugenio Fasana a torso nudo mentre si allena: sembra Bruce Lee con i baffi e la barbetta tanto era in forma! Faceva paura! Ma non solo erano atleti prima ancora che l’arrampicata fosse una disciplina, non era solo una questione fisica: in quel camino ho scorto non solo il coraggio ma anche il talento che contraddistingue quegli uomini. Con scarpette di stoffa e corde ragguardevoli hanno fatto cose che ancora oggi, con tecnologia spaziale, fatichiamo a ripetere e comprendere. Non possiamo che rendere loro omaggio e ringraziali per la “via” che hanno tracciato per noi.»

Queste le parole con cui avevo chiuso il mio racconto della mia “prima volta” sulla Fasana alla Torre Desio. In quell’epoca, che ora mi sembra remota, io e Mattia arrampicavamo tutti i venerdì pomeriggio: lui faceva il turno del mattino in Croce Rossa ed io avevo la giornata libera dall’ufficio. I Corni erano deserti, non si sentiva una voce, eravamo completamente soli in un persistente e surreale silenzio quasi opprimente. Eravamo soli ed autodidatti nell’ignoto, non sapevamo davvero nulla di quelle pareti, nel modo più difficile e rischioso non facevamo altro che imparare dai nostri errori. Tutto quello che avevamo erano le vecchie guide e le critiche di chi ci additava come sciocchi incrodati su vecchie vie dimenticate e pericolose. Quanta fatica, e quanta paura, ma con il senno di poi credo che la nostra sia stata una straordinaria avventura, la fortuna di un’esperienza unica per la vita.

Sdraiato al sole, nell’anfiteatro della Torre Desio, mi godo il tepore del mattino. Con me ci sono Ruggero, Gabriele, Miky e Lorenzo: quasi tutti ventenni. Sono sparsi sulle vie, sullo spigolo Palferi e sulla Corvara. Io sono sdraiato sull’erba mentre loro hanno capi-cordata d’eccezione: da un lato Josef e dall’altro Gianni, colui che scrisse le guide su cui io e Mattia abbiamo studiato tutte le salite classiche. E’ un sabato di sole, si sentono le voci dei gitanti sul sentiero sottostante mentre gli escursionisti si accalcano sulla cima del Corno Occidentale. Ascolto le loro voci, così vicine e così distanti: incredibile essere tanto rilassato sotto queste pareti. Sono sdraiato al sole e mi godo il momento con un sorriso compiaciuto. Forse i “Tassi del Moregallo” sono nati per compensare quelle infinite ore di solitudine trascorse sospesi, e spesso appesi, tra queste pareti di calcare grigio. Forse sono nati perchè quelle schegge di conoscenza, così difficoltosamente conquistate, non andassero perdute e fossero tramandate. Forse sono nati perchè sono un asociale socievole o perchè, come raccontano facesse mio nonno materno Luigi Paredi, è di famiglia incitare nei giovani la voglia di scoprire queste piccole grandi montagne.

Non so, sono ormai molte le nuove vie aperte con i Tassi sui versanti del Moregallo, spesso anche molto impegnative ed estetiche. Tuttavia nessuno di loro aveva mai affrontato le “Grandi Classiche” dei Corni. Almeno fino ad oggi. Sdraiato al sole mi godo il tepore del mattino, sorrido sornione dietro gli occhiali, compiaciuto del lungo e complicato viaggio che ci ha portato fin qui.

Poi le due cordate si ritrovano insieme alla base del Camino Fasana alla Torre Desio. Il giovane Lorenzo raggiunge da primo la sosta del primo tiro: “Birillo vieni?”. Avevo indossato imbrago ed equipaggiamento ma non avevo intenzione di arrampicare. La caviglia mi fa ancora male, la schiena è rigida e sono praticamente un rottame, ma per un istante guardo verso l’alto e l’istante dopo ho un otto infilato all’imbrago: che bello inseguire nuovamente Eugenio Fasana!

Il diedro camino iniziale ha un passaggio atletico che richiede determinazione e coraggio. Impressionante pensare che Fasana, in apertura nell’ignoto, lo superò probabilmente senza protezioni, semplicemente con una straordinaria tecnica di progressione in camino. Anche il secondo tiro, dove il diedro si chiude in due strette pareti parallele, non si può che provare ammirazione per i pionieri che per primi, nel 1931, si avventurarono fin sulla vetta percorrendo tutta la torre: Eugenio Fasana ed Antonio Omio.

“Un’altra via di Fasana ed un altro capolavoro di tecnica, estetica e coraggio. Il camino della Torre Desio è una di quelle arrampicate che lascia impressionati i ripetitori, le difficoltà sono nettamente superiori a quelle che Fasana aveva espresso a suo tempo (IV+). Ultimamente, dopo aver piazzato un paio di fix del camino, si è arrivati a valutare i passaggi fino al VI+. Più realisticamente si possono valutare i passaggi più difficili un grado in più, certo non deve mancare la predisposizione all’arrampicata in camino e non dovrebbe mancare un briciolo di coraggio ai ripetitori.“ Questa era la descrizione della via nell’edizione del 2005 de “L’isola senza Nome”.

Su una Fasana ai Corni di Canzo c’erano due Fix piantati con il trapano: c’erano, perchè ora non ci sono più. Furono piazzati certamente con buona intenzione, dall’alto, per proteggere i ripetitori nei due passaggi più complicati ed esposti tra due chiodi tradizionali. L’attitudine sportiva di quelle piastrine era evidente perchè “proiettava” un eventuale caduta nel vuoto fuori dal camino. Tuttavia in questo modo quella protezione influiva negativamente sulla progressione classica da camino, certamente faticosa e delicata, che in quell’ancoraggio esterno trovava solo false e pericolose illusioni fuori linea. Inoltre, il secondo di cordata, rischiava di essere “strattonato fuori” dal camino in un pendolo più che aiutato dalla corda dall’alto. I due Fix, nell’ottica di rimuovere il superfluo e conservare lo spirito e la storia di una via classica, sono stati quindi rimossi con cura: al loro posto sono stati piantati due chiodi tradizionali che, oltre a sfruttare quanto offerto dalla roccia, hanno posizioni più adatte e logiche alla progressione in camino. Il fix, con anello di calata arancione, in supporto alla clessidra della prima sosta è stato lasciato, così come la sosta sommitale su cui effettuare le doppie lungo la torre. (La doppia originale di Fasana, per chi fosse interessato, era molto breve, realizzata su uno spuntone e scendeva sul ripido terrazzo erboso a sinistra della torre).

“Mio padre diceva di usare i chiodi con grande parsimonia perchè feriscono la roccia”. Queste è la frase che mi disse l’adorabile ed anziana figlia di Eugenio Fasana. Sostituire i Fix con chiodi tradizionali è stato il nostro modo per conservare un equilibrio, forse inevitabilmente imperfetto ma coerente, tra passato, presente e futuro. Un tributo doveroso ad un talento ed un insegnamento che, banalizzati ed oscurati dal trapano, rischierebbero di non essere compresi ed apprezzati.

Gian Maria Mandelli, membro del CAAI e storica figura di rilievo dell’arrampicata Valmadrerese, ha avallato, supervisionato e personalmente condotto l’iniziativa di “bonifica”. Ai Corni di Canzo sono molte le vie “restaurate” recentemente, una di queste ad esempio è la Palferi sul Pilastro Gianmaria. Un lavoro certosino e paziente che mira a conservare, in modo razionale e ponderato, lo stato delle “classiche”, minimizzando le alterazione ma permettendone la fruizione alpinistica. In alcuni casi i chiodi più malridotti sono stati attentamente sostituiti o integrati, la Fasana è probabilmente la prima in cui sono stati rimossi infissi permanenti. Una scelta importante, in controtendenza a ciò che avviene altrove, e che per questo ha richiesto l’intervento di uno tra i più autorevoli dell’Isola. Io credo che questi “restauri”, queste bonifiche, non solo conservino la storia umana quanto la natura delle pareti, ma possano soprattutto insegnare con l’esempio un uso più consapevole e corretto degli spazi verticali per le grandi classiche che ancora devono essere realizzate.

Rimuovere ciò che è superfluo per proteggere ed educare. “Tuttavia, se esiste un equilibrio, la sua ricerca sarà un compromesso non privo di rischi, tanto nell’etica quanto nel diritto. Speriamo non violento.” Se qualcuno ritiene di avere ragioni valide per contestare la rimozione dei due fix sulla Fasana alla Torre Desio allora si faccia avanti, si assuma il peso ed il rischio delle proprie parole, parli con coraggio e sarà ascoltato.

Davide “Birillo” Valsecchi

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