TTT CADARESE

TTT CADARESE

Esco dalla doccia e lampeggia il cellulare: “Birillo, avevi mai visto questo?”. Gaetano mi gira un video. Accendo il caffè e lancio una rapida occhiata al filmato mentre finisco di vestirmi. Inizio a sghignazzare e rispondo rapido a Gaetano: “Certo che l’ho visto, ma l’avevo dimenticato. Mi hai dato un idea …pericolosa!”. Salgo in macchina ed in coda verso l’ufficio inizio a riflettere. Che filmato era? Un vecchio filmato, pubblicato circa otto anni fa, in cui MDB, alias Matteo Della Bordella, attuale Presidente dei Ragni di Lecco, “schioda” un mono tiro su una fessura a Cadarese. Nel video, pubblicato più o meno ai tempi di “Kill Bill”, utilizza un attrezzo artigianale creato dal “Maestro Hattori Hanzo”, alias Bogani Paolo, con cui rimuove piastrine e bullone (con incredibile facilità!!). Il commento di MDB è a tratti fulminante: “…questo strumento mi ha consentito di riportare allo stato naturale questo pezzo di roccia. E’ tornato come la natura l’ha creato, senza che ci siano gli inutili spit: finalmente può essere scalato lasciando il tiro così com’è … come si fa in tutto il resto del mondo tranne che da noi”.

Onestamente non conosco MDB ma, per quanto può valere, ne ho sempre avuto una buona opinione. In particolare mi colpì il filmato della sua scalata con Matteo Bernasconi alla Torre Egger. In quel video, a tratti confuso e ripreso con una piccola telecamera, MDB all’improvviso cade e strappa un paio di chiodi. Anche Bernasconi viene sbalzato dalla sosta, che cede, ed entrambi si ritrovano appesi ad un unico friend che, fortunatamente, li ha trattenuti. In quell’attimo terribile gli scalatori urlano travolti dagli eventi. Ricordo di aver ascoltato quel video decine di volte, in modo quasi ossessivo, cercando di cogliere l’essenza di quelle quelle grida. Ripensandoci, ancora adesso, mi sale una certa tensione sulle braccia. Io credo che in quelle grida, catturare per pura casualità da una telecamera che altrettanto fortuitamente non è precipitata con i suoi possessori, vi sia parte di quel grande mistero che è l’arrampicata e l’alpinismo: la fragilità dell’uomo e l’assoluta forza della Montagna. Non importa chi sei o cosa stai scalando, l’essenza di quelle grida sono uguali per tutti, accomunano ogni essere umano nel suo cammino – quando onesto – lungo l’equilibrio del proprio limite. Io, proporzionalmente alle mie ben più modeste e limitate capacità, ho fatto un volo simile solo una volta, all’inizio della temibile “Notte sul Pizzo d’Eghen”. La mia voce che urla “Mattia!”, nel vuoto, tra la pioggia, senza futuro, è incisa nella mia mente ben più della botta con cui finalmente ho smesso di precipitare. Credo che dopo un’esperienza simile non si possa che avere una visione migliore e più profonda della realtà nel suo complesso: un giro nella scatola di Schrodinger e tutto cambia, per sempre. Per questo, anche senza conoscerli, ho sempre avuto grande stima dei due Matteo e sarei davvero sorpreso nel dovermi ricredere

Certo, la storia insegna che con i Ragni, dal Littorio fino a K90, è sempre consigliabile una salutare dose di diffidenza e prudenza: sono la “Serie A” dell’alpinismo italiano e mondiale, questo di certo non aiuta gli “improvvisati amatoriali” come me nel comprendere tutto quello che fanno. Tuttavia credo che MDB, a modo suo ed in quel suo gesto giovanile, sia stato un precursore di quelli che oggi sono gli obiettivi espressi dai giovani del Manifesto TTT: togliere il superfluo per conservare storia, natura, autenticità. Ovviamente non ho assolutamente idea di cosa ne pensi MDB del manifesto, nè se l’abbia mai neppure sentito nominare: non è mia intenzione implicarlo o coinvolgerlo in alcunchè (non mandatemi altre lettere che ho finito le cornici). Tuttavia questo vecchio filmato è sicuramente un interessante caso di studio per i membri del TTT, e non solo per loro. E’ un piccolo ma importante ed autorevole esempio. Per questo lo ripropongo qui:

Davide “Birillo” Valsecchi

Nota per i Fabbri dei Tassi: datevi da fare! Io credo che prima di togliere sia meglio non mettere, ma una “Hattori Hanzo” – anche senza sguainarla – serve anche a noi!

Oltre il tramonto

Oltre il tramonto

«Incurante delle critiche, o meglio, abbastanza forte da saperle affrontare, sceglie il Sasso d’Introbio per sperimentare qualcosa di nuovo. Si cala dall’alto, buca la roccia martellando con un perforatore manuale e piazza i primi spit da 8 mm. del territorio lecchese realizzando “Oltre il tramonto”» – Pietro Buzzoni.

Giorni fa, senza che lo sapessi, il mio articolo sul Congresso TTT è stato ripubblicato sul GognaBlog. Non è il primo dei miei articolo che viene diffuso attraverso la “quasi-rivista della montagna” digitale più nota in Italia. La prima volta che accadde ero emozionato ed onorato, ora per lo più mi aspetto fuoco di rappresaglia nella casella di posta. Ad informarmi sono stati i ragazzi di Vicenza, dispiaciuti che questo fosse accaduto senza chiedermi alcunchè. «Quando scrivi un messaggio in una bottiglia – li avevo rassicurati – non puoi scegliere dove andrà o chi lo leggerà. Non c’è nessun problema, va bene così. Anzi.» In realtà erano preoccupati perchè il primo commento, in quel dedalo di iperconnessioni che è il megafono “social”, era poco amichevole: «Prima di parlare scala pirillo». Storpiare nome e sminuire l’interlocutore è una pratica quasi infantile, così mi ero premurato di rassicurare nuovamente i miei giovani amici dalle Alpi Orientali: «Se questo è il massimo dell’acume che ci si contrappone direi che siamo apposto… non fateci troppo caso».

Tuttavia io sono Leone ascendente Leone nato nell’anno cinese del Drago e, nonostante avessi detto loro di non preoccuparmi, avevo già attivato i miei sistemi di “intelligence” per sapere di più sul mio misterioso “ammiratore”. Ciò che mi aveva colpito dei ragazzi del TTT era come molti di loro fossero stati colti di sorpresa dalle piccole intimidazioni e/o aggressioni nate come ruvida risposta ai loro scritti o alle loro iniziative. «Birillo, io voglio arrampicare, non essere circondato da gente che vuole farmi la spunta». Io invece sono abituato ad avere “tutti contro”, è la mia natura essere costantemente “accerchiato”. Per questo le loro incertezze, più che comprensibili ai miei occhi, rimarcano il grande coraggio con cui hanno preso posizione. Io, d’altro canto, per aiutarli posso solo fare quello che mi riesce meglio: “trovare una rotta attraverso il centro della tempesta”.

Cercando il mio “ammiratore” emerge lo spezzone di una pubblicazione di Pietro Buzzoni: L’era dei “Chiodatori”. Il titolo, decisamente emblematico, si conclude con una lista di nomi tra cui compare anche quello che sto cercando: “Ciusse”. Il mio ammiratore è quindi uno tra gli storici “senatori” dell’arrampicata con il trapano del lecchese. Anche il soprannome, in effetti, non è mi nuovo. Così faccio un piccolo “probe”, lancio un messaggio ed attendo una risposta: «…credo tu sia quello che chiamano “Ciusse”. Interessante. Mi è ben chiaro perchè non posso esserti simpatico». La replica, puntuale, è arrivata carica di informazioni nuove: «Ricordati la scalata va avanti tu come Guerini andate in dietro». E’ affascinante come il mio nome sia sempre associato a quello di Ivan, come non capiscano quanto, nonostante la reciproca amicizia, siamo diversi io ed lui. Peggio per loro in effetti. Per bloccare la discussione, evitando che degeneri in baruffa, droppo una frase sibillina lasciando che ognuno, secondo la propria attitudine, ne tragga il senso che più preferisce. Aggiungo “Ciusse” alla mia lista e quasi mi dimentico per un po’ della faccenda.

Il giorno dopo, camminando sul Moregallo con un paio di Tassi, uno di loro mi chiede: «Però ciò che non capisco è come non si possa essere completamente d’accordo con il tuo articolo? Non c’era nulla di negativo, anzi: perché contestarti comunque?» Le domande raccontano spesso molto più delle risposte sulla persona che le formula: mi piaceva l’approccio mentale che sottintendeva il quesito. In realtà, con una certa dose di esperienza e disillusione, è possibile trovare la risposta direttamente nella parafasi delle parole di Ciusse: “noi siamo il futuro, voi siete il passato”. Qualcosa che trae ragione direttamente dalla spinta rivoluzionaria con cui, in origine, l’arrampicata sportiva è emersa da “attività di nicchia” raggiungendo lo “status quo” di attività predominante, ufficiale e riconosciuta, olimpionica persino. La storia insegna, anche quella recente, che non esiste peggior tiranno di un contestatore che, giunto al potere, viene contestato. Specie quando il prestigio personale è ingabbiato e manipolato dagli interessi economici.

«Vedi – ho provato a rispondere – se uno potesse salire senza bucare la roccia lo farebbe di certo, anche solo per fare lo sbruffone. Certo, ci sono anche molte altre ragioni, ma per ora semplifichiamo così: è un compromesso. Io non sono certo contrario ai compromessi, ma è necessario che sia ben chiaro cosa si vuole ottenere e cosa, invece, andrà perduto e sacrificato. Bisogna anche essere consapevoli che l’equilibrio di un compromesso può cambiare nel tempo e che la natura stessa di un compromesso è tutt’altro che assoluta. Inoltre ogni compresso sbilancia equilibri e compromessi più grandi. Piantare il primo spit, come raccontava l’articolo che ho trovato, può essere un compromesso accettabile in quel preciso momento storico. Ma l’effetto che quello spit può aver generato, nello scorrere dei successivi venti o trent’anni, può avere dato vita ad un compromesso più ampio assolutamente inaccettabile. Se queste persone fossero in grado di comprendere la realtà del proprio compromesso,  fossero in grado di accettarne la responsabilità e discuterne il futuro allora ill TTT non esisterebbe nemmeno, non ce ne sarebbe il bisogno. Purtroppo si sono spinti troppo oltre nel compromesso, si sono identificati in quel compromesso a tal punto che cambiare l’equilibrio del compromesso significherebbe cambiare se stessi, il ruolo acquisito e conquistato. Per poter parlare con loro, per esempio, devi “fare il loro grado”, ma il loro grado dipende dall’artificio su cui hanno basato il loro compromesso: forare la roccia. Mettere in dubbio l’artificio significa riportare gli dei sulla terra, tra gli uomini. Per alcuni di loro, anche solo inconsapevolmente, sarebbe inaccettabile: bruci il mondo ma non metteranno mai in dubbio ciò che li ha elevati al di sopra della massa. “Noi siamo il futuro, voi il passato”. Accadde lo stesso con i chiodi ad espansione e le scalette: è umano, prima o poi succede. Questa è sempre l’essenza del problema, l’ostacolo al cambiamento o alla nascita di un nuovo e più moderno compromesso. Fortunatamente non sono però tutti così, e questo mi dà ancora speranza in un’equilibrio morbido».

Ciusse, di cui ignoravo completamente l’esistenza, si è sentito in dovere di azzittirmi. Bravo, ottima idea. Comunque credo abbia fatto bene se questo è il suo punto di vista. Anzi, dovrei essergli grato visto lo spunto che ha saputo darmi.

«Il trapano a batteria sostituirà il perforatore a mano e a Marco Ballerini si affiancheranno molti altri “chiodatori” tra cui non possiamo dimenticare Alessandro Ronchi, Paolo Vitali, Pietro Buzzoni, Stefano Alippi, Lele Dinoia, “Ciusse” Bonfanti, Norberto Riva, Valerio Casari e, soprattutto, Delfino Formenti. Quella dell’arrampicata sportiva è una storia così ricca e complessa di risvolti sportivi, economici e di possibilità di sviluppo sostenibile del territorio, che, per essere raccontata, ha bisogno di un libro tutto suo».

Ora, sempre grazie al prezioso contributo di Ciusse, mi aspetto che siano i “Senatori dell’epoca dei chiodatori” a raccontarci, dopo vent’anni, quale credono sia il frutto del compromesso fatto allora, cosa ritengono sia emerso di positivo e cosa invece è stato sacrificato o frainteso: l’eredità della loro epoca. A voi la parola: vi arroccherete sulle risposte come chi vi ha preceduto o darete voce anche alle vostre domande? 

Grazie ancora Ciusse, come ti ho già scritto: “…sarà il tempo a deciderlo. Il mio augurio è che il tempo abbia un buon ricordo di te.”

Davide “Birillo” Valsecchi
(o pirillo se preferite…)

Riferimenti: 
http://larioclimb.paolo-sonja.net/falesie_lecco/introbio/introbio.pdf
http://wiki.valsassina.it/lera-dei-chiodatori/

Alpinismi…

Illasi Primo Convegno TTT

Illasi Primo Convegno TTT

“La Torre di Babele che auspichi è già successa nel 1978”. Questa è stata la criptica risposta di Ivan quando gli ho scritto che avrei partecipato al primo incontro dei TTT. In realtà non capivo a cosa si riferisse ma, con lo stesso slancio di Pinocchio nel rispondere spavaldo al Grillo Parlante, avevo ruvidamente replicato: “Io non c’ero nel ‘78, con me le cose vanno in modo differente”. Ancora adesso, con il senno di poi, non mi è chiaro il significato sibillino del suo prezioso ammonimento. Tuttavia su una cosa, che mi ripete ormai da tanto tempo, aveva assolutamente ragione: il mio essere arroccato nei confini dell’Isola Senza Nome mi aiuta a mantener saldi i miei intenti e le mie azioni, ma è ormai importante che io porti il mio sguardo più lontano, che allarghi i miei orizzonti. Così, ad Illasi, mi sono ritrovato in una grande sala, parte di un ordinato “cerchio” di quaranta persone, alpinisti ed arrampicatori provenienti da più parti dell’arco alpino: il consiglio delle tribù, come non avevo mai osato o sperato immaginarlo. Dopo le presentazioni ed i primi interventi mi sono subito reso conto di quanto sia ristretta e limitata la mia esperienza: tra il paglione e la roccia del Moregallo sono uno tra i campioni dell’Isola, ma ascoltando nomi famosi e luoghi importanti, mi sono sentito come la proverbiale rana in fondo al pozzo. Nonostante questo, quando è venuto il momento di portare la mia piccola testimonianza, le mie parole sono state ascoltate ed accolte, così come le mie preoccupazioni si sono sono dimostrate le preoccupazioni degli altri. Accanto a me vi erano eleganti veterani da cui trasparivano chiaramente esperienza e saggezza, così come giovani scapiggliati in cui brillava voglia e determinazione. Tutti insieme abbiamo discusso per tre ore ininterrotte di quali siano, a parer nostro, i problemi e quali siano le possibili strategie e soluzioni. Ascoltando le parole di tutti, i differenti dialetti e le differenti idee, mi era chiaro che un incontro come quello non può trovare “risposte” – probabilmente ognuno deve cercare le proprie affinchè siano valide – ma si dimostra straordinario nell’aiutare ognuno dei partecipanti ad affinare il senso delle “domande”. Sono le domande giuste ciò di cui abbiamo bisogno. Gli argomenti trattati sono stati i più svariati, dalla tutela e conservazione delle vie storiche alla tutela e conservazione della natura verticale più in generale. Si è subito compreso che il vero problema non è lo spit, il chiodo o il trapano quanto la grave deriva culturale che dilaga rendendo lecito ed inappellabile anche l’insensanto. Oggi la natura è stravolta e riadattata all’intrattenimento, all’ego, usata e poi svenduta con ipocrisia come incontaminata. Le grandi istituzioni (il CAI, le Scuole, l’Accademico, le Guide…) hanno ormai un ruolo sempre più marginale ed hanno fallito – perchè non hanno colto il momento – nel farsi voce e riferimento per quella “cultura alpinistica” che si era condensata dapprima nelle tavole di Courmayeur e poi nel Bidecalogo. Oggi, in virtù del consumismo, del “la gente non ha più tempo” o del “tutto per tutti”, si soprassede a  scelte paradossali chiudendo entrambi gli occhi a favore del quieto vivere, dell’indotto, dei poteri forti o del consenso della massa. Una frase mi ha molto colpito nella sua brutale verità: “Ci vuole meno sforzo, ed è più conveniente, tracciare un filotto di spit piuttosto che impegnarsi, spesso per anni, nell’educare ed istruire un giovane all’alpinismo”. Non abbiamo più maestri, non abbiamo più allievi, abbiamo solo consumatori che, incantati e manipolati dagli imbonitori, si pongono sempre meno domande: questo, al di là del chiodo, dello spit o del trapano, è la vera essenza del problema.

Quando sul Moregallo decido di tentare una nuova via, grande o piccola che sia, compio prima una lunga serie di sopraluoghi e rilievi: spesso sono semplici passeggiate, ma le faccio quasi sempre da solo. Questo perchè, prima di coinvolgere gli altri membri della banda, voglio essere sicuro delle mie scelte e dell’avventura in cui voglio condurli. Allo stesso modo mi sono presentato al TTT da solo, accompagnato “in gita” solo da mia moglie e mia figlia. Non sapevo, salvo le idee espresse del manifesto, chi avrei incontrato, quale sarebbe stato il loro atteggiamento ed il loro modo di agire. Ora dopo questo primo congresso, che io reputo “positivo e corretto”, non solo coinvolgerò la mia gente invitandoli a partecipare, ma cercherò nel prossimo futuro di organizzare un incontro TTT anche sul nostro territorio.

A breve sarà pubblicato dagli organizzatori una relazione ufficiale sull’incontro, questo mio scritto a caldo è solo un’entusiasta considerazione  di acluni aspetti discussi insieme. Ringrazio quindi Alberto Peruffo ed il giovane Leonardo Meggiolaro per l’impegno e la determinazione con cui hanno dato vita a questo primo convegno. Allo stesso modo ringrazio tutti i presenti per aver arricchito ed allargato il mio sguardo. Grazie.

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Moregallo Raffineria ILSEA

Moregallo Raffineria ILSEA

La roccia del versante Sud della Torre Manzoni, salita domenica scorsa con Mattia e Ruggero, è tale da rendere incredibile l’assenza di ascensioni precedenti. Per questo motivo ho ulteriormente investigato negli archivi storici se qualcuno ci avesse preceduto. Così ho contattato Gianni Mandelli, una delle più figure più autorevoli ed esperte nei territori dell’Isola Senza Nome. Gianni mi ha raccontato di aver percorso nel 1982 quella cresta, risalendo dal canale a Nord della Torre ed effettuando dei disgaggi per mettere in sicurezza la strada sottostante. All’epoca le nuove gallerie non esistevano ed una frana aveva causato la morte di uno sfortunato automobilista che vi si trovava a passare. In quell’occasione era intervenuto il Prefetto ed il Sindaco di Valmadrera aveva chiesto aiuto agli alpinisti locali per l’opera di bonifica.

Tuttavia la faccenda non mi era ancora chiara: perchè uno come Gianni, che è stato quasi ovunque sull’Isola, era stato da quelle parti solo un’unica volta nel corso degli anni? Alla mia domanda il buon Gianni, armato di grande pazienza, mi ha risposto come si fa ad uno che non conosce la storia di base : “Il motivo del perché nessuno è mai salito in quella zona è semplice: laggiù è successo di tutto. Prima la raffineria, poi la frana, l’incendio, la successiva bonifica, poi una nuova frana nella zona bassa, un altro morto su una ruspa e per finire l’interdizione dell’area perché zona di collaudo dei motoscafi della finanza.” In effetti tutta la faccenda era un inedita scoperta per me, all’epoca degli accadimenti infatti avevo sei anni e vivevo sull’altro lato dell’Isola, sul versante Nord della Vallassina. Non c’era modo di conoscere questa storia. Tuttavia spesso è sorprendente quello che gli “anziani”, nel senso più rispettoso e tribale del termine, danno per scontato e che invece i giovani ignorano completamente: la memoria è un patrimonio da tutelare e tramandare.

Ora tutta quella zona è pressoché abbandonata, tuttavia volevo saperne di più. Quindi ho iniziato una piccola nuova ricerca storica, aiutato in modo provvidenziale anche del Guerra. Il mio omonimo mi ha infatti diretto su una pagina FaceBook dove trovare molte delle informazioni che cercavo: LeccoDiUnaVolta.

Qui ho trovato immagini d’epoca ma anche un breve riassunto della storia dell’Ilsea, della frana, della galleria e, purtroppo, dei morti che ci sono stati. Il testo è di Ebe Buzzi.

La raffineria ILSEA (Industria leganti stradali e affini) venne fondata dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, da un gruppo di soci: Ugo Ratti, Piero Biacco e Carlo Boatti. Questi rilevano tutta la zona di terreno tra la montagna e il lago, dove allora sorgeva soltanto una vecchia fornace di calce. Inizialmente la raffineria occupa un limitato spazio di terreno, tra la strada statale per Bellagio ed il lago: le sue prime cisterne per il greggio sono i rimorchi dei camion Dodge, comprati come residuati bellici. La raffineria all’inizio arriva a stento a processare 100 quintali di greggio ma ben presto inizia a crescere e ad occupare tutto lo spazio disponibile, arrivando a ridosso della montagna. Nonostante la strada stretta e dissestata, da cui passavano anche 200 autotreni al giorno prima della costruzione dell’oleodotto, l’azienda fiorisce. Nel 1964, all’apice della sua crescita, l’ILSEA viene collegata all’oleodotto che da Genova arriva fino a Ingolstadt, in Germania. La lunghezza dell’oleodotto era tale che il primo carico che lo attraversò, oltre 30.000 litri di greggio indirizzati proprio all’ILSEA, servirono a malapena a riempire l’oleodotto stesso! Durante gli anni ‘70 però l’azienda entra in crisi. Le crisi del petrolio si succedono e il prezzo del greggio si decuplica in appena dieci anni. Boatti si trova ad essere unico proprietario di un’azienda in crescente perdita. Alla fine del decennio l’ILSEA è spesso in cassa integrazione e le cose sembrano andare sempre peggio: il greggio scarseggia e procurarselo, anche a costi elevatissimi, diventa sempre più difficile, mentre le tasse mangiano i già scarsi ricavi. Nonostante la situazione ormai agonizzante, la fine della ILSEA è improvvisa e tragica: un incendio scoppia attorno alle 21.00 del 26 settembre 1981. Le cause non furono mai chiarite, probabilmente si trattò di un problema interno, forse un cortocircuito. Nell’incendio del 26 settembre persero la vita due lavoratori, Giacomo Corti e Roberto Dell’Oro, di soli 20 anni: il fuoco divampò per tutta la notte e si estese a tutti i serbatoi, inclusi quelli a ridosso della montagna, nonostante gli sforzi dei Vigili del Fuoco. La strada viene chiusa immediatamente, mentre alla fabbrica viene dato ordine dal Comune di svuotare e smantellare i serbatoi e di rimuovere tutto il materiale infiammabile. I serbatoi sono molti e il fabbro impiega diversi mesi a rimuoverli completamente. La strada, ormai tornata sicura, viene riaperta nel maggio dell’anno successivo.

Ma la vicenda della strada per Bellagio si complica: poco prima dell’incendio, il 18 luglio 1981 uno smottamento provoca la caduta di alcuni sassi e la morte di un uomo, schiacciato nella sua auto. La strada rimane quindi chiusa per alcuni giorni e in seguito si decide di fornire maggior protezione ai veicoli che la percorrono. L’ANAS sceglie di costruire un’ “avan-galleria” che ripari da eventuali frane il tratto di strada immediatamente accanto all’ILSEA. I lavori sono interrotti in seguito all’incendio del 26 settembre, ma già in ottobre il costruttore, Paride Cariboni, ottiene una deroga e può continuare a lavorare, sebbene la strada resti ufficialmente chiusa al traffico. Quando la galleria è ormai quasi pronta per essere inaugurata l’impresa Pensa, che sta lavorando sul sito, si accorge che qualcosa sul monte non va. Ci sono scosse e smottamenti che lasciano presagire un’altra frana e la strada viene chiusa, il 18 gennaio 1983. Appena in tempo: dopo pochissimi giorni c’è un enorme crollo nel tratto antistante la galleria, che blocca ogni possibile accesso. Cosa era successo? L’eredità dell’incendio dell’ILSEA si era infine fatta sentire: la montagna calcarea, formata al 90% da carbonato di calcio, era stata “cotta” dalle fiamme dell’incendio e successivamente allagata dagli acquazzoni dell’autunno. Quello che si produsse fu qualcosa di molto simile alla calce viva: la pietra si sciolse con grandissima facilità, e franò rovinosamente a valle. Sebbene non vi fossero state vittime, la frana sommerse quel poco che restava della raffineria, inclusi i materiali che durante lo smantellamento era stato possibile recuperare ed erano pronti per essere riciclati.

Normale Torre Manzoni

Normale Torre Manzoni

Attraversando il ponte Kennedy appare evidente nel profilo all’orizzonte del Moregallo orientale una torre che svetta in una cresta che declina verso il lago. La torre è nella zona della prima cava, a ridosso del primo tratto di gallerie abbandonate. Tutta quella zona, da “Passo400” al “Crinale della Teleferica” sono da lungo tempo la mia personale frontiera. Prima di scoprire che Bruna fosse incinta, due estati fa, mi ero avventurato in quella zona risalendo da solo il primo canale da sud, quello in cui precipitano i vasi di plastica che il vento spinge nell’abisso dalla Chiesetta di San Isidoro al Sasso Preguda. La mia salita, per quanto mi è dato sapere, è una delle pochissime – forse addirittura l’unica – esplorazioni alpinistiche di quella parte del Moregallo. Avrei voluto spingermi oltre, raggiungendo i canali più a nord sopra la cava, ma oggi non ho più la preparazione nè la determinazione per affrontare da solo quel labirinto. Tuttavia quella torre, giorno dopo giorno, continuava ad osservarmi attraverso le finestre dell’ufficio, mentre io ne ammiravo il cambiare delle ombre nelle ore del mattino, prima che il sole scomparisse dopo mezzogiorno lasciando in ombra tutto il versante. La mattina, prima del lavoro, mi ero spinto spesso verso l’Orsa-Maggiore armato di teleobiettivo per studiare il mio rebus: come raggiungere la base della torre? Valutando le varie prospettive avevo stilato un “piano d’azione”, tuttavia i tempi per le mie solitarie sembrano finiti ed avevo bisogno di formare una squadra di “incursori” per un sopralluogo. Per raggiungere la torre è necessario infatti superare uno zoccolo fatto di canali, placche e paglione decisamente insidioso: in quegli spazi entrare non è così scontato, così come non lo è riuscire ad uscire. “Per la torre serviranno delle ballerine, ma in basso ci servono dei picchiatori”. Mentre osservavo le foto il mio pensiero era ormai chiaro: “Abbiamo bisogno di Mattia”. Già, Mattia è una specie di “tasso leggendario”, quello che nella “serie televisiva” non si vede spesso nella formazione ufficiale, ma che appare quando la “puntata” si fa davvero impegnativa e risolve la situazione. Mattia è come il Kraken, la mitologica creatura degli abissi, «Molto, molto al disotto nel mare abissale il suo antico, indisturbato, sonno senza sogni dormiva il Kraken […]». Svegliare il Kraken significa affrontare la sua incontenibile e travolgente furia: “Mattia non si ferma nè torna indietro (ahimè!!)”. Così gli ho mandato due foto, insieme allo schizzo delle linee di accesso alla torre ed il mio piano per un prudente sopralluogo. La sua risposta è stata come sempre entusiasta e spaventosa: “Andiamo! Ma non alla base: in cima!!”. I tassi più giovani, coinvolti nella questione “Torre Manzoni”, erano piuttosto stupiti: ”Come in cima? Non sappiamo ancora nulla e lui vuole salirla in giornata?”. Arrampicare con Mattia significa trovarsi tra l’incudine ed il martello, la sua grande capacità è un arma a doppio taglio. “Suvvia, vedrò di provare a contenerlo.” Avevo risposto loro divertito. “Ma mettetevi in testa che non sarà una passeggiata”. Forse devo averli spaventati perchè, la mattina dell’appello, si è poi presentato solo Ruggero che, per la cronaca, nonostante abbia già aperto un paio di vie con Josef parteciperà alla sua prima lezione di un corso AR1 del CAI solo il prossimo week end (questa cosa mi diverte un sacco).

Equipaggiamento NDA, cinque chiodi a testa, fittoni da terra e chiodi lunghi ad U. Set completo di Dadi e Nat. Cordini, fettuce, canapo d’abbandono e due mezze corde da 60 (quelle belle, per le grandi occasioni). “Leggeri e veloci, ma equipaggiati pesante per ogni evenienza”. Mattia, Ruggero, io ed il Jet Lag per il cambio dell’ora. “Okay, proviamo di qui!” Ci imbraghiamo ed iniziamo a salire slegati. Risaliamo per canali e placche invase dal paglione e, nella nostra risalita, troviamo tracce di vecchi muretti a secco: testimonianza di come queste terre dimenticate un tempo fossero assiduamente frequentate per il pascolo e la legna. Il paglione ci permette di salire ma per la discesa, con il blu del lago prepotentemente oltre l’abisso, servirà ben più che passo fermo e presa buona. Tuttavia buona parte delle difficoltà che temevo di incontrare trovano quasi autonomamente soluzione e, prima del previsto, ci troviamo alla base della torre. Lo scenario che ci circonda è straordinario, probabilmente uno dei più suggestivi di tutta l’Isola Senza Nome. La Torre Manzoni ricorda in modo curioso il terzo Magnaghi in Grignetta, ma sopra la placca che ne segna la base si innalza un diedro che rimonta fino alla sommità.

Io e Mattia iniziamo a discutere sul da farsi. Lui vorrebbe attaccare dritto per dritto, aggirare la placca strapiombante sulla destra e traversare fino al diedro e quindi verso la vetta. I miei piani per una sicura esplorazione erano andati a farsi benedire: dovevo trovare una valida alternativa ad uno scontro diretto con la torre. Io fisicamente sono ancora tutto fuorchè affidabile, c’è la possibilità che ceda all’improvviso oltre ad avere uno scarso margine operativo. Ruggero invece è alle sue primissime esperienze, è molto bravo ma dobbiamo essere prudenti con lui. Siamo alla frontiera: se in quell’ignoto qualcosa va storto, su questo lato della montagna, sono davvero grossi grossi guai. Così, cercando la mediazione, propongo di rimontare la spalla rocciosa a sinistra della torre. La roccia sembra buona, ricorda quella della Cresta del Cinquantenario ed offre lungo la linea grosse piante da cui ritirarsi facilmente. La placca iniziale è verticale ed impegnativa ma offre la possibilità si alzarsi e di studiare meglio la torre prima di decidere se affrontarne le difficoltà.

Piante e radici offrono punti di ancoraggio e di sosta mentre ci alziamo sul fianco della torre, sul lato opposto del canale traverso che ne segna la base. Ci alziamo abbastanza da tentare un lungo traverso verso destra che ci permette di abbassarci nel canale approcciando la torre nella sua parte alta. Mattia, corda lasca ed infinita, parte all’attacco della torre. Ruggero, che gli fa sicura, lo guarda stupefatto: “E’ una macchina! Va su con il sorriso sulle labbra!”. Dall’altro lato del canale ci giungono le risate divertite e compiaciute di Mattia: la roccia è infatti magnifica, lavorata e densa di appigli, spaccata in grossi blocchi ma adeguatamente solida. La speleologia, salvo casi eccellenti, ha regalato all’alpinismo figure di straordinaria capacità e determinazione: Mattia è per certo uno di queste. Una volta sotto la sommità della torre attrezza la sosta ed inizia a recuperarci ad una sosta realizzata con un carpino ed un grosso masso.

“Dobbiamo tornarci, dobbiamo tornarci! Hai visto il diedro? Dobbiamo tornarci!” Mattia già immaginava divertito la prossima salita mentre io mi accontento di risolvere la questione dell’imminente discesa. Facciamo un primo tentativo sul lato opposto della torre. Mattia disarrampica calato dall’alto fino ad un terrazzino, si allongia ad una pianta e si sporge oltre il bordo per capire come raggiungere il canale sottostante. La “teoria” prevede che se raggiungiamo il canale a nord della torre e riusciamo ad uscirne sull’altro lato possiamo sfruttare il non-semplice “sentiero” della teleferica per raggiungere nuovamente le rive del lago. Il canale, tuttavia, è già in ombra e tutt’altro che invitante. Ad occhio e croce servono due doppie per scendere e dobbiamo ancora scoprire come uscire dal canale. Inoltre l’unico a conoscere il trucco della “scala di sasso” ero io: avevo percorso quella zona diverse volte in salita, ma mai in discesa e, da quella prospettiva, anche il mio orientamento rischiava di essere ingannato. “Dall’altro lato almeno c’è il sole e conosciamo la strada: torniamo da dove siamo venuti?”. La proposta, dopo un breve consiglio a tre, è stata approvata ed usando un solido carpanello ci siamo calati fin dentro il canale sud della Torre. Qui abbiamo attrezzato un traverso che ci ha portato al di sopra della prima sosta, a sbalzo sui grandi prati. Da qui con altre due calate da 30 siamo arrivati all’attacco del crinale roccioso da cui eravamo partiti al mattino. Con prudenza ci siamo abbassati sul paglione fin dove eravamo protetti dalle piante poi, con due ulteriori doppie da 30 abbiamo raggiunto la base del canale sud e l’accesso alla vecchia provinciale abbandonata. Fine missione: tempo di birra al Rapanui! Solo con le gambe sotto al tavolo, come raccontano ricordasse Nardella, una salita si può finalmente considerare conclusa.

Credo che non ci siano state salite precedenti alla torre, per questo mi permetto di suggerirne alla comunità alpinistica dell’Isola senza Nome il toponimo “Torre Manzoni”. Un omaggio allo scrittore ma anche alla città di Lecco. Lo scorso anno volevo appendere alla statua del Manzoni una collana di spit, dedicargli ora una torre senza trapano è il mio modo di fare ammenda. Ho pensato di chiamare la via “Normale alla Torre Manzoni” perchè ha un certo fascino, nel 2019, tracciare una normale su una struttura inesplorata (dietro casa). Inoltre, tra le diverse possibilità, è sicuramente la via più logica dal versante sud alla cima della torre.

C’è un mondo antico ed inesplorato lassù. Ho delle fotografie che non pubblico per egoismo, ma anche per precauzione. L’accesso dal basso è relativamente rapido ma significativamente pericoloso: il rischio di ritrovarsi spiaccicati sugli scogli o sull’asfalto della provinciale abbandonata è assolutamente concreto. L’ambiente è straordinario ma selvaggio, nella sua accezione più magnifica e terribile. La roccia invita, esalta persino, ma richiede occhio, mestiere e rispetto (non ci si avventuri alla leggera). Da ultimo, avendo conquistato – e non uso a sproposito questo termine – la cima della torre “by fair means” rivendico tutta la zona come “Moregallo Natural Climbing Area”: l’uso del trapano è quindi interdetto per l’arrampicata. Si tratta di una zona incontaminata, probabilmente una delle ultime in tutto il Lario: non roviniamo questo gioiello prezioso, non ne esistono quasi più, impariamo a conservali!

Normale alla Torre Manzoni, Moregallo Orientale. Mattia Ricci, Ruggero Riva, Davide Birillo Valsecchi – Tassi del Moregallo.

I bene-intenzionati possono contattarmi e sarò benfelice di condividere con loro appunti ed archivio fotografico.

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo

Ancora Albonico

Ancora Albonico

Questo ha tutta l’apparenza, ma anche la sostanza del classico caso umano: mi è giunta notizia che Albonico e zone limitrofe sono state spittate. Ora, non so chi sia stato. C’è questa eco che parla di Andrea Savonitto, ma non ho potuto avere conferma.  Chiamerò quindi l’autore del gesto con delle iniziali a caso, che so… DH, oppure TdC. Orbene se qualcuno conosce tale persona deve aiutarlo!

Personalmente sono sinceramente dispiaciuto per DH, è triste vivere in un mondo incolore… Non so se qualcuno di voi ha avuto la fortuna di mettere piede in quella zona. Ogni posto, quando è lasciato libero di essere possiede la sua magia. Su quel versante però la Natura è come si fosse divertita a svelarsi attraverso il paesaggio, il gioco delle luci, la forma delle cose, i colori, le brezze… Ed ecco che arriva TdC e cosa vede in tutto questo? Una bella falesia a spit! Penso che il DH in un assolato prato pieno di fiori individui solo un’area asfaltabile da trasformare in parcheggio.

Ma se la cosa è molto triste per lui lo è altrettanto per noi perché gente come TdC, magari inconsapevolmente, inquinano e rovinano. Pensare che la persona umana sia centro e fine di tutte le cose ci sta portando a breve a sbattere il muso, tutti ormai lo stanno intuendo. Forse DH fa finta di niente o è distratto. La persona umana è solo una parte della Natura e non ha alcun diritto di vederla come suo possesso da usare per i propri scopi.

Ma anche rimanendo solo alle norme della buona educazione, se una cosa è di tutti perché non appariene a nessuno abbiamo il dovere di lasciarla come l’abbiamo trovata e non di usarla come più ci aggrada Se poi vogliamo approfondire l’argomento da un punto di vista alpinistico, tagliare con file beote di spit itinerari già esistenti in loco è antistorico, scorretto e cafone.

Per cui esorto chiunque conoscesse TdC ad aiutarlo. Sono sicuro non sia cattivo o stupido, probabilmente è solo mal consigliato o come accennavo prima, prigioniero di un triste mondo incolore

Andrea Maiocchi

La Fessura dell’Albero

La Fessura dell’Albero

“Forse Ondra non ha urlato sulla via, ma Madre Natura lo  ha sicuramente fatto. Ai miei tempi, negli anni ’80, ad Apricot Dome, avevamo una regola non scritta: se spitti una fessura, ti tagliamo le gomme. Lo fai di nuovo, trasciniamo un sacco di patate in parete e giochiamo a “Colpisci il Bersaglio” mentre stai arrampicando. Il punto è: sapevi che ci sarebbero state conseguenze. Oggi, puoi trasmettere in diretta la video premier dei tuoi crimini mentre il mondo applaude. Cosa diavolo è successo all’arrampicata?” Questa è la parziale traduzione di un articolo in inglese inviatomi via WhatsUp da Gabriele: parla di un tizio, un tale CrustyTradDad58, che vuole togliere gli spit da una via del cecoslovacco con il collo lungo. Onestamente non so assolutamente nulla di questa faccenda e non ho assolutamente idea se sia una cosa seria o una provocazione. Tuttavia la faccenda delle patate mi aveva rubato un sorriso, così ho semplicemente risposto: ”Vabbè: severo ma giusto… Domani 8:15 da me? C’è una fessura che ci aspetta!!”

Così, sghignazzando, ci siamo ritorvati a far colazione in un baretto del centro a Valmadrera. Io, Josef, Ruggero e Gabriele. “Dove andate ragazzi?”. Ha chiesto il barista scambiandoci per gitanti forestieri. Così ho dato spago a questa sua impressione. “Facciamo due passi sulle montagnette qui dietro…” Il barista allora si ferma, si volta, mi squadra un secondo e mi risponde gentile ma deciso: “Non le chiamerei montagnette queste qua…”. Noi, tutti insieme, siamo scoppiati a ridere all’unisono: “Amico, con noi hai già vinto tutto!”

Quando arriviamo nella Due Pile Alta siamo fradici, il caldo è opprimente per essere Marzo ed abbiamo già asciugato le scorte d’acqua nonostante il rifornimento fatto al fontanino di Sambrosera. Il clima è da spiaggia e le prospettive sulla roccia torride.

Mentre il reparto “ricerca e sviluppo” conduce i propri esperimenti alla Chouinard su una piccola roccia, ho cercato un buon posto dove fare sosta alla base del torrione, non troppo distante dalla Torre Bifida. Il torrione, che abbiamo battezzato con semplicità “Quello della Fessura con l’Albero”,  è caratterizzato da una larga fessura verticale che, nel punto più strapiombante, è attraversata da un vecchio ma solido albero. Alla base del torrione ho travato una piccola ma solida clessidra in cui infilare un sottile cordino  per  attrezzare la sosta: un ottimo presagio di buon auspicio. Mi sono messo a manovrare le corde mentre Josef iniziava la propria salita.

La via, battezzata “Optional Tree”, è probabilmente un V+/VI- se ci si affida al provvidenziale aiuto dell’albero che la custodisce, oppure  VII+/VIII- se si decide di ignorarlo. Josef riferisce che lo strapiombo iniziale è più duro di quello di Birillo’s Crack, lo sforzo è più intenso ma più breve. La terrificante continuità di Birillo’s Crack resta però ancora insuperata.

Nota sulla Moregallo Natural Climbing Area: negli ultimi 4 anni abbiamo aperto più o meno 15 vie (…purtroppo si può arrampicare per lo più solo nei periodi invernali senza neve) ed abbiamo lasciato in via qualcosa come 6/8 chiodi da arrampicata. Il nostro obiettivo futuro, dopo una lunga riflessione, è rimuovere buona parte di questi chiodi lasciandone probabilmente solo uno o due, quelli che già in passato non abbiamo estratto per non rovinare la roccia. Vogliamo ulteriormente sforzarci nel limitare al massimo ogni segno di passaggio umano. Quindi, se volete giocare da queste parti, dovrete adeguarvi a questa linea di condotta con la consapevolezza che ogni vostra salita sarà completamente indipendente e probabilmente unica.

Davide “Birillo” Valsecchi

Nel dubbio… Karate!

Nel dubbio… Karate!

Superata la Torre Marina buttiamo gli zaini a terra ed iniziamo ad imbargarci all’attacco della Cresta del Cinquantenario. Cerco di infilarmi le scarpette ma un dolore alla spalla mi blocca. Sorpreso da quella fitta mi siedo per terra e piano piano finisco di equipaggiarmi. Conosco quel dolore e mi ruba un sorriso quasi divertito. Con me ci sono Gabriele e Ruggero: loro si prendono cura di me, io mi prendo cura di loro. Ruggero si è presentato a casa mia, all’alba, in bicicletta: i due sono in grande forma ma ne combinano davvero una più di Bertoldo… specie con le corde! Mancano di esperienza ma abbondano in talento e determinazione. Io sono invece un rottame. La caviglia mi da il tormento ed ho l’agilità di un manico di scopa spezzato. Di fatto, per come mi sento, la cresta del Cinquantenario sarebbe fuori dalla mia portata senza di loro (…anche se poi  si dimenticheranno di farmi sicura sul qualche tiro!!!). Le gambe, il fegato, la schiena, il lavoro, la Nana, il sonno mancato… sono uno abituato ad inventarsi ottime scuse, ma questa volta mi toccano solo giustificazioni più che reali. Povero me. Sono un rottame ma per come è andato l’ultimo anno è inevitabile io lo sia, quindi bene. Anzi benissimo. Poi questi due “giovinastri” (e lo dico con affetto) si occupano di me ed io mi occupo di loro: l’equilibrio vince ogni cosa. Però quel dolore alla spalla è diverso, quel dolore lo conosco e nel tempo gli ho dato anche un nome: paura. Io vivo una certa simbiosi con il mio corpo (quando non siamo litigati!) e quel dolore è il modo in cui fisicamente cerca di comunicarmi che non siamo preparati. Perchè, francamente cos’è la paura se non impreparazione?

Così mi è venuta in mente una frase del Maestro Funakoshi “Il karate è come l’acqua: si raffredda solo quando smetti di scaldarla”. Superata la cresta del Cinquantenario e la successiva bevuta nella mia cucina, ho preso a mano un vecchio libro. “Secondo me, ci sono tre specie di disturbi che affliggono un essere umano: le malattie che causano febbre, le disfunzioni del sistema gastrointestinale e le ferite fisiche. Quasi sempre la causa di un’infermità è radicata in una condotta di vita malsana, in abitudini irregolari, ed in una circolazione povera. Se un uomo con la febbre pratica il karate, fino a che comincia a sudare, egli presto troverà che la sua temperatura si è abbassata e che la malattia è stata curata. Se un uomo con disturbi gastrici fa lo stesso, il suo sangue circolerà più liberamente ed allevierà la sua sofferenza. Le ferite sono, naturalmente, un’altra cosa, ma anche molte di queste possono essere evitate da un uomo ben allenato che si esercita con attenzione e cautela. Il Karate-do non è semplicemente uno sport che insegna come colpire e calciare; è anche una difesa contro le malattie e gli acciacchi.”

Ho fatto leggere il passaggio a Bruna che, da esperta massofisioterapista, ha confermato che ho tutte le tre patologie. Tuttavia cercava di contraddire con la sua esperienza medica l’idea che bastasse praticare Karate per guarire dai tre disturbi. Così ho cominciato a prenderla in giro rispondendo ad ogni sua domanda con “Karate!” come in uno spettacolo dei Monty Python. Hai bisogno di dimagrire? Karate! – Hai la pressione alta? Karate! – Devi portare fuori l’immondizia? Karate! Può sembrare ridicolo, ma è la verità: il Karate, nella giusta accezione, è sempre la risposta.

“Studia come un principiante, in seguito potrai stare in modo naturale.” Ora, due volte al giorno, come un politraumatizzato in riabilitazione fisioterapica, mi alleno per circa 40 minuti. Non crediate che danzi in un tripudio di calci volanti (potrei morire tentando di nuovo qualcosa di simile!!!), mi esercito in movimenti che ai più potrebbero apparire ridicoli ed inutili. Piccoli, ma densi. Tuttavia ogni restauro inizia dai dettagli e, finalmente, confido di poter tornare presto a giocare con i miei compagni sulle rocce del Moregallo.

Curiosamente, dopo anni di indisciplinato e piacevole castigo, il mio Maestro mi conferì la cintura nera proprio per meriti alpinistici, perchè nel mio andare per monti avevo dato prova di aver davvero compreso il significato del Karate-Do, la via della mano vuota. Forse questi due credono di imparare qualcosa da me, ma la realtà è che sono io ad imparare, e molto, da loro.

Ora, se vi riesci di allestire una sosta decente e chiudere queste benedette ghiere, possiamo ricominciare a salire! 😉

Davide “Birillo” Valsecchi    

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