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La 5ᵃ A di Asso in cima al Cornizzolo

La 5ᵃ A di Asso in cima al Cornizzolo

Scuola e Montagna
Scuola e Montagna

Sono le nove del mattino quando arrivo in piazza del mercato a Canzo. Dallo scuolabus giallo scendono i 22 bambini della Quinta Elementare sezione A della scuola G.Segantini di Asso. Con loro ci sono tre agguerrite maestre, le promotrici della gita, e noi quattro del Cai di Asso: Bruno e la moglie Gianina, io e l’inossidabile Gianmario.

Gianmario li dispone in cerchio in mezzo al piazzale ed attacca conil discorso. La prima volta che ho sentito Gianmario fare “il discorso”  avevo otto anni. Ora ne ho quasi 34 e sono il vicepresidente del CAI Asso ma il senso universale delle sue parole è sempre lo stesso: “Bene. Ora siamo un gruppo, quindi andiamo in montagna tutti assieme. Ci si aspetta e ci si tiene d’occhio l’uno con l’altro. Si cammina in fila indiana e non come pecore. Quando vi scappa la pipì lo dite ad uno dei grandi prima di fermarvi in fondo al gruppo. Nessuno si deve perdere, nessuno si deve far male. Ora andiamo!

“Il discorso” è qualcosa di semplice ma racchiude in sè quasi tutto quello che serve sapere per una convivenza civile e per affrontare in sicurezza la montagna con l’aiuto di qualcuno più esperto di noi. Perdersi tra i boschi con i calzoni abbassati non è divertente per nessuno, il dettaglio “pipì” è tra i più importanti e socialmente complessi.

Le destinazione è il rifugio Marisa Consigliere che, gestito dai volontari della Società Escursionisti Civatesi (Sec), sorge appena sotto la cima del Monte Cornizzolo. La nostra allegra e chiassosa compagnia fatta di ragazzi undicenni della classe ’99 si avvia verso Gajum e da lì, attraverso il sentiero Geologico B ed il sentiero numero 7, risale la costa.

Alle due del pomeriggio arriviamo al rifugio. Giochiamo un po’ a bandiera e a tiro alla fune (ndr. le ragazzine hanno stracciato i maschietti!!) e finalmente saliamo fino alla croce posta in cima al Cornizzolo.

Al tramonto organizziamo le camerate per pernottare al rifugio. Per molti dei ragazzini è la prima notte passata fuori casa senza i genitori.  Prima di cena ci raggiungono Renzo, il Presidente della nostra sezione, in compagnia di Roberto e Franco, reduci di fresco da una salita a 6000 metri in Nepal.

Non importa quanti anni hai o quanto in alto puoi andare: con le gambe sotto il tavolo davanti ai maccheroni siamo tutti uguali, grandi e piccini.

Dopo cena ci raggiungono Ezio, Paolo e “CP”, tre volontari del gruppo astronomi DeepSpace di Lecco. Con loro hanno un telescopio a specchio da oltre trenta centimetri di diametro. La Luna e Saturno danno spettacolo mentre i ragazzi ascoltano il “trio” che spiega loro le stranezze del cosmo.

Mandarli a dormire è stato quasi più difficile che tirarli giù dalle brande la mattina dopo. Una buona colazione e si riparte cominciando la discesa. Arrivati al Terz’Alpe facciamo una pausa prima di avventurarci tra le magnifiche statue di legno del sentiero “Lo Spirito del Bosco”. I mei complimenti al Comune di Canzo e allo scultore Alessandro Cortinovis per aver realizzato un simile percorso pieno di fascino per i bimbi ed i loro accompagnatori.

Alle quattro, dopo due giorni passati tra geologia, astronomia, botanica ed il piacere dello stare insieme, eravamo di nuovo al piazzale da cui eravamo partiti aspettando il ritorno del pulmino giallo.  Due giorni semplici ma speciali al contempo. Sono contento di aver accompagnato i ragazzi di Asso: sono loro il futuro del nostro piccolo paese.

Davide “Birillo” Valsecchi

Nb: visto che i nostri “neo-alpinisti assesi” sono tutti minorenni non pubblicherò qui sul web le foto della gita. Tuttavia le maestre stanno già preparando un CD per i genitori: non lasciate che i ricordi vadano persi!!

Ps: Un ringraziamente ad Alberto che ha organizzato l’incontro mentre quella che segue è la foto della Luna che sono riuscito a scattare grazie all’aiuto dei ragazzi del DeepSpace e al loro telescopio. La mia piccola fotocamera è stata in Tibet, Africa ed in un sacco di altri posti ma mai aveva fatto una foto così: grazie, prima o poi il nostro piccolo CAI andrà anche lassù!!

La Luna attraverso il telescopio del team DeepSpace Lecco
La Luna attraverso il telescopio del team DeepSpace Lecco
Avventurieri con le chiavi del mondo

Avventurieri con le chiavi del mondo

in buona compagnia
in buona compagnia

Questo è il “roboante” titolo con cui Lake Como Lifestyle ha dedicato un articolo ai nostri viaggi in Himalaya. La rivista, che pubblica i propri articoli sia in italiano che in inglese, è una delle testate dedicate al Lario più note a livello nazionale ed internazionale. Lake Como Lifestyle è infatti distribuito nei migliori Hotel e nei locali più trendy, oltre che nei consolati e nelle ambasciate.

Fa un po’ effetto pensare che la nostra storia e le nostre facce ora facciano bella mostra di sé nelle Hall di prestigiosi alberghi come il Villa d’Este di Como, il Villa Serbelloni di Bellagio, l’Excelsior di Praga, il The Time a New York o in luoghi esotici come il Mandarin Oriental a Bangkok o il Karma Kandara di Bali. Ero imbarazzato quando le Zie avevano appeso le nostre foto in Trattoria al Lambro qui ad Asso: figuratevi ora!

L’impegno con cui stiamo portando avanti i nostri “gemellaggi” tra il lago di Como e gli altri laghi del mondo sembra raccogliere sempre più attenzione ed interesse, questa è una grande soddisfazione: nel grande e sempre più famoso Lario anche la nostra Asso ritaglia il suo spazio ribadendo in maniera positiva la sua posizione, la sua natura ibrida fatta di lago e montagna.

Ecco un estratto dell’articolo con le domande che il  giornalista, Paolo Filippo Soldan, ha posto al “Duo Assese“:

Cosa ha spinto due assesi a vivere questi viaggi?
Siamo di un piccolo paese che spesso si dimentica del suo grande passato. Enzo ha fatto conoscere il nome di Asso con la sua arte ed io con le spedizioni alpinistiche, in particolare con quella che ha portato a battezzare Cima-Asso in Pakistan. Due anni fa ci siamo incontrati in trattoria ed abbiamo deciso di provare ad unire arte e montagna, viaggio e racconto. E’ in questo modo che è nata la strana storia dei due assesi in giro per il mondo in un’ alternanza di viaggi in posti lontani e viaggi attraverso i confini del nostro lago.

Chi sono i contrabbandieri del Nirvana  (titolo del vostro ultimo libro) e perchè?
Il nostro lago, il Lario, è sempre stato terra di confine. Questo forse è rimasto un po’ nel nostro modo di pensare, di vedere il mondo che ci circonda. C’è sempre qualcosa al di là della collina che vale la pena vedere o cercare. Qualcosa di valore che può essere “contrabbandato” con un viaggio. Questo è quello che abbiamo fatto in Himalaya, abbiamo cercato di “portare a casa” emozioni, ricordi schegge di quello che, con gli occhi da assesi, ci è parso il nirvana di cui tanto abbiamo sentito parlare.

Cosa riportate dentro di voi dopo ogni viaggio?
Oggi giorno tutto sembra scontato, già visto. La tecnologia sembra impoverire lo spirito mentre spesso non ci si rende conto del suo vero potenziale. Attraverso il nostro diario di viaggio, www.cima-asso.it, non si deve aspettare il nostro ritorno per ascoltare le nostre storie. Le si può vivere quasi giorno per giorno con foto, racconti, piccoli filmati. E’ bello perchè non si ha mai la sensazione di essere soli, nemmeno dall’altro lato del mondo: siamo assesi in missione speciale. Poi il lato artistico di Enzo prende il sopravvento e la quantità di piccoli oggetti che colleziona o le opere che realizza durante il viaggio ci permette di allestire vere e proprie mostre.

Quali saranno le prossime tappe?
La prossima tappa è l’Africa. In partenza per la Tanzania prima della fine di Febbraio partiremo alla volta di Zanzibar per poi spostarci attraverso le montagne del Sud verso il lago Tanganika. Due mesi di viaggio di cui il primo sarà speso realizzando opere in ferro battuto sull’isola di Zanzibar, il mese seguente andremo girovagando verso il grande lago africano. Anche in questo viaggio cercheremo di unire arte ed esplorazione raccontando dal vivo le nostre esperienze: un roccambolesto misto tra Quark, il Grande Fratello e JackAss

Esiste un parallelo tra la vostra terra e le terre che andate a scoprire?
Noi viviamo tra l’acqua dei nostri laghi e le montagne che li sovrastano e così, nei nostri viaggi, si finisce sempre tra laghi e montagne esplorando un mondo diverso ma comunque simile al nostro. Spesso poi la tradizione tessile del nostro territorio si è intrecciata con i nostri viaggi, come nel caso dei preziosi tessuti in lana pregiata del Kashmir o dando vita alle bandiere tibetane scritte in dialetto comasco e realizzate dai ragazzi del setificio di Como: “E’ con la lingua dei nostri vecchi che chiederemo al vento dell’Himalaya di dare voce alle preghiere dei nostri giovani“. Attraverso “occhi nostrani” riscopriamo come siamo fatti osservando ciò che è differente. E’ un buon modo per crescere ed imparare senza dimenticare le nostre radici

La rana nel pozzo

La rana nel pozzo

Swami Vivekananda
Swami Vivekananda

“C’era una volta una rana che viveva in un pozzo. Era lì da tanto tempo. Era nata in quel pozzo ed era cresciuta fino a diventare una rana adulta che ogni giorno ripuliva l’acqua dai vermi e dai microbi che vi si trovavano. Vivendo in questo modo, era diventata bella grassa e lustra. Un bel giorno, una tartaruga, che invece viveva nel mare, passò di lì e cadde nel pozzo.

«Da dove vieni?». «Dal mare». «Dal mare? È grande così?» e la ranocchia fece un salto. «No, amica mia, è molto più grande!». «Allora è grande così» e la rana fece un altro salto, più grande. «Amica mia — rispose la tartaruga — come puoi paragonare il mare al tuo piccolo pozzo?». «Allora dev’essere grande così!» e la rana si mise a saltare da un estremo all’altro del pozzo. «Che assurdità voler paragonare il mare a un pozzo!». «No — pensò la ranocchia che abitava il pozzo —, niente può essere più grande del mio pozzo. Questa tartaruga è una bugiarda: cacciamola via!».

Questo è sempre il lato difficile delle cose. Io sono un indù; mi accoccolo nel mio piccolo pozzo personale, e credo che il mondo intero sia lì. Il cristiano si accomoda nel suo piccolo pozzo e anche lui crede che quello sia l’intero universo. Il musulmano si chiude nel suo piccolo pozzo e anche lui crede che non esista altro al mondo”.

Questo è un passaggio del discorso di Swami Vivekananda, un filosofo e religioso indiano, che presenziò nel 1893 al Parliament of the World’s Religions, primo storico incontro mondiale tra i rappresentanti di tutti le fedi.

Questa favoletta mi  mi è venuta in mente leggendo, sul giornale di ieri,  una dichiarazione del vice sindaco Giovanni Conti: “Non credo si dovrebbe scherzare quando si parla comunque di religione. Quando scrive Valsecchi è a mio parere offensivo e privo di senso”. Ognuno di noi fa quello che può, ti prego di non offenderti se non capisci il senso di quello che scrivo…

Davide “Birillo” Valsecchi

Siamo tornati!!

Siamo tornati!!

Ecco una foto che non speravo di poter fare!!
Ecco una foto che non speravo di poter fare!!

Grazie all’aiuto di tutti abbiamo ritrovato i nostri Cedri tornando a casa.

Li avevano dati per “spacciati” entro Aprile ma qualcosa è andato storto o forse, più probabilmente, le cose hanno cominciato a funzionare per il verso giusto.

La condanna, però, è stata solo posticipata a quest’estate ma le nostre piante, ormai abituate ad vivere sotto costante minaccia, continuano a godersi la nuova primavera. Cadranno per dare spazio alla “rotonda a supporto del supermercato“? Non lo so, questo dipende da tutti noi.

Grazie a tutti, mandateci altre foto e firmate le petizioni per le nostre piante. Finchè restano in piedi nulla è ancora perduto!!

Grazie Asso!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps. Ho potuto vedere questo filmato:  TVS – Asso Vs Canzo.

Non so cosa faranno gli altri, ma noi continueremo a tenere d’occhio quello che succede a “casa nostra”. E’ incredibile quanta arroganza e mancanza di stile possa esibire chi si è sempre sottratto al confronto diretto.

Credo che “regaleremo un libro di galateo a natale” sia il momento più basso mai raggiunto dalla politica assese. Forse prima di incartarlo dovrebbe dargli una scorsa…

Il campanilismo tra Asso e Canzo è atavico ma oggi, mio malgrado, sono costretto a ringraziare e a scusarmi con i “cugini” di Canzo a nome di tutti coloro che si sono pentiti della “scelta” fatta nelle urne. Purtroppo sì, è anche colpa nostra. Stiamo cercando di rimediare…

Verdi colline d’Africa

Verdi colline d’Africa

E.H.
E.H.

“Ho una vita interessante, ma devo scrivere perché se non scrivo in una certa misura non posso godermi il resto della mia vita”

Oggi è il 2 Maggio e per me è una giornata diversa, differente da come nessuna altra durante l’anno può esserlo. E’ forse il giorno in cui tutto è cominciato o forse quello in cui tutto ha smesso di avere un senso. E’ un giorno folle reso quasi sopportabile che solo dal ricordo degli anni felici che l’hanno preceduto. Non è un buon giorno per scrivere, per lasciare uscire ciò che si agita dentro.

Questa notte ci aspetta l’aereo verso il Cairo e poi via verso Casa. Per chiudere il ciclo delle nostre avventure africane gioco il Jolly e chiamo in mio soccorso niente meno che un premio Nobel. Ecco un passaggio di Ernest Hemingway:

Sicché il mattino dopo partimmo alla testa dei portatori. Scendemmo attraversando le colline e una valle profondamente boscosa per risalire e attraversare un lungo altipiano ricoperto di erba altissima che rendeva il camminare molto difficile, e via e su e giù e per traverso, riposandoci di quando in quando all’ombra di un albero, sempre tra erbe altissime tra le quali ci si doveva aprire una strada, e sotto un sole scottante. Tutti e cinque in fila indiana. Droopy e M’Cola con una grossa carabina per uno, carichi di tascapani, borracce e macchine fotografiche, tutti quanti grondanti sudore nel sole, Pop e io con i nostri fucili e la memsahib che cercava di imitare il passo di Droopy col suo Stetson sulle ventitré, felice di trovarsi in una spedizione, e dei suoi stivali tanto comodi. Arrivammo infine a una macchia d’alberi spinosi su di un burrone che scendeva dal sommo di una cresta sino all’acqua, appoggiammo i fucili contro gli alberi, entrammo sotto l’ombra spessa e ci sdraiammo a terra. P.V M. cavò fuori dei libri da uno degli zaini. Lei e Pop si misero a leggere, mentre io scendevo nel valloncello sino al ruscello che usciva dal fianco del monte e trovai un’orma fresca di leone e molte gallerie aperte dai rinoceronti nell’erba più alta di un uomo.Faceva un caldo tremendo a risalire il pendio sabbioso, e fui felice d’appoggiare la schiena a un tronco d’albero e leggere Sebastopoli di Tolstoj. È un libro di giovinezza, con una bella descrizione di battaglia, là dove i francesi conquistano la ridotta, e io pensavo a Tolstoj, al gran vantaggio che l’esperienza di una guerra rappresenta per uno scrittore. La guerra è certamente un gran soggetto, difficilissimo a trattare con verità. Gli scrittori che non l’hanno vista cercano di farla passare per un soggetto poco importante, o anormale, o morboso, mentre in realtà è semplicemente qualcosa di insostituibile che è sfuggito loro. Sebastopoli mi ricordò il boulevard Sebastopol, il mio ritorno in bicicletta da Strasburgo sotto la pioggia, le rotaie sdrucciolevoli del tram, la sensazione di avanzare su dell’asfalto untuoso e scivoloso e sul lastrico di pietra nel gran traffico sotto la pioggia, e il fatto che fummo lì lì per abitare sul boulevard du Temple; e mi tornava alla memoria l’aspetto di quell’appartamento, i mobili, la tappezzeria: ma invece avevamo preso in affitto il piano superiore d’un padiglione in rue Notre Dame-des-Champs in un cortile dove c’era una segheria (e lo stridere improvviso della sega, l’odore della segatura e il castagno al di sopra del tetto e la pazza del pianterreno), e quell’anno pieno di seccature e di difficoltà in fatto di denaro (tutte quelle novelle rifiutate che mi ritornavano per posta attraverso una fenditura della porta della segheria, con delle lettere che non le chiamavano mai novelle, ma aneddoti, bozzetti, racconti, ecc.: non ne volevano sapere e noi vivevamo di cipolle bevendo vino di Cahors annacquato), e le fontane cosi belle nella place de l’Observatoire (con l’acqua lustra che mormorava sul bronzo delle criniere, sulle schiene e i petti di bronzo, verdi sotto l’esile filo d’acqua), e il giorno che innalzarono il busto di Flaubert nel giardino del Lussemburgo, nella scorciatoia che taglia il parco verso la rue Soufflot (un uomo nel quale credevamo, che amavamo senza riserve, ora pesante nella pietra come dev’essere ogni vero idolo). Egli non aveva visto guerre, ma aveva visto una rivoluzione e la Comune, e la rivoluzione è anche meglio, pur di non diventare fanatici, perché tutti parlano la stessa lingua. E la guerra civile è la migliore per uno scrittore, la più completa. Stendhal aveva visto una guerra e Napoleone gli aveva insegnato a scrivere. L’insegnava a tutti, allora, ma nessun altro ne approfittò. Dostoievskij fu formato dalla Siberia: gli scrittori si forgiano nell’ingiustizia come si forgiano le spade. Mi chiesi se mandare Tom Wolfe in Siberia o alle Tortugas sarebbe stato utile per farlo diventare uno scrittore, se questo avrebbe potuto dargli la scossa necessaria perché cominciasse a tagliar corto a tutto quel suo flusso verbale e imparasse che cos’è il senso della misura. Forse sì, forse no. Wolfe pareva veramente triste, come Carnera. Tolstoj era piccolo, Joyce è di media statura e si è rovinato la vista. E quell’ultima sera, ubriaco, con Joyce che continuava a ripetere una frase di Edgar Quinet: “Fraiche et rose comme au jour de la bataille”. La frase non era proprio cosi, lo sapevo bene. E a incontrarlo, era capace di riprendere una conversazione interrotta tre anni prima. Era bello vedere un grande scrittore all’epoca nostra. Quel che io dovevo fare era lavorare, m’importava poco di quel che mi sarebbe potuto accadere, la vita non la prendevo sul serio. Quella degli altri, non m’importa quali, sì, ma la mia no. Tutti desideravano qualcosa che io non desideravo affatto, ma che avrei ottenuto anche senza volere, lavorando. Lavorare era l’unica cosa che mi facesse stare veramente bene; ed era anche la mia dannata vita, e io l’avrei potuta indirizzare dove e come meglio mi fosse piaciuto. E il luogo dove ora l’avevo condotta mi garbava molto. Questo ciclo era più bello di quello d’Italia. Non era per niente vero. Il ciclo più bello era quello d’Italia, di Spagna e del Nord-Michigan di autunno. E d’autunno nel golfo al largo di Cuba. Era possibile trovare un ciclo, ma non un paese più bello. Quel che desideravo sin d’ora era ritornare in Africa. Non l’avevamo ancora lasciata, ma già sapevo che svegliandomi la notte sarei rimasto in ascolto, pieno di nostalgia. Ora a guardare dal corridoio fra gli alberi al disopra del valloncello il ciclo percorso da nubi bianche spinte dal vento, amavo tanto questo paese da sentirmi felice come ci si sente quando si è stati con una donna che si ama veramente, quando, svuotati, lo si avverte che rinasce e gonfia su di nuovo, è lì e non si potrà avete del tutto ma pure quel che c’è ora si può avere, e se ne vuole sempre di più, per averlo ed essere e viverci dentro, per possederlo ora di nuovo e per sempre, per questo lungo e cosi rapidamente terminato “sempre”: e il tempo diviene immobile, tanto immobile talvolta che, dopo, ci attendiamo di sentirlo, a muoversi, ed è cosi lento a ripartire. Ma non si è soli, perché se hai amato davvero con felicità e senza tragedie, essa ti ama sempre. Chiunque lei ami adesso, o dovunque sia, essa ti ama sempre di più. Cosi se hai amato qualche donna o qualche paese ti puoi ritenere fortunato, perché se anche muori, dopo, non ha importanza. Ora, trovandomi in Africa, ne volevo sempre di più, avido dei cambiamenti di stagione, delle piogge quando non hai necessità di viaggiare, dei piccoli disagi per i quali hai pagato perché tutto sembri più vero, dei nomi d’alberi, di piccoli animali e di tutti gli uccelli, e di sapere la lingua, e della possibilità di restarci e di percorrerla senza fretta. Ho sempre amato i paesi, i paesi son molto migliori della gente che li abita. Mi son potuto interessare solo di pochissime persone alla volta. P.V.M. dormiva. Era sempre adorabile mentre dormiva, acciambellata stretta come un animale, senza quell’apparenza di cosa morta che aveva Karl quando dormiva. Anche il sonno di Pop era tranquillo, si vedeva che la sua anima stava ristretta nel suo corpo, che non era più in grado di albergarla convenientemente. Era invecchiato, cambiato, qui si era ispessito perdendo i contorni, lì si era gonfiato un poco, ma sotto era giovane, snello, grande e solido come ai tempi in cui inseguiva il leone nella piana di Wami, e le borse sotto gli occhi non erano che esterne cosicché io lo vedevo ora addormentato come P.V.M. lo vedeva sempre. M’Cola non era che un vecchio addormentato, senza storia e senza mistero. Droopy non dormiva, accucciato sui talloni attendeva l’arrivo dei portatori. Ernest Hemingway

Direi che per oggi possa bastare così…

D.B.V.

Lezione di Geografia

Lezione di Geografia

L’unico modo per essere sicuri di prendere un pulman in Tanzania è salirvi dalla località di partenza: se lo aspettate in una delle fermate lungo il percorso non vi è modo di sapere quando arriverà. Qualche giorno prima, arrivando a Kathesh, il nostro autobus si era imbattuto in una serie di piante cadute lungo la strada, ovviamente sterrata. Non vi era modo di spostare gli alberi e così i passeggeri, noi compresi, hanno dovuto riempire di terra un canale adiacente alla strada permettendo al pulman di aggirare l’ostacolo attraverso un campo coltivato. Io non ho idea se il contadino fosse d’accordo ma in un’ oretta di lavoro e di ritardo ce la siamo cavata.

Balestre, copertoni, differenziali. Si può rompere di tutto ed i rottami accartocciati lungo le strade ricordano quanto possa andare ancora peggio.Sembra una cosa facile da accettare ma quando sei in piedi dalle sei per prendere un scassato biroccio in ritardo di oltre quattro ore è possibile dimenticarselo, specie se hai un caratteraccio come il mio.

Silenziosamente furioso facevo su e giù per il piazzale sotto il sole maledicendo le strade di questo paese e l’incapacità locale a porre rimedio a problemi che per noi sono ovvi. Due ora prima avevo chiesto al ragazzo che mi aveva venduto i biglietti dove diavolo fosse il mio pulman. Lui ridendo ha preso il cellulare (che qui hanno tutti) ed ha chiamato l’autista: “Few minutes” mi aveva risposto. Probabilmente intendeva in “African Time” visto che erano passate ore!!

Io mi prendo cura di Enzo ed Enzo si prende cura di me. Visto che ero evidentemente “di traverso” ha comprato dei miskaki, degli spiedini alla brace, ed una coca-cola. Quando mangio mi acquieto sempre. Per di più sotto il tappo della mia bottiglia c’era il simbolo che, nel concorso locale, mi dava diritto ad un’altra bibita gratis. Cominciavo ad avere fortuna e con la pancia piena si aspetta meglio.

Con la rassegnazione è giunta anche un po’ di socievolezza ed ho attaccato bottone con uno dei tanti che ciondolavano attorno alle baracche della fermata del bus. In un posto sperduto come Katesh la maggior parte della gente non ha nulla di meglio da fare che tirare sera e due Nzungo impolverati con gli zaini sulle spalle sono un ottimo diversivo.

Il tipo attacca con le solite domande di rito. La più ovvia è “di dove sei?”. Gli rispondo “Italy” ma visto che non ho nulla da fare raccolgo da terra un sasso e comincio a disegnare lo stivale nella polvere grigia del piazzale. Non è un gran disegno ma rende l’idea. Il tipo mi chiede dove sia l’Inghileterra e così piano piano comincio a disegnare tutti gli stati d’Europa.

La cosa sembra divertire molto perchè, mentre dico a voce alta i nomi dei vari paesi, comincia a formarsi un certo pubblico attorno al mio disegno. Poi uno mi chiede “Ma dove sta la Tanzania?”. La domanda aveva un senso. Mi alzo, mi guardo intorno e calcolo le proporzioni, poi faccio quattro passi nel mezzo del piazzale e disegno la Tanzania. “Così lontana?” Certo che è lontana, l’Africa è grande!!

Ed è a questo punto che rimango stupito: sono tutti democraticamente convinti che l’Europa sia più grande dell’Africa. Io provo a spiegargli che l’Europa “ci sta” comodamente almeno due o tre volte nel loro continente ma loro non sembrano crederci. Così comincio a disegnare l’Africa e tutti i paesi che mi ricordo. Il publico diventa una piccola folla.

Lo spettacolo diventa quasi comico quando devo disegnare l’Australia e le Americhe visto che sono costretto ad invade quasi tutto il piazzale spostando la gente. Descrivendo l’Antartico, il grande continente al polo Sud coperto dai ghiacci, sembrava parlassi di un altro pianeta. Nello zaino avevo un libro con un’immagine della mappa piana del mondo con la suddivisione in fuso orari. Mostrandola a quella gente allibita mi sentivo come il possessore del libro magico dei segreti.

Tutti i presenti avevano un cellulare, qualcuno un berretto del Manchester, qualcuno mi aveva persino dato i risultati dell’Inter e la maggior parte di loro parlava inglese eppure nessuno di loro sembrava aver mai preso in mano una cartina e sapere come fosse fatto il loro continente!! Non erano aborigini della “Shamba” eppure difettavano di un’informazione così semplice.

Molto prima degli otto anni mio padre appese nella mia cameretta una cartina da muro dell’Italia, qualche anno dopo arrivò con una cartina “politica” e “fisica” dell’Europa ed un mappamondo luminoso ha sempre fatto bella mostra di sè in cima all’armadio. Oltre a questo abbiamo passato gli intervalli delle elementari a scarabocchiare sulle cartine nei corridoi della scuola. Al CAI mi hanno insegnato ad usare mappa e bussola, forse non me la cavo con un sestante ma un GPS o un navigatore lo so usare tranquillamente. Senza esagerare ma con l’aiuto di un calendario posso anche calcolare la mia posizione nel nostro Sistema Solare ed ho una vaga idea di come triangolare la nostra galassia con quelle vicine.

Insomma io conosco, con un’adeguata approssimazione, la mia posizione nell’Universo conosciuto mentre tutti quelli che mi stavano attorno nemmeno conoscevano i confini del proprio paese. Forse può sembrarvi sciocco ma, in quel divario di conoscenze, mi sono ritrovato tra le mani un piccolo problema filosofico:  io so esattamente dove sono ma non ho idea di dove stia davvero andando. Nonostante tutta la mia scienza, la mia cognizione spazio temporale, io e loro eravamo alla pari nell’azzardare una risposta ad una delle domande più semplici e complesse allo stesso tempo: “Che diavolo stiamo facendo qui?”. A volte sono sconsolanti i limiti della scienza…

Una vocina interiore mi sfotteva:“Non importa dove vai Birillo, ce l’hai un fiorino!?”. Questa è una giornata nata storta, da buttar via la testa. Rido nel mezzo di questo niente in cui galleggiamo: il vero problema è che se quel dannato pulman non arriva non sò proprio dove andremo!!

Hakuna matata gente!!

Davide Valsecchi

E’ finita solo quando è finita

E’ finita solo quando è finita

Fundi del Legno
Fundi del Legno

Ieri abbiamo cominciato a lavorare con i falegnami, i fundi del legno. Abbiamo disegnato cornici, tavoli, piedistalli ed altri piccoli oggetti. Era dall’età di 12 anni, dai tempi della falegnameria del nonno del mio amico Fabio, che non entravo più in una bottega del legno. Enzo si è sbizzarrito con le foto e, nonostante le zanzare ed il caldo, è stato bello lavorare con i fundi.

Tornati alla “base” ho aprofittato della luce elettrica per aprire Internet. Viaggiamo a 10-20 kbps, roba da preistoria da noi ma qui, quando stabili, sono abbastanza buoni.

Sembrava una buona giornata fino a che non aperto la mail con la trascrizione dell’articolo de La Provincia. Non c’era il titolo ma la prima frase era questa: “Giù i cedri”. Mi è venuta scura la vista.

Fortunatamente le piante non sono state ancora tagliate ma gli organi provinciali, gli ultimi ostacoli in cui credere, hanno appoggiato il progetto ed ora siamo veramente alle battute finali.

Certo, l’amministrazione ha pubblicamente promesso di incontrare la popolazione esponendo il progetto prima del via ai lavori ma, stando così le cose, probabilmente sarà una “Vittoria di Pirro”, probabilmente risolveranno il tutto nel solito comunicato TV. Certamente si controllerà in modo attendo i bandi di gara per l’appalto (la rotonda vale più di 350.000 euro) ma anche guadagnando tempo ormai ne resta poco.

Qualcuno va in giro per Asso denigrando quanto è stato fatto fino ad ora, c’è perfino chi mi accusa di cercare solo pubblicità e notorietà. La verità è che fino ad ora tutto ciò che ho ottenuto è di essere stato schedato, per la prima volta in 33 anni, dalle forze dell’ordine come “istigatore di foto ai cedri”, al pari di un Black Block o un ecoterrorista. Cittadino Benemerito ed Agitatore Sovversivo allo stesso tempo, un bel primato per un assese.

Sono stato il primo a restarne sorprenderso ma, a quanto pare, ad Asso si gioca duro più duro di quanto sembri, il mio voodoo è uno scherzo al confronto: ogni volta che abbiamo organizzato un evento il paese pullulava di agenti in borghese e non era difficile accorgersene. Il giorno in cui è venuta la radio ad Asso non si contava la gente “anonima” che improvvisamente è apparsa per le strade sotto la pioggia senza apparente motivo. Altro che bambolina voodoo, qualcuno salvaguardava i suoi interessi ponendo una gigantesca spada di Damocle su Asso e gli assesi!!

Il giorno del concerto, nonostante un’autorizzazione scritta e tutto il clamore dei giornali, sono stati fatti intervenite i Carabinieri e solo la loro disponibilità ha permesso lo svolgimento della manifestazione. Fortunatamente tutto è stato vissuto in un clima gioioso e pacifico ed anche i pischelli, per natura i più espoti e vulnerabili a colpi di testa, hanno saputo comportarsi bene. Le forze dell’ordine fanno il loro mestiere (e hanno saputo comprendere) ma qualcuno sperava nel “pretesto” ed è qualcosa che non posso accettare, qualcosa che non dimenticherò.

Questa è Asso oggi. Sono curioso di sentire quale sarà il discorso “Liberazione e Resistenza” che farà il Sindaco il 25 Aprile, magari da un rialzo in cedro, davanti alla cascata, ponendo i fiori sul monumento a Remo Sordo, l’unico partigiano che sia quasi riuscito a far deportare mezza Asso dalle SS!!

Per questo gente, ora più che mai, prudenza e testa sulle spalle!! Fate fotografie ai cedri fino a quando sono in piedi, ritrovatevi sotto le piante ma non date loro l’opportunità di tirarvi nei guai: fate a modo. L’ultima carta che resta da giocare sono le firme e le petizioni nei negozi di Asso. Grazie all’interessamento di Teodoro anche il FAI appoggia la raccolta firme e molto può essere ancora fatto. Nessuno può impedirvi di firmare o colpevolizzarvi per averlo fatto!!

Asso non è Sparta ed io non sono Leonida, non porterò gli Assesi alle Termopili quindi prudenza!! I risultati ci sono, progetti che erano stati dati per scontati ora sono in dubbio e sotto l’occhio di tutti. Se Asso non vuole che i cedri cadano c’è ancora speranza di evitarlo. Dateci dentro, confido in Voi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Into the House of Voodoo

Into the House of Voodoo

Nzungo
Nzungo

Musica. Il villaggio celebra la festa del profeta. Nella via bandierine e gente seduta a terra mentre i bambini cantano da ore: microfoni scassati rimbombano dentro casse che sfrigolano di Watt e salsedine.

Camminiamo tra la folla invisibili come mosche bianche, come cani che abbaiano in una chiesa. Avanziamo nascondendo i miei occhi azzurri dietro lenti di plutonite: sono un eccezione eccessiva che avanza in un paio di scarponi. Io sono il montagnino tecnologico che vi porterà nei tropicali confini della realtà. Ci spingeremo là, dove nessun assese è stato prima: benvenuti a bordo della mia Enterprise per lo spazio profondo.

Scosto la tenda e mi infilo nelle tenebre. La stanza è invasa di fumo dolciastro ed Hip-Hop africano. Mi aspettavo qualcosa di etnico, a tema, ma questa non è una strega per turisti: benvenuti nella casa del Voodoo.

La strega mi guarda bramando i miei occhi, le mie braccia, le mie mani. Ma qui siamo nel regno dell’illusione, vedo solo quello che lei vuole io veda. Conosco il gioco mia cara nuova amica, presentiamoci: con un respiro riempio la stanza fermando l’aria tra noi. Ora le pareti respirano con me. Per quanto ne so i miei occhi potrebbero anche brillare al buio ora: ecco la magia dello nzungo, il mago bianco.

Ride mentre si passa la lingua rosa sulle carnose labbra rosse. Ci siamo presentati, ora mi conosce ma continueremo lo stesso a giocare. La magia è femmina daltronde.

Il ragazzo che ho portato con me parla inglese e traduce la mia domanda. Lei abbassa lo sguardo e ribalta il posacenere sul tavolo. Con la punta delle dita gioca con la cenere tirando una profonda boccata dalla sua sigaretta. Trattiene il fumo, lo rigira con la lingua e poi lo soffia in aria come un drago femmina.

Mi risponde ed il ragazzo traduce:“Lei chiede perchè non lo fai tu?” Domanda sensata. Adoro questa strega, il modo in cui tiene le mani, le sue spalle scoperte in un vestito d’altri tempi. “Lo sto già facendo”– Le rispondo – “Ma voglio che sia una strega a colpire un’altra strega”.

Lei scoppia a ridere mandandomi un bacio con la mano. Il ragazzo dice che le piace il modo con cui uso la mia magia. Ride civettuola dello nzungo, del bianco venuto dalle montagne. Ride mentre gioca con ossa e spilli. La sua magia è curiosa, tattile e primitiva come la madre terra.

Ribalta gli occhi in un gemito quasi erotico mentre, senza fiato, si irrigidisce sulla sedia. Lentamente riapre i suoi occhi d’ambra in un ultimo bacio dell’anima. Ottimo lavoro strega.

Dolce e maliziosa mi parla mentre il ragazzo traduce: “Lei dice che ora farebbero meglio a non toccare le tue piante, nzungo” Sorrido compiaciuto, non c’è stato il bisogno di parlarle dei miei cedri. Mi piace questa strega.

Benvenuti nella casa del Voodoo. E’ tempo di scoprire quanto sia forte la mia magia, potente il mio kung-fu: le mie piante ora sono magiche, gli assesi le hanno rese tali.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale. Questa storia è da cosiderarsi un soggetto di pura fantasia ma, se fossi in voi, io lascerei decisamente stare le mie piante…

Questo racconto è stato scritto per “Foto, poesie e racconti in difesa della Vallategna”, l’iniziativa proposta dal “Gruppo Difendiamo la Cascata della Vallategna” a tutela del nostro territorio.

Musica. Il villaggio celebra la festa del profeta. Nella via bandierine e gente seduta a terra mentre i bambini cantano da ore: microfoni scassati rimbombano dentro casse che sfrigolano di Watt e salsedine.

Camminiamo tra la folla invisibili come mosche bianche, come cani che abbaiano in una chiesa. Avanziamo nascondendo i miei occhi azzurri dietro lenti di plutonite: sono un eccezione eccessiva che avanza in un paio di scarponi. Io sono il montagnino tecnologico che vi porterà nei tropicali confini della realtà. Ci spingeremo là, dove nessun assese è stato prima: benvenuti a bordo della mia Enterprise per lo spazio profondo.

Scosto la tenda e mi infilo nelle tenebre. La stanza è invasa di fumo dolciastro ed Hip-Hop africano. Mi aspettavo qualcosa di etnico, a tema, ma questa non è una strega per turisti: benvenuti nella casa del Voodoo.

La strega mi guarda bramando i miei occhi, le mie braccia, le mie mani. Ma qui siamo nel regno dell’illusione, vedo solo quello che lei vuole io veda. Conosco il gioco mia cara nuova amica, presentiamoci: con un respiro riempio la stanza fermando l’aria tra noi. Ora le pareti respirano con me. Per quanto ne so i miei occhi potrebbero anche brillare al buio ora: ecco la magia dello nzungo, il mago bianco.

Ride mentre si passa la lingua rosa sulle carnose labbra rosse. Ci siamo presentati, ora mi conosce ma continueremo lo stesso a giocare. La magia è femmina daltronde.

Il ragazzo che ho portato con me parla inglese e traduce la mia domanda. Lei abbassa lo sguardo e ribalta il posacenere sul tavolo. Con la punta delle dita gioca con la cenere tirando una profonda boccata dalla sua sigaretta. Trattiene il fumo, lo rigira con la lingua e poi lo soffia in aria come un drago femmina.

Mi risponde ed il ragazzo traduce:”Lei chiede perchè non lo fai tu?” Domanda sensata. Adoro questa strega, il modo in cui tiene le mani, le sue spalle scoperte in un vestito d’altri tempi. “Lo sto già facendo”- Le rispondo – “Ma voglio che sia una strega a colpire un’altra strega”.

Lei scoppia a ridere mandandomi un bacio con la mano. Il ragazzo dice che le piace il modo con cui uso la mia magia. Ride civettuola dello nzungo, del bianco venuto dalle montagne. Ride mentre gioca con ossa e spilli. La sua magia è curiosa, tattile e primitiva come la madre terra.

Ribalta gli occhi in un gemito quasi erotico mentre, senza fiato, si irrigidisce sulla sedia. Lentamente riapre i suoi occhi d’ambra in un ultimo bacio dell’anima. Ottimo lavoro strega.

Dolce e maliziosa mi parla mentre il ragazzo traduce:”Lei dice che ora farebbero meglio a non toccare le tue piante, nzungo” Sorrido compiaciuto, non c’è stato il bisogno di parlarle dei miei cedri. Mi piace questa strega.

Benvenuti nella casa del Voodoo. E’ tempo di scoprire quanto sia forte la mia magia, potente il mio kung-fu: fate attenzione, le mie piante ora sono magiche. Gli assesi e questa strega le hanno rese tali.

Davide “Birillo” Valsecchi

Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale. Questa storia è da cosiderarsi un soggetto di pura fantasia ma, se fossi in voi, io lascerei decisamente stare le mie piante…

Questo racconto è stato scritto per “Foto, poesie e racconti in difesa della Vallategna”, l’iniziativa proposta dal “Gruppo Difendiamo la Cascata della Vallategna” a tutela del nostro territorio.

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