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Indiana Enzo ed il monastero perduto!!

Indiana Enzo ed il monastero perduto!!

Monasteri, stupa, templi e moschee. Nel nostro viaggio abbiamo visitato i luoghi di culto delle più disparate e disperate religioni. Qulacuno ben conservato, qualcuno trasformato in una piccola Gardaland ma molti, purtroppo, in rovina o addirittura semi-distrutti. Se devo essere onesto i miei preferiti sono questi ultimi.

I monasteri sono ed erano luoghi di aggregazione religiosa e culturale molto importanti ma, alla luce del secondo millennio, conservano ai miei occhi più un fascino sociale che mistico, sono certamente impreniati di magia ma è molto difficile riuscire a scorgerla. Se siete a caccia di monaci volanti o altre diavolerie da B-movie non potrete che rimanere delusi, al contrario, se sapete cosa state cercando, può rivelarsi un posto molto interessante.

Come vi dicevo i miei preferiti sono quelli abbandonati e mezzi distrutti. Non interessano ai turisti e di solito sono troppo isolati e pericolanti perchè qualcuno ci si avventuri in cerca di cimeli. Tuttavia, con qualche precauzione, è possibile scoprire molte cose sul loro passato e sulle persone che lo abitavano. Ovviamente se non vi crolla tutto addosso o non precipitate attraverso un pavimento.

Uno dei miei preferiti si trova nel Marka sopra una piccola altura, completamente abbandonato. Non era uno di quei monasteri dove si trovano le grandi statue del Buddha o i magnifici dipinti di divinità o demoni, era probabilmente una vecchia fortezza riaddattata per diventare un riparo per un gruppo di monaci nella valle. Credo fosse una fortezza in tempi antichi perchè aveva un unica via di accesso attraverso una piccola rampa, ora in parte crollata, e dominava il territorio sottostante arroccata su alte pareti a strapiombo su cui correvano terrapieni che ne aumentavano l’altezza.

Quando abbiamo superato la rampa siamo entrati in un minuscolo cortiletto e da qui, attraverso strette porte, siamo entrati nel cuore della struttura. Le stanze, basse e spoglie, conservavano ancora molte traccie della vita che si svolgeva al suo interno. Si poteva infatti individuare le cucine grazie al focolare, ad una specie di forno e alla quantità di vasellame e piatti in frantumi ed abbandonati nella stanza. Altre stanze, ancora più piccole, potevano essere adibite a dormitorio e forse alcune anche a piccole celle di ritiro per i monaci. Stanze più ampie attraversate da colonnati potevano essere spazi comuni o luoghi di preghiera, qualcosa di molto simile a quanto incontrato in altri monasteri.

Di tutte queste stanze una ci ha appassionato in modo particolare: una specie di piccola torre raggiungibile grazie ad una ripida scala di sasso posta a lato di tutto l’edificio e a strapiombo sulla valle. Sembrava abbastanza pericolante ma siamo saliti lo stesso spinti dalla curiosita per i tanti oggetti che ancora erano presenti.
Sul pavimento erano infatti sparsi utensili molto simili a quelli da cucina, molti vasi, ed alcuni fornelli.Non capivo che cosa potesse servire una seconda cucina in una parte tanto isolata dal resto del monastero.

Frugando tra le tante cose impolverate sul pavimento è apparsa una piccola cesta di paglia ormai consumata dal tempo, si è sfasciata al solo afferrarla lasciando cadere il suo strano contenuto. All’interno si trovavano infatti dei piccoli panetti gialli che si sono rivelati essere zolfo. I panetti sembrano essere stati realizzati sciogliendo lo zolfo fuso, o comunque allo stato liquido, all’interno di formine rotonde.

Sò che a nord di Skiu, in alta quota, si trova una piccola sorgente di acqua calda ed è probabilmente da lì che proveniva quello zolfo.La domanda era: “Che ci fa un sacco pieno di panetti di zolfo in una cucina?”. La risposta è semplice “Nulla, perchè non è una cucina”.

I nostri monasteri erano spesso il luogo dove la cultura incontrava la scienza e la tecnologia e non ho dubbi a credere che lo stesso avvenisse anche per i buddisti. La parola che più mi risuonava in testa guardando quella stanza era “alchimista” e probabilmente era il laboratorio di uno o più monaci dediti a qualche pratica di tipo scientifico o magico. La torre dei maghi o per lo meno dei dotti in qualche disciplina legata alla chimica o alla medicina. Un ipotesi molto affasciante.

Non ho idea di cosa potessero servire quei panetti di zolfo ma non credo fossero utilizzati come combustibile o simili e, a giudicare dai mortai in sasso ancora presenti, erano probabilemente sbriciolati ed utlizzati come componente per qualche intruglio. Enrico si è dato da fare a cercare la pietra filosofale tra quelle cianfrusaglie ma non è riuscito a trovare nulla.

Un ultimo particolare, forse inquietante lasciando correre l’immaginazione, erano delle strane croci di legno che abbiamo trovato nel piccolo cortile. Le croci, realizzate con sottili bacchette di legno, avevano le estremità dei bracci unite da sottili cordicelle, credo di lana o di qualche tipo di filato, che formavano rombi concentrici. Non sembrava uno strumento per filare o tessere perchè troppo fragile e su ogni croce c’era lo stesso numero di fili e nulla più. Sembrava una specie di “acchiappa sogni” o comunque qualcosa legato a qualche rito piuttosto che ad uno scopo pratico. Mi ricordavano tanto le bamboline che faceva la strega di Blair prima di ammazzare le sue vittime e per questo motivo, oltre ovviamente al dovuto rispetto per un luogo di culto, mi sono guardato bene dal tenermene una anche se mi piacerebbe scoprirne lo scopo.

Ma ormai era tardi e tra il laboratorio dell’alchimista e le croci misteriose si era fatta ora di toranare al campo e prepararsi per la notte, sempre sperando che la cugina tibetana della strega di Blair non si fosse offesa per l’inconsueta incursione dei due assesi tra le rovine del monastero dell’alchimista buddista. Per ora sembra di no, vedremo…

Davide “Birillo” Valsecchi

Un “passo” alla volta!

Un “passo” alla volta!

Dalle parole di Davide, ma soprattutto dalla voce di Enzo, si capiva come quest’ultimo fosse allo stremo delle forze, ma comunque felice per l’impresa.

“Questa e’ la quota piu’ alta che abbia mai raggiunto e che mai raggiungero’!” esclama Enzo con un fil di voce, provato dalla marcia, dal freddo e dalla mancanza di ossigeno.

Si parte per il Marka!!!

Si parte per il Marka!!!

I giorni spesi a Leh e nei suoi dintorni sono stati proficui:  abbiamo avuto l’occcasione di scattare buone foto, registrare preghiere e suoni di culture e lingue diverse, abbiamo completato l’acclimatazione e la preparazione. In dieci giorni ci siamo lasciati alle spalle i mal di testa, i problemi alimentari ed il fiato corto. Le valli si sono liberate dalla neve ed il tempo si è stabilizzato. Si parte per il primo obbiettivo della nostra spedizione: la Marka Valley.

La valle del fiume Marka è una delle più conosciute del Ladakh ed una delle più caratteristiche e ricche di vita della regione. Durante il nostro viaggio incontreremo diversi villaggi d’alta quota, monasteri e supereremo tre valichi attorno ai cinquemila metri.

Il tempo speso a Leh è servito anche ad instaurare buone relazioni con la gente locale e ci ha permesso di conoscere Tsering, un rifugiato tibetano che vive a Stok, un paesino nei pressi di Leh. In realtà Tsering ce lo ha presentato la nostra Zia Tibetana, una robusta signora che gestisce una piccola taverna tibetana al secondo piano di una casa nella via dei Bazar.

La taverna è molto modesta ma è il punto di ritrovo di tutti i profughi tibetani della zona, “la Zia” è fuggita dal Tibet all’età di quattro anni e da allora vive qui in Ladakh. La maggior parte delle attività commerciali di Leh sono gestite da munsulmani e quello ci è subito sembrato un buon posto per entrare in contatto con la comunità tibetana. Nei giorni in cui siamo rimasti a Leh abbiamo bazzicato il suo locale per mangiare qualcosa o semplicemente per bere un the, farci vedere e fare quattro chiacchiere con i locali di cultura buddista. Le “zie” sono uguali in tutto il mondo, ormai mi aspetto che entrando mi urli “Nani!! Trovati posto e mangia senza fare casino!!” come fa la nostra Giusy ad Asso.

Qualche giorno fa ci si è piantata davanti al tavolo ed in inglese ci ha semplicente detto: “So che andate nel Marka, ho una persona da presentarvi che può accompagnarvi”. Le zie non vanno mai per il sottile ma è per questo che sono speciali.

Alle sue spalle, seduto ad un tavolo vicino, c’era Tsering, un ragazzo sulla trentina con la pelle cotta dal sole ed un grande sorriso timido con cui ci guardava tenendo tra le mani il berretto. Probabilmente voleva presentarsi da un pezzo ma senza la spinta della zia non avrebbe osato farsi avanti.

Mi è sembrato subito simpatico e lo abbiamo invitato al nostro tavolo per conoscerlo. Ci siamo presentati ed abbiamo parlato per un po’. Lui conosce bene la valle e si  offerto di seguirci facendoci da interprete e da guida lungo il nostro viaggio. In tutta onestà ha chiesto talmente pochi soldi che mi sarebbe sembrato ingiusto non accettare la sua offerta.

Ho guardato la zia, che se ne stava appollaiata in ascolto in giro per la piccola sala da pranzo, e le ho chiesto: “Posso fidarmi di questo ragazzo?”. Conoscevo già  la risposta ma adoro rispettare la forma.

Lei,  piazzandosi seria davanti al mio tavolo, mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “Io conosco Tsering, è un bravo ragazzo. Vai nel Marka con lui e poi torna qui a dirmi come è andata”. Le ho fatto un grosso sorriso: “Okeay, Tu-che-che”. Grazie in Ladaki. Mi sono girato verso Tsering e gli ho allungato la mano: “Done”. Andata. Poi in italiano, ridendo, verso Enzo: “Bene Capo, caccia i soldi per l’anticipo e paga la nostra guida, si parte Martedì!!”

By Davide “Birillo” Valsecchi published on Cima-Asso.it

Brazil Adventure: Chemrey monastery

Brazil Adventure: Chemrey monastery

La situzione è questa:  Brasiliana, 36 anni, lunghissimi capelli biondi fino al sedere, inguianata in un paio di pantaloni da trekking ed in giro per il Ladakh da sola da tre settimane. Questo per farvi capire il guaio che ci è presentato all’orizzonte nel mezzo di un bazar. Con un grande sorriso ci ha chiesto se ci andava di accompagnarla per 45km con un pulman pubblico a visitare un monastero piuttosto isolato nella zona a nord est di Leh. Voi, nei nostri panni, cosa avreste risposto?

Prima ancora che il sole fosse alto mi ritrovo su un pulman sgangherato in mezzo a saccchi di riso e ridenti faccie tibetane arrostite dal sole. Piano piano il pulman arranca lungo la strada verso Chemrey e dopo un’ ora di viaggio e mille fermate ci ritroviamo nel mezzo del nulla ai piedi di una collina sovrastata da un monostero bellissimo. Marina, Enzo ed Io ci incamminiamo lungo la strada polverosa salendo la scalinata che porta all’ingresso del Gompa.

Il monastero è quasi deserto ed incontriamo solo monaci felici di ospitare il nostro gruppetto. Enzo si sbizzarisce con le sue polaroid e Marina esplora ogni angolo del monastero. Io, da bravo sherpa, mi ammazzo sotto il peso dell’attrezzatura su per i gradini. La vista dall’alto valeva la fatica ed il cuore del monastero è adornato di magnifici disegni dove demoni e santi si confrontano e  scontrano ( e, secondo me,  in alcuni casi pure si accoppiano!!)

Ma il servizio pubblico indiano è piuttosto “appossimativo” così  alle tre ci lanciamo giù di corsa dalla collina per piazzarci a quella che sembra una fermata del pulman. L’ultima corsa dovrebbe passare alle quattro del pomeriggio ma noi, in attesa dalle tre e mezza, non abbiamo visto passare ancora nulla. Un monaco ci fa capire di aspettare, prima o poi qualcosa arriverà. Alle cinque qualcosa compare all’orizzionte. Sembra un pulman ma c’è qualcosa di sbagliato in quel mezzo: le persone dobbero essere dentro e non appese fuori!!

Uno sgangherato pulmino ci si presenta davanti gremito in ogni suo posto con una quantità di gente sul tetto ed aggrappata alle porte. Marina ride allegra con quel suo modo brasiliano di fare mentre Enzo recita un “colorito” rosario che coinvolge tutte le divinità dei panteon conosciuti. Scuoto la testa, recito una silenziosa “preghierina” anche io ed isso bagagli su per la scaletta. Una volta in cima cerco posto sul tetto nel mezzo di una moltitudine di ragazzi in uniforme scolastica che sghignazzano allegri per l’inaspettata apparizione dei tre stranieri.

Il pulmino è da 30 posti ma siamo più di 30 solo su quel tetto! Allunghiamo a Marina una delle nostre giacche in goretex e prendiamo il viaggio come viene: il sole è ancora caldo ma  si alza il vento e comincia a fare un po’ freddo lassopra. Metto i piedi a penzoloni lungo la fiancata del pulman, Enzo si piazza con la macchina fotografica e Marina si mette a far cantare i ragazzi, come ci resca non mi è chiaro.

Non è male quassù, il vento taglia un po’ la pelle del viso quando arrivano le folate ma non si sta male. Il panorama dei monti al tramonto è spettacolare, anche se il pulman sembra volersi ribaltare ad ogni curva alla fine ci si rilassa e ci si gode la magnifica vista e l’allegria di questa gente.

Dopo 45km ed un ora e mezza di scossoni e vento su quel tetto siamo di nuovo a Leh e , tutti assieme, ci si fionda a mangiare i momo, ravioli tibetani, in trattoria “dalle zie” himalayane.

Ritorno a Leh

Ritorno a Leh

Siamo di nuovo a Leh ma la situazione della neve non è cambiata. Il passo verso Manali è ancora chiuso mentre quello per la Numbra Valley è aperto ma con molte difficoltà. La nostra spedizione ha a propria disposizione molto tempo ed una delle prime cose che mi hanno insegnato ad avere in montagna è la pazienza, spesso evita i guai.

La mia preoccupazione non è la neve di per sè, ma bensì come si scioglierà. Se dovesse sciogliersi in gran quantità per via di queste giornate di sole c’e’ il rischio che i fiumi della valle vadano in piena e si riempia di fango ogni cosa. Parlando con i locali mi hanno detto che in passato quando questo è avvenuto parecchi trekkers si sono ritrovati in guai seri uscendone letteralemente con “le ossa rotte” .

Se la neve regge e si lascia andare piano piano non dovremmo avere problemi e potremmo fare foto ammantate di bianco. Nel frattempo ci teniamo in forma facendo piccoli trekking attorno a Leh e cercando di conoscere quanto più possibile della cultura locale.

Davide  Valsecchi

Sono passati solo 10 dei 90 giorni a nostra disposizione ed è ncredibile quante cose siamo riusciti a vedere di questo posto straordinario. Ecco un po’ di foto delle nostre ultime escursioni:

 

Appunti di viaggio

Appunti di viaggio

La testa e le gambe cominciano a fare il loro dovere ed anche il tempo sta cambiando volgendo al bello. Il sole ora risplende incontrastato e le nuvole sono sempre più rare anche grazie al vento forte che si alza regolarmente ogni pomeriggio.

Continuiamo il nostro acclimatamento esplorando i dintorni della cittadina di Leh. La mattina la impieghiamo risalendo le colline che la circondano, visitando lo Shanti Stupa e scattando qualche foto dall’alto al palazzo e ai gompa. Il cielo sereno ci mostra tutta la magnificenza dello Stok Kangri e delle montagne adiacenti. Pochi giorni prima del nostro arrivo ha nevicato forte lassù ed ora gran parte dello Zanskar Range è coperto di neve.

Il pomeriggio, dopo aver pranzato dalla “zia tibetana” con la solita scodella di Tsampa, una specie di zuppa di semolino con verdure, continuaimo il nostro giro per i mercati in cerca di qualche buona foto e qualche scoperta curiosa. La città è come sempre caotica ma la stagione turistica comincerà solo il mese prossimo, i turisti sono ancora pochissimi ed è impossibile passare inosservati. “Juleè, Juleè”. Il saluto in ladaki che ci rivolge ogni mercante al nostro passaggio.

Leh è sempre stata un crocevia ed ora vede nei due mesi di turismo estivo la principale fonte di sostentamento, non si può che comprendere ed accettare lo strano modo in cui la popolazione locale mischia la propria tradizione con il peggio degli echi d’occidente che giugono fin qui. Sono orgogliosi delle proprie tradizioni ma non sono immuni al fascino, forse distorto, delle “cose” occidentali. Aggirandomi tra i bazar mi accorgo di quanto questi posti stiano per cambiare e come realmente la cultura tibetana stia lentamente scomaprendo, contaminata e trasformata dal progresso e dalla lenta diffusione dell’islamismo che, anche in questa regione, sta diventando la principale tradizione.

“Panta rei” dicevano i greci, tutto scorre. Credo che anche il popolo tibetano e la piccola Leh si lasceranno trascinare placidi dallo scorrere del cambiamento. Mi guardo attorno e posso dirmi fortunato, sono alieno a questo modo ma  testimone di un tramonto e di un alba. Mi piace osservare Enzo mentre cerca di cogliere nelle sue foto quest’attimo straordinario .

Ma torniamo al nostro viaggio: a causa della neve nello Zanskar sarebbe inutile iniziare il nostro trekking nella valle del Marka, tuttavia restare a Leh ad aspettare che “la venga buona” non è nei nostri piani. Così abbiamo trovato un fuori programma molto interessante: si va a Srinagar.

Srinagar è nota come la piccola Venezia dell’India, una città che vive galeggiando sul bacino idrico dell’Indo. La vita della città si basa sull’acqua che è la principale via di comunicazione. Le attività si svolgnono su canoe ed imbarcazioni ed anche le case, le HouseBoat, sono costruzioni galleggianti. Srinagar è sicuramente molto affascinante ma a causa della sua posizione nel cuore del kashmir, regione funestata dall’integralismo e dalle tensioni militari con il Pakistan, è fortemente sconsiglita agli stranieri.

Fortunatamente il nostro contatto qui a Leh, Dharma, è originario di Srinagar e si è offerto di farci da guida attraverso la città ospitanoci presso casa sua.In questo modo il rischio si riduce notevolmente ma sarà necessario, come sempre, tenere ben aperti gli occhi, sopratutto per godere della spettacolarità della città galleggiante.

Entro fine settimana andremo a Srinagar e  ci tratteremo  laggiù per 5 giorni. Al nostro ritorno a Leh la valle dovrebbe esseresi liberata a sufficienza dalla neve per cominciare il nostro viaggio lungo il Marka river.

Vi faremo sapere come andrà a finire.

Davide Valsecchi

Sqlninja: una cyber preghiera open-source

Sqlninja: una cyber preghiera open-source

Sqlninja - Flying Pray
Sqlninja - Prayer Flag

Incredibile, a pochi giorni dalla partenza mi arrivano le richieste più strane. Il più delle volte sono piccoli oggetti, piccole poesie o pezzi di stoffa su cui sono riportati i propri pensieri e le proprie preghiere.

La più strana, in ordine di tempo, mi è arrivata da un mio grande amico che purtroppo non vedo ormai da molti anni visto che si è traferito a Londra, lavora per una società inglese ed è  tra i più noti esperti di sicurezza informatica attualmente in circolazione.

In certi ambienti il suo nome è semplicemente Icesurfer, così come il mio è Birillo, ed ha sviluppato uno strumento per l’analisi di vulnerabilità nei servizi Standard Query Language utilizzati da applicativi web. Qualcosa di molto complesso da spiegare ma che si chiama semplicemente Sqlninja e sa fare dannatamente bene il suo lavoro!!!

Uno strumento molto potente che però aderisce completamente alla filosofia {it:OpenSource} ed è distribuito pubblicamente e gratuitamente favorendo la diffusione della conoscenza e la collaborazione tra i ricercatori.

Anche Cima-Asso.it funziona grazie all’impegno di tanti ricercatori in giro per il mondo che hanno distribuito gratuitamente e pubblicamente i componenti di questo sito utilizzando le {it:GNU General Public License|licenze GPL} e la filosofia OpenSource: libertà è collaborazione.

Quando mi ha chiesto di stampare il codice del suo programma su un pezzo di stoffa e di portarlo in Ladakh non ho potuto rifiutare: è scritto in un linguaggio difficile e poco comprensibile ai più ma un buon pezzo di codice è come una poesia e la preghiera, in esso contenuta, è sicuramente un augurio per un futuro migliore dove libertà e conoscenza sappiano portare l’umanità a traguardi migliori.

Un grazie a tutti gli informatici che condividono il loro lavoro a beneficio di tutti.

By Davide “Birillo” Valsecchi published on Cima-Asso.it
Ladakh2009: Asso su «Il Giorno»

Ladakh2009: Asso su «Il Giorno»

La giornalista e blogger Paola Pioppi ha realizzato un articolo di presentazione sul nostro imminente viaggio in Ladakh. L’articolo, che si è guadagnato un’intera pagina, è stato pubblicato Sabato 11 Aprile 2009 su Il Giorno.

Riporto qui la prima parte dell’articolo:

Enzo e Favide - foto by Cusa

Alla scoperta del Ladakh ignoto

Due comaschi in partenza per la Terra degli alti valichi
—ASSO—È la «Terra degli alti valichi», versante occidentale della catena Himalayana. È il Ladakh tibetano, che Mao Zedong escluse dai suoi interessi di espansione territoriale della Cina, protetto dal massiccio del Karakoum che lo separava dall’India e dal Pakistan, del tutto irraggiungibile e isolato nei periodi invernali. Un territorio difficile, collocato a un’altitudine media di 4500 metri, che tra il 4 maggio e il 24 luglio sarà percorso da un artista e un escursionista di Asso.

Enzo Santambrogio, scultore di professione e fotoreporter per passione, con alle spalle reportage in Russia, India, Africa, Asia, Stati Uniti ed Europa, sarà al fianco di Davide Valsecchi, che fu il componente più giovane della spedizione che nel 1999 conquistò e battezzò Cima-Asso, una vetta a 5100 metri di altezza in Pakistan.
Per questa spedizione, organizzata da mesi, hanno trovato una serie di sponsor disposti non solo a sostenere le spese, ma anche a mettere a disposizione attrezzature e strumentazioni tecniche, come i telefoni per comunicare l’avanzamento della spedizione.

«La prima meta – spiegano Santambrogio e Valsecchi – era il Kailash, una montagna sacra nel cuore del Tibet Cinese. Purtroppo questo viaggio è stato vanificato dalla difficile situazione politica del Tibet, il cui accesso è stato proibito da marzo scorso».

Così la destinazione si è spostata più a nord, in una zona del Tibet che ora è amministrata dall’India, il Ladakh.Una regione ancora tutta da scoprire, inaccessibile fino al 1970, che solo da pochi anni concede agli stranieri di entrare. La zona montana popolata da buddhisti tantrici, arroccati nei monasteri completamente isolati da tutto, verrà ritratta da Santambrogio in decine di Polaroid, pellicole dallo scatto istantaneo ormai introvabili.

I monasteri sono spesso ornati da bandierine colorate che diffondono al vento i mantra, le preghiere dei monaci. Per questo dall’Italia arriveranno le bandiere realizzate dagli studenti dell’Istituto Carcano di Como:
«Abbiamo cercato – spiegano Valsecchi e Santambrogio – di coinvolgere il mondo tessile di Como, affinché realizzasse delle preghiere di stoffa in stile tibetano, realizzate con la cultura e l’arte comasca. Così settanta ragazzi del setificio stanno preparando una decina di bandiere, ed anche Riccardo Borzatta, il poeta comasco, che scriverà una preghiera in dialetto da portare con noi in spedizione. Il senso di tutto questo è portare le preghiere di Como nel vento dell’Himalaya».

La consegna al vento di queste bandiere con le loro preghiere, ha un simbolismo che si discosta dal solo messaggio religioso: secondo la tradizione tibetana il vento, facendole sventolare, porta in tutto il mondo i buoni pensieri e gli auspici positivi. Si tratta di preghiere che non hanno lo scopo di celebrare la fede verso Dio, ma di promuovere sentimenti di pace, compassione, forza e speranza in tutto il mondo: un beneficio per tutti gli esseri viventi.

Paola Pioppi su Il Giorno del 11 Aprile 2009

Non possiamo che ringraziare Paola Pioppi per l’attenzione che ha mostrato per il nostro viaggio, Paola è un ottima giornalista e scrittrice, potete trovare le sue interviste ed i suoi viaggi pubblicati nel blog da lei curato:
http://senzaunadestinazione.blogspot.com/

Qui potete scaricare l’articolo completo in formato PDF: Articolo Il Giorno

By Davide “Birillo” Valsecchi pubblished on Cima-Asso.it
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