Il Mozzo di Colombo

“Scegli la vita”. Alzo lo sguardo verso la parete e nella mia testa parte un monologo che manco i vent’anni di Trainspotting: “Birillo, pesi 84 chili, dovresti fare a cazzotti nei bar, non aprire vie trad! Dovresti tornare a fare trekking: appestare internet di selfie e tramonti tutti uguali. Oppure potresti darti al trail, correre! Oggi tutti corrono: su e giù per le montagne …ma no, che correre?!? Pesi 84 chili: demolisci le ginocchia il primo mese. No, se proprio vuoi arrampicare dovevi darti all’arrampicata sportiva: spazzolino alla mano ed in due o tre piombe sugli spit un 7a alla fine lo puoi anche chiudere. Che dopo puoi anche fare il bullo e dire in giro che c’hai il grado… Ma tu no, dovevi per forza venire qui, nel buco del culo di Dio, appeso ad un paio di bonsai mentre anche il Diavolo se la ghigna divertito. Che poi se volevi andare dietro al Guero non ti conveniva farlo quando da sbarbatello si tirava su per i sassi di fondo valle accerchiato da belle ragazze? No. Niente. Tu sei come il mozzo di Cristoforo Colombo, quello sulla caravella, quello sulla Pinta, quello che non conta nulla e che gli tocca andar dietro a quello stralunato che, per forza, vuole andare ad infilare il naso in quel diedro indiano… Si passa! Nuova via, nuova rotta! Che poi chissà dove andrete davvero a finire!” Una voce dall’alto mi ruba ai miei pensieri: “Dado! Vieni pure!”. E cosa volete farci? Io vado…

La roccia questa volta è compatta, i blocchi instabili si vedono benissimo e non è difficile evitarli. Ci sono un sacco di lame e placche compatte attraversate da marcate fessure: il guaio è che quando la roccia è buona il grado sembra sempre impennarsi. Mi muovo piano, appoggiando con attenzione la punta dei piedi sugli appoggi piccoli e ruvidi. Le prese sono vive e le sento bene nell’estremità delle dita. Alla fine non è male, alla fine mi diverto… si però: “Sguero recupera un po’ sta corda molle!!!” Lui dice che in fondo non mi serve, che tanto non mi appendo, ma io preferisco che non si guardi troppo in giro mentre mi recupera!

Due placche, un paio di piante e sono dentro un piccolo diedro camino formato da un grosso masso. Provo ad incastrarmici ma non mi alzo e così, remi in barca, mi butto all’esterno e lo rimonto deciso. Gli ultimi metri della torre sono tutti da “tastare” cercando di non smuovere i sassi incastrati nell’erba. Poi finalmente sosta: una bella fettuccia su alberello, rinforzata con cordino e sasso incastrato. “Regge?” “Sicuro!” Mi risponde Ivan imitando la voce del leggendario Vasco Taldo.

Guero riparte, raggiunge la cima della torre, scompare alla mia vista e prosegue per una trentina di metri. “Giaggiolone! Molla tutto!”. Lascio che recuperi, smonto la sosta e raggiungo la cima. “Ma davvero?” Il mio pensiero ha la voce sagace e stupita di mio fratello Francesco: la corda corre tra i rami come un’inutile ghirlanda in un lungo traverso sul canale sottostante. Sulla cresta dei grandi sassi appoggiati sembrano indecisi su quale dei due lati lasciarsi cadere: sono quasi tentato di dargli una leggera spinta, giusto per vedere che succede, ma ho il sospetto che se lo spavento spingendolo in avanti finirà per cascarmi addosso ribaltandosi all’indietro. “Tu, Sguero, devi tenermi da conto! Non ne trovi mica tanti altri della mia generazione che ti accompagnano in ‘ste vaccate!” Sguero se la ride divertito prendendomi in giro.

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Tra i sassi della cresta trovo delle “fatte” di camoscio, dei piccoli confetti rinsecchiti di erba digerita. Probabilmente vengono a scaldarsi al sole e quindi, da qualche parte, c’è il modo di scendere dal giogo senza tirare una doppia tra gli alberi: …e infatti, con un po’ di attenzione, la via di fuga la trovo!

“Dado, vado in ricognizione sul diedro” Mi dice Sguero. “Bene …di qui mi sa che usciamo a piedi. Io però in quel diedro non ci metto piede: fa paura e raccapriccio!” Ivan se la ride, ormai è l’una e la nebbia oltre la torre sta cominciando ad abbassarsi: non potremmo comunque salire entrambi (ammesso che si riesca!) “Dai provo e quanto meno cerco di guardare dentro il dietro”. “Okay”. Mi siedo e rinforzo la mia sosta con una fettuccia su una pianticella. Guero parte, attacca il primo traverso e pianta un chiodo: sotto l’attacco della fessura che vuole risalire ci sono quantomeno trenta metri verticali: “Sai Dado, qui è bello esposto”. Fai te …alle volte Sguero si stupisce di cose terrificantemente ovvie.

La nebbia si abbassa, il sole scompare: io in maglietta, immobile, inizio a tremare …anche per il freddo. Guero è ingaggiato in una fessura terrificante e continua a raddoppiare i friend in un calcare svasato. Eccomi qui, sono il Mozzo di Cristoforo Colombo in mezza alla tempesta: che poi gloria e ricchezza, mio temerario e cocciuto esploratore, se la ruberà tutta Amerigo Vespucci impugnando il trapano dopo che avremo sgagiato e tracciato la via per le nuove indie.

Ivan pianta un chiodo, uno stonato, e poi ne pianta un’altro che canta meglio. Una pianticella, troppo piccola per attaccarcisi, continua ad agguantargli e deviargli il martello ad ogni colpo. “Spezza quella maledetta stronza!” mi verrebbe da dirgli, ma il Guero-pensiero è davvero diverso “Ma cha antipatica! Non mi lascia martellare” …e, senza spezzarli, piega i rami perchè non lo ostacolino …mentre è appeso senza mani su appoggi dubbi, protetti con una fila di fila di friend equivoci.

“Ora pianta il chiodo, si cala e ce ne andiamo.” Ma si cala giusto per recuperare i friend e ripartire. Accidenti che freddo in maglietta a novembre, pensare che ho lo zaino pieno di cose calde da mettermi! Sguero riparte, si alza ancora e tutto quello che posso fare per lui è manovrare la corda e fargli il tifo in silenzio. Che in effetti vorrei scendesse, ma arrivati a questo punto ho paura che lo faccia fin troppo in fretta. Nel diedro purtroppo tutto è smussato e strapiombante: “Da sotto non sembrava tanto duro” No, no, Sguero, io lo sapevo benissimo che era una rogna!

Lavora e respira mentre tiene posizioni che mi tolgono il fiato. Se in un diedro è possibile incastrarsi posso anche fare a meno di guardare il Guero mentre lo risale: so per certo che se la cava. Ma sto giro non c’è possibilità di incastrarsi… eppure lui, in una posizione senza senso, stacca entrambe le mani e le allunga oltre la verticale per piazzare una protezione. Quel vecchiaccio dove lo metti sta …ma sto giro non ci sono certezze.

 

Dopo due ore, infinite ed immobili, Sguero raggiunge finalmente l’uscita dei venticinque metri di diedro. Sono agghiacciato nell’animo e nel fisico, non ho fatto nulla ma sono demolito. “Trovi da far sosta?” “Sì, sì. Qui posso mettere un cordino in una frana consolidata… ed uno dei tuoi chiodini” Frana consolidata? “Accidenti, mettici tutti i chiodi che vuoi!! Quelli li vendono…” Finalmente inizio a calarlo mentre piano piano recupera tutto il materiale “Lascio questi chiodi, così la prossima volta che abbiamo tempo possiamo tornare e fare tutta la cresta” Ceeeeerttttttoooooo… giusto quando abbiamo tempo!

Finalmente è di nuovo alla base: ha le mani insanguinate ed un bozzo sulla fronte. Lascio che mi si sieda accanto e che tiri fiato, poi lo stropiccio un po’ abbracciandolo con manate da orso. Si toglie il casco e gli mollo un bacio su quella zucca pelata: sto giro mi ha fatto penare quasi quanto Mattia nelle nostre prime avventure ai Corni! Che fatica e che ansia fare da secondo a ‘sta gente!!

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Ivan, sereno e gigione come sempre, mi guarda poi con fare serio “Sai Dado, questo diedro qui è molto più difficile della tromba di Oceano Irrazionale.” Io me la ghigno: mai visto il diedro di Oceano …ma io già lo sapevo che sto giro eravamo finiti a bordo di una sgangherata caravella in una stramaledetta traversata atlantica!

Davide “Birillo” Valsecchi

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