Author: Davide "Birillo" Valsecchi
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AMM-Birillo

AMM-Birillo

Il 2020 è stato un anno decisamente importante e difficile, ma tra i mille eventi accaduti ve n’è uno di cui non vi ho mai raccontato: l’abilitazione come Accompagnatore di Media Montagna (AMM) in forza al Collegio Regionale delle Guide Alpine di Lombardia. Un percorso formativo iniziato nel 2019 e che si è concluso positivamente con l’esame di abilitazione regionale lo scorso Ottobre. Per oltre un anno sono stato “apprendista” – silenzioso ed inaspettatamente ubbidiente – agli ordini delle Guide Alpine che ci hanno condotto, istruito e valutato. Ciò che però ha caratterizzato, ed in qualche modo reso speciale il nostro anno di corso, è stata però la Pandemia: travolgendo ogni cosa, ha inevitabilmente condizionato anche le nostre attività. Nella tempesta che è stata, e che ancora oggi ci affligge, è stato proprio il corso con le Guide Alpine a dare ritmo e metodo al mio modo di affrontare la situazione. La nostra classe ha dovuto necessariamente integrare un “addestramento“ specifico anti-covid: abbiamo affrontato lezioni sanitarie dedicate con medici ed infermieri coordinandoci, fin dal giorno del “paziente zero”, con le direttive speciali formulate in collaborazione con Regione Lombardia. Una volta terminati i lunghi mesi del primo lockdown siamo stati spediti nuovamente in montagna: già, ci hanno rimesso in sella e spedito all’attacco! Eravamo trenta allievi provenienti da tutta la Lombardia e dovevamo osservare scrupolosamente ogni precauzione: se anche solo uno di noi fosse stato contagiato o sottoposto a quarantena tutto il corso sarebbe stato sospeso o bloccato. Nonostante le difficoltà abbiamo portato avanti, oltre alla didattica on-line (mai sperimentata nei corsi precedenti), più di cinquanta giornate di attività in ambiente a cui aggiungere quelle di tirocinio in affiancamento. Le prime uscite, impauriti e fuori allenamento dietro le mascherine, sono state surreali. Poi, con metodo e costanza, il covid è diventato uno dei tanti fattori di rischio da comprendere e mitigare durante la conduzione di un’escursione in ambiente montano: qualcosa che tutti possiamo e dobbiamo imparare ad affrontare. 

Ora come AMM, recitando la legge nazionale che regola questa figura, sono legalmente e professionalmente abilitato all’insegnamento delle tecniche escursionistiche ed all’accompagnamento di persone in escursioni in montagna. Inizialmente i miei obbiettivi, intraprendendo il corso, erano due. Il primo quello di consolidare e strutturare “I Tassi del Moregallo” sempre più come una vera “scuola di montagna”. Il secondo di riprendere la attività di “Montagnaterapia”. Tuttavia i tempi in cui viviamo e l’esperienza fatta hanno in parte modificato questi obiettivi rimarcando un’urgenza diversa. Molte persone, ancora oggi, vivono con pericolosa superficialità la situazione in cui viviamo. Molte altre invece – e sono quelle a cui mi sento più vicino – vivono nell’incertezza, spesso chiusi in casa, quasi segregati, in attenta osservanza dei DPCM o scoraggiati dalla paura. Gli effetti delle privazioni che stiamo sostenendo, nel tentativo di porre fine alla pandemia, sono ormai visibili sia nella psiche che nel fisico.

Le montagne, specie quelle meno “famose” ed “affollate”, sono lo scenario ideale per rispettare il distanziamento e le norme anti-covid, non necessitano alcun lavoro di “adeguamento”. Sono lo spazio idoneo per ritrovare metodo e serenità nel confrontarsi e condividere con gli altri dopo le importanti limitazioni alla socialità che abbiamo sostenuto fin qui. La nostra mente ha bisogno di spazi aperti, il nostro corpo di sperimentare la corroborante fatica del muoversi. Quindi il mio obiettivo, in questo contesto tanto particolare, sarà insegnare ad andare in Montagna affinché la Montagna possa donarci ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno ora. Tuttavia “andare in montagna nel modo giusto” forse non è mai stato tanto importante come ora. “Chi cammina da solo non ha nessuno verso cui voltarsi” recita un vecchio proverbio giapponese, un proverbio che inizio a comprendere solo ora. Per mesi infatti, dopo la fine del corso, ho vagato in montagna da solo e posso quindi dirvi per esperienza: “non è abbastanza”. Da soli, sempre, non è abbastanza. Per questo voglio formare e condurre gruppi, voglio che il mio esplorare torni ad essere un’esperienza condivisa. Solitudine, immobilità, insicurezza sono i grandi pericoli che dobbiamo affrontare e superare nei giorni a venire. Rimbocchiamoci le maniche, zaini in spalla e diamoci da fare: in marcia!

Al momento “navighiamo a vista”, la situazione sanitaria è in costante mutamento così come le restrizioni vigenti. Probabilmente prima di Aprile sarà impossibile dare vita a qualche iniziativa pratica e strutturata. Tuttavia posso già darvi qualche anticipazione. Le mie escursioni saranno maggiormente focalizzare sul “gusto di andare in giro” più che sul prestigio di raggiungere qualche meta importante. Punterò su itinerari stravaganti, inconsueti, decisamente trasversali ai grandi flussi. Capiterà di girovagare giornate intere in un fazzoletto di terra così come di compiere grandi traversate scavalcando montagne e valli. Scoprire posti nuovi, magari sconosciuti ai più, evitare con astuzia, creatività ed ingegno le “masse”. Ogni escursione integrerà lezioni di cartografia e pianificazione, non si disdegna la possibilità di spingersi anche “fuori-sentiero”, traendo esperienza ed insegnamento da questo tipo di progressione. Ci saranno escursioni “dure” per gli esperti, escursioni propedeutiche per i neofiti che, con dedizione e pazienza, esperti lo diventeranno.

Ho attivato un nuovo portale web dove pubblicherò informazioni e calendari: http://www.lariotrek.it. Come è intuibile il nostro campo d’azione saranno le montagne che si affacciano sul Lario ed inevitabilmente quelle dell’Isola Senza Nome, che sarà la nostra casa e palestra per molte delle attività.

Fino a Pasqua vivremo ancora una volta le difficoltà di un LockDown parziale, nella speranza che non diventi totale come purtroppo lo fu lo scorso anno. Se però siete interessati a partecipare alle prossime attività, ognuno con il proprio livello e condizione fisica, vi invito a contattarmi in modo da pianificare e modulare al meglio il calendario delle escursioni che andremo ad intrapprendere insieme.

Ho mantenuto il riserbo su questo progetto per oltre un anno. Raccontarvelo ora è liberatorio ed elettrizzante: bene, iniziamo!

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo
Accompagnatore di Media Montagna – Collegio Guide Alpine Lombardia.

Purple Trail

Purple Trail

“Infine, il Vallone delle Moregge, la cui testata appartiene a Valbrona. Questo vallone, estremamente selvaggio e suggestivo, costituisce un’area wilderness che ha pochi confronti nella provincia, e meriterebbe senz’altro di essere tutelata e valorizzata con l’istituzione di una riserva naturale” Questo è ciò che è riportato nell’Isola Senza Nome sulla Valle. Io ricordo di esserci stato per la prima volta in vita mia con mio padre, quando ero adolescente se non addirittura più giovane. Eravamo andati a vedere i mufloni e, se non ricordo male, avevamo iniziato la nostra salita davanti al Nautilus, lungo quella rampa, oggi chiusa, che rimonta la galleria. Quasi sicuramente oggi ne so più di mio padre sul Moregallo ma, forse grazie a lui, persiste in me quella strana sensazione di mistero ed ignoto che caratterizza ogni mia ricerca in quella zona. Ho già raccolto un sacco di pezzi ma il mosaico è ancora troppo ampio perchè bastini. La nuova cava, come quasi tutte le cave sul Moregallo, è una piccola ma significativa “rottura di palle”: oltre a saccheggiare la montagna – per due spicci mal resi alla comunità – impone “zone interdette” dotate di telecamere ed intimidatori cartelli. Purtroppo il Moregallo appartiene principalmente a Mandello che, dall’altro lato del lago, da una Provincia diversa, pregno d’orgoglio per le più blasonate Grigne, sembra più interessato a “venderlo” che a comprenderlo. Quindi per accedere alla valle dal basso è necessario innanzitutto districarsi tra i divieti, i cancelli e le gallerie chiuse. Sul versante Est le Cave hanno avuto la forza di “spostare” itinerari storici come il 50° OSA, alzare palizzate, offuscare e distrarre lo sguardo. Ritrovare i vecchi sentieri e condurre persone nella valle, in modo consapevole e rispettoso, è il mio modo di “tracciare una linea sulla sabbia”. Così ho parcheggiato il Subaru ed iniziato una nuova salita. Trovo il passaggio ed un sentiero che, contro ogni previsione, è ben tenuto nonostante non vi siano segni o cartelli. Anonimo, sebbene qualcuno si sia preso la briga di scavare grandini per i passaggi più scivolosi. La traccia si alza e poi si ricongiunge con un camminamento più ampio e probabilmente più antico. Risale nello spazio di montagna tra il fiume principale – che sulle carte è chiamato semplicemente “Fiume” – ed un torrente secondario che lambisce il fianco sinistro della cava. Poi però è presto chiaro perchè il sentiero sia ben tenuto: qualche operoso fortunato possiede una bella e ben curata baitella, abbarbicata in un angolo decisamente bucolico. Purtroppo per me dal baitello in avanti il sentiero smette di essere ben curato e torna ad essere una “ombra” tra il paglione e le foglie. Tenendomi sulla cresta risalgo ancora. Un tempo quella traccia doveva essere ben battuta, ora invece è quasi scomparsa inghiottita dal bosco. Solo il passaggio degli animali, ora padroni della zona, ne conserva memoria. Più avanti trovo una sorgente d’acqua: è ormai abbandonata da tempo ed i cinghiali l’hanno ridotta ad una pozza che zampilla tra il fango ai piedi di una pianta. A qualche metro c’è però il rudere di una casotta, a conferma della passata antropizzazione della fonte. Tutta la zona è “arata” pesantemente dai cinghiali. Una traccia evidente di passaggio punta verso nord a mezza costa, probabilmente dirgendosi verso la “Baita del Buschet”. Io punto verso l’alto con l’intenzione di intercettare il sentiero che da Oneda traversa per poi scendere nell’orrido. Raggiunto il sentiero faccio tappa, nuovamente, al misterioso albero di natale nel bosco. Questa volta però ho qualche informazione in più, che vi racconterò più avanti.

Per la discesa, invece, ho prima raggiunto il cancello della “Baita del Buschet” per poi, come si usa dire, “tirare giù dritto per dritto”. Il piano era provare ad intercettare qualche sentiero sconosciuto o qualche passata presenza umana. In realtà non ho trovato nulla di simile e mi sono “infilato” in una zona davvero complessa e di difficile lettura. Il bosco, coperto di foglie, è molto ripido e ci sono numerose piante abbattute. Non ci sono, così come mi aspettavo, salti rocciosi, ma sono i torrenti della zona a creare non poche difficoltà. Al momento la maggior parte dei torrenti è praticamente in secca, tuttavia la loro conformazione è molto singolare. Tutta la zona è geologicamente un susseguirsi di strati inclinati di calcare, i torrenti si sono formati erodendo i punti di contatto tra questi piani. Per cui sono molto ripidi e scorrono su un fondo che, essendo la “pagina superiore” di uno strato calcareo, praticamente è lastricato. Uno scivolo di roccia a “V” che punta verso il basso creando “bordi” spesso alti anche quattro o cinque metri. Non puoi quindi “entrare” nel torrente, nè percorrerlo nè attraversarlo. Puoi passare solo in alcuni punti ma per individuarlo spesso devi smettere di guardare il torrente e studiare le tracce degli animali (che conoscono tutti i passaggi). Anche così richiede molta dimestichezza e qualche malizia per evitare di mettersi nei guai. Più in basso la situazione diventa ancora più complessa perché oltre ai “torrenti lastricati” si aggiungono “stream” nella terra. Spiego e descrivo, anche io non avevo mai visto una cosa simile. La quantità di acqua che scende a valle crea dei canali nella terra. Fin qui nulla di strano, il problema è che questi canali sono corridoi a “V” alti anche quattro o cinque metri (caderci dentro è un lampo, entrarci invece è molto complicato). Come se non bastasse questi “stream” spesso si incontrano ma non si fondono immediatamente, creano invece “creste” di terra. Per riuscire a cavarmi d’impiccio ho dovuto percorrere alcune di queste creste seguendo l’esempio ed il passaggio degli animali (questo per darvi l’idea delle dimensioni). Ho provato a fare delle foto ma non rendono assolutamente l’idea: sembrano i solchi lasciati da vermi giganteschi – stile “tremors” – che si aggrovigliano e serpeggiano tra loro. La forza dell’acqua che si accumula in quegli stream negli oltre 400 metri di dislivello è evidente ed inquietante: non sono il prodotto di un erosione lenta e costante quanto il risultato, rapido e dirompente, di nubifragi violenti. Non è infatti un caso che, quando finalmente sono riuscito a raggiungere la statale, sia sbucando esattamente dove quest’inverno è “franato” costringendo la chiusura della strada. Quegli “stream”, oggi asciutti, devono essere decisamente spaventosi quando piove forte. Non c’è paragone tra la loro portata e le dimensioni degli “sfoghi” sul lago. Quando è caduta l’ultima frana, stando a quanto riportato dai giornali, la Provincia impose al proprietario del terreno l’onere di liberare la strada. C’è infatti una vecchia casetta abbandonata ed un baitello per le pecore. Tuttavia appare una follia che un privato, con un pezzo di terra a bordo lago, metta in sicurezza questi stream che partono – minimo – duecento metri di quota più in alto. Qualsiasi cosa faccia a valle può solo “incattivire” ciò che scende a monte. Mettetevi il cuore in pace: la strada sarà chiusa di nuovo e converrà fare attenzione passando in quel punto con la pioggia forte.

Il Mistero dell’Albero di Natale nel Bosco.

Domenica scorsa ero al Castel di Leves e, con un po’ di sorpresa, ho incontrato un piccolo gruppo di ragazzi che saliva come me da Onno. Ciò che mi ha colpito è quanto hanno fatto una volta in cima: armati di gps hanno perlustrato le roccette sommitali e, nascosto in un piccolo anfratto, hanno trovato una piccola scatoletta gialla. Visto che uno di loro mi conosceva attraverso i racconti del Blog (“ma tu sei Davide Valsecchi? Birillo?”) abbiamo attaccato bottone e mi ha spiegato meglio il “GeoCaching”, la curiosa caccia al tesoro in cui i partecipanti usano un ricevitore GPS per nascondere o trovare dei contenitori di differenti tipi e dimensioni. Questi contenitori sono chiamati “geocache” o più semplicemente “cache”. Esistono poi siti web a cui registrarsi, punteggi, App per il cellulare, ecc… Visto che tempo fa avevo – inconsapevolmente – trovato una “cache” alle grotte del Sasso della Cassina mi hanno confidato che anche l’albero di natale nella valle delle Moregge è una geocache. Così, visto che ero in zona, sono andato a controllare e, in una belle palline, ho effettivamente trovato il “log”, il foglietto con le firme e le date dei ritrovamenti. In pratica, mio malgrado, credo di avere già segnato 2 punti, forse 3 se aggiungiamo quello del Castel di Leves. La mia opinione su tutta la faccenda è ancora abbastanza incerta. Vedere dei ragazzi che si sparano un migliaio di metri di dislivello per un gioco è sicuramente interessante. Infilarsi fuori sentiero nelle Moregge o sul Castel di Leves richiede poi attitudine ed una buona dose di competenze tecniche e fisiche. Non è una cosa da poco. Io lo faccio in cerca di “qualcosa di ignoto”, loro lo fanno con un obiettivo ben più preciso e sociale.  A rendermi dubbioso è tuttavia la competizione che, insita in ogni forma di gioco, può diventare pericolosa nel geocaching quanto lo è nell’alpinismo o nell’arrampicata. Anzi, il fatto che la faccenda non abbia velleità alpinistiche, e che quindi sia meno elitaria, rischia di creare pericolosi squilibri tra l’obiettivo ed il cercatore. Hai voglia a spiegare che il Soccorso Alpino abbia dovuto mobilitare una squadra di 20 soccorritori ed un elicottero per recuperarti perchè incrodato mentre davi la caccia alle scatolette nascoste. Il mondo “civile” in cui viviamo è spesso più spietato della montagna. Lo dico perchè spesso la mia situazione non è poi molto dissimile dalla loro e per questo vi ho riflettuto a lungo. Per il momento l’unica risposta valida è: “non devi sbagliare, mai. Si vis pacem para bellum”.  Ma non è facile, specialmente quando si è giovani, speecialmente quando si tratta di fare punti. Come ho detto la mia opinione su tutta la faccenda è ancora abbastanza incerta, però in qualche modo mi intriga e mi spinge a saperne di più. Non mi interessa tanto cercare scatolette e pupazzetti, quanto offrire alle persone che lo fanno – animate da un positivo ed ammirevole  entusiasmo – le giuste competenze per cavarsela. Non so, forse anche i “Tassi del Moregallo” formeranno una squadra e raccoglieranno punti pesanti (visto, la competizione è sempre in agguato!). Non so. Però un “Gotta catch ’em all!” sull’Isola Senza Nome potrebbe anche essere divertente.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Rosso ed il Blue

Il Rosso ed il Blue

Il titolo originale poteva essere “attraverso l’inferno”, ma sarebbe suonato un po’ troppo melodrammatico sebbene il fiume da attraversare si chiami realmente “Inferno”. Se i “vecchi” hanno dato un nome simile ad un fiume c’è un perchè e, arrivandoci vicino, non si può dargli torto. L’Inferno è infatti un torrente secondario della “Valle delle Moregge”, o anche della “Valle del Fiume” come riportato su alcune mappe. L’Inferno corre parallelo alla parte finale del torrente che separa il Moregallo dai Corni di Canzo. Un torrente impervio che forma profonde forre e salti rocciosi in una zona tra le più selvagge di tutta l’Isola. In quella valle le due montagne, come giganteschi guerrieri di roccia, si fronteggiano silenziosamente dando ampia mostra della propria natura più selvaggia. L’ultima volta che ho fatto canyoning in quella zona era l’estate del 2013 (qui qualche foto: Moregallo Canyoning) e tra gli articoli di Cima potete trovare diverse esplorazioni condotte in quella zona. Il tempo, qualcuno dirà l’età, cambia il nostro punto di vista e questo trasforma radicalmente ciò che crediamo di conoscere. In quest’ultimo periodo, con occhi nuovi, sto “riesplorando” quella zona: non più un tuffo nell’ignoto, ma una ricerca più metodica ed attenta tanto dell’ambiente quanto della sua storia. Cercando un collegamento percorribile tra “Caprante ed il Rapanui” ho iniziato ad individuare e  censire i vecchi sentieri abbandonati o quasi dimenticati. Quelli che seguono sono quindi gli appunti due giorni di ricerca.

Blue: Il senso del Paglione per la neve.

Sabato nevicava, poco ma anche in riva al lago. Più in alto invece la neve cominciava ad appoggiarsi sui pendii, complice il freddo becco che in spiaggia segnava “meno uno”. Mollata la Subaru da Carla e Beppe ho iniziato a risalire il Sentiero del 50° Osa. Sotto la parete nord, ad una decina di metri dal sentiero due mufloni femmina mi osservavano immobili tra i fiocchi di neve. Il loro sguardo animale comunicava in modo evidente il messaggio: “Senti, mettiamo d’accordo. Nevica e fa troppo freddo per correre. Noi rimaniamo ferme e tu te ne vai per la tua strada”. Il freddo era tale che la macchina fotografica non voleva saperne di accendersi ed ho cercato di fare il possibile con il cellulare. Loro, di parola, non si mosse minimamente! Superata la parete e la sommità della cava ho puntato verso nord lungo un sentiero in buona misura nascosto dal paglione innevato. La traccia è appena visibile ma lungo il percorso sbiaditi bolli rossi rimarcano il passaggio ormai abbandonato. La vecchia galleria, oggi chiusa, prende il nome di Melgone. La galleria dovrebbe essere del 1926, dalle sue “finestre” un tempo gettavano in acqua le auto rubate. Oggi su quelle pareti c’è una falesia AsenPark (…cambiano le epoche ma la frequentazione rimane pessima hehhe). Al di sopra di questa parete c’è un ampio spazio boschivo quasi pianeggiante. Un vecchio sentiero, sfruttando una vecchia scala in sassi  ed un’inquietante ponticello in cemento abbandonato a se stesso da decenni, sale dal lago fornendo l’accesso alla zona. Probabilmente in passato era l’accesso di servizio per la manutenzione dei pali telefonici e della corrente posizionati nella zona, oggi abbattuti ma ancora visibili. Il fiume Inferno taglia in due questa zona e forma, sempre nel bosco, bastionate rocciose alte una ventina di metri. Una traccia a bolli gialli porta ad un primo rudere, con annessa piccola fonte, risalendo poi ad una seconda casetta, sempre abbandonata ma in condizioni migliori. Il “sentiero giallo” risale poi sul fianco del Moregallo lungo la valle delle Moregge fino a raggiungere la creta uscendo sulla cima. L’ho percorso diverse volte in passato ma non l’ho mai tracciato o pubblicato perchè ha dei passaggi sul paglione decisamente esposti e, nella parte alta, ci sono tutta una serie di varianti d’uscita tutte assolutamente da valutare (leggisi rognose). In questo caso però non mi interessava salire verso la cima del Moregallo dove, tra l’altro, c’era già una buona quantità di neve oltre a quella che stava gia candendo! No il mio obiettivo era individuare, dal lato sud dell’orrido, eventuali punti di passaggio verso l’altra sponda. Quella zona è però molto più ampia ed articolata di quanto ci si possa aspettare. Oltre all’abisso creato dall’orrido ci sono diversi livelli che si intersecano con pareti e canali secondari. Ad un primo studio è quasi impossibile attraversare l’orrido. Le pareti sono troppo alte o complicate. Ci sono tracce di animali che scendono ma non ero disposto ad avventurarmi in discesa sul paglione coperto di neve. Più a monte invece, cercando di intercettare il sentiero che sull’altro lato scende da Oneda fino al fiume, le possibilità erano decisamente migliori. “Soldato che fugge combatte un altro giorno”: visto che non smetteva di nevicare, che il paglione era pericoloso e la visibilità scarsa, ho mollato il colpo e sono tornato al subarone passando dalla galleria (da qui lo strano excursus in pieno lago del GPS). 

Rosso: La Volpe e la Bella Donna.

Dopo aver provato da Sud non restava che riprovare da Nord. Visto la giornata di sole ho parcheggiato il Subaru appena sopra la prima stanga di Oneda e mi sono addentrato nei selvaggi territori della valle delle Moregge. Il sentiero che porta al fiume è esattamente inquietante come lo ricordavo. Paglione e roccia friabile slavata dal passaggio dell’acqua: al mix questa volta dovevo aggiungere ghiaccio e nevischio. Potevo gestire la situazione, tuttavia è evidente che quel sentiero sia decisamente sconsigliabile ai più, specie in discesa dove i passaggi obbligati ti forzano nel vuoto di salti ragguardevoli. Nota bene: il paglione ghiacciato ha i suoi difetti ma tiene più di quello bagnato: quindi in primavera o in estate la situazione non migliora. Una volta giunto sul fiume ho iniziato a cercare eventuali passaggi che mi permettessero di raggiungere il “sentiero giallo” sull’altro lato. La ricerca si è subito dimostrata fruttuosa. Il passaggio degli animali è stato il primo indizio. Poi su una pianta ho trovato uno sbiadito nastrino colorato (un trucchetto che usano molti di coloro che, come me, esplorano vecchi sentieri). Poi, finalmente, su un sasso la conferma in un pallido bollo rosso. Scendere dal sentiero giallo è abbastanza fattibile, un EE severo ma giusto. Risalire verso Oneda è invece qualcosa di più di un EE. In salita le difficoltà risultano più gestibili ma il pericolo di grandi e terribili cadute rimane immutato.  Il collegamento “caprante – rapanui” quindi esiste, ma quello fin qui trovato richiede di salite fino ad Oneda, scendere al fiume lungo un percorso piuttosto agghiacciante, risalire fin sopra il Melgone prima di raggiungere la base della parte Nord e ridiscendere al Rapanui. Un’escursione affascinante quanto impegnativa, non certo il percorso ideale per andare a bersi una birra in spiaggia tirandosi dietro le nanerottole… La mia “missione” è quindi ancora incompiuta. Visto che avevo ancora tempo ho pensato di farmi un giro più a monte, cercando di spingermi al di sotto l’affascinante muraglia del Ceppo della Bella Donna. Qui dapprima mi sono imbattuto in un inaspettato “albero di natale”, addobbato di palline, stelline e pupazzetti, sulla sommità di un precipizio decisamente “fuori dal mondo”. Poi, intercettato un’altro vecchio sentiero, ho iniziato a risalire sulle pendici occidentali dei Corni di Canzo. Qui ho dapprima incontrato le orme di una volpe sulla neve. Poi, più avanti, mi sono imbattuto anche nella sua impellicciata autrice. La vista sulle Valle delle Moregge, incrostata dall’ultima neve, è davvero suggestiva. La parte alta del sentiero, che non è segnato salvo qualche magro ometto di roccia, culmina su ripidi pendii erborsi ancora innevati. I canali hanno già scaricato, gli accumuli sono duri ma c’è ghiaccio ovunque. Inoltre nel cuore della valle, quasi sempre in ombra, fa decisamente freddo ed il vento dal lago non aiuta certo. Così, visto che non ero equipaggiato a dovere per guadagnare il passaggio verso l’innevata bocchetta di Moregge ( …dove a Gennaio si sprofondava nella neve fino ai fianchi e facceva un freddo dannato!! Vedi La tazza di Dumbo) ho fatto ritorno sui miei passi, felice di aver avuto successo nel collegare “rosso e blue”. Felice che la mia ricerca sia ancora piacevolmente incompleta.

Nota Bene: i sentieri qui riportati sono “abbondanati” da tempo. Non compaiono sulle mappe, non hanno segnaletica consistente, sono spesso in condizioni precarie o instabili. Percorrerli, allo stato attuale, significa praticare “archeologia acrobatica” più che escursionismo. Le indicazioni qui riportate hanno prevalentemente valore storico. Non infilatevi nei guai che da quelle parti sanno essere “grossi”….

Davide “Birillo” Valsecchi

Ali in Frantumi

Ali in Frantumi

La sera del 15 Ottobre 1987 la ricordo bene. Avevo undici anni e stavo guardando un film della Disney, nella vecchia cucina con mio papà. Il piccolo Travis, che gestisce la fattoria mentre suo padre è in viaggio, era appena stato salvato dall’attacco di un lupo grazie all’intervento del coraggioso Zanna Gialla, un Labrador Retriever. Il cane però viene ferito dal lupo e a sua volta contrae la rabbia. “Giallo” quindi impazzisce per la colpa della malattia ed al piccolo Travis non resta altra scelta che abbatterlo sparandogli con il fucile del padre. Il momento era già abbastanza drammatico di suo, ma il film viene bruscamente interrotto da un comunicato speciale: “E’ precipitato un aereo alla Conca di Crezzo”. Ben presto anche lungo la provinciale che attraversa Asso risuonano, quasi interminabili, le sirene di polizia, ambulanze e vigili del fuoco. Anche mio padre esce nella notte ed insieme ad altri soci della sezione CAI si offre per dare una mano. Il giorno dopo noi bambini non andiamo a scuola, e così per tutta la settimana successiva. La palestra infatti è stata infatti occupata dell’organizzazione dei soccorsi e, ben presto, diventa la grande sala mortuaria in cui vengono ricomposti i resti dei passeggeri dell’ATR-42, il modello di velivolo, che si è schiantato. In paese non si fa altro che parlare dell’aereo, dei grandi fari che continuano ad illuminare la montagna dalle sponde del lago, di come l’aeroplano sia andato in frantumi e di come sia quasi impossibile ricomporre i corpi. Ciapìn, nel suo libro “Nell’Ombra della Luna”, racconta quella notte a capo del Soccorso Alpino. Di come il giorno successivo sia Domenico “Chinda”, della squadra “Valmadrera Uno”, a comunicare l’individuazione del terribile punto di impatto. Tutti parlano sempre della Conca di Crezzo, in realtà l’aeroplano si è schiantato sul Castel di Leves, quasi alla sommità del canale della Val Ferrera. Un canale in cui scorre l’omonimo fiume che, dopo aver disceso precipitevolmente tutta la montagna, attraversa nel mezzo l’abitato di Onno prima di giungere nel lago. Il velivolo quella notte, fredda e piovosa, era da poco decollato da Milano e viaggiava a cinquemila metri di quota quando gli si sono “gelate” le ali. Diventato ingovernabile è precipitato per 50 secondi, senza freno o controllo, colpendo la montagna a 700 metri di altitudine. Lo schianto ha frantumato ogni cosa, trasformando un aereo di linea, lungo più di venti metri, in briciole sulla montagna. Tutti i 37 occupanti persero la vita. “Sono le 9 del mattino del 16 Ottobre 1987. I tragici messaggi che arrivano dall’area d’impatto confermano il disastro che si ipotizzava: non ci sono, entro un raggio di un’ottantina di metri, resti umani che si possano definire tali. Le parti ritrovate non sono più grandi di una mano o di un braccio. Un quadro che fa comprendere quale tragedia i monti lecchesi abbiano dovuto vivere.”

Il vento è forte, ma senza questa brezza da nord il tempo non si sarebbe sistemato dopo le piogge di ieri. Avventurarsi sotto pareti rocciose, rigogliose di piante ed erba, dopo una forte pioggia e con gran vento non è mai una buona idea. La terra è ancora umida, la roccia bagnata, il collante che normalmente li lega è fragile e le piante, agitandosi per il vento, possono fare la loro parte nel “muovere” ciò è sempre stato immobile. In pratica – nonostante qualcuno possa ritenerlo impossibile – il vento fa cadere i sassi …ma non si sa mai quanto grandi! Tuttavia con una giornata tanto serena non potevo sottrarmi ed avevo una gran voglia di fare qualche fotografia alle Grigne innevate ed alle tante pareti che mi incuriosiscono. La mia vecchia Fujifilm, una FinePix S2950 del 2011, inizia però a perdere colpi: lo zoom si inceppa ed è terribilmente lenta nella messa a fuoco. Un capriolo, in posa quasi scocciato dalla mia mancanza di professionalità, prova a farsi immortalare ma la macchinetta fallisce lo scatto. Anche una famigliola di cinghiali vorrebbe una foto mentre attraversa un canale erboso: papà cinghiale, mamma cinghiale, tre porcellini. Riesco a fotografare giusto il culo del papà prima che, pigramente, si infilino tutti nel bosco. Le Grigne invece restano immobili e qualche foto buona al Sasso Cavallo mi riesce. Sono a spasso sul Castel di Leves, tra la val Ferrera e la val Montone, appena sopra la parete della “Crutascia”. Avrei dovuto consultare il catasto speleo per cercare qualche grotta interessante ma me ne sono dimenticato. Poco importa, sono a spasso in una giornata di sole. Certo, il Castel di Leves non è esattamente il posto migliore per andare a spasso a cuor leggero. Ho trenta metri di corda e qualche fettuccia nello zaino, ma decido comunque di fare il bravo e mi metto a cercare nuovamente il sentiero. Quello degli umani, perchè di quelli animali ce n’è più di quanti ne servano! Caprioli, cinghiali e mufloni hanno costruito, ognuno per sè, la propria strada nel labirinto della montagna. I mufloni restano i più affidabili e, camminando in gruppo, hanno le “strade” più marcate. Così ne seguo una, confidando di incrociare presto il sentiero “Sette” per poi uscire sui prati sotto “La Madonnina”. Il bosco è pieno di quei fiori bianchi che spuntano come funghi a metà dell’inverno. La mia scarsa competenza in botanica suggerisce che siano ellebori o, volgarmente, “Rosa di Natale”.  Nella luce del sole sono macchie candide che brillano nel sottobosco. Poi però mi fermo un istante, quasi smarrito, perchè non tutto quello che è bianco è un fiore. Tra le foglie ed i ricci di castagne affiorano piccoli frammenti bianchi, schegge a cui è aggrappato una specie di cartone a cellette di alveare, come quello delle api. Guardo ancora e trovo frammenti di fibra di vetro, frammenti bianchi di lamiera. Sono nel bosco da ore, da solo, in mezzo agli animali ed al silenzio. All’improvviso tutto si fa ancora più silenzioso e forse la situazione mi sfugge di mano. Senza un vero motivo inizio a raggruppare questi piccoli frammenti. Ne vedo uno più grande a poca distanza, mi avvicino e senza parlare inizio a raccogliere un altro mucchietto. Più in basso ancora. Supero un muretto roccioso aggrappandomi ad una pianta. Raccolgo altri pezzi, costruisco un altro piccolo cumulo. Non sto cercando di rimettere insieme i pezzi, solo di riunirli, non lasciarli sparsi e soli per il bosco. Poi il buon senso mi chiama all’ordine e mi ritraggo dal pendio che precipita nel canale del Ferrera. La croce che indica il punto d’impatto è lontana, molto più in alto e sulla sinistra.  Sono lontano, sul margine esterno. Imbattermi in tutti quei pezzi, così, appoggiati tra le foglie dopo oltre 30 anni, mi confonde. Non ero pronto. Li raduno tutti insieme su un sasso di granito, anch’esso estraneo ed alieno ma di epoche ancora più lontane. Faccio una foto, studio i vari oggetti. Tra tutti è uno a colpirmi maggiormente. Non è una lamiera o un frammento di fusoliera. No, è un pezzo di finta pelle: sembra un brandello della maniglia di una valigia. Mi colpisce perchè non è un pezzo dell’aeroplano, ma qualcosa che apparteneva a qualcuno. Con i pezzi raccolti provo a costruire un ometto, o qualcosa di simile. Qualcosa che sia un ricordo, una testimonianza composta. Poi mi viene in mente che anni fa, al grande monumento dedicato all’incidente, avevano lasciato – probabilmente  come commemorazione – un grosso frammento dell’aereo. L’altro giorno però, quando ero passato da quelle parti dopo dieci anni d’assenza, non c’era più. C’era un nuovo altare, delle targhe ed un cancello, certo, ma non il frammento. La strada è vicina ed il luogo incustodito: credo qualcuno l’abbia portato via. Rubato forse come cimelio di non si sa bene cosa. Così, infastidito dall’idea che anche questi pezzi possano diventare ciò che non dovrebbero essere, scavo una piccola buca e li seppellisco sotto le foglie.  Poi mi siedo, in silenzio, al sole. Mi sento come un personaggio grottesco di un film di serie B, uno di quelli in cui la storia inizia quando il protagonista profana un cimitero indiano maledetto. Resto seduto, guardo le Grigne mentre sprofondo ingiustificatamente sereno in una strana solitudine che quasi mi intorpidisce. Sento il bisogno di parlare con qualcuno. Prendo il cellulare e provo a mandare un messaggio vocale con whatsapp. Le parole però quasi non escono, sembrano intimorite, restie ad incrinare quel silenzio. Rimanere qui, rimanere qui per sempre. Quasi spaventato mi tiro in piedi mentre il cuore batte all’impazzata ed il fiato è corto. Risalgo ma sono goffo e disorientato. “Concentrati! Devi ancora ritrovare il sentiero! Concentrati!”. Poi in lontananza vedo un bollo sbiadito su una pianta. Raggiungo il sentiero ed il marcio canale d’uscita del numero sette. Mi siedo sull’erba. Ingollo l’intera borraccia di the che mi ha preparato mia moglie al mattino ed infilo in bocca, quasi a forza, noci ed uvette. Strana esperienza. Sto diventando vecchio, ho quasi perso il controllo delle mie sensazioni. Ma forse era inevitabile. Forse è davvero troppo. Mi viene in mente una frase di Mario Rigoni Stern: “La preghiera è stare in silenzio nel bosco”. Andiamo a casa, ho voglia di parlare con qualcuno. 

Davide “Birillo” Valsecchi

Bottiglie nel Bosco

Bottiglie nel Bosco

Lo status di semi-libertà che ci concede la “zona gialla” mi ha permesso di lasciare l’Isola Senza Nome per riabbracciare, dopo quasi dieci anni di assenza, una delle montagne che ha sempre saputo affascinarmi: il Castel di Leves. Una montagna misteriosa, labirintica. Non è particolarmente alta, ma con i suoi modesti 970 metri di quota si innalza per 700 metri, quasi verticale,  sopra l’abitato di Onno e lo specchio del lago. Per molti aspetti è simile al Moregallo, che infatti si trova poco più a sud lungo la Dorsale Orientale del Triangolo Lariano. Tuttavia, a differenza del Moregallo, il Castel di Leves riesce ad essere incredibilmente ostile sul versante Est quanto docile sul versante Ovest: è infatti possibile quasi raggiungerne la cima e le pendici occidentali in macchina, salendo da Lasnigo, da Barni o da Magreglio. Forse è questa particolarità che ha dato vita ad un inconsueto “incontro”. Tutto il territorio lariano è fortemente antropizzato, sono pochi i luoghi in cui non è visibile l’operato, presente o passato, dell’uomo. Spesso i luoghi più reconditi e meno frequentati, laddove la morfologia del territorio lo permette, diventano teatro dell’agire umano più nocivo: l’abbandono dei rifiuti. Gettare oggi rifiuti in un bosco, sul ciglio della strada o nel lago è un crimine, non solo per la legge ma anche per il buon senso. Chiunque oggi, nostro contemporaneo, abbandoni impropriamente dei rifiuti, di qualsiasi tipo, è un idiota. Punto.  Come tale va perseguito e perseguitato! Questo per il presente, tuttavia ho imparato che con il passato, per avere un futuro, è necessario fare pace. Per tanto non sono così sprezzante verso ciò che è stato fatto prima che il problema dei rifiuti diventasse evidente. Anzi, per certi versi questi “lasciti” del passato stuzzicano il mio lato archeologico tanto da avermi reso “esperto” nella datazione di alcune tipologie di rifiuti. Detto questo, però, ammetto che una cosa simile non mi era mai capitata: questa è la più grande discarica di bottiglie vecchie in cui mi sia mai imbattuto! Ma andiamo con ordine. Stavo rientrando verso la cima del Castel di Leves per  il sentiero che corre da Magreglio lungo il crinale  quando, appena sotto la traccia, ho notato quello che sembrava (e che probabilmente è) un paraurti cromato di una vecchia 500. Quelle macchinette, piccoline e leggere, un tempo erano utilizzate come veri e propri fuori strada. Anche io da bambino, classe 1976, ho fatto in tempo a sperimentarle – come passeggero – sullo sterrato. Così, incuriosito, sono sceso a dare un occhiata e quello che mi sono trovato davanti ha superato ogni mia aspettativa: mai visto così tante bottiglie!! Ovviamente ce ne era uno sterminio in pezzi ma anche moltissime ancora integre. Così mi sono messo a studiarle radunando insieme i vari “modelli” che riuscivo ad individuare: ce ne sono infatti di ogni tipo, grandi, piccole, esotiche o comuni. C’è il classico calice ribaltato del “Campari”, solo che questo porta in rilievo la scritta “Davide Campari” e sembra un modello degli anni ‘50/’60. Anche la classica bottiglia “Fanta” marroncina con l’impugnatura ondulata. Bottiglie tonde o  quadrate di sciroppo. Bottiglie d’amaro, triangolari, di Burbon con la zigrinatura a rombi. Una “Fazi Battaglia” con la sua iconica forma quasi immutata dal 1949. Bottiglioni, fiaschi: molte riportano, in modo quasi ironico, la dicitura in rilievo “Senza Cauzione”. Un inferno di vetri che si allunga verso il basso (dove è totalmente sconsigliato cadere o scivolare!) ma allo stesso tempo una specie di museo a cielo aperto. Ero allibito ma anche confuso: cosa fare di tutta quella roba? Per ripulire quella zona servono, ad occhio e croce, almeno un paio di giornate di 5 o 6 persone e quasi sicuramente uno o due viaggi di un Bonetti. Oltretutto, al di là degli sforzi e dei mezzi necessari, probabilmente serve anche qualche permesso: un tempo forse si arrivava in quel punto passando per prati quasi pianeggianti, ora serve quasi certamente aprirsi un passaggio nel bosco o quanto meno trovare una linea per far passare un piccolo Quad. Tuttavia mi stuzzica pensare che qualche vecchia bottiglia d’epoca – ed il giusto collezionista – possano contribuire a risolvere il problema nella sua interezza. Francamente non riesco a darmi spiegazione del perchè in passato fosse prassi comune – o forse esigenza – quella di buttare il vetro giù dai dirupi. Mi è capitato spesso di imbattermi in simili “depositi”, ma mai così grandi e “vecchi”. Confesso che bottiglie vecchie di oltre settant’anni mi disturbano molto meno di un frigorifero, una lavatrice o del gettonatissimo lavandino in ceramica. Tuttavia quella zona, dove probabilmente correva un vecchissimo sentiero persino antecedente alle bottiglie, è quasi un campo minato per qualsiasi animale abbia la sventura di avventurarvisi, domestico o selvatico che sia. Non mi è chiaro cosa volessi – o sperassi – di ottenere rovistando tra quei vetri solo per mettere in posa qualche bottiglia sana. Non lo so. Non so nemmeno cosa sperare di ottenere scrivendo questo articolo. Rovistare tra i rifiuti vecchi più della nonna di chi legge non credo garantisca il celebre quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol. Anzi, rischia solo di indispettire i tanti volontari che – meritevolmente – si sono spesi per mantenere in buono stato il sentiero che passa lì vicino. Però davanti ad una tale quantità di bottiglie forse è impossibile non testimoniare il proprio stupore. Quindi, per ora, mi limiterò a mostrarvi alcune foto condividendone le coordinate geografiche (45.919439 N /9.277364 W). Vediamo che succede…

Davide “Birillo” Valsecchi     

Le Grotte della Cassina

Le Grotte della Cassina

«So di non sapere». Socrate lo diceva già 400 anni prima di Cristo, gli Operation Ivy la traducevano in Punk nel 1989 con l’intramontabile Knowledge, un super classico ripreso poi dai Green Day nel 1990. «Tutto ciò che so è di non sapere». A complicare la situazione ci si sono messi anche Dunning e Kruger che, nel 2000, hanno rimarcato quanto sia pericoloso “credere di sapere” così come il “credere di non sapere”. Citando Shakespeare: «Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio». Quindi, comunque la fai, la sbagli… La mia scarsa esperienza mi porta a pensare che il percorso che conduce alla conoscenza non sia lineare, bensì un’intricata serie di ramificazioni, di bivi e vicoli ciechi. Ogni scelta giusta è il risultato di una serie di scelte sbagliate: la ricerca come costante alternarsi dinamico di tesi ed ipotesi. Tuttavia come direbbe Leslie Claret, così come riportato nel suo famoso libro “The Integral Principles of the Structural Dynamics of Flow”, il problema principale è andare dal punto A al punto B. Purtroppo in questo io sono un completo fallimento ed anche oggi, nel tentativo di trovare il percorso migliore tra A e B mi sono distratto e mi sono smarrito. Così, sulla strada tra A e B, ho scoperto cose di cui ignoravo completamente l’esistenza. La vera conoscenza si ottiene quindi distaccandosi dai propri obiettivi? Il cazzeggio come metodo di ricerca? 50 e 50 direi. Ma andiamo con ordine. Parcheggio il Subaru in una piazzola lungo il lago. Conoscevo l’esistenza di questo spiazzo perchè a) ci ero già stato b) avevo studiato sulle mappe il possibile itinerario c) avevo fatto un primo sopralluogo con Krulak mesi fa con tanto di rilevazione georeferenziata. La piazzola è a poca distanza da una vecchia scala in sasso da cui parte un vecchio sentiero che, stando a quanto presumo dalle informazioni raccolte, risale verso Caprante e verso Oneda. Il tratto di sentiero che risale verso Caprante è stato ormai verificato, confermato anche da alcune vecchie scritte a vernice sui Faggi. Quello verso Oneda rimane invece ancora un mistero: è indubbio che passi da quelle parti ma il tempo, gli alberi e le rocce cadute, hanno cancellato ogni certezza della traccia. Restano solo delle scritte a vernice e dei “segni”, sempre a vernice, che probabilmente appartengo ad un’altro sentiero che punta invece verso sud anziché alzarsi di quota. Con grande diligenza ed impegno sono quindi giunto all’ultimo “punto certo” di questa traccia ed ho cominciato a cercare. Tuttavia dapprima sulla sinistra è apparso un muflone, maschio con grandi corna, sorpreso ed infastidito dalla mia silenziosa presenza. Poi, sulla destra, in lontananza due caprioli sono fuggiti verso l’alto costeggiando la base delle pareti della “Cassina”. La mia mente ha quindi iniziato a divagare. «Ma se queste pareti si chiamano “sasso della cassina” esiste una correlazione con la Val Cassina che, dividendo il Sasso Cavallo dal Sasso di Seng, si trova quasi esattamente dirimpetto sull’altro lato del lago? Cosa significa realmente “cassina” nel vecchio dialetto?» Seguendo questi pensieri avevo già smesso di ripercorrere gli sbiaditi segni del vecchio sentiero imboccando invece le “chiare autostrade” tracciate da mufloni, cinghiali e caprioli attraverso il bosco. A giustificare, almeno in parte la mia deviazione, il ritrovamento di un vecchio costrutto umano: il basamento quadrato e squadrato di un antico riparo a ridosso della parete. La strada degli animali prosegue verso l’alto in un susseguirsi evidente di orme e tracce nel fango. Anche io mi adatto al loro stile e li seguo imbattendomi in una stranezza. Trovo infatti un barattolo in plastica rigida per le caramelle avvolto con lo scotch nero da elettricista. Nel bosco, specie a ridosso delle grandi pareti al di sotto di insediamenti umani, si trovano spesso rifiuti “archeologici” di ogni tipo. Questo però è particolarmente fuori luogo. Aprendo il barattolo tutto mi appare più chiaro: è una geocache. Con l’avvento dei GPS economici (ma grazie anche al fatto che gli Americani hanno smesso di disturbare i segnali GPS per usi civili nel 2000) è nato un curioso gioco: qualcuno nasconde un barattolo, pubblica su internet la posizione gps, qualcun’altro prova a cercarlo. Una specie di caccia al tesoro. All’interno del barattolo un oggetto “testimone” ed un foglio di carta dove “annotare” il nome di chi l’ha trovato. Il primo in quest ricerca (o forse colui che ha lasciato il barattolo) è tale “Selvatik” nel 2015. L’ultimo, in ordine di tempo, a ritrovarlo è invece “Clo22” nel 2018. E’ curioso che un gioco che si basa sull’uso dei satelliti e della world wide web si risolva poi con carta e penna rievocando i vecchi libretti di vetta tanto in voga prima dell’era digitale. Ripongo tutto nuovamente nel barattolo inquadrando meglio la situazione. Il barattolo si trovava infatti in un canale che avevo iniziato a risalire per meglio osservare una “cavità interessante” che avevo intravvisto. Il barattolo quasi sicuramente stava lassù prima di rotolare verso il basso: la cavità infatti è una vera e propria grotta. Più che una grotta è una multigrotta. Originata da una frana è infatti caratterizzata da 3 cavità poste una sopra l’altra. Quando mi avvicino all’ingresso noto una scritta rossa sulla roccia: 2375. Quella scritta indica il numero identificativo della grotta nel Catasto Speleologico Lombardo. La scoperta mi sorprende perchè è da qualche settimana che ho nostalgia delle grotte e mi riprometto di riodinare il vecchio archivio fotografico. Tuttavia, ingenuamente, non mi aspettavo di trovarne da quelle parti. Il piano inferiore è facilmente fruibile, una bella stanza aperta facilmente visitabile. I due piani superiori sono invece raggiungibili con una breve arrampicata decisamente poco consigliabile (è tutta terra e roccia viscida e c’è una sola presa solida a cui mi sono quasi disperatamente aggrappato per scendere). C’è una saletta ed una nicchia concrezionata ma, tutto sommato, non vale il rischio. Mentre vi scrivo, dopo aver consultato il catasto, posso dirvi che la 2375 ha un nome: “La grotta della Lella”.

Soddisfatto del ritrovamento torno al mio piano “A verso B” seguendo nuovamente le tracce degli animali. Poco oltre le tracce formano un nuovo bivio. Una traccia prosegue costeggiando la base della parete, un’altra rimonta degli speroni rocciosi verso un terrazzino più in alto. Sbuffando con me stesso inizio a risalire gli speroni di roccia instabile e terra bagnata maledicendo la mia pericolosa curiosità. Poco sopra trovo una bella grotticella rosa: una nicchia ad altezza uomo profonda tre o quattro metri e caratterizzata dal colore rosa assunto dalla roccia. Probabilmente gli animali salgono quassù per prendere il sole e ripararsi in quella cavità. Le tracce a terra però dicono che c’è dell’altro: le seguo lungo il terrazzamento e, girato uno sperone, trovo l’ingresso di una grotta decisamente più grande ed articolata. Dal buco d’ingresso si accede ad una grande stanza attraversata da un arco roccioso e spalancata verso l’esterno graie ad un’apertura più grande sulla parete. La grotta, orizzontale, è ampia e si addentra alta e percorribile per una decina di metri, illuminata sia dalla grande apertura sulla parete, sia una “lucernario” quasi sul tetto. Risalgo attraverso quest’apertura e mi ritrovo su un secondo terrazzamento dove evidentemente anche gli animali vengono spesso: io però trovo i 40 metri di vuoto sottostanti decisamente inquietanti e, sebbene tentato, decido che senza un pezzo di corda ed un socio a fare sicura è decisamente sconsigliabile proseguire oltre nelle pieghe della parete. All’ingresso della grotta un segno rosso, in buona misura sbiadito dall’acqua, riporta: 2376. Nel Catasto questo numero possiede un nome: “Grotta dell’Arco”. Senza gli animali ed il loro passaggio non avrei trovato questa grotta che nell’antichità poteva essere considerato una specie di super attico di lusso. Viene da chiedersi cosa si possa trovare più in alto, là dove gli animali non riescono ad arrivare. Corni di Canzo e Moregallo hanno però pochissime grotte, quasi tutte sono piccole e principalmente create da frane più che fenomeni carsici. Nulla vieta però di fantasticare sulla presenza di una grande e mai scoperta cavità che inoltri nelle profondità della montagna (come ad esempio avviene nella zona del San Primo).

Riprendo il mio cammino sulla “pista degli animali” e mi imbatto in un altro segno rosso, questa volta evidente ancora prima della cavità. Il segno, 2834, è posto alla base di un ripido e scivoloso canale di terra stretto tra due alti fianchi rocciosi. In cima al canale si vede la cavità. Lungo il canale è abbandonata una vecchia corda e sull’ingresso è visibile un armo a catena. La faccenda è decisamente differente rispetto alle altre grotte ed è evidente che lassù gli animali non ci vanno. Nello zaino ho 30 metri di statica (“perché non si sa mai”) e posso quindi prendermi il lusso di risalire il canale con la sicurezza di avere una corda buona per ridiscendere. Il vecchio canapo, fissato in alto ed in basso con due anelli, è inquietantemente zuppo e viscido. Lo tengo con la sinistra mentre risalgo con le gambe in opposizione sui due fianchi di roccia: la terra in centro al canale è uno scivolo e la corda è assolutamente inaffidabile (quindi evitate di salire!!). Il fatto che gli speleo abbiano attrezzato e lasciato una fissa a cui poi hanno aggiunto un solido armo a catena mi insospettisce. La grotta, superato l’ingresso, compie un piccolo salto di un metro, poi prosegue verso il basso facendo una curva nel buio verso sinistra. Il buon senso mi dice di non entrare, tuttavia mi scoccia non approfondire la faccenda. Così, con grande attenzione scendo il primo salto ed accendo tutte le luci a mia disposizione. Davanti a me ho due o forse tre metri camminabili, stretti in un corridoio, poi una curva ed il buio vero. Resto immobile a riflettere. Poi giro i tacchi e rimonto il metro di roccia che mi separa dall’uscita. Le grotte sono un mondo bellissimo… e cannibale! Sono per certi versi uno degli ambienti più estremi e pericolosi in cui ci si può imbattere. Sono solo, non conosco la grotta, c’è un armo speleo: davanti a me, nel buio, potrebbero esserci anche solo un paio di metri di salto ma se per qualsiasi motivo, anche senza infortunarmi, quei pochi metri riescono a tenermi prigioniero non c’è modo di avere aiuto dall’esterno. Senza cellulare, in un posto simile, chi mai potrebbe trovarti? Non è mai buona cosa dare le “tu” ad una grotta, specie quando la luce smette di filtrare ed inizia a puntare verso il basso! Con il mio fidato spezzone ridiscendo in doppia fino all’esterno riguadagnando la tranquillità di quel bosco detritico. Alla base trovo, quasi a ricompensa, un colorato camion giocattolo che spunta dalla terra. Il numero sul muro mi dice ora che quella grotta si chiama “Pozzo della Cassina”. La grotta è stata rilevata da Marco Bomman e Adolfo Merazzi nel 1977, rilevata nuovamente da Andrea Maconi nel 2018. Così, grazie ai social media, ho contatto “Maconi” che gentilmente mi ha inviato il rilievo: ora posso dirvi che oltre il buio mi attendeva un salto verticale di 30 metri. Un “tuffo” che mi avrebbe reso “immobile prigioniero” della grotta fino al prossimo rilievo (probabilmente tra altri 40 anni!!). Questo solo per rimarcare i pericoli delle grotte e di questa nella specifico.

Il mio piano originale, “tracciare il sentiero che sale verso Oneda e poi quello che scende fino al fiume nella valle delle Moregge – A verso B” è ormai inevitabilmente fallito: le grotte mi hanno “rubato tempo” e ben presto mi verrà fame e voglia di tornarmene a casa. Quindi cerco di rimediare e salgo comunque fino alla falesia, incrociando la strada che sale verso Oneda alla prima stanga. Qui, nel bosco, trovo un cranio di muflone femmina, senza corna salvo un accenno. Potrei scendere per la strada asfaltata ed infilarmi nuovamente sulla dorsale della Cassina all’altezza della “piazzola ecologica” (perchè discarica sembra dispregiativo). La fame inizia a farsi sentire, ma l’asfalto è una vera noia. Opto invece per il bosco cercando una linea che mi porti verso il basso. Nel bosco c’è un “taglio”, un netta striscia libera di vegetazione, attraversato dai piloni della luce che scende verso il Nautilus, sulle sponde del lago. Qualcuno su un pilone ha scritto con vernice bianca “Lago” aggiungendo una freccia. Stessa cosa sul pilone successivo. Così, come un orso ottuso, inizio a scendere. Raggiungo una bella radura che i proprietari di alcune baite probabilmente tengono falciata e pulita. Quila traccia scompare, così come ogni indicazione. Forse sono i a sbagliare l’uscita, ma l’unica linea percorribile è nuovamente una traccia di animali che scende, fangosa ma battuta, lungo un canaletto ripido. Probabilmente sono l’unico bipede che frequenta quelle parti e la scritta “lago”, recente o antica che fosse, non ha nulla a che fare con quella linea. Dovrei continuare a cercare ma, anche se trovassi quella giusta, dovrei poi camminare a piedi sull’asfalto lungo il lago per tornare al Subaru. Credo che la Provinciale 583 Lecco-Bellagio, la “Lariana”, sia stata piacevole da percorrere a piedi solo una volta nella sua intera esistenza: in pieno lockdown quando era chiusa al traffico per la frana (dal 27 ottobre 2020 al 15 Dicembre 2020). Quindi no, decido di tagliare verso nord cercando di attraversare orizzontalmente in cerca, nuovamente, del sentiero che dalla scaletta sale ad Oneda (Il nostro irrisolto problema “da A verso B”). A darmi man forte sono ancora una volta gli animali: le loro strade sono efficaci ma a realizzate a loro misura. Quindi rocce, canali, rovi ed alberi abbattuti non rappresentano per loro problema, lo stesso però non vale per me. Lungo la via del ritorno trovo però una “quasi grotta”. In tempi antichi la Cassina è andata letteralmente a pezzi: è un sovrapporsi di strati di calcare sedimentario che, innalzandosi verso l’alto, si sono aperti come le pagine di un libro rovinando verso il basso. Per questo motivo a valle della parete ci sono “Massi” di dimensioni enormi che creano piccoli ma intricati labirinti. In uno di questi due grossi massi, circondati da massi più piccoli, si sono incastrati creando una piccola grotta asciutta. Al sui ingresso i “vecchi” hanno costruito un muricciolo. Al suo interno, molto alto, c’è persino un comodo lucernario che rende la standa piacevolmente “abitabile”. Curiosamente, proveniendo da un angolazione diversa, si potrebbe non notare la grotticella e camminarvi sopra, senza nemmeno accorgersi dei piccoli lucernari. La fortuna ha uno strano ruolo nel cammino della conoscenza…

Riflettendo mi accorgo anche che il mio presente percorre un cammino stranamente equidistante – nello spazio e nel tempo – tra i segni dell’uomo, sbiaditi e dimenticati, ed i segni degli animali, vivi e contemporanei. Questa strana attitudine mi porta ad addentrarmi da solo in un luoghi sperduti, senza tempo: strana cosa davvero, comincio a chiedermi quale effetto, alla lunga, possa avere sulla psiche un’esperienza simile…

Davide “Birillo” Valsecchi

Le cascate di Caprante

Le cascate di Caprante

Qualche tempo fa dovevo effettuare dei rilievi per georeferenziare delle particelle catastali nella zona sottostante alla frazione di Caprante, a Valbrona. Le mappa catastali sono quasi sempre imprecise, specie in un territorio difficile come la zona di boschi e rocce che sovrasta il lago. Caprante è una frazione agricola, un altipiano verde e pianeggiante che si trova a 300 metri di quota. Appena oltre i bordi di questo altipiano il crinale precipita rapidamente verso il lago circa 100 metri più sotto. Attualmente un solo “sentiero ufficiale” permette di risalire questo versante partendo dal lago, esattamente dalla palina dell’autobus,  “fermata Onno Guancito” linea Lecco-Bellagio: è un buon sentiero, rimesso a nuovo dai volontari della ProLoco di Valbrona qualche anno fa. La peculiarità di questa zona è infatti quella di essere l’unica propagine dei Corni di Canzo che raggiunge il lago, così come l’unico accesso alle sponde all’interno del territorio comunale di Valbrona. La frazione di Caprante prende il nome dall’omonimo fiume che scorre attraverso la valle e raggiunge il lago superando un vertiginoso orrido finale. Cercare le coordinate precise di una particella è quasi inutile (perchè i dati sono molto approssimativi) quindi mi sono limitato a compiere un sopralluogo individuando e relazionando la tipologia di terreno incontrato: in pratica ho acceso il GSP nello zaino ed ho cominciano ad andare a zonzo scattando fotografie georeferenziate.  Avevo osservato l’orrido dall’alto durante l’estate e ne ero rimasto molto affascinato, soprattutto dagli “scivoli d’acqua” scavati nella roccia. Ad essere onesti avevo dovuto desistere nel continuare la mia esplorazione perchè la quantità e l’altezza della cascate mi impediva di proseguire oltre. Così, dopo aver fatto dei rilievi sulle sponde del lago, il mio viaggio è iniziato proprio sul fiume, questa volta dal basso. Il fiume Caprante, nella sua parte finale, in poco meno di 300 metri di sviluppo precipita per oltre 100 metri di quota: un continuo susseguirsi di cascate strette tra le pareti di roccia. Un secondo fiume, di cui non ho ancora trovato il nome, affluisce sulla destra poco prima dell’ultima cascata. Prima dell’orrido è il fiume della valle di Tovera a congiungersi con il Caprante. L’inverno non è certo il periodo migliore per il torrentismo (l’acqua è fredda e tanta!), per superare le cascate era quindi necessario continuare ad attraversare il fiume aggirando di lato i salti. Il fiume è quasi sempre incassato in una forra, quindi i “trucchi per passare” andavano spesso cercati anche lontano dalla sede del fiume. Questo mi ha obbligato e permesso di scoprire molto sulla conformazione di quella zona. Inaspettatamente ci sono molte strutture rocciose e sono tutte molto articolate. La forra principale, quella in cui scorre il fiume, è circondata da “quinte rocciose”: piani calcarei che si sono innalzati verso l’alto ed incurvati. Inoltre ci sono punti in cui sembra che la montagna si sia aperta “a libro” creando pareti di roccia compatta, alte anche oltre i trenta metri, che come pagine si fronteggiano in strette gole. La vegetazione nasconde queste pareti finchè non ti appaiono davanti all’improvviso, confondendo l’orientamento e gli spazi. A farmi da guida in quel labirinto erano soprattutto gli animali che, nei passaggi obbligati, rimarcano i propri percorsi abitudinari. Questo mi ha permesso di alzarmi sul lato sinistro e quindi, grazie ad un passaggio insperato, di abbassarmi sul fiume attraversando poi nuovamente verso destra. Le pozze del fiume sono bellissime, oasi di quiete che inframezzano i grandi salti e gli scivoli.

Attraversato il fiume verso destra ho provato ad intercettare qualche vecchio camminamento delle miniere di sabbia, oggi abbandonate, del Liscione. Ci ero stato una decina di anni fa con Mattia e, grosso modo, si trovano a monte del Guancito e a valle del Kosmopolitan. Sono vecchie, abbandonate e pericolose. Ripeto: pericolose! Già allora avevano subito importanti crolli ed ero quindi curioso di “tracciarne” l’ingresso e valutarne lo stato. Tuttavia i rovi la facevano da padrone: ho trovato dei vecchi gradini e l’ingresso (spaventosamente puntellato con dei vecchi tronchi) di una miniera che non avevo mai visitato. Cercare quelle più grandi mi stava portando lontano dai miei obbiettivi e così ho preferito puntare verso l’alto (trovate maggiori info in questo vecchio articolo di Cima: grotte liscione). Poco più avanti, nella valle sottostante al Kosmopolitan, mi sono imbattuto in 3 mufloni. Il maschio, con quel suo ridicolo e buffo fischio, ha provato ad intimidirmi: purtroppo per lui quel verso mi fa sempre ridere a crepapelle ed ha dovuto desistere fuggendo deriso. Sempre in quella valle ho trovato le grosse tubature che – se è vero quello che mi hanno raccontato – servono al Kosmopolitan per pompare verso l’alto l’acqua del lago. Non essendo raggiunto dall’acquedotto, sempre secondo quanto mi hanno raccontato, la struttura – che ospita quasi 150 appartamenti ed un enorme piscina – deve captare l’acqua dal basso e depurarla indipendentemente (uno sforzo immane e gravoso!). Stufo di salire verso l’alto (soprattutto perchè il bosco si è riempito di rifiuti ed inerti provenienti dalla sovrastante strada!) ho ripiegato nuovamente verso il basso scavalcando un crinale e cercando di riguadagnare il fiume. Spostandomi mi sono imbattuto in una traccia molto netta che scende dall’alto: sebbene il tracciato appaia piuttosto selvatico un vecchio cippo, su cui è incisa una “S”, ribadiva la natura “umana” di quella linea. Anzichè seguirla verso l’alto l’ho percorsa in discesa ritrovandomi quindi nuovamente ai margini di una grande pozza sul fiume Caprante. Quella pozza è probabilmente la prima “quiete” a valle delle cascate che avevo esplorato in estate, sul limite dell altopiano. A valle di questa pozza il fiume compie un ennesimo grande salto attraverso uno scivolo roccioso.

Dopo avere attraversato il fiume – preferendo l’acqua alta alle scivolose rocce sul vuoto – mi sono imbattuto in qualcosa di inaspettato. Un cavo metallico è fissato lungo la parete, a modi corrimano, con dei chiodi da roccia (dei vecchi Lost arrow della Cassin). I chiodi, più fuori che dentro, sembravano una rudimentale ferrata realizzata, ipotizzo, dai pescatori. Poco più avanti, sul piccolo salto roccioso che rimonta la pozza, un’altra catena – arrugginita e malfida. Un tempo la catena doveva essere ancorata ad una pianta che, ora sradicata, ancora ne conserva un pezzo a penzoloni. La pianta, successivamente, deve essere stata sostituita con dei fittoni ad anello, comunque poco rassicuranti. Mentre mi guardavo in giro cercando di capire è apparso ciò che ha reso tutto chiaro: Aldo Vicini. Tra due pozze c’è infatti una lapide in sasso, con foto e croce, del giovane Aldo. Avevo sentito la sua storia ma non ne sapevo molto, anzi prima di incontrare quella lapide non sapevo neppure il suo nome. Così mi sono fermato un po’ a guardare quell’immagine in bianco e nero. Ora, dopo qualche ricerca, posso dirvi che Aldo, nato  il 20 Luglio 1974, quasi un mio coscritto, ha perso la vita qui il 7 giugno del 1995, mentre si era avventurato sul fiume a pescare. Mi aveva colpito la sua tragica storia perchè mi avevano raccontato fosse morto “annegato”. Guardando le cascate dall’alto, sempre quest’estate, credevo che il problema fosse non “volare”, non precipitare, quindi non capivo. Probabilmente il giovane Aldo conosceva i pericoli ed i segreti di questo fiume meglio di me, sapeva tutti i trucchi per aggirare i passaggi più esposti. Tuttavia il fiume è stretto, impetuoso, compie grandi salti su scivoli ritorti che si infrangono in pozze scavate nella roccia dove l’acqua “frulla su stessa” come nei pericolosissimi “stramazzi” artificiali. Se ci cadi dentro, incosciente per qualsiasi motivo, non c’è possibilità di farcela. Se ci cadi dentro con gli stivali, con una brutta corrente, magari dopo una caduta, diventa davvero difficile “tenere fuori la testa” in quelle pozze, tanto belle quanto infide e profonde. Io sono del ‘76, mi piacerebbe dire che ho un paio d’anni meno di Aldo, ma lui purtroppo lui ne avrà per sempre solo quasi 21. Di fronte alla lapide in sasso, probabilmente infissa per il ventennale della scomparsa, c’è anche una vecchia lapide – probabilmente la prima – realizzata con cemento e conchiglie. Scatto qualche foto e prendo silenzioso commiato dal custode del fiume, di cui ora conosco il nome, il viso e la storia.

Riguadagno il crinale sul lato sinistro e mi alzo fino alle bellissime rocce carsiche che delimitano il piano di Caprante. Riguadagno il sentiero del Liscione e proseguo i miei rilievi più verso sud. Individuo un vecchio tracciato riportato sulle IGM, Istituto Geografico Militare: una carta del 1946 realizzata su rilievi del 1888! Il sentiero, che scende verso il lago appena a Sud delle reti paramassi, è ancora visibile ma probabilmente in disuso da più di 70 anni. Il muro sulla provinciale è ormai troppo alto per scendere: saltar giù un paio di metri, quasi alla cieca, sull’asfalto del rettilineo della provinciale mi sembrava una pessima idea. Così sono nuovamente risalito fincheggiando le reti per intercettare il sentiero. Una volta raggiunto mi sono subito annoiato dopo qualche metro ed ho nuovamente deviato verso sinistra cercando un “taglio” che mi permettesse di raggiungere la primissima pozza sul fiume che avevo superato arrivando dall’altro lato. In pratica la strada ormai la sapevo, stavo solo cercando di tracciare linee interessanti sul GPS spostandomi verso una grossa roccia a punta che ricordava quella famosa del Re Leone. Era ormai ora di pranzo e super rilassato canticchiavo mentalmente il motivetto centrale di “on the road again” dei Canned Head,  compiaciuto della mia piccola esplorazione. Ecco, proprio in quel momento mi piombata addosso una delle situazioni più pericolose ed inaspettate!! In un angolino abbastanza ameno, accanto al fiume, a 50 metri in linea d’aria dal Guancito, vedo qualcosa “di vivo” che si muove a terra. Sulle prime mi sembra un grosso uccello marrone,  colto goffamente di sorpresa. Poi la “cosa” si suddivide in più parti, tutte decorate con simpatici pallini bianchi: una nidiata di piccoli di cinghiale! Nella mia mente è come esplosa una bomba! Ho girato i tacchi all’istante e mi sono messo a correre tra i rovi, letteralmente con le ali al culo! Ero passato da quelle parti all’andata e non c’era nulla: probabilmente la madre, mamma cinghiale, li aveva temporaneamente abbandonati per scendere al fiume lì vicino. I “porcellini” si erano quindi accovacciati stretti stretti aspettando che il povero Birillo arrivasse loro vicino a meno di tre o quattro metri. Una parte della mia mente sussurrava “fagli una foto!”. Tutto resto del mio cervello urlava furioso “Vai via! Fanculo la foto! Vattene! Vattene! Vattene!”. I cinghiali sono per lo più pericolosi SOLO quando ti avvicini troppo ai piccoli… ecco, io questa volta ero inavvertitamente ma decisamente troppo vicino ai piccoli!! Non so se mamma cinghiale sia tornata dal fiume in soccorso dei piccoli, io ho smesso di correre a fuoco tra i rovi solo quando sono arrivato sull’altro lato della provinciale! Felice di non aver fatto la sua conoscenza!! 

Nonostante il brivido finale, credo che quella zona sia davvero molto bella. Ci sono indiscutibilmente molti pericoli. Pericoli che non possono essere “eliminati” con chiodi e vecchie catene (che incredibilmente, sebbene insicuri, sopravvivono alla furia del fiume). Pericoli che possono però essere “mitigati” con astuzia, intelligenza e prudenza. Mi piace quella zona, credo che ci tornerò: fino ad allora tenetevi alla larga, aspettate sia io ad accompagnarvi. 

Davide “Birillo” Valsecchi

Aldo Vicini – Caprante (20 Luglio 1974 – 7 giugno del 1995)

La tazza di Dumbo

La tazza di Dumbo

Le nanerottole si sono svegliate in contropiede, anticipano ogni mia intorpidita mossa: ho la coordinazione e la rapidità di un bradipo che nuota mentre cerco di preparare la colazione. La più grande vuole andare all’asilo ed io, disperatamente, cerco di spiegarle che è ancora troppo presto, che l’asilo rimarrà chiuso finchè il sole non illuminerà il Resegone. Ma il tempo è una faccenda dannatamente complicata. Entro in cucina: “Alexa: buongiorno, musica rock, volume 4!” La mia versione domestica ed edulcorata di Hal9000 mi saluta dolce e mi propone una selezione casuale di musica rock anni ‘90: in fondo anche lei l’ha capito che sono vecchio dentro! Parte “Zoombies” dei Cranberries, datata 1994. La mia mente riesuma per un istante i ricordi della gita scolastica a Parigi in quarta liceo. Già, ero rimasto da solo, bloccato nel vagone sbagliato, lontano da quello della mia classe. Già, ma era il vagone di una classe di sole donne del linguistico di Lecco. Già, io avevo una zaino pieno di cose da mangiare ed un barattolo di Nutella: 10 ore di viaggio notturno. Come un buon pescatore avevo messo l’esca all’amo aspettando che la preda abboccasse: Valentina, credo questo fosse il suo nome. Beata e spensierata gioventù. “In your head, in your head. Zombie, zombie, zombie-ie-ie. What’s in your head, in your head. Zombie, zombie, zombie-ie-ie, oh”. Sono passati 26 anni, i ricordi vanno e vengono come una scintilla mentre, con una nanerottola aggrappata alla gamba, cerco di mettere caffè nella caffettiera. “Cosa c’è nelle tua testa Zombie?” Dolores O’Riordan è morta nel 2018, annegata nella vasca da bagno dopo una sbronza colossale. Lei non c’è più e vive nelle sue canzoni,  noi siamo ancora qui e vaghiamo senza scopo: chi è lo Zombie? Verso il caffè in un tazza ed aggiungo una quantità esasperata di zucchero (“…perchè Cassin nelle spedizioni portava un chilo di zucchero per ogni giorno di spedizione!”). Porto alle labbra il caldo nettare quando la nanerottola più grande fa la “bocca a quadrato”, chiude gli occhi, inclina la testa ed innalza al cielo un lamento furioso che più che un pianto sembra un richiamo atavico a qualche forma di comunicazione pre-umana insita nel mio genoma. “Andrea, che c’è ora?” Sua madre compare alla porta, mi squarda ed all’istante coglie il senso di quell’universo agitato che mi sfugge: “Hai preso la sua tazza di Dumbo. Non devi prendere la sua tazza di Dumbo”. Rovescio il mio caffè in una tazza anonima, sciacquo Bumbo nel lavandino e lo restituisco alla sua legittima proprietaria che, con sguardo di rammaricata disapprovazione, fa appello a tutto l’affetto che prova per il suo papà nel disperato tentativo di perdonarlo per il suo imperdonabile errore. Sospiro. Vivo con tre femmine e quattro gatti: me la sono cercata. Mi allungo sul mio caffè, esito un istante, poi ne prendo un sorso socchiudendo gli occhi. “Alexa: mi vuoi bene?” “Ti voglio bene come ad un amico” Friendzonato dalla domestica digitale: quanta amarezza. Tre ore dopo sono in mezzo alla neve, sulla cima del Ceppo della Bella Donna mentre il sole scompare alle spalle del Corno Centrale. L’ombra avanza, fa un freddo cane e soffia un vento tagliente da Nord. La neve è coperta di scaglie gelate ma è farinosa: affondo fin sopra il ginocchio addentrandomi nel bosco in cerca di una traccia verso casa. Saluti dal Quinto Corno!

Davide “Birillo” Valsecchi 

  • Corno Orientale e Corno Centrale dal Ceppo della Bella Donna

  • Cima Moregallo e Cresta Occidentale dal Ceppo della Bella Donna 

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