Author: Davide "Birillo" Valsecchi
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Animali e Coprifuoco

Animali e Coprifuoco

Qualche settimana fa ho pubblicato un articolo (link) per cercare di capire se davvero il cervo abbia iniziato a vivere nella penisola lariana: sono infatti sempre più insistenti le voci di avvistamenti recenti, anche nella costiera orientale della penisola. Io, come san Tommaso, ancora non l’ho visto ma, anche attraverso l’articolo, volevo fare il punto della situazione raccogliendo informazioni dai lettori. Certamente c’è la foto del 2015 di un avvistamento a Bellagio oltre ad alcuni avvistamenti, verificati ma sporadici, anche sul San Primo ed il Monte Puscio. Tuttavia questi casi, sebbene indicativi ed importanti, non giustificano il numero crescente di persone che, tra Valbrona e Magreglio, continua a riferire di aver casualmente incontrato il cervo. Possibile? Ancora non lo so, ma è certo che qualcosa sta accadendo. In molti mi hanno segnalato come nel Parco delle Groane (http://www.parcogroane.it/), che si estende da Bollate a Lentate, gli avvistamenti di cervi siano ormai frequenti e persino documentati con fototrappole: vi è infatti persino un inequivocabile video realizzato il 28 Gennaio del 2021 (link). inoltre sulla Milano-Meda, all’altezza di Uboldo e Origgio, è stata diramata un’allerta stradale e recentemente è stato investito un cervo nel comune di Barlassina, la notte di Domenica 21 Marzo 2021. Il cervo è un animale molto grande per gli standard a cui siamo abituati: caprioli, mufloni, cinghiali, camosci sono “piccoli” paragonati ad un cervo che, oltre ad essere più grande, ha bisogno di spazi più ampi. Come è possibile conciliare tutto questo con l’inevitabile intensificarsi dell’urbanizzazione man mano ci si spinge a sud verso Milano? Cosa sta cambiando? La risposta è probabilmente più semplice di quanto pensassi e dimostra, ancora una volta, quanto strano sia il periodo storico in cui viviamo e quanto ancora sia difficile percepire con chiarezza gli effetti trasversali e generali della “Lotta alla Pandemia”. Dal 6 Novembre del 2020 è infatti in vigore il coprifuoco: la notte, dopo le 22, non esce di casa quasi nessuno da ormai 5 mesi! Eccetto gli animali: l’assenza di traffico ha probabilmente favorito spostamenti impensabili prima del coprifuoco. Ecco quindi che abbiamo animali inaspettati laddove non c’erano prima: questi cinque mesi potrebbero davvero aver permesso al Cervo di spingersi sia tanto a sud verso Milano, quanto tanto in profondità, a nord, nella penisola lariana. Le teorie sulla capacità del cervo di attraversare il lago a nuoto diventano quindi ininfluenti: le strade sono deserte, può superare a piedi ostacoli urbani un tempo probabilmente inavvicinabili. Così mi sono detto: “Ma se è passato il cervo, che è un gigante, cos’altro può essere passato di più piccolo?”. Io questa risposta non ce l’ho, però con grande sorpresa mi sono imbattuto in un comunicato del Parco di Montevecchia (http://www.parcocurone.it/) che, a gennaio 2021, riportava la presenza di uno o più lupi nel proprio territorio. Gli articoli di giornale che ho trovato riportano come la presenza del lupo sia stata confermata anche dal DNA trovato sulle carcasse di alcune pecore uccise in Valle Santa Croce a Missaglia. Tutta questa faccenda mi lascia stupito: il lupo? A Montevecchia? Io il lupo non l’ho mai visto e, sinceramente, mai avrei pensato potesse spingersi in un’area tanto antropizzata come il quadrilatero “Milano – Como – Lecco – Bergamo”. Stando alle cronache è infatti assente dal territorio lecchese da oltre 75 anni e, da allora, strade e cosa sono aumentate esponenzialmente. Vi è forse una riflessione interessante da fare pensando al Cervo. Tutto ciò che avviene a sud, per colpa del coprifuoco, sembra accadere anche nella penisola lariana: accade lo stesso ma, per le peculiarità del nostro territorio (nonché una minore densità antropologica) ce ne accorgiamo meno. Se qualche giorno fa la domanda era “E’ passato il Cervo?”, ora la domanda si sta transformando: “E’ passato solo il Cervo?”.

Davide Birillo Valsecchi

Grazie a Luca e a tutte le altre segnalazioni!!

Cervo

Lupo

Fanculo la Pandemia!

Fanculo la Pandemia!

Sono nato negli anni settanta, ho vissuto gli anni ottanta, gli anni novanta, il nuovo millennio, la prima decade, raggiunto gli anni venti. Mio padre è in vantaggio solo per gli anni cinquanta e sessanta, ormai ho quasi il doppio degli anni che ci dividono, ho una moglie, due bambine. Questa rivelazione mi coglie all’improvviso, alla sprovvista: “Cristo … e nonostante tutto questo, Birillo, sei ancora un tale coglione!” Mia moglie sta preparando la cena cucinando della carne sulla piastra. Forse è l’odore, forse lo sfrigolio sulla ghisa, ma si riaccende un ricordo lontano. Un ricordo che risale ai tempi in cui vivevo in città, affascinato dai misteri delle metropoli, della vita urbana ed underground. Un ricordo di notti analogiche, senza gsm, con le cabine telefoniche e le schede prepagate. Notti passate in giro per la città, per locali e bettole segnate a penna sul Tuttocittà sgualcito. Notti di battaglia vagando sul pavè bagnato. Quando la musica si spegneva ed i buttafuori gettavano gli ultimi disperati sui marciapiedi tutto sembrava acquietarsi, ma in realtà iniziava il campionato hard-core per i nightriders. Stravolti e sconvolti ci si trascinava verso gli incroci e le rotonde di periferia in cerca di un “baracchino aperto”, di un’isola luminosa nel buio delle strade deserte. Un panino con la salamella calda ed una birra in bottiglia: una promessa sensuale come un bacio languido! Quei baracchini, nelle zone più deserte della città, erano crocevia di umanità notturna tra le più disparate. Gente di ogni tipo, qualcuno sobrio, qualcuno arrabbiato. Falene attratte dalla luce. Leoni e gazzelle che cercano di bere alla stessa pozza d’acqua nella notte africana. Io ero quasi sempre il più casinista del mio gruppo, lo stramboide con lo sguardo folle che saltella come un clown. Sorridevo al proprietario del baracchino e poi, con la bottiglia in mano, urlavo qualche sciocchezza, un brindisi strampalato per far ridere tutti i presenti. Così, prima di bere sereno, potevo farmi un idea di chi c’era, di chi aveva riso, di chi no, di chi ti aveva già squadrato, di chi poteva provare a derubarti tornando alla macchina, di chi voleva fare a botte per noia, di chi voleva solo gustarsi il finale della notte, magari chiacchierando con qualche sconosciuto. Già, birra e salamella dallo squallido. Che ricordi. Forse è più di 10 anni che non mi ritrovo nel cuore della notte a cercare un baracchetto. Bruna continua a cucinare, io riempio il bicchiere di birra. Ormai è Marzo, ma nel 2021 non ho ancora bevuto un boccale alla spina. Che follia. I baracchetti notturni, per via del coprifuoco, saranno ormai prossimi all’estinzione: travolti da un cambiamento che perdura da oltre un anno e che ancora fatichiamo a comprendere nella sua interezza. Bevo la mia birra e chiudo gli occhi. Per un instante sono nel futuro, un futuro incerto ma nuovamente affollato. Un futuro nella penombra di un baracchino, nel trambusto di una birreria accalcata con le panche ed i tavoli in legno. Un futuro in cui sgomiti gentaglia sudaticcia per raggiungere il bancone ed agganciare l’attenzione del barista. Un futuro in cui quello stramboide del Birillo afferrerà il bicchiere e, alzandolo storto sopra la testa, urlerà brindando: “Fanculo la pandemia!”. Un urlo di guerra a cui tutti risponderanno, rabbiosi e felici, brindando insieme in un unico e corale ruggito liberatorio: “Fanculo la pandemia!”. Dannazione, il “Valerio” del nuovo millennio. Certo, prima o poi finirà, ma non ne usciremo migliori, non andrà tutto bene. Ne usciremo a pezzi, con le ossa rotte. La pandemia è un mix concentrato agli steroidi di “11 Settembre” e “Subprime”: niente tornerà come prima. Il cielo è azzurro nella luce della primavera, ma i miei occhi non riescono comunque a vedere oltre la nebbia che ci avvolge. Chissà se un giorno, gomito a gomito al bancone con uno sconosciuto, capiterà ancora di guardarsi in faccia, agitare distrattamente il boccale e sussurrare con aria stravolta: “Viva!”. Quel giorno sì, avremo vinto, sarà davvero finita. Non resta che aspettare… Fanculo la pandemia: voglio una chiara alla spina!

Davide “Birillo” Valsecchi

Cervo nel Triangolo Lariano?

Cervo nel Triangolo Lariano?

Con la pandemia c’è stato un ritorno alle piccole baite, spesso troppo a lungo trascurate, nei dintorni dei piccoli paesi. In molti, godendo della libertà appartata di questi luoghi, hanno ripreso a frequentare con assiduità proprio i “baitelli del nonno”. Questo ha portato, paradossalmente, ad una maggiore presenza umana in posti normalmente deserti. Andando a zonzo mi capita quindi di “attaccar bottone” ed ascoltare racconti dove prima vi era solo silenzio: “Ho visto il cervo!” è una delle storie più gettonate. Tuttavia nel Triangolo Lariano il cervo non c’è, o quantomeno, non dovrebbe esserci… La penisola Lariana, come suggerisce il nome, è un triangolo di cui due lati, est ed ovest, sono “chiusi” dal lago mentre quello a sud è “chiuso” dalle strade provinciali che collegano Como e Lecco attraverso una fitta “cintura di paesi” ai piedi delle Prealpi Lariane. Il territorio all’interno della penisola è quindi “sigillato ed isolato” con quasi nessuna possibilità di contatto con le montagne del Comasco, piuttosto che quelle del Lecchese o dell’Alto Lago. Certo, le aquile delle Grigne, quando si stufano dei turisti, spesso si spostano sul Moregallo attraversando il lago: loro però volano! Per i camosci che vivono sul San Martino e sul Coltignone è quasi impossibile raggiungere il Moregallo perchè, per farlo, dovrebbero attraversare Lecco ed i ponti sull’Adda. A Como non abbiamo uno sbarramento netto come l’Adda ma i grandi centri abitati, come Grandate e Camerlata, sono un significativo ostacolo per animali di grossa taglia ed i cervi sono probabilmente tra gli animali selvatici più grandi che possono vivere sulle nostre montagne. Bisogna inoltre ricordare, per inquadrare bene la situazione, che nessuno dei grossi animali del Triangolo Lariano è realmente autoctono della zona: cinghiali, mufloni e caprioli sono stati introdotti o reintrodotti dall’uomo. Tra questi mi sentirei di dire che solo il piccolo capriolo ha le giuste caratteristiche per cambiare zona attraversando la periferia dei centri urbani. Anche il cinghiale è in grado di farlo, ma quando lo fa di certo non passa inosservato! Il Muflone invece non credo abbia mai raggiunto il Coltignone così come il Camoscio non è mai arrivato al Moregallo. Per questo mi sembra davvero incredibile che il Cervo, che è ormai abbondantissimo sulle montagne all’esterno del Lario, sia riuscito a raggiungere l’interno della penisola Lariana. Tuttavia la “voce” si è fatta sempre più insistente. Il cervo è un “alieno” per il nostro territorio: alcuni testimoni sono assolutamente “non-attendibili” (non distinguerebbero un cervo da Elvis Prisley!), altri invece, amici di amici, potrebbero essere maggiormente affidabili. Al momento però un testimone certo – qualcuno che abbia inequivocabilmente chiara la differenza tra un cervo ed un capriolo – ancora non l’ho trovato. Tuttavia ne ho sentite abbastanza per iniziare ad approfondire la faccenda. Io incontro regolarmente cinghiali, mufloni e caprioli. Chiunque ormai, con un minimo di attenzione e silenzio, può riuscire a vederli. Però non ho mai incontrato sulle nostre montagne un cervo o i segni della sua presenza. Devo ammettere che l’ambiente che normalmente frequento non è certamente quello adatto ad un cervo: troppo ripido e spesso troppo “imboscato”. I cinghiali tracciano nel sottobosco veri e propri tunnel tra i rovi, passaggi di cui spesso si servono anche caprioli e mufloni. Ma un cervo, le cui dimensioni sono assolutamente ragguardevoli, non vivrebbe mai in un luogo simile. Ha quantomeno bisogno di spazi in cui possa muoversi con libertà. Per intenderci: un capriolo adulto, anche bello massiccio, trova posto in uno zaino, per spostare un cervo serve invece un trattore ed un paio di uomini. Parliamo di animali che possono raggiungere e tranquillamente superare i 150kg di peso con un’altezza alla spalla superiore al metro e cinquanta. Grandi dimensioni richiedono quindi grandi spazi. Forse, ripeto forse, la Dorsale Occidentale e tutte le montagne ad Ovest del San Primo possono avere le caratteristiche giuste, forse. Tuttavia le segnalazioni mi arrivano dalla Dorsale Orientale e dalle montagne, più piccole e ripide, ad Est del San Primo. “Naaa… figurati il cervo da noi, chissà che han visto!” “No, no, non ci credeva neppure lui ma ha visto il palco! Era cervo!”. Io resto scettico, ma il dubbio ormai ha una sua solidità: ”Birillo, sei l’unico a non aver visto il cervo?”. Così ho fatto qualche ricerca online per vedere se questi voci avevano trovato eco sul web. In realtà ho trovato qualcosa che mi era sfuggito e per certi versi è una specie di “prova provata”. In un articolo del 2015 de La Provincia di Como c’è persino la foto del cervo, uno scatto realizzato a Bellagio con una fototrappola.

L’articolo (link) è in realtà un trafiletto con pochissime informazioni certe. La foto però non lascia dubbi: in qualche modo “qualcosa” è passato. L’articolo riporta come più accreditata la teoria che l’animale sia giunto a nuoto dalla tremezzina. Da Tremezzo a Bellagio sono quasi un chilometro e sette di nuoto: una nuotata impegnativa, uno specchio d’acqua che quando non è gelido, inverno, è assolutamente “trafficato” di imbarcazioni, estate. Non è uno scherzo attraversare il lago. Il record “umano” della Onno-Mandello, 1.5km di traversata, è di 20 minuti. Io non ho idea di quanto sia veloce un cervo a nuotare però immagino di certo che non conosca la direzione, che proceda sommariamente per tentativi, probabilmente di notte e spinto da un non ben precisato “stimolo” (quale esigenza lo spingerebbe ad attraversare?). I “nostri” 20 minuti, senza troppo tenere conto delle correnti, possono diventare tranquillamente un’ora e più, che nell’acqua del lago non è poco. Ho chiesto ad un amico zoologo ed anche lui è stato scettico: “La foto è inequivocabile, il fatto che però sia arrivato a nuoto è tutto da dimostrare. Certo, cervi e balene hanno antenati comuni ma resta una bella nuotata…”. Inoltre se diamo per buona la teoria del nuoto allora dobbiamo ipotizzare che possa accadere anche altrove, in zone magari più selvagge ed adatte al cervo. A Torrigia, sopra Laglio, il Monte Coltignone ed il Monte Preola si fronteggiano divisi solo da 700 metri d’acqua: tratto più breve e montagne meno antropizzate. Se passano da quelle parti è ancora più improbabile intercettarli. Tuttavia un singolo “cervo nuotatore” potrebbe fare ben poco oltre a sentirsi solo: ci vorrebbero più “coppie” per una sua diffusione come specie. Tuttavia le “voci” restano: che questo fantomatico cervo di Bellagio sia sia spostato verso sud raggiungendo i dintorni di Valbrona? Con tutto lo spazio che c’è sul San Primo ti infili verso le ripide e strette montagne orientali ed i suoi infiniti paesi? Davvero strano… anche per un esemplare tanto stramboide da compiere il grande salto a nuoto. Tuttavia se davvero non fosse solo, se come specie si stanno diffondendo, qualcuno dovrebbe aver visto qualcosa sul San Primo o sulla dorsale del Bollettone. Sono posti più adatti al cervo, di più ampio respiro e molto frequentati: se c’è qualcosa è sicuramente più facile avvistarla. Quella però non è affatto la mia zona, ci vado abbastanza di rado ed ora, con le restrizioni covid, sarebbe persino “illegale” spingermi tanto ad occidente rispetto all’Isola Senza Nome. Così questa mia riflessione vuole essere soprattutto una raccolta dati: se qualcuno ha qualche informazione, anche indiretta come la foto di un albero martoriato dalle corna o di una “fatta”, è invitato a condividerla. E’ davvero arrivato il cervo nel Triangolo Lariano? Sono l’unico a non saperlo?

AGGIORNAMENTO 12 MARZO 2021

In questi giorni, dopo la buriana di San Remo, a tenere botta sui Social Network è la super intervista di quei “due milionari scappati di casa” della Famiglia Reale Inglese: “Tutto ciò che ho so su queste faccende l’ho appreso contro la mia volontà!”. Internet purtroppo è diventato così: ti vomita addosso di tutto. Tuttavia l’Oracolo, quando si ha la pazienza di sottoporre una buona domanda, è ancora in grado di offrire importanti risposte. Ho infatti pubblicato questo articolo sul cervo nella bacheca di alcuni gruppi escursionistici e, con grande piacere, le segnalazioni di avvistamenti hanno cominciato a concretizzarsi sotto forma di commenti. Particolarmente interessanti quelli del gruppo Noi Amanti del Bolettone. I membri hanno infatti riportato diversi avvistamenti nel corso degli ultimi due/tre anni. Nello specifico esemplari maschi (probabilmente più facilmente riconoscibili) sia sul Monte San Primo che sul Monte Puscio. Un utente – e questo è il bello del confrontarsi con altri punti di vista – ha però spostato la mia attenzione dalle montagne alla pianura. Il mio presupposto è che i cervi arrivassero da Nord, dall’alto lago, dalle montagne al confine con la Svizzera a Ovest o quelle Orobiche ad Est. Diversi articoli e pubblicazioni riportano invece numerosi avvistamenti, con tanto di foto, video e ritrovamenti di corna, nel Parco delle Groane, quindi a Sud! Anzi, incredibilmente a Sud! Il parco, con i suoi 38 ettari, è infatti più vicino a Milano che alle Prealpi Lariane: una macchia verde in una distesa di case, strade e palazzi.

Vi è persino un video del 28 Gennaio del 2021 (link), quindi recentissimo.

Se si sono spinti così in basso, tra i centri abitati, è molto probabile che tutta la zona attorno a Cantù, pianeggiante e boscosa, sia ben popolata di cervi. Questi animali dimostrano quindi un buona – forse inaspettata – capacità nel destreggiarsi tra i centri abitati. Inoltre gli avvistamente nelle Groane “smontano” gran parte delle teorie sul “Cervo Nuotatore” arrivato nel Triangolo Lariano attraversando il lago. Quello individuato a Bellagio, così come quelli sul San Primo o sul Puscio, sono probabilmente entrati nella penisola da Sud, probabilmente “bucando” tra Como ed Erba. Questo spiegherebbe gli avvistamenti più a Nord. Il fatto che sull’Isola Senza Nome (il gruppo montuoso tra Cornizzolo e Moregallo) non ci siano avvistamenti, salvo quelli più recenti sul versante Nord dei Corni di Canzo e sul Monte Megna, conferma però come i laghi, la superstrada, le cave e l’Adda siano invece ostacoli molto più difficili da superare. Questi esemplari, probabilmente entrati da Sud Ovest, si sono spinti a Nord lungo la Dorsale Lariana ed ora, tornando a Sud, hanno attraversato la Vallassina e la piana di Valbrona. Bisognerebbe verificare quindi gli avvistamenti nella zona di Cantù e nel Parco del Monte Barro.

Probabilmente non nuotano, ma quello che è certo è che si spostano moltissimo!

AMM-Birillo

AMM-Birillo

Il 2020 è stato un anno decisamente importante e difficile, ma tra i mille eventi accaduti ve n’è uno di cui non vi ho mai raccontato: l’abilitazione come Accompagnatore di Media Montagna (AMM) in forza al Collegio Regionale delle Guide Alpine di Lombardia. Un percorso formativo iniziato nel 2019 e che si è concluso positivamente con l’esame di abilitazione regionale lo scorso Ottobre. Per oltre un anno sono stato “apprendista” – silenzioso ed inaspettatamente ubbidiente – agli ordini delle Guide Alpine che ci hanno condotto, istruito e valutato. Ciò che però ha caratterizzato, ed in qualche modo reso speciale il nostro anno di corso, è stata però la Pandemia: travolgendo ogni cosa, ha inevitabilmente condizionato anche le nostre attività. Nella tempesta che è stata, e che ancora oggi ci affligge, è stato proprio il corso con le Guide Alpine a dare ritmo e metodo al mio modo di affrontare la situazione. La nostra classe ha dovuto necessariamente integrare un “addestramento“ specifico anti-covid: abbiamo affrontato lezioni sanitarie dedicate con medici ed infermieri coordinandoci, fin dal giorno del “paziente zero”, con le direttive speciali formulate in collaborazione con Regione Lombardia. Una volta terminati i lunghi mesi del primo lockdown siamo stati spediti nuovamente in montagna: già, ci hanno rimesso in sella e spedito all’attacco! Eravamo trenta allievi provenienti da tutta la Lombardia e dovevamo osservare scrupolosamente ogni precauzione: se anche solo uno di noi fosse stato contagiato o sottoposto a quarantena tutto il corso sarebbe stato sospeso o bloccato. Nonostante le difficoltà abbiamo portato avanti, oltre alla didattica on-line (mai sperimentata nei corsi precedenti), più di cinquanta giornate di attività in ambiente a cui aggiungere quelle di tirocinio in affiancamento. Le prime uscite, impauriti e fuori allenamento dietro le mascherine, sono state surreali. Poi, con metodo e costanza, il covid è diventato uno dei tanti fattori di rischio da comprendere e mitigare durante la conduzione di un’escursione in ambiente montano: qualcosa che tutti possiamo e dobbiamo imparare ad affrontare. 

Ora come AMM, recitando la legge nazionale che regola questa figura, sono legalmente e professionalmente abilitato all’insegnamento delle tecniche escursionistiche ed all’accompagnamento di persone in escursioni in montagna. Inizialmente i miei obbiettivi, intraprendendo il corso, erano due. Il primo quello di consolidare e strutturare “I Tassi del Moregallo” sempre più come una vera “scuola di montagna”. Il secondo di riprendere la attività di “Montagnaterapia”. Tuttavia i tempi in cui viviamo e l’esperienza fatta hanno in parte modificato questi obiettivi rimarcando un’urgenza diversa. Molte persone, ancora oggi, vivono con pericolosa superficialità la situazione in cui viviamo. Molte altre invece – e sono quelle a cui mi sento più vicino – vivono nell’incertezza, spesso chiusi in casa, quasi segregati, in attenta osservanza dei DPCM o scoraggiati dalla paura. Gli effetti delle privazioni che stiamo sostenendo, nel tentativo di porre fine alla pandemia, sono ormai visibili sia nella psiche che nel fisico.

Le montagne, specie quelle meno “famose” ed “affollate”, sono lo scenario ideale per rispettare il distanziamento e le norme anti-covid, non necessitano alcun lavoro di “adeguamento”. Sono lo spazio idoneo per ritrovare metodo e serenità nel confrontarsi e condividere con gli altri dopo le importanti limitazioni alla socialità che abbiamo sostenuto fin qui. La nostra mente ha bisogno di spazi aperti, il nostro corpo di sperimentare la corroborante fatica del muoversi. Quindi il mio obiettivo, in questo contesto tanto particolare, sarà insegnare ad andare in Montagna affinché la Montagna possa donarci ciò di cui abbiamo maggiormente bisogno ora. Tuttavia “andare in montagna nel modo giusto” forse non è mai stato tanto importante come ora. “Chi cammina da solo non ha nessuno verso cui voltarsi” recita un vecchio proverbio giapponese, un proverbio che inizio a comprendere solo ora. Per mesi infatti, dopo la fine del corso, ho vagato in montagna da solo e posso quindi dirvi per esperienza: “non è abbastanza”. Da soli, sempre, non è abbastanza. Per questo voglio formare e condurre gruppi, voglio che il mio esplorare torni ad essere un’esperienza condivisa. Solitudine, immobilità, insicurezza sono i grandi pericoli che dobbiamo affrontare e superare nei giorni a venire. Rimbocchiamoci le maniche, zaini in spalla e diamoci da fare: in marcia!

Al momento “navighiamo a vista”, la situazione sanitaria è in costante mutamento così come le restrizioni vigenti. Probabilmente prima di Aprile sarà impossibile dare vita a qualche iniziativa pratica e strutturata. Tuttavia posso già darvi qualche anticipazione. Le mie escursioni saranno maggiormente focalizzare sul “gusto di andare in giro” più che sul prestigio di raggiungere qualche meta importante. Punterò su itinerari stravaganti, inconsueti, decisamente trasversali ai grandi flussi. Capiterà di girovagare giornate intere in un fazzoletto di terra così come di compiere grandi traversate scavalcando montagne e valli. Scoprire posti nuovi, magari sconosciuti ai più, evitare con astuzia, creatività ed ingegno le “masse”. Ogni escursione integrerà lezioni di cartografia e pianificazione, non si disdegna la possibilità di spingersi anche “fuori-sentiero”, traendo esperienza ed insegnamento da questo tipo di progressione. Ci saranno escursioni “dure” per gli esperti, escursioni propedeutiche per i neofiti che, con dedizione e pazienza, esperti lo diventeranno.

Ho attivato un nuovo portale web dove pubblicherò informazioni e calendari: http://www.lariotrek.it. Come è intuibile il nostro campo d’azione saranno le montagne che si affacciano sul Lario ed inevitabilmente quelle dell’Isola Senza Nome, che sarà la nostra casa e palestra per molte delle attività.

Fino a Pasqua vivremo ancora una volta le difficoltà di un LockDown parziale, nella speranza che non diventi totale come purtroppo lo fu lo scorso anno. Se però siete interessati a partecipare alle prossime attività, ognuno con il proprio livello e condizione fisica, vi invito a contattarmi in modo da pianificare e modulare al meglio il calendario delle escursioni che andremo ad intrapprendere insieme.

Ho mantenuto il riserbo su questo progetto per oltre un anno. Raccontarvelo ora è liberatorio ed elettrizzante: bene, iniziamo!

Davide “Birillo” Valsecchi
Nostromo dei Tassi del Moregallo
Accompagnatore di Media Montagna – Collegio Guide Alpine Lombardia.

Purple Trail

Purple Trail

“Infine, il Vallone delle Moregge, la cui testata appartiene a Valbrona. Questo vallone, estremamente selvaggio e suggestivo, costituisce un’area wilderness che ha pochi confronti nella provincia, e meriterebbe senz’altro di essere tutelata e valorizzata con l’istituzione di una riserva naturale” Questo è ciò che è riportato nell’Isola Senza Nome sulla Valle. Io ricordo di esserci stato per la prima volta in vita mia con mio padre, quando ero adolescente se non addirittura più giovane. Eravamo andati a vedere i mufloni e, se non ricordo male, avevamo iniziato la nostra salita davanti al Nautilus, lungo quella rampa, oggi chiusa, che rimonta la galleria. Quasi sicuramente oggi ne so più di mio padre sul Moregallo ma, forse grazie a lui, persiste in me quella strana sensazione di mistero ed ignoto che caratterizza ogni mia ricerca in quella zona. Ho già raccolto un sacco di pezzi ma il mosaico è ancora troppo ampio perchè bastini. La nuova cava, come quasi tutte le cave sul Moregallo, è una piccola ma significativa “rottura di palle”: oltre a saccheggiare la montagna – per due spicci mal resi alla comunità – impone “zone interdette” dotate di telecamere ed intimidatori cartelli. Purtroppo il Moregallo appartiene principalmente a Mandello che, dall’altro lato del lago, da una Provincia diversa, pregno d’orgoglio per le più blasonate Grigne, sembra più interessato a “venderlo” che a comprenderlo. Quindi per accedere alla valle dal basso è necessario innanzitutto districarsi tra i divieti, i cancelli e le gallerie chiuse. Sul versante Est le Cave hanno avuto la forza di “spostare” itinerari storici come il 50° OSA, alzare palizzate, offuscare e distrarre lo sguardo. Ritrovare i vecchi sentieri e condurre persone nella valle, in modo consapevole e rispettoso, è il mio modo di “tracciare una linea sulla sabbia”. Così ho parcheggiato il Subaru ed iniziato una nuova salita. Trovo il passaggio ed un sentiero che, contro ogni previsione, è ben tenuto nonostante non vi siano segni o cartelli. Anonimo, sebbene qualcuno si sia preso la briga di scavare grandini per i passaggi più scivolosi. La traccia si alza e poi si ricongiunge con un camminamento più ampio e probabilmente più antico. Risale nello spazio di montagna tra il fiume principale – che sulle carte è chiamato semplicemente “Fiume” – ed un torrente secondario che lambisce il fianco sinistro della cava. Poi però è presto chiaro perchè il sentiero sia ben tenuto: qualche operoso fortunato possiede una bella e ben curata baitella, abbarbicata in un angolo decisamente bucolico. Purtroppo per me dal baitello in avanti il sentiero smette di essere ben curato e torna ad essere una “ombra” tra il paglione e le foglie. Tenendomi sulla cresta risalgo ancora. Un tempo quella traccia doveva essere ben battuta, ora invece è quasi scomparsa inghiottita dal bosco. Solo il passaggio degli animali, ora padroni della zona, ne conserva memoria. Più avanti trovo una sorgente d’acqua: è ormai abbandonata da tempo ed i cinghiali l’hanno ridotta ad una pozza che zampilla tra il fango ai piedi di una pianta. A qualche metro c’è però il rudere di una casotta, a conferma della passata antropizzazione della fonte. Tutta la zona è “arata” pesantemente dai cinghiali. Una traccia evidente di passaggio punta verso nord a mezza costa, probabilmente dirgendosi verso la “Baita del Buschet”. Io punto verso l’alto con l’intenzione di intercettare il sentiero che da Oneda traversa per poi scendere nell’orrido. Raggiunto il sentiero faccio tappa, nuovamente, al misterioso albero di natale nel bosco. Questa volta però ho qualche informazione in più, che vi racconterò più avanti.

Per la discesa, invece, ho prima raggiunto il cancello della “Baita del Buschet” per poi, come si usa dire, “tirare giù dritto per dritto”. Il piano era provare ad intercettare qualche sentiero sconosciuto o qualche passata presenza umana. In realtà non ho trovato nulla di simile e mi sono “infilato” in una zona davvero complessa e di difficile lettura. Il bosco, coperto di foglie, è molto ripido e ci sono numerose piante abbattute. Non ci sono, così come mi aspettavo, salti rocciosi, ma sono i torrenti della zona a creare non poche difficoltà. Al momento la maggior parte dei torrenti è praticamente in secca, tuttavia la loro conformazione è molto singolare. Tutta la zona è geologicamente un susseguirsi di strati inclinati di calcare, i torrenti si sono formati erodendo i punti di contatto tra questi piani. Per cui sono molto ripidi e scorrono su un fondo che, essendo la “pagina superiore” di uno strato calcareo, praticamente è lastricato. Uno scivolo di roccia a “V” che punta verso il basso creando “bordi” spesso alti anche quattro o cinque metri. Non puoi quindi “entrare” nel torrente, nè percorrerlo nè attraversarlo. Puoi passare solo in alcuni punti ma per individuarlo spesso devi smettere di guardare il torrente e studiare le tracce degli animali (che conoscono tutti i passaggi). Anche così richiede molta dimestichezza e qualche malizia per evitare di mettersi nei guai. Più in basso la situazione diventa ancora più complessa perché oltre ai “torrenti lastricati” si aggiungono “stream” nella terra. Spiego e descrivo, anche io non avevo mai visto una cosa simile. La quantità di acqua che scende a valle crea dei canali nella terra. Fin qui nulla di strano, il problema è che questi canali sono corridoi a “V” alti anche quattro o cinque metri (caderci dentro è un lampo, entrarci invece è molto complicato). Come se non bastasse questi “stream” spesso si incontrano ma non si fondono immediatamente, creano invece “creste” di terra. Per riuscire a cavarmi d’impiccio ho dovuto percorrere alcune di queste creste seguendo l’esempio ed il passaggio degli animali (questo per darvi l’idea delle dimensioni). Ho provato a fare delle foto ma non rendono assolutamente l’idea: sembrano i solchi lasciati da vermi giganteschi – stile “tremors” – che si aggrovigliano e serpeggiano tra loro. La forza dell’acqua che si accumula in quegli stream negli oltre 400 metri di dislivello è evidente ed inquietante: non sono il prodotto di un erosione lenta e costante quanto il risultato, rapido e dirompente, di nubifragi violenti. Non è infatti un caso che, quando finalmente sono riuscito a raggiungere la statale, sia sbucando esattamente dove quest’inverno è “franato” costringendo la chiusura della strada. Quegli “stream”, oggi asciutti, devono essere decisamente spaventosi quando piove forte. Non c’è paragone tra la loro portata e le dimensioni degli “sfoghi” sul lago. Quando è caduta l’ultima frana, stando a quanto riportato dai giornali, la Provincia impose al proprietario del terreno l’onere di liberare la strada. C’è infatti una vecchia casetta abbandonata ed un baitello per le pecore. Tuttavia appare una follia che un privato, con un pezzo di terra a bordo lago, metta in sicurezza questi stream che partono – minimo – duecento metri di quota più in alto. Qualsiasi cosa faccia a valle può solo “incattivire” ciò che scende a monte. Mettetevi il cuore in pace: la strada sarà chiusa di nuovo e converrà fare attenzione passando in quel punto con la pioggia forte.

Il Mistero dell’Albero di Natale nel Bosco.

Domenica scorsa ero al Castel di Leves e, con un po’ di sorpresa, ho incontrato un piccolo gruppo di ragazzi che saliva come me da Onno. Ciò che mi ha colpito è quanto hanno fatto una volta in cima: armati di gps hanno perlustrato le roccette sommitali e, nascosto in un piccolo anfratto, hanno trovato una piccola scatoletta gialla. Visto che uno di loro mi conosceva attraverso i racconti del Blog (“ma tu sei Davide Valsecchi? Birillo?”) abbiamo attaccato bottone e mi ha spiegato meglio il “GeoCaching”, la curiosa caccia al tesoro in cui i partecipanti usano un ricevitore GPS per nascondere o trovare dei contenitori di differenti tipi e dimensioni. Questi contenitori sono chiamati “geocache” o più semplicemente “cache”. Esistono poi siti web a cui registrarsi, punteggi, App per il cellulare, ecc… Visto che tempo fa avevo – inconsapevolmente – trovato una “cache” alle grotte del Sasso della Cassina mi hanno confidato che anche l’albero di natale nella valle delle Moregge è una geocache. Così, visto che ero in zona, sono andato a controllare e, in una belle palline, ho effettivamente trovato il “log”, il foglietto con le firme e le date dei ritrovamenti. In pratica, mio malgrado, credo di avere già segnato 2 punti, forse 3 se aggiungiamo quello del Castel di Leves. La mia opinione su tutta la faccenda è ancora abbastanza incerta. Vedere dei ragazzi che si sparano un migliaio di metri di dislivello per un gioco è sicuramente interessante. Infilarsi fuori sentiero nelle Moregge o sul Castel di Leves richiede poi attitudine ed una buona dose di competenze tecniche e fisiche. Non è una cosa da poco. Io lo faccio in cerca di “qualcosa di ignoto”, loro lo fanno con un obiettivo ben più preciso e sociale.  A rendermi dubbioso è tuttavia la competizione che, insita in ogni forma di gioco, può diventare pericolosa nel geocaching quanto lo è nell’alpinismo o nell’arrampicata. Anzi, il fatto che la faccenda non abbia velleità alpinistiche, e che quindi sia meno elitaria, rischia di creare pericolosi squilibri tra l’obiettivo ed il cercatore. Hai voglia a spiegare che il Soccorso Alpino abbia dovuto mobilitare una squadra di 20 soccorritori ed un elicottero per recuperarti perchè incrodato mentre davi la caccia alle scatolette nascoste. Il mondo “civile” in cui viviamo è spesso più spietato della montagna. Lo dico perchè spesso la mia situazione non è poi molto dissimile dalla loro e per questo vi ho riflettuto a lungo. Per il momento l’unica risposta valida è: “non devi sbagliare, mai. Si vis pacem para bellum”.  Ma non è facile, specialmente quando si è giovani, speecialmente quando si tratta di fare punti. Come ho detto la mia opinione su tutta la faccenda è ancora abbastanza incerta, però in qualche modo mi intriga e mi spinge a saperne di più. Non mi interessa tanto cercare scatolette e pupazzetti, quanto offrire alle persone che lo fanno – animate da un positivo ed ammirevole  entusiasmo – le giuste competenze per cavarsela. Non so, forse anche i “Tassi del Moregallo” formeranno una squadra e raccoglieranno punti pesanti (visto, la competizione è sempre in agguato!). Non so. Però un “Gotta catch ’em all!” sull’Isola Senza Nome potrebbe anche essere divertente.

Davide “Birillo” Valsecchi

Il Rosso ed il Blue

Il Rosso ed il Blue

Il titolo originale poteva essere “attraverso l’inferno”, ma sarebbe suonato un po’ troppo melodrammatico sebbene il fiume da attraversare si chiami realmente “Inferno”. Se i “vecchi” hanno dato un nome simile ad un fiume c’è un perchè e, arrivandoci vicino, non si può dargli torto. L’Inferno è infatti un torrente secondario della “Valle delle Moregge”, o anche della “Valle del Fiume” come riportato su alcune mappe. L’Inferno corre parallelo alla parte finale del torrente che separa il Moregallo dai Corni di Canzo. Un torrente impervio che forma profonde forre e salti rocciosi in una zona tra le più selvagge di tutta l’Isola. In quella valle le due montagne, come giganteschi guerrieri di roccia, si fronteggiano silenziosamente dando ampia mostra della propria natura più selvaggia. L’ultima volta che ho fatto canyoning in quella zona era l’estate del 2013 (qui qualche foto: Moregallo Canyoning) e tra gli articoli di Cima potete trovare diverse esplorazioni condotte in quella zona. Il tempo, qualcuno dirà l’età, cambia il nostro punto di vista e questo trasforma radicalmente ciò che crediamo di conoscere. In quest’ultimo periodo, con occhi nuovi, sto “riesplorando” quella zona: non più un tuffo nell’ignoto, ma una ricerca più metodica ed attenta tanto dell’ambiente quanto della sua storia. Cercando un collegamento percorribile tra “Caprante ed il Rapanui” ho iniziato ad individuare e  censire i vecchi sentieri abbandonati o quasi dimenticati. Quelli che seguono sono quindi gli appunti due giorni di ricerca.

Blue: Il senso del Paglione per la neve.

Sabato nevicava, poco ma anche in riva al lago. Più in alto invece la neve cominciava ad appoggiarsi sui pendii, complice il freddo becco che in spiaggia segnava “meno uno”. Mollata la Subaru da Carla e Beppe ho iniziato a risalire il Sentiero del 50° Osa. Sotto la parete nord, ad una decina di metri dal sentiero due mufloni femmina mi osservavano immobili tra i fiocchi di neve. Il loro sguardo animale comunicava in modo evidente il messaggio: “Senti, mettiamo d’accordo. Nevica e fa troppo freddo per correre. Noi rimaniamo ferme e tu te ne vai per la tua strada”. Il freddo era tale che la macchina fotografica non voleva saperne di accendersi ed ho cercato di fare il possibile con il cellulare. Loro, di parola, non si mosse minimamente! Superata la parete e la sommità della cava ho puntato verso nord lungo un sentiero in buona misura nascosto dal paglione innevato. La traccia è appena visibile ma lungo il percorso sbiaditi bolli rossi rimarcano il passaggio ormai abbandonato. La vecchia galleria, oggi chiusa, prende il nome di Melgone. La galleria dovrebbe essere del 1926, dalle sue “finestre” un tempo gettavano in acqua le auto rubate. Oggi su quelle pareti c’è una falesia AsenPark (…cambiano le epoche ma la frequentazione rimane pessima hehhe). Al di sopra di questa parete c’è un ampio spazio boschivo quasi pianeggiante. Un vecchio sentiero, sfruttando una vecchia scala in sassi  ed un’inquietante ponticello in cemento abbandonato a se stesso da decenni, sale dal lago fornendo l’accesso alla zona. Probabilmente in passato era l’accesso di servizio per la manutenzione dei pali telefonici e della corrente posizionati nella zona, oggi abbattuti ma ancora visibili. Il fiume Inferno taglia in due questa zona e forma, sempre nel bosco, bastionate rocciose alte una ventina di metri. Una traccia a bolli gialli porta ad un primo rudere, con annessa piccola fonte, risalendo poi ad una seconda casetta, sempre abbandonata ma in condizioni migliori. Il “sentiero giallo” risale poi sul fianco del Moregallo lungo la valle delle Moregge fino a raggiungere la creta uscendo sulla cima. L’ho percorso diverse volte in passato ma non l’ho mai tracciato o pubblicato perchè ha dei passaggi sul paglione decisamente esposti e, nella parte alta, ci sono tutta una serie di varianti d’uscita tutte assolutamente da valutare (leggisi rognose). In questo caso però non mi interessava salire verso la cima del Moregallo dove, tra l’altro, c’era già una buona quantità di neve oltre a quella che stava gia candendo! No il mio obiettivo era individuare, dal lato sud dell’orrido, eventuali punti di passaggio verso l’altra sponda. Quella zona è però molto più ampia ed articolata di quanto ci si possa aspettare. Oltre all’abisso creato dall’orrido ci sono diversi livelli che si intersecano con pareti e canali secondari. Ad un primo studio è quasi impossibile attraversare l’orrido. Le pareti sono troppo alte o complicate. Ci sono tracce di animali che scendono ma non ero disposto ad avventurarmi in discesa sul paglione coperto di neve. Più a monte invece, cercando di intercettare il sentiero che sull’altro lato scende da Oneda fino al fiume, le possibilità erano decisamente migliori. “Soldato che fugge combatte un altro giorno”: visto che non smetteva di nevicare, che il paglione era pericoloso e la visibilità scarsa, ho mollato il colpo e sono tornato al subarone passando dalla galleria (da qui lo strano excursus in pieno lago del GPS). 

Rosso: La Volpe e la Bella Donna.

Dopo aver provato da Sud non restava che riprovare da Nord. Visto la giornata di sole ho parcheggiato il Subaru appena sopra la prima stanga di Oneda e mi sono addentrato nei selvaggi territori della valle delle Moregge. Il sentiero che porta al fiume è esattamente inquietante come lo ricordavo. Paglione e roccia friabile slavata dal passaggio dell’acqua: al mix questa volta dovevo aggiungere ghiaccio e nevischio. Potevo gestire la situazione, tuttavia è evidente che quel sentiero sia decisamente sconsigliabile ai più, specie in discesa dove i passaggi obbligati ti forzano nel vuoto di salti ragguardevoli. Nota bene: il paglione ghiacciato ha i suoi difetti ma tiene più di quello bagnato: quindi in primavera o in estate la situazione non migliora. Una volta giunto sul fiume ho iniziato a cercare eventuali passaggi che mi permettessero di raggiungere il “sentiero giallo” sull’altro lato. La ricerca si è subito dimostrata fruttuosa. Il passaggio degli animali è stato il primo indizio. Poi su una pianta ho trovato uno sbiadito nastrino colorato (un trucchetto che usano molti di coloro che, come me, esplorano vecchi sentieri). Poi, finalmente, su un sasso la conferma in un pallido bollo rosso. Scendere dal sentiero giallo è abbastanza fattibile, un EE severo ma giusto. Risalire verso Oneda è invece qualcosa di più di un EE. In salita le difficoltà risultano più gestibili ma il pericolo di grandi e terribili cadute rimane immutato.  Il collegamento “caprante – rapanui” quindi esiste, ma quello fin qui trovato richiede di salite fino ad Oneda, scendere al fiume lungo un percorso piuttosto agghiacciante, risalire fin sopra il Melgone prima di raggiungere la base della parte Nord e ridiscendere al Rapanui. Un’escursione affascinante quanto impegnativa, non certo il percorso ideale per andare a bersi una birra in spiaggia tirandosi dietro le nanerottole… La mia “missione” è quindi ancora incompiuta. Visto che avevo ancora tempo ho pensato di farmi un giro più a monte, cercando di spingermi al di sotto l’affascinante muraglia del Ceppo della Bella Donna. Qui dapprima mi sono imbattuto in un inaspettato “albero di natale”, addobbato di palline, stelline e pupazzetti, sulla sommità di un precipizio decisamente “fuori dal mondo”. Poi, intercettato un’altro vecchio sentiero, ho iniziato a risalire sulle pendici occidentali dei Corni di Canzo. Qui ho dapprima incontrato le orme di una volpe sulla neve. Poi, più avanti, mi sono imbattuto anche nella sua impellicciata autrice. La vista sulle Valle delle Moregge, incrostata dall’ultima neve, è davvero suggestiva. La parte alta del sentiero, che non è segnato salvo qualche magro ometto di roccia, culmina su ripidi pendii erborsi ancora innevati. I canali hanno già scaricato, gli accumuli sono duri ma c’è ghiaccio ovunque. Inoltre nel cuore della valle, quasi sempre in ombra, fa decisamente freddo ed il vento dal lago non aiuta certo. Così, visto che non ero equipaggiato a dovere per guadagnare il passaggio verso l’innevata bocchetta di Moregge ( …dove a Gennaio si sprofondava nella neve fino ai fianchi e facceva un freddo dannato!! Vedi La tazza di Dumbo) ho fatto ritorno sui miei passi, felice di aver avuto successo nel collegare “rosso e blue”. Felice che la mia ricerca sia ancora piacevolmente incompleta.

Nota Bene: i sentieri qui riportati sono “abbondanati” da tempo. Non compaiono sulle mappe, non hanno segnaletica consistente, sono spesso in condizioni precarie o instabili. Percorrerli, allo stato attuale, significa praticare “archeologia acrobatica” più che escursionismo. Le indicazioni qui riportate hanno prevalentemente valore storico. Non infilatevi nei guai che da quelle parti sanno essere “grossi”….

Davide “Birillo” Valsecchi

Ali in Frantumi

Ali in Frantumi

La sera del 15 Ottobre 1987 la ricordo bene. Avevo undici anni e stavo guardando un film della Disney, nella vecchia cucina con mio papà. Il piccolo Travis, che gestisce la fattoria mentre suo padre è in viaggio, era appena stato salvato dall’attacco di un lupo grazie all’intervento del coraggioso Zanna Gialla, un Labrador Retriever. Il cane però viene ferito dal lupo e a sua volta contrae la rabbia. “Giallo” quindi impazzisce per la colpa della malattia ed al piccolo Travis non resta altra scelta che abbatterlo sparandogli con il fucile del padre. Il momento era già abbastanza drammatico di suo, ma il film viene bruscamente interrotto da un comunicato speciale: “E’ precipitato un aereo alla Conca di Crezzo”. Ben presto anche lungo la provinciale che attraversa Asso risuonano, quasi interminabili, le sirene di polizia, ambulanze e vigili del fuoco. Anche mio padre esce nella notte ed insieme ad altri soci della sezione CAI si offre per dare una mano. Il giorno dopo noi bambini non andiamo a scuola, e così per tutta la settimana successiva. La palestra infatti è stata infatti occupata dell’organizzazione dei soccorsi e, ben presto, diventa la grande sala mortuaria in cui vengono ricomposti i resti dei passeggeri dell’ATR-42, il modello di velivolo, che si è schiantato. In paese non si fa altro che parlare dell’aereo, dei grandi fari che continuano ad illuminare la montagna dalle sponde del lago, di come l’aeroplano sia andato in frantumi e di come sia quasi impossibile ricomporre i corpi. Ciapìn, nel suo libro “Nell’Ombra della Luna”, racconta quella notte a capo del Soccorso Alpino. Di come il giorno successivo sia Domenico “Chinda”, della squadra “Valmadrera Uno”, a comunicare l’individuazione del terribile punto di impatto. Tutti parlano sempre della Conca di Crezzo, in realtà l’aeroplano si è schiantato sul Castel di Leves, quasi alla sommità del canale della Val Ferrera. Un canale in cui scorre l’omonimo fiume che, dopo aver disceso precipitevolmente tutta la montagna, attraversa nel mezzo l’abitato di Onno prima di giungere nel lago. Il velivolo quella notte, fredda e piovosa, era da poco decollato da Milano e viaggiava a cinquemila metri di quota quando gli si sono “gelate” le ali. Diventato ingovernabile è precipitato per 50 secondi, senza freno o controllo, colpendo la montagna a 700 metri di altitudine. Lo schianto ha frantumato ogni cosa, trasformando un aereo di linea, lungo più di venti metri, in briciole sulla montagna. Tutti i 37 occupanti persero la vita. “Sono le 9 del mattino del 16 Ottobre 1987. I tragici messaggi che arrivano dall’area d’impatto confermano il disastro che si ipotizzava: non ci sono, entro un raggio di un’ottantina di metri, resti umani che si possano definire tali. Le parti ritrovate non sono più grandi di una mano o di un braccio. Un quadro che fa comprendere quale tragedia i monti lecchesi abbiano dovuto vivere.”

Il vento è forte, ma senza questa brezza da nord il tempo non si sarebbe sistemato dopo le piogge di ieri. Avventurarsi sotto pareti rocciose, rigogliose di piante ed erba, dopo una forte pioggia e con gran vento non è mai una buona idea. La terra è ancora umida, la roccia bagnata, il collante che normalmente li lega è fragile e le piante, agitandosi per il vento, possono fare la loro parte nel “muovere” ciò è sempre stato immobile. In pratica – nonostante qualcuno possa ritenerlo impossibile – il vento fa cadere i sassi …ma non si sa mai quanto grandi! Tuttavia con una giornata tanto serena non potevo sottrarmi ed avevo una gran voglia di fare qualche fotografia alle Grigne innevate ed alle tante pareti che mi incuriosiscono. La mia vecchia Fujifilm, una FinePix S2950 del 2011, inizia però a perdere colpi: lo zoom si inceppa ed è terribilmente lenta nella messa a fuoco. Un capriolo, in posa quasi scocciato dalla mia mancanza di professionalità, prova a farsi immortalare ma la macchinetta fallisce lo scatto. Anche una famigliola di cinghiali vorrebbe una foto mentre attraversa un canale erboso: papà cinghiale, mamma cinghiale, tre porcellini. Riesco a fotografare giusto il culo del papà prima che, pigramente, si infilino tutti nel bosco. Le Grigne invece restano immobili e qualche foto buona al Sasso Cavallo mi riesce. Sono a spasso sul Castel di Leves, tra la val Ferrera e la val Montone, appena sopra la parete della “Crutascia”. Avrei dovuto consultare il catasto speleo per cercare qualche grotta interessante ma me ne sono dimenticato. Poco importa, sono a spasso in una giornata di sole. Certo, il Castel di Leves non è esattamente il posto migliore per andare a spasso a cuor leggero. Ho trenta metri di corda e qualche fettuccia nello zaino, ma decido comunque di fare il bravo e mi metto a cercare nuovamente il sentiero. Quello degli umani, perchè di quelli animali ce n’è più di quanti ne servano! Caprioli, cinghiali e mufloni hanno costruito, ognuno per sè, la propria strada nel labirinto della montagna. I mufloni restano i più affidabili e, camminando in gruppo, hanno le “strade” più marcate. Così ne seguo una, confidando di incrociare presto il sentiero “Sette” per poi uscire sui prati sotto “La Madonnina”. Il bosco è pieno di quei fiori bianchi che spuntano come funghi a metà dell’inverno. La mia scarsa competenza in botanica suggerisce che siano ellebori o, volgarmente, “Rosa di Natale”.  Nella luce del sole sono macchie candide che brillano nel sottobosco. Poi però mi fermo un istante, quasi smarrito, perchè non tutto quello che è bianco è un fiore. Tra le foglie ed i ricci di castagne affiorano piccoli frammenti bianchi, schegge a cui è aggrappato una specie di cartone a cellette di alveare, come quello delle api. Guardo ancora e trovo frammenti di fibra di vetro, frammenti bianchi di lamiera. Sono nel bosco da ore, da solo, in mezzo agli animali ed al silenzio. All’improvviso tutto si fa ancora più silenzioso e forse la situazione mi sfugge di mano. Senza un vero motivo inizio a raggruppare questi piccoli frammenti. Ne vedo uno più grande a poca distanza, mi avvicino e senza parlare inizio a raccogliere un altro mucchietto. Più in basso ancora. Supero un muretto roccioso aggrappandomi ad una pianta. Raccolgo altri pezzi, costruisco un altro piccolo cumulo. Non sto cercando di rimettere insieme i pezzi, solo di riunirli, non lasciarli sparsi e soli per il bosco. Poi il buon senso mi chiama all’ordine e mi ritraggo dal pendio che precipita nel canale del Ferrera. La croce che indica il punto d’impatto è lontana, molto più in alto e sulla sinistra.  Sono lontano, sul margine esterno. Imbattermi in tutti quei pezzi, così, appoggiati tra le foglie dopo oltre 30 anni, mi confonde. Non ero pronto. Li raduno tutti insieme su un sasso di granito, anch’esso estraneo ed alieno ma di epoche ancora più lontane. Faccio una foto, studio i vari oggetti. Tra tutti è uno a colpirmi maggiormente. Non è una lamiera o un frammento di fusoliera. No, è un pezzo di finta pelle: sembra un brandello della maniglia di una valigia. Mi colpisce perchè non è un pezzo dell’aeroplano, ma qualcosa che apparteneva a qualcuno. Con i pezzi raccolti provo a costruire un ometto, o qualcosa di simile. Qualcosa che sia un ricordo, una testimonianza composta. Poi mi viene in mente che anni fa, al grande monumento dedicato all’incidente, avevano lasciato – probabilmente  come commemorazione – un grosso frammento dell’aereo. L’altro giorno però, quando ero passato da quelle parti dopo dieci anni d’assenza, non c’era più. C’era un nuovo altare, delle targhe ed un cancello, certo, ma non il frammento. La strada è vicina ed il luogo incustodito: credo qualcuno l’abbia portato via. Rubato forse come cimelio di non si sa bene cosa. Così, infastidito dall’idea che anche questi pezzi possano diventare ciò che non dovrebbero essere, scavo una piccola buca e li seppellisco sotto le foglie.  Poi mi siedo, in silenzio, al sole. Mi sento come un personaggio grottesco di un film di serie B, uno di quelli in cui la storia inizia quando il protagonista profana un cimitero indiano maledetto. Resto seduto, guardo le Grigne mentre sprofondo ingiustificatamente sereno in una strana solitudine che quasi mi intorpidisce. Sento il bisogno di parlare con qualcuno. Prendo il cellulare e provo a mandare un messaggio vocale con whatsapp. Le parole però quasi non escono, sembrano intimorite, restie ad incrinare quel silenzio. Rimanere qui, rimanere qui per sempre. Quasi spaventato mi tiro in piedi mentre il cuore batte all’impazzata ed il fiato è corto. Risalgo ma sono goffo e disorientato. “Concentrati! Devi ancora ritrovare il sentiero! Concentrati!”. Poi in lontananza vedo un bollo sbiadito su una pianta. Raggiungo il sentiero ed il marcio canale d’uscita del numero sette. Mi siedo sull’erba. Ingollo l’intera borraccia di the che mi ha preparato mia moglie al mattino ed infilo in bocca, quasi a forza, noci ed uvette. Strana esperienza. Sto diventando vecchio, ho quasi perso il controllo delle mie sensazioni. Ma forse era inevitabile. Forse è davvero troppo. Mi viene in mente una frase di Mario Rigoni Stern: “La preghiera è stare in silenzio nel bosco”. Andiamo a casa, ho voglia di parlare con qualcuno. 

Davide “Birillo” Valsecchi

Bottiglie nel Bosco

Bottiglie nel Bosco

Lo status di semi-libertà che ci concede la “zona gialla” mi ha permesso di lasciare l’Isola Senza Nome per riabbracciare, dopo quasi dieci anni di assenza, una delle montagne che ha sempre saputo affascinarmi: il Castel di Leves. Una montagna misteriosa, labirintica. Non è particolarmente alta, ma con i suoi modesti 970 metri di quota si innalza per 700 metri, quasi verticale,  sopra l’abitato di Onno e lo specchio del lago. Per molti aspetti è simile al Moregallo, che infatti si trova poco più a sud lungo la Dorsale Orientale del Triangolo Lariano. Tuttavia, a differenza del Moregallo, il Castel di Leves riesce ad essere incredibilmente ostile sul versante Est quanto docile sul versante Ovest: è infatti possibile quasi raggiungerne la cima e le pendici occidentali in macchina, salendo da Lasnigo, da Barni o da Magreglio. Forse è questa particolarità che ha dato vita ad un inconsueto “incontro”. Tutto il territorio lariano è fortemente antropizzato, sono pochi i luoghi in cui non è visibile l’operato, presente o passato, dell’uomo. Spesso i luoghi più reconditi e meno frequentati, laddove la morfologia del territorio lo permette, diventano teatro dell’agire umano più nocivo: l’abbandono dei rifiuti. Gettare oggi rifiuti in un bosco, sul ciglio della strada o nel lago è un crimine, non solo per la legge ma anche per il buon senso. Chiunque oggi, nostro contemporaneo, abbandoni impropriamente dei rifiuti, di qualsiasi tipo, è un idiota. Punto.  Come tale va perseguito e perseguitato! Questo per il presente, tuttavia ho imparato che con il passato, per avere un futuro, è necessario fare pace. Per tanto non sono così sprezzante verso ciò che è stato fatto prima che il problema dei rifiuti diventasse evidente. Anzi, per certi versi questi “lasciti” del passato stuzzicano il mio lato archeologico tanto da avermi reso “esperto” nella datazione di alcune tipologie di rifiuti. Detto questo, però, ammetto che una cosa simile non mi era mai capitata: questa è la più grande discarica di bottiglie vecchie in cui mi sia mai imbattuto! Ma andiamo con ordine. Stavo rientrando verso la cima del Castel di Leves per  il sentiero che corre da Magreglio lungo il crinale  quando, appena sotto la traccia, ho notato quello che sembrava (e che probabilmente è) un paraurti cromato di una vecchia 500. Quelle macchinette, piccoline e leggere, un tempo erano utilizzate come veri e propri fuori strada. Anche io da bambino, classe 1976, ho fatto in tempo a sperimentarle – come passeggero – sullo sterrato. Così, incuriosito, sono sceso a dare un occhiata e quello che mi sono trovato davanti ha superato ogni mia aspettativa: mai visto così tante bottiglie!! Ovviamente ce ne era uno sterminio in pezzi ma anche moltissime ancora integre. Così mi sono messo a studiarle radunando insieme i vari “modelli” che riuscivo ad individuare: ce ne sono infatti di ogni tipo, grandi, piccole, esotiche o comuni. C’è il classico calice ribaltato del “Campari”, solo che questo porta in rilievo la scritta “Davide Campari” e sembra un modello degli anni ‘50/’60. Anche la classica bottiglia “Fanta” marroncina con l’impugnatura ondulata. Bottiglie tonde o  quadrate di sciroppo. Bottiglie d’amaro, triangolari, di Burbon con la zigrinatura a rombi. Una “Fazi Battaglia” con la sua iconica forma quasi immutata dal 1949. Bottiglioni, fiaschi: molte riportano, in modo quasi ironico, la dicitura in rilievo “Senza Cauzione”. Un inferno di vetri che si allunga verso il basso (dove è totalmente sconsigliato cadere o scivolare!) ma allo stesso tempo una specie di museo a cielo aperto. Ero allibito ma anche confuso: cosa fare di tutta quella roba? Per ripulire quella zona servono, ad occhio e croce, almeno un paio di giornate di 5 o 6 persone e quasi sicuramente uno o due viaggi di un Bonetti. Oltretutto, al di là degli sforzi e dei mezzi necessari, probabilmente serve anche qualche permesso: un tempo forse si arrivava in quel punto passando per prati quasi pianeggianti, ora serve quasi certamente aprirsi un passaggio nel bosco o quanto meno trovare una linea per far passare un piccolo Quad. Tuttavia mi stuzzica pensare che qualche vecchia bottiglia d’epoca – ed il giusto collezionista – possano contribuire a risolvere il problema nella sua interezza. Francamente non riesco a darmi spiegazione del perchè in passato fosse prassi comune – o forse esigenza – quella di buttare il vetro giù dai dirupi. Mi è capitato spesso di imbattermi in simili “depositi”, ma mai così grandi e “vecchi”. Confesso che bottiglie vecchie di oltre settant’anni mi disturbano molto meno di un frigorifero, una lavatrice o del gettonatissimo lavandino in ceramica. Tuttavia quella zona, dove probabilmente correva un vecchissimo sentiero persino antecedente alle bottiglie, è quasi un campo minato per qualsiasi animale abbia la sventura di avventurarvisi, domestico o selvatico che sia. Non mi è chiaro cosa volessi – o sperassi – di ottenere rovistando tra quei vetri solo per mettere in posa qualche bottiglia sana. Non lo so. Non so nemmeno cosa sperare di ottenere scrivendo questo articolo. Rovistare tra i rifiuti vecchi più della nonna di chi legge non credo garantisca il celebre quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol. Anzi, rischia solo di indispettire i tanti volontari che – meritevolmente – si sono spesi per mantenere in buono stato il sentiero che passa lì vicino. Però davanti ad una tale quantità di bottiglie forse è impossibile non testimoniare il proprio stupore. Quindi, per ora, mi limiterò a mostrarvi alcune foto condividendone le coordinate geografiche (45.919439 N /9.277364 W). Vediamo che succede…

Davide “Birillo” Valsecchi     

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