I Rifugi dei Corni di Canzo

I Rifugi dei Corni di Canzo

Nel lontano Maggio 1960 i Volontari di Valmadrera diedero inizio alla costruzione dell’attuale Rifugio S.E.V. a Pianezzo. Costruirono una teleferica di circa 300 metri, i cui basamenti sono ancora visibili sotto la Parete Fasana, con cui si trasportavano i sassi di calcare perchè fossero frantumati producendo la sabbia, un montacarichi e un acquedotto per portare l’acqua al cantiere dalla sorgente del Ceppo della Bella Donna. Dopo quattro anni, la Domenica del 13 settembre 1964, il rifugio fu finalmente inaugurato. Maggiori informazioni sull’attuale – e beneamato – Rifugio sono disponibili sul sito della SEVhttps://rifugiosev.it/

Tuttavia prima di quella data altre due costruzioni avevano ricoperto il ruolo di “Rifugio” ai Corni di Canzo. In rete è apparsa qualche settimana fa – pubblicata da Davide Fadigatti‎ – una bella foto d’epoca di una di queste strutture: un’immagine davvero sorprendente! Nel riproporvela qui aggiungo anche un estratto della Guida alle Prealpi Lombarde realizzata da Silvio Saglio nel 1957 per il Touring Club Italiano e per il CAI Milano. In questa pubblicazione, infatti, vengono infatti menzionati i due antichi rifugi, oggi baite private.

RIFUGIO DEI CORNI o DI PIANEZZO e RIFUGIO POLALBA Il Rifugio dei Corni o di Pianezzo sorge a m. 1225 sul versante settentrionale dei Corni di Canzo, in bellissima posizione dalla quale si domina gran parte del L. di Lecco e dei monti che lo rinserrano,  È una baita trasformata in rifugio; di proprietà privata, con 8 letti e 3 cuccette, acqua di sorgente, aperto dai primi di maggio a fine settembre con spaccio di bevande e di alcuni generi alimentari. Il Rifugio Polalba è situato a m. 900 sul versante della Valbrona, in una conca circondata dai castani, dai faggi e dai larici; dispone di 8-10 posti letto, ed è aperto tutti i giorni nei mesi estivi e al sabato e domenica negli altri periodi dell’anno.

NDR: Nella guida del Saglio non vi erano molte fotografie, la maggior parte delle illustrazioni erano disegni a mano.

ACCESSI:

DA CANZO m 887 si attraversa l’abitato in direzione NE, quindi si scavalca il Torrente Ravella e ci si porta alle Fontane di Gaium m 481 (ore 0.15; osterie). Risalento il torrente, si lascia a destra la strada per San Miro al Monte e si prosegue a sinistra per la comoda carreggiata, che s’innalza selciata e con larghe curve (accorciatoie) nel rado bosco, verso una specie di sella, al di là della quale si raggiunge la prima Alpe Grasso m 725 (pittorescamente inquadrata dai Corni di Canzo) e  l’Alpe Bertalli m 779 (ore 0.45-1), raggruppamento di case, abitate tutto l’anno. Si abbandona allora la carreggiata e, prestando attenzione alle segnalazioni, ci si alza, per un costolone e per il fondo di un valloncello, verso l’estremità pianeggiante del crestone occidentale dei Corni, detto Piano di Candalino m 1067 (ore 0.45-1.45) e ci si affaccia all’azzurro bacino del Lago di Lecco e alla verdeggiante Valbrona. Si prosegue lungo la dorsale, lasciando a sinistra il sentiero che conduce all’ Alpe di Pianezzo e si marcia per sentiero pianeggiante in direzione del Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 (ore 0.15-2).

DA VALMADRERA m 237 si prende la strada che si stacca a NO dalla piazza principale e sale a Gianvacca. Di qui si prosegue in direzione di Mondònico; al primo bivio si svolta a destra e, per un viottolo sostenuto da un muro a secco, si contorna un poggio e si riesce sulla sassosa traccia che rimonta la Valle della Boa tra la boscaglia fino ad una spianata (1 ora). Dai ruderi di un cascinale si continua lungo il fondovalle, sì sorpassa una presa d’acqua e, giunti sotto alcuni roccioni, ci si sposta lungo il ripido fianco occidentale per un faticoso sentiero che s’inerpica verso un pianoro, in cui sfociano ampie colate di detriti. Si evitano questi sfasciumi per la traccia segnalata che volge a destra, si passa ai piedi del roccione strapiombante detto Tetto della Porta (che può offrire un buon riparo in caso d’intemperie) e, piegando ancora a destra tra blocchi calcarei, si risale la parte superiore di una valletta, dominata a sinistra (E) dalla parete del Corno di Canzo orientale, onde giungere, fra cespugli sempre più radi, alla Bocchetta di Sambrosera m 1125 c. (ore 1.30-2.30) che separa la massa del Moregallo dal Corno di Canzo orientale, mettendo in comunicazione diretta la Valle della Boa con la Valle delle Moréggie, che sbocca nel Lecco di Lecco di fronte alla Punta dell’Abbadia. Sul valico, non nominato dalla tav. 32 I SE (Lecco), ma indicato dalla pietra di confine dei comuni di Mandello (M) e Valmadrera (V), si trovano alcuni massi erratici di granito ghiandone, che dimostrano l’enorme sviluppo dello scomparso ghiacciaio abduano, il quale invadeva nell’era quaternaria tutto il bacino del Lago di Como, lasciando emergere nel mezzo solo la vetta del Monte San Primo e, come scogli, i Corni di Canzo.  Dal valico si pianeggia attorno alla testata cespugliosa della Valle delle Moréggie, quindi si sale a un’ampia sella erbosa e, scavalcata l’arrotondata propaggine del Corno di Canzo centrale, si arriva al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0,45-3.15).

DALL’IMBOCCO OCCIDENTALE DELLA GALLERIA DEL MELGON  (lungo la carrozzabile Malgrate-Onno, quasi a metà strada fra queste due località), si rintraccia, al disopra della scarpata, un piccolo sentiero che s’inerpica lungo quel costolone che fa da sponda orientale alla Valle delle Moréggie. Si segue questo sentiero nel bosco ceduo, trascurando le diramazioni di sinistra, poi si scavalca la testata di un valloncello secondario e ci si mette nel solco principale, allo scopo di innalzarsi a mezza costa, con ampio giro, assecondando gli anfratti del Moregallo, fino alla testata del vallone (ore 2.30), dove passa l’itinerario precedente che conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0.45- 3.15).

DA CANDALINO m 545 (frazione di Valbrona) si risale per mulattiera la Valle Griarolo fino all’ Alpe Oneda m. 720, dove si prende quel sentiero che si svolge lungo la boscosa dorsale che il Corno di Canzo centrale spinge verso il Sasso della Cassina e il Lago di Lecco; oppure si prende la mulattattiera che attraversa la Valle del Gagetto e, passato il Rifugio Polalba, si continua in direzione dell’Alpe di Pianezzo m 1197, al disopra della quale s’incontra l’itinerario 193, che viene da Canzo e conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 2).

Rifugio SEV – 1964

Nota: le fotografie sono state pubblicate da ‎Davide Fadigatti‎ sulla pagina Facebook “Sei di Valmadrera se”.

Eroe Scarso

Eroe Scarso

Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Quando ti amo come piace a te, provo quello che provi tu ora: faccio ciò che faccio solo per compiacere la tua folla. E soffro, ma non smetterò, perché questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Ogni volta che chiudo gli occhi, ti penso dentro. Penso a tua madre, che ha rinunciato a chiedersi perchè: perché menti, e tradisci e provi ad ingannarla. Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Perchè questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Testo e musica: Short Change Hero – The Heavy
Wikiloc: eroe scarso

Crollo sulla G.G.OSA

Crollo sulla G.G.OSA

Non ho informazioni di prima mano perchè, a causa del LockDown, è tanto che non ho modo di salire sul Moregallo. Tuttavia mi è giunta segnalazione di un importante crollo sulla Crestina GG OSA, soprattutto mi è stato chiesto di segnalare come il crollo abbia interessato il sentiero che da Sambrosera risale all’attacco ed quindi alle moregge. «Praticamente è crollato il blocco di roccia dove c’è l’unico chiodo, quello con il cavo d’acciaio, e ha tirato via tutta quella parte. Il blocco è caduto nel canale, non toccando la cresta, ed è andato giù fino all’attacco portando a valle sassi e piante. Poi ha proseguito tagliando il sentiero che sale all’attacco della cresta.»  Sembra che il Sindaco a breve emetterà un’ordinanza di chiusura del sentiero e della cresta. Ci sono in giro ancora molti sassi pericolanti ed accumuli di materiale sia sul sentiero che sulla piazzola d’attacco.

Quello che posso dirvi è che la scorsa settimana, pulendo la vecchia macchina fotografica con lo Zoom (un modesto 18x) avevo fatto qualche distratto e nostalgico scatto alla Cresta OSA ed alle strutture adiacenti. Oggi questo ci permette di capire, a distanza, cosa è purtroppo accaduto alla cresta con le ultime piogge. Incredibile anche notare quanto, in meno di dieci giorni, la vegetazione sia lettarlamente esplosa.

Davide “Birillo” Valsecchi

Paura e Desiderio

Paura e Desiderio

«Hai paura?» La biondina con gli occhi azzurri si avvinghia al mio braccio mentre siamo sdraiati nel letto, poi con una vocina da pin-up mi risponde: «Sciii». Le faccio un sorriso e le chiedo gentile «E di cosa hai paura?». Lei si stringe ancora di più e con lo sguardo indica il soffitto. «Hai paura delle Ombre?» mi risponde quasi nascondendosi il viso. «Sciii». Allungo un braccio verso l’interruttore della lampada. «Vedi? Le ombre non ci sono più. Basta accendere la luce, aprire gli occhi, e piano piano la paura passa. Ora dormi che è tardi». «Scii».

Davide Birillo Valsecchi

“Paura e Desiderio”
III+ / Moregallo NoSpitZone 2020

Diario della Quarantena

Diario della Quarantena

Il viso, furioso e trasfigurato, di Eduardo “Lalo” Salamanca ci augura la buona notte con una punta d’ansia, mentre è la piccola Andrea, all’alba, ad imporre la sveglia. Apro lo sportello del frigor: yogurt, cereali, succo di frutta. Metto sul fuoco il caffè, cambio il pannolino ad Andrea, sveglio Bruna e la piccola Noa. Ogni giorno della quarantena è come il giorno della marmotta, nel mio caso dei marmocchi. Noa è nata il 14 Febbraio, usciti dalla sala parto all’asilo di Andrea era in atto un’epidemia di “Bocca Piedi Mani (EV-71)”: per aiutare Bruna, “puerpera” con due bimbe da gestire tra le mura domestiche, ho sfruttato i giorni di congedo parentale per stare a casa. Nel giro di una settimana l’epidemia, di Covid-19 questa volta, si è trasformata in pandemia… ed eccoci qui, 71 giorni dopo.

C’è qualcosa di biologico nel pianto dei neonati, qualcosa che impedisce il corretto funzionamente del cervello. Incasina i pensieri, scardina gli schemi ed acquisisce priorità assoluta, persino sulla volontà. Una prigionia nella prigionia: un imperativo atavico che, barricati in casa, scandisce lo scorrere delle giornate come la sirena di una fabbrica. Quando questa mattina le nanerottole strillavano in stereofonia ho perso il controllo della mia “fame di spazio” e la casa, ormai accampamento, mi si è chiusa addosso: affogavo incastrato tra gli stipiti delle porte che non portano in nessun luogo.

Così, per arginare il caos, ho preso in braccio Andrea, armato di pennarelli ed un foglio A4, ho iniziato a disegnare il diario della quarantena. “La nostra mente, per il modo in cui si è evoluta, lavora per immagini: per questo facciamo disegni e scriviamo!”. Come i carcerati si comincia tracciando una piccola barretta per ogni giorno trascorso in gattabuia, si prosegue poi inseguendo le date: l’ultima volta che ho fatto benzina, l’ultima volta che siamo andati a passeggio tutti insieme fuori dal giardino. Si elencano le “missioni di approvvigionamento”, le date in cui, armati di uno screen-shot sullo smart-phone, ci si è spinti in una solitaria avventura fino al supermercato per ritirare la spesa prenotata via Internet. Quanta nostalgia per quel bottiglione di Aperol comprato nell’ultima occasione in cui ho spinto il carrello tra gli scaffali!!

Sul foglio si continua riportando cose a caso: i videogiochi finiti, le serie concluse, gli eventi eccezionali. Già perchè quella volta dal dentista oppure la prima vaccinazione di Noa sono state giornate d’ansia, ma anche occasioni da segnare sul calendario. Anche quella volta in cui, mancando un gradino, mi sono distorto una caviglia finisce sul “diario della quarantena”: quanto era stato divertente inviare le foto del piede fasciato con la didascalia “Vedete, anche a casa ci si fa male!”. Quanta arguzia nell’aggiungere immobilità ad una situazione immobile! Qualcuno sul proprio diario della quarantena riporterà risultati incredibili, qualcuno avrà preso una seconda laurea, qualcuno avrà imparato il mandarino, qualcun’altro sarà diventato istruttore di Cross-Fit domestico con addominali da urlo. Io no, sono ingrassato, mi fanno male le ossa e passo le giornate ad inseguire le bambine. Mi consola che forse, tra dieci anni, ripenserò a questo periodo come ad un momento bellissimo della mia vita da genitore… qualcosa su cui anche Leo Ortolani potrebbe realizzare una striscia quotidiana. Magari con la vignetta scritta in mandarino…

Andrea mi dà corda, ma si stufa di numeri e dati: afferra un pastello a caso ed inizia a tracciare ghirigori sopra le parole. Forse sono stufo anche io ed improvvisamente ripiombo negli anni 90, quando seduti accanto ad un telefono fisso, con la cornetta in mano, passavamo il tempo chiacchierando e pasticciando con la biro interi fogli di carta, rimpiendoli di forme, simboli e piccole decorazioni. Ben presto la nana si stanca anche di scarabocchiare ma il suo papà, che aveva tanto cercato di coinvolgerla, no. Compare un righello, dei pennarelli, un paio di chiavi inglesi, forme e formine di tutti i tipi. L’analisi razionale lascia spazio a velleità artistiche per naufragare nella semplicità di un gesto senza scopo.

“La gente esibisce ciò che difetta maggiormente”. Sul mio foglio avevo cercato di fare ordine sulle mie giornate ma avevo finito per seppellire ogni cosa sotto il caos di forme e colori confuse, senza senso. Ma ciò che mi appariva evidente è che in quel caos, che io stesso avevo creato, stavo cercando inconsapevolmente di giustapporre le cromie, i segni, di portare equilibrio, in definitiva ordine.

“Birillo, questa è la verità: tu insegui il caos solo perchè hai il bisogno di trovarvi un tuo ordine. Ti giustifichi trovando soluzioni alternative, inesplorate, inconsuete, ma per quanto ti piaccia rappresentarti in modo assurdo sei ordine, non caos”. Autocoscienza fastidiosa…

“Ti sembro davvero il tipo da fare piani? Lo sai cosa sono? Sono un cane che insegue le macchine. Non saprei che farmene se le prendessi! Ecco io … agisco e basta.” Diceva sghignazzando il Joker di Heath Ledger, esibendo incontenibile follia solo per nascondere i suoi machiavellici ed ossessivi piani. Forse è questo che mi turba, la sicurezza con cui nascondo la mia attuale incapacità di prevedere ed anticipare il futuro, la mancanza di una piano, di una rotta o di una via per passaggi inesplorati che mi permetta di creare ordine in questo caos. La cosapevolezza che le difficoltà esterne rendono sempre più pericolosamente allettante adagiarsi nella ripetitività di questo interminabile giorno della marmotta.

“Il linguaggio forma il pensiero”. Parlo con Bruna, con qualche vicino, ma dopo due mesi anche le telefonate si sono inaridite: “Come stai? Io bene, tu?”. Le video conferenze e le video chiamate ci sollevano dal peso delle parole, usate ormai come riempitivi quando non abusate dai media e dai tuttologi da bar sport. Ciò che mi spaventa sono le parole che perdo, quelle che “mancano” o che “non trovo” sempre più spesso. Come una scimmia appesa ad un calcolatore cerco su google sinonimi e significati che giorno dopo giorno, nell’isolamento, mi sfuggono. Mentre il mio pensiero si fa muto e stentato, attorno a me è un fiume in piena di parole senza senso capace di travolgere me ed il mio giudizio: questo mi spaventa.

“All work and no play makes Jack a dull boy” Questa è la frase che Jack Torrance, il Jack Nicholson dell’Overlook Hotel, ripete ossessivamente sulla macchina da scrivere. Forse anche lui, cercando di scrivere il suo romanzo, tentava di mettere ordine nel caos di quell’isolamento, tentava di usare le parole per dare forma al suo piano per arrivare a Maggio. Ma le parole gli sfuggono e tutto ciò che gli resta, sui tasti, è quella frase ossessiva che in qualche modo lo protegge, giorno dopo giorno, rimandando il tracollo. L’implosione veicolata dalla segregazione.

Le parole, devo ritrovare le parole. “Tu non sai stare da solo” – mi ha detto Bruna giorni fa – “Ti piace isolarti ma hai sempre avuto accanto qualcuno nel corso della tua vita”. Quante cose può insegnarci su noi stessi la solitudine di questi tempi? Ci sentivamo forti ed ora tremiamo nel riconoscere le nostre debolezze? Bene, maledettamente bene: perchè definire un problema è il primo passo per risolverlo. Avere paura significa essere ancora vivi.

1) fai una cosa alla volta 2) definisci il problema 3) ascolta 4) poni domande 5) distingui ciò che ha senso da ciò che non ne ha 6) accetta il cambiamento come inevitabile 7) ammetti gli errori 8) dillo in modo semplice 9) resta calmo 10) sorridi, respira, rendi estremo il banale!

Tutto questo non finirà,  non c’è una data di scadenza per questa situazione. Il 4 maggio non significa niente. Non è il D-Day, lo sbarco sulla Luna o Cristoforo Colombo nelle Americhe. Tutto questo non finirà dalla sera al mattino come un sogno. No, non finirà, ma è inevitabile che cambi: tutto ciò che devo fare è vedere ordine nel caos.

”Fare un nuovo passo, dire una nuova parola, è ciò che la gente teme di più.” (Fëdor Dostoevskij)

La Canoa e il Fiume

La Canoa e il Fiume

[Andrea Alessandrini – ASA] Chi sceglie di dedicarsi alla pratica sportiva della discesa fluviale, affrontando torrenti e fiumi impetuosi, deve ricordare alcune elementari regole che possono servire alla propria sicurezza e, comunque, a evitare incidenti. Il fiume ha proprie leggi cui è necessario sottostare, poiché la forza dell’acqua è enormemente più grande di quella di un qualsiasi pur fortissimo canoista.

Prima di avventurarsi in canoa lungo il corso di un qualsivoglia fiume, è necessario avere — se non si è guidati da un canoista esperto — una precisa conoscenza delle difficoltà che si potranno incontrare, ricordando che il trasbordo non è “una vergogna”, ma un ottimo sistema per aggirare ostacoli superiori alle proprie capacità. Peri vari bacini idrografici italiani, lo strumento fondamentale in questo senso è costituito dalla pubblicazione Guida ai Fiumi d’Italia di Guglielmo Granacci. Pur se limitato al solo arco alpino, è ugualmente utile e ben illustrato il testo di Steidle In canoa nei torrenti alpini. È opportuno inoltre ricordare che si ha — e da parte dei clubs più attivi, e da parte di singoli autori — una numerosa produzione di monografie riguardanti itinerari di vario tipo. I giornali di settore pubblicano con regolarità anche schede e aggiornamenti. Non manca, quindi, la possibilità di documentarsi affinché la gita, o il viaggio di più giorni, siano ben programmati.

Detto questo, ricordiamo sommariamente che esiste una classificazione internazionale dei corsi d’acqua, che stabilisce con sufficiente precisione la difficoltà dei fiumi.

Si inizia con il 1° grado, cui appartengono i corsi d’acqua con corrente non molto veloce, senza ostacoli o rocce; vi sono leggere increspature della superficie dell’acqua, la pendenza non è forte, e il fiume può essere disceso da chiunque con le necessarie precauzioni — quali la consultazione di carte fluviali, o la presenza o le informazioni di chi già conosce il percorso. Vi sono spesso, infatti, soprattutto nei fiumi regimentati, ostacoli di tipo artificiale di enorme pericolo, che vanno accuratamente evitati e che non sempre sono segnalati. Possono essere dighe o sbarramenti, canalizzazioni o prese d’acqua. Di norma sono di 1° grado i fiumi che scorrono in pianura (corso inferiore); in queste discese non è necessario il paraspruzzi.

Quando vi sono rapide facili, corrente veloce, maggiore pendenza, rocce e ostacoli che si possono evitare e onde relativamente piccole e diritte, il fiume si può classificare di 2° grado. Possono scenderlo i principianti in grado di padroneggiare il kayak; è utile usare il paraspruzzi; di norma il fiume è nel suo corso medio-inferiore.

Il 3° grado presenta rapide moderatamente difficili, onde e buchi sono più impegnativi, le rocce affioranti devono essere evitate con perizia ed è necessario conoscere bene le manovre di base: in questa situazione è utile saper effettuare l’eskimo con sicurezza e rapidità. Il fiume è nel suo corso medio-superiore.

Nelle rapide di 4° grado vi è una notevole quantità d’acqua, le onde sono più alte, vi sono riccioli e rulli di un certo impegno, e alcuni ostacoli sono nascosti dall’acqua. Di norma il 4° grado è un passaggio (o una serie di passaggi) impegnativo nel corso medio-superiore del fiume. E necessario essere piuttosto esperti.

Il 5° grado è quasi il limite delle possibilità di discesa in canoa. Per affrontarlo è necessario essere molto esperti e in possesso di un’ottima tecnica, poiché qui si incontrano passaggi realmente difficili, che si superano in sicurezza con l’attenta assistenza di compagni altrettanto esperti. Il 5° grado si trova nel corso superiore del fiume, nei tratti alpini, con forte pendenza.

È considerato quasi insuperabile il 6° grado: valanghe d’acqua, gole, sifoni, strettoie, salti, presentano tali problemi che solo canoisti particolarmente amanti del rischio e decisamente capaci possono affrontare.

Un fiume non è mai classificato con un solo grado di difficoltà se vi sono tratti di diverse caratteristiche; il corso d’acqua verrà quindi segnalato con i due gradi maggiori di difficoltà. Stabiliti i propri limiti, è meglio ricordare di non sottovalutare mai un corso d’acqua, poiché vi sono ostacoli che l’inesperto può considerare banali ma che, in realtà, possono essere estremamente pericolosi. Quindi vanno sempre accuratamente evitati passaggi troppo vicini a rami d’albero immersi nell’acqua, perché possono imprigionare canoa e canoista; non vanno praticamente mai affrontati i rulli, ovvero quei ritorni d’acqua che si presentano dopo ostacoli artificiali e non, che possono far rotolare l’imbarcazione indefinitamente, trattenendola magari sott’acqua assieme al canoista; altrettanto pericolosi sono i cavi, e ostacoli vari, che a volte
si trovano nei fiumi e nei torrenti in piena.

Non si devono mai affrontare rapide di cui non si veda la fine o in cui non si scorga una zona tranquilla (detta ‘“morta”’) in cui poter sostare. Nei fiumi e nei torrenti impegnativi è necessario fare una ricognizione preventiva, o discendere solo con canoisti che conoscano perfettamente il corso d’acqua e siano in grado di segnalare anticipatamente particolari difficoltà e, eventualmente, saper soccorrere il canoista in pericolo. È anche consigliabile affrontare discese che non impegnino al limite delle proprie capacità, in modo da avere la possibilità di verificare la propria tecnica nei vari esercizi, gustando la gioia che si prova a “giocare” tra le rapide.

AI termine di qualsiasi discesa, entusiasmante o tranquilla, si presenta il problema del recupero, ovvero: come ritornare al punto di partenza dove si è lasciata l’auto col cambio asciutto, se non si è avuta l’accortezza di portarselo dietro nel sacco stagno? Ci si può affidare al “solito” amico non canoista, che seguirà in auto il percorso del fiume sulla strada fino al punto di arrivo; oppure si dovrà contare su almeno due auto, una delle quali sarà stata preventivamente portata all’arrivo. Non è consigliabile fare l’autostop, poiché difficilmente qualcuno carica un canoista grondante acqua, comunque, resterebbe il problema del materiale abbandonato.

È importante infine soffermarsi un istante sul problema della sicurezza e del soccorso su torrenti impetuosi.Oltre a non affrontare mai una discesa se non si è almeno in tre, il canoista previdente avrà sempre con sé una corda (meglio se galleggiante) di almeno 15 m., del diametro di 5/7 mm., un paio di moschettoni e, possibilmente, un imbragatura. Nei passaggi più difficili, o con possibile pericolo, dopo il consueto sopralluogo, almeno due canoisti assisteranno al passaggio dei compagni stando sulla riva del fiume pronti a soccorrere, con corda e imbragatura, il canoista eventualmente in difficoltà.

La conoscenza, e quindi la prevenzione, delle possibili situazioni di pericolo, sarà bagaglio del canoista accorto — nonché il sapere aiutare, in canoa o a nuoto, il compagno in difficoltà, a raggiungere la riva e a recuperare pagaia e imbarcazione. Qualsiasi buona scuola di canoa fluviale insegnerà comunque queste essenziali nozioni di sicurezza e soccorso in modo esauriente e completo.

Tratto da “Il libro della Canoa” di Andrea Alessandrini, edito da Gammalibri nell’Aprile del 1986. 


Ho conosciuto Andrea Alessandrini, l’Ammiraglio, più o meno nel 2006. E’ stato lui a conferirmi il “titolo” di Nostromo. All’epoca aveva un “laboratorio/base nautica” sulle rive del Lago di Pusiano, a Bosisio Parini. In quel laboratorio, che sembrava l’antro di un mago affacciato sul lago, produceva ancora – completamente a mano – i modelli più celebri delle canoe ASA: Kayak in fibra di  carbonio di una bellezza straordinaria. Passavo spesso le giornate ad aiutarlo, per lo più cercavo di mettere ordine in quel caos di “cimeli ammassati” che era il magazzino mentre lui lavorava, sempre a mano, agli stampi. Prima creava il “modello”, in pratica una “scultura” dello scafo della canoa realizato da una forma piena su cui passava ore infinite a grattare e stuccare. Da questa si creava il “negativo” dello scafo e lo si trattava affinchè diventasse lo “stampo”. Ogni stampo era quindi un pezzo unico, su cui si poteva realizzare solo una canoa alla volta. Nello stampo di stendevano “lenzuoli” di fibra di carbonio “spennellando” le resine: il processo e le dosi con cui mischiava i vari componenti era pura alchimia. Il risultato finale era uno scafo incredibilmente leggero ma allo stesso tempo robusto, rigido ma  elastico. La sua era davvero la maestria di un artista!

Quando era stufo di vedermi in giro per il laboratorio mi spediva sul lago, ogni volta con una canoa diversa. Sull’acqua ferma del lago di Pusiano quei Kayak da mare filavano stabili come missili!! L’ammiraglio, che invero era fatto decisamente a modo suo, aveva fissato delle “Puntine da Disegno” sulla mia pagaia perchè – con le buone o con le cattive – imparassi a tenere le mani nell’impugnatura giusta. Che nevicasse o ci fosse il sole il lago restava uno straordinario viaggio ed al rientro, quando il tempo era buono, concludevamo la giornata facendo una grigliata in giardino asciugando un paio di birre. Toscano, Geologo, Milanese d’adozione, Costruttore di Canoe Campioni del Mondo: che tipo l’Ammiraglio!  

Rileggendo il suo libro, che ha un posto d’onore nella Bibliotece Canova, non potevo che sorridere osservando come i gradi delle difficoltà fluviali assomiglino a quelli della scala “Welzenbach” utilizzata in arrampicata prima del VII° grado. 

Foto: nella foto in alto Andrea sul Danubio, lungo i suoi 2300km che vanno dalla Germania al Mar Nero. Qui sotto Canoisti – ASA – ai piedi dell’Everest, in Nepal, dove dal fronte del ghiacciaio sgonga il fiume Dudh Kosi, il fiume che scorre alla magior altitudine al mondo. Infine la copertina del libro, con Andrea in azione tra le acque bianche.

Terra di Uomini

Terra di Uomini

Ancora una volta ho sfiorato una verità senza comprenderla. Mi sono creduto perso, ho creduto di toccare il fondo della disperazione e, accettata la rinuncia, ho conosciuto la pace. In simili momenti si ha l’impressione di scoprire se stessi e diventare il proprio amico. Nulla potrebbe più prevalere contro un sentimento di pienezza che soddisfa in noi non so quale bisogno essenziale, che ignoravamo. Bonnafous, che si logorava nel dare la caccia al vento, ha conosciuto, immagino, tale serenità. Così pure Guillaumet, nella sua neve. E come potrei escludere me stesso, che, sepolto nella sabbia fino alla nuca e sgozzato lentamente dalla sete, ho avuto tanto calore in cuore sotto il mio mantello di stelle.

In qual modo favorire in noi questa specie di liberazione? Nell’uomo, tutto è paradossale, come ben si sa. Assicuriamo il pane a costui per consentirgli di creare, e si addormenta; il conquistatore vittorioso si sfibra, il generoso, se lo facciamo ricco, diventa tirchio. Che cosa c’importa, delle dottrine che si arrogano di dare incremento agli uomini, se prima non sappiamo qual tipo d’uomo incrementeranno. Chi nascerà? Non siamo una mandria da ingrassare, e l’apparizione di un Pascal povero ha un peso assai maggiore che non la nascita di vari anonimi benestanti.

Non sappiamo prevedere l’essenziale. Ognuno ha conosciuto le gioie più calde là dove nulla pareva prometterle. Esse lasciano una tale nostalgia da far rimpiangere le disgrazie, se sono state le disgrazie a renderle possibili. Abbiamo tutti assaporato, incontrando vecchi compagni, l’incanto dei brutti ricordi. Che cosa sappiamo, se non che esistono condizioni sconosciute, che ci fecondano? Dove sta di casa la verità dell’uomo?

La verità non è affatto in ciò che si può dimostrare. Se in un certo terreno, e non in un altro, gli aranci mettono solide radici e si coprono di frutti, quel terreno è la verità degli aranci. Se una certa religione, o cultura, o scala di valori, o forma di attività, e non certe altre, favoriscono nell’uomo quella pienezza, fanno si che in lui si sprigioni il gran signore che inconsapevolmente c’era, vuol dire che quella scala di valori, quella cultura, quella forma di attività, sono la verità dell’uomo. La logica? Si sbrogli a render conto della vita.

Abbiamo tutti saputo di certi bottegai che, in una notte di naufragio o d’incendio, si sono rivelati superiori a se stessi. Non c’è pericolo che ad essi sfugga la qualità di pienezza raggiunta in tal caso: quell’incendio rimarrà la notte della loro vita. Ma, per mancanza di nuove occasioni, di un terreno favorevole, di una religione esigente, si sono riaddormentati senza avere creduto nella propria grandezza. Certo le vocazioni aiutano l’uomo a sprigionarsi, ma è ugualmente necessario far sprigionare le vocazioni.

Antoine De Saint-Exupéry


Tratto da “Terra di Uomini” di Antoine De Saint-Exupéry. Una raccolta di racconti autobiografici pubblicata nel 1939, anni prima che l’autore/aviatore diventasse famoso per “Il Piccolo Principe” nel 1943. Tutti conosciamo la storia del giovane abitante dell’ asteroide B-612, della sua Rosa e del suo viaggio tra i pianeti: è una storia che si studia da bambini e che solitamante si rispolvera sui trent’anni per fare colpo su qualche ragazza. “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”: quasi nessuno ne capisce bene il senso, ma tutti concordano sulla sua profondità… anche quando del suo senso ne sono l’antitesi vivente. Per questo scoprire che la vita di Antoine De Saint-Exupéry è molto più interessante, umana, ed “eroica” nell’accezione più delicata del termine, di quanto si creda è stata una piacevole sorpresa. Emanciparsi dal reame della fiaba per scoprire lo speciale viaggio del “principe adulto”, del suo aereo, dei suoi libri, dei suoi grandi amori e della guerra. In più mi diverte l’incredibile somiglianza con il mio amico Krulak, compagno di mille avventure che avventure non furono. 

Davide “Birillo” Valsecchi

Foto: in alto il Lightning P 38 guidato da Antoine de Saint-Exupéry  fotografato dal suo amico John Phillips nel 1944 in Sardegna con Capo Caccia sullo sfondo. Soto: Antoine De Saint-Exupéry 

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