L’Isola dei Bambini Quattro

L’Isola dei Bambini Quattro

Con grande tempesta, tuoni e lampi la nostra avventura incominciò. Il mare in burrasca e i forti venti, il grande veliero affondò. Tutta la notte cercammo gli assenti ma più nessuno si salvò.  E trascinati da forti correnti finalmente terra si toccò. Ora siamo su quest’isola, poche le comodità ma come in una grande favola noi viviamo in libertà. Sembra un paradiso l’isola qui non c’è malvagità mai la vita si fa gelida regna la serenità. Ma quando buio si fa, verso sera scende la paura, il grande fuoco s’accenderà, la capanna resterà sicura, tutti in coro si canterà, ninna nanna nella luna chiara ed il piccino s’addormenterà. Vita libera sull’isola, piccola comunità, la natura ci fa regola con la sua maternità Il sole già alto su nel cielo, i pappagali parlano di già, le trappole pronte attendono al suolo, oggi buona caccia si farà. La piroga è scesa in alto mare, quanto pesce porterà. Al campo muore l’ultimo fiore, nel vecchio mondo più si tornerà.

Nessun Chiodo al Pozzo

Nessun Chiodo al Pozzo

In realtà stavo cercando senza successo dei toponimi dei Corni di Canzo e così, nella mia ricerca, ho tentato la fortuna nella vecchia pubblicazione “Valmadrera: montagne e itinerari alpinistici” realizzata da Giorgio Tessari e Gianni Mandelli nel lontano 1979 (ormai più di 40 anni fa!). Come era prevedibile, attratto dai mille dettagli che racchiude quel libro, ho dimenticato la mia ricerca originale e mi sono perso tra quelle pagine iniziando a vagare nel tempo passato attraverso i territori dell’Isola Senza Nome. Curiosamente mi sono ritrovato a Civate, alla Falesia del Pozzo.

Pagina 166: PALESTRA IN LOCALITÀ POZZO (Civate)
Questa palestra, scoperta di recente, si trova poco lontano dalla frazione Pozzo di Civate ed è raggiungibile percorrendo la strada che conduce allo stabilimento STAR Black & Decker di Civate. Si sale per strada a stretto transito verso la frazione Pozzo; superatala si devia verso sinistra in direzione di un evidente promontorio roccioso. Per frequentare questa palestra non occorrono relazioni, poiché all’attacco di ogni via è stato scritto sulla roccia il nome di ognuna di esse e le rispettive difficoltà. L’altezza della parete rocciosa va dai 20 ai 40 metri; le vie sono descritte partendo da destra a sinistra e sono tutte in arrampicata libera.

  1. Itinerario N. 85
    Via del Fulcin – Difficoltà AD sup. – Primi salitori: Vassena Felice, Dell’Oro Augusto (nessun chiodo usato).
  2. Itinerario N. 86
    Via Normale – Difficoltà D sup. – Primi salitori: Soci della S.E.C., fin sotto lo strapiombo; Mandelli Gianni e Rusconi Carlo hanno terminato la via (trovati infissi 3 ch.).
  3. Itinerario N. 87
    Via Moma – Difficoltà TD inf. – Primi salitori: Butti Mosè, Mandelli Gianni (2 ch.).
  4. Itinerario N. 88
    Via Conchodon – Difficoltà D sup. – Primi salitori: Corti Romano. Dell’Oro Augusto (3 ch.).
  5. Itinerario N. 89
    Via Ouverture – Difficoltà D sup. – Primi salitori: Vassena Felice, Crepaldi Claudio (1 ch.).
  6. Itinerario N. 90
    Via dei Satanici – Difficoltà AD sup. – Primi salitori: Vassena Felice, Dell’Oro Augusto (nessun ch.).
  7. Itinerario N. 91
    Via 3 Aprile – Difficoltà TD – Primi salitori: Vassena Felice. Dell’Oro Augusto (nessun ch.).
  8. Itinerario N. 92
    Via des Clochardes – Difficoltà AD – Primi salitori: Tessari Franco,Mandelli Gianni (nessun ch.).

Francamente in questo breve testo ci sono un sacco di cose che mi hanno colpito. Innanzitutto “scoperta di recente”: fa abbastanza impressione pensare a quella falesia, ormai storica e frequentatissima, nei suoi albori. Stupisce anche il riferimento all’ex stabilimento Black & Decker, oggi raso al suolo ed abbandonato nel centro di Civate. Poi c’è “all’attacco di ogni via è stato scritto sulla roccia il nome”: ci sono infatti dei “segni” rosso/arancione, in buona parte sbiaditi, che ho sempre cercato di leggere con scarsissimo successo. Inoltre stupisce, visto che è oggi abbastanza inconsueto nelle falesie sportive, leggere i nomi degli apritori: oggi è infatti più comune leggere solo il nome di colui che le ha attrezzate. In alcuni punti traspare persino la storia della via che, giustamente, è definita “Itinerario”. Infine quelle dicitura sibillina ed ammiccante “(nessun ch.)”: nessun chiodo! Presumo che la descrizione si riferisca unicamente alla parete che oggi è chiamata “PALESTRA VECCHIA” ed è incredibile pensare che, all’epoca, ci fossero solo 9 chiodi.

Così, incuriosito, ho cercato la falesia anche nella seconda edizione della guida, pubblicata però nell’ottobre del 1996. Quindi 17 anni dopo la prima ma ormai 25 anni fa! Nella prima edizione, quella del 1979, le “Palestre” erano elencate alla fine del volume ma erano presentate con lo stesso stile alpinistico con cui erano riportati tutti gli altri itinerari classici censiti: c’era la palestra della Val dell’Oro, Della Corna Rossa e Del Pozzo. Nell’edizione del 1996 qualcosa cambia già nella forma e nel linguaggio: le “palestre” ora hanno una sezione dedicata “Falesie: arrampicata sportiva”. Anche gli autori sembrano essere differenti da quelli del resto della pubblicazione: “testi e disegni di Pietro Corti in collaborazione con Delfino Fomenti”.

Non si parla più di una palestra in località Pozzo, bensì di “AE. FALESIE IN VALLE DEGLI ORTI”. Non ho idea di cosa sia quell’ “AE”, ipotizzo che stia per “Appendice E” così come “AA” per il Corno Rat , “AB” per Corna Rossa, “AC” per la Valle dell’Oro, “AD” per la Falesia del Fiume.

Nella descrizione dell’avvicinamento si fa ancora riferimento allo stabilimento della Black & Decker ed infatti ho poi scoperto, in una pubblicazione del 2016, che l’azienda – nata nel 1945 – era rimasta attiva fino al 1998: solo nel 2014 è stato poi demolito così come è oggi.

Dal 79 al 96 sono passati “solo” 17 anni ma è subito chiaro che le cose in quella palestra “scoperta di recente” sono decisamente cambiate: “Questa falesia è oggi molto apprezzata per il buon numero di tiri divertenti su difficoltà abbastanza contenute. Le prime vie vengono aperte sulla falesia di destra da Gianni Mandelli, Augusto Dell’Oro, Felice Vassena e Claudio Crepaldi negli anni ‘70. Nel 1988/89 Alessandro Ronchi, con la collaborazione del C.A.I. Vimercate, attrezza a spit diversi itinerari di arrampicata sportiva sulla parete principale e quindi, quando la falesia diventa molto frequentata, lo stesso Ronchi la riattrezza ad anelli resinati nel 1993.”

Non abbiamo più 8 itinerari ma 26 vie di cui buona parte realizzate su una nuova parete. Si legge poi: “Roccia ottima e molto articolata a lame, spaccature, gocce e reglettes; arrampicata elegante con movimenti tecnici e scarsa continuità. A causa dell’assidua frequentazione, molti appigli sono diventati unti. In occasione della riattrezzatura, Ronchi ha quindi spatolato di resina le prese e gli appigli più scivolosi. Un gran lavoro da certosino del bravo Alessandro…”

Interessante è osservare come, anche con quel “Un gran lavoro da certosino del bravo Alessandro…” (che ancora oggi si occupa  con grande passione della manutenzione della Falesia!), sia cambiato il “tono” ed il linguaggio delle descrizioni: meno formale e più “friendly”. L’autore lascia spazio alle proprie impressioni e a giudizi soggettivi.

Scoprire che nel ‘96 era già considerata “unta” fa in qualche modo rabbrividire, specie perchè allora erano passati solo 17 anni mentre oggi dobbiamo aggiungerne altri 25 ed una frequentazione probabilmente anche più massiccia. Incredibile l’impatto umano sulla roccia, anche solo con il semplice tocco!

Nel 96 si descriveva l’attrezzatura del ‘93 come “ottima ad anelli resinati (sika) ragionevolmente ravvicinati; catene alle soste.” Cercando poi su Internet ho scoperto che il “Settore Nuovo”, quello più piccolo tra la Falesia Vecchia e la Nuova, è stato “attrezzato da Enzo Nogara a fine anni ’90” (quindi di certo dopo il 96). Sempre attraverso Internet scopro parte della storia recente: “Attrezzatura ottima a fix. Nel 2017 è stata effettuata la manutenzione straordinaria dalla Comunità Montana Lario Orientale Valle San Martino – Progetto di Regione Lombardia per il Sistema Falesie Lecchesi.”

Con un po’ di tristezza, soprattutto dal punto di vista storico, tocca prendere nota di come, scorrendo tutti gli elenchi delle vie che ho recuperato, sia rimasto “in listino” solo uno degli 8 Itinerari originali: Moma. Toccherà andare a cercarlo!

Nota finale del Birillo: confesso che è stata quella dicitura, “(nessun ch.)”, a stimolare la mia ricerca e che, come spesso accade, ho scelto il titolo del pezzo – in questo caso “Nessun Chiodo al Pozzo” – prima ancora di cominciare a scrivere. Alla fine, dopo aver fatto le mie ricerche e trascritto tutti i dati, mi serviva una foto per accompagnare l’articolo. Nel mio archivio però, nonostante le molte e piacevoli ore trascorse da quelle parti, non ce ne era nessuna: eppure dovevano esserci perchè, dopo Scarenna, tutti i Tassi del Moregallo hanno iniziato ad arrampicare al Pozzo.

Tuttavia non ho trovato nulla… ad eccezione di quella che vedete pubblicata qui sopra: una foto davvero curiosa, che avevo dimenticato di aver fatto e che non poteva che rubarmi un sorriso divertito! In qualche modo il destino ha voluto ricordarmi come al Pozzo, quantomeno nel 2019, ci siano ancora “itinerari senza nome e nessun chiodo”.

Davide “Birillo” Valsecchi

Per completezza storica, ma anche per la curiosità di confrontare gradi e descrizioni con le guide contemporanee, ecco l’elenco delle vie del ‘96:

FALESIA PRINCIPALE
1. NUOVA SUELLO . 25 mt. 5 (5+ UIAA)
Arrampicata divertente su buoni appigli e strapiombino a metà.
2. FRUTTI DI BOSCO . 25 mt. 5+ (6 UIAA)
Ripido muretto in entrata con ristabilimento; in seguito movimenti tecnici ed eleganti su buchi e lamette.
3. MAGICO LIPTON . 20 mt. 6a
Placchetta iniziale di dita (evitabile sullo spigolino di sx), poi strapiombino appigliato e belle spaccature oblique a dx. Discontinua.
4. UNA GITA SUL PO . 20 mt. 6a
Sezione iniziale con diffili allunghi, seguiti da uno strapiombino atletico. Uscita più semplice su lame.
5. CHI RONFA TONFA.. 18 mt . 6b
Sale un lamone ed una placchetta verticale con movimenti strani, che richiedono decisione. Uscita più semplice.
6. PUNIRE IL CORPO . 22 mt. 6
Breve rampa verso dx, poi spostamento a sx su tacchette e strapiombino. In seguito bei movimenti su ottimi appigli ed uscita su placca compatta.
7.JAMES BOND . 25 mt. 6b+
Dopo un facile risalto, la via sale una stretta placca leggermente strapiombante su tacche e lamette. Tiro abbastanza continuo.
8. DONNE IN ATTESA . 25 mt. 62+
Dal risalto si supera una bella placca aggettante con allunghi su tacche. Uscita in dulfer, poi elegante diedro ben appigliato.
9. VIA NOMENTANA . 25 mt. 6b
Duro boulder iniziale di difficile lettura, poi placchetta tecnica a piccole tacche e pilastrino finale su splendide concrezioni.
10. METALKALINE . 25 mt. 6c
Placca nera slavata e strapiombo atletico con difficile allungo da appiglio rovescio.
11. ALTA TENSIONE. 22 mt . 6b+
Parallela e simile alla precedente; chiave sullo strapiombo.
12. CREDOLIN . 8 mt. 6a
Placchetta su piccole tacche e buchetti.
13. SPIT QUIZZER . 8 mt. 6c
Boulder di dita su appigli scavati.
14. RAMBO BAMBO . 12 mt. 6a
Plachetta verticale a tacche.
15. FROLLO ROLLO e SCHWARZENEGGER. 12 mt. 6a+
Simile alla precedente; più continua.
16. CRIC & CROC.. 25 mt. 5+ (6 UIAA)
Iniziano insieme su lama e muretto verticale. Dalla cengetta soprastante CRIC va diritta in placca con arrampicata divertente; CROC sale parallela pochi mt a dx con difficoltà analoghe.
17. SENTIERO VERTICALE . 25 mt. 6a+
Inizio su muretto tecnico verticale fino ad una nicchia, da cui si esce con difficile allungo che richiede decisione. In seguito bella placca, leggermente appoggiata, con piccole concrezioni.
18. PLACCATEVI . 20 mt . 6a
Arrampicata divertente su lame e buchi con singolo centrale.
19. SENSO UNICO . 20 mt. 6a+
Entrata atletica su strapiombino, poi più facile fino ad una cengetta. Seconda parte su placca verticale con bei movimenti tecnici ed un difficile spostamento a dx.
20. DIVIETO DI SOSTA . 20 mt . 6b
Facile placca iniziale. Dalla cengetta si sale un bellissimo muro verticale di precisione su piccole tacche, con un movimento di aderenza-allungo.
21. SCIOLA ‘87. 18 mt. 6b
Dopo la placca iniziale molto appigliata, superare un tratto ripido di difficile lettura; uscita in leggero strapiombo.
22. DEMOTIVATO MISCREDENTE.. 18 mt. 6a
Simile alla precedente, ma più semplice.
23. CAVALCA IL CAMMELLO . 18 mt . 5 (5+ UIAA)
Divertente arrampicata su lame; discontinua.

FALESIA DI DESTRA
24. GIRO DI DAMA . 20 mt. 6a
Inizio su placca verticale con piccoli appigli; in seguito lame più facili.
25. VERTICAL DREAM. 20 mt. 62+
Superare un fessurina cieca con movimenti tecnici e poco intuibili, poi bella placca compatta.
26. MOMA.. 20 mt. 5 (5+ UIA A)
Inizio su lamette e strapiombino, poi diedro grigio con splendidi appigli.

The monster lived on

The monster lived on

MAXINE: Oggi a scuola uno dei miei studenti è venuto a consegnarmi il suo diario. Il suo nome è Jimmy. È un bravo ragazzo. Si sforza davvero. Ho notato che aveva un graffio sulla fronte, e così gli ho chiesto come se l’era fatto. Mi ha detto che lo aveva scritto nel suo diario e mi ha chiesto se volevo leggerlo. Così l’ho letto durante la mia pausa pranzo. Raccontava di come Jimmy ed i suoi amici stessero giocando alla guerra. Sai …la guerra.

CALVIN: Certo. Fucili giocattolo e tutto il resto.

MAXINE: Jimmy era dalla parte cattiva. Stava interpretando uno dei cattivi. Era salito su albero, ma mentre si nascondeva ha perso l’equilibrio ed è caduto atterrando proprio su uno dei suoi amici che stavano sotto. Tutti i bambini sono accorsi, volevano assicurarsi che entrambi stessero bene. Tutti tranne uno: questo ragazzo salta fuori e spara a tutti i cattivi …e poi si vanta di aver vinto, da solo! E immagino che tecnicamente l’abbia fatto: gli altri bambini non hanno dovuto aiutarlo. Così i cattivi hanno perso. Credo che Jimmy si senta davvero male per l’intera faccenda. Non saprei …non sono esattamente sicura di cosa volesse chiedendomi di leggere il suo diario. Tuttavia ha scritto tutto in modo così dettagliato: quello che è successo deve averlo davvero colpito!

CALVIN: Beh. Probabilmente Jimmy vuole sapere cosa ne pensi tu di un ragazzo del genere. La tua opinione è probabilmente importante per lui.

MAXINE: Tu cosa ne pensi? Del ragazzo che ha sparato ai cattivi?

CALVIN: Non lo so. Un bambino così cresce per essere una persona importante, credo. Come un …come il capo in una fabbrica o … forse il presidente. Non lo so. I bambini sono tosti.

MAXINE: Ma che tipo di ragazzo eri tu?

CALVIN: Io? Io sarei il ragazzo che Jimmy ha schiacciato quando è caduto dall’albero.

“I just killed a man. The monster lived on.
And in the end, the war was won by heroes.
Not me. Do you understand?”
(The Man Who Killed Hitler and Then The Bigfoot )

Il Mirtillo non lo sà

Il Mirtillo non lo sà

Questo week-end sono stato coinvolto, nonostante la pioggia battente, in un’intensa lezione di botanica alpina sul campo. Confesso che le mie conoscenze in ambito floreale sono pari al mio interesse per l’argomento, tuttavia la nostra insegnante, una giovane botanica, è riuscita laddove molti prima di lei – alcuni personaggi piuttosto pittoreschi – avevano clamorosamente fallito per oltre trent’anni: incuriosirmi.

Io credo che la maggior parte della gente si fissi sulla stupida “mania” di esibirsi nella conoscenza dei “nomi” dei fiori perchè il nozionismo superficiale con cui ci si adegua ad una convenzione è lo scudo migliore sotto cui nascondere un’ignoranza profonda. Tuttavia i nomi, nonostante siano arbitrari e spesso transitori, hanno un intrinseco potere nel linguaggio: “un nome definisce ciò che esiste” e questa definizione è spesso il punto di partenza di una storia.

Questo è il caso della Myosotis Alpestris. La giovane Botanica, incontrandone alcuni esemplari sulla morente morena del ghiacciaio Ventina, si è chinata per descrivere ai miei compagni le caratteristiche di quel piccolo fiore azzurro dal centro giallo. Una leggenda tedesca narra che il suo nome “volgare” derivi da una supplica del piccolo fiore a Dio, quando questi stava assegnando un nome a tutte le creature del creato: “non ti scordar di me”.

Io ero distratto in qualche altrove, come lo sono quasi sempre, ma quel piccolo fiore è riuscito a colpirmi, travolgendomi di nostalgia. Quel piccolo fiore azzurro era infatti il preferito di mia mamma e spesso appariva come decorazione dei suoi fazzoletti di stoffa. Così, incuriosito per motivi che nulla sembrano legati alla botanica, mi sono immerso nella spiegazione ascoltando una storia che non conoscevo.

“Il fiore diventa di colore blu dopo che gli insetti lo hanno impollinato, prima è di colore rosa. In questo modo la pianta comunica agli insetti su quali fiori posarsi e quali lasciare in pace”. All’improvviso la nostalgia ha lasciato spazio ad un pensiero più ampio e complesso: “…in che senso comunica?”.

Nella mia mente cercavo di immaginare gli algoritmi, sotto forma di procedure meccaniche e chimiche, che rendono possibile che il fiore, una volta avvenuta l’impollinazione, cambi colore. Tuttavia per la pianta, abusando dell’espressione, questo è un riflesso meccanico e non un atto di volontà. In realtà non esiste neppure una vera comunicazione, il fiore non ha nè coscienza del cambiamento nè alcuna possibilità di conoscere quali effetti ha sul mondo circostante.

L’evoluzione non è un atto volontario, “la pianta non si è volotariamente evoluta per cambiare colore”, semplicemente tutti i fiorellini rosa di quella primitiva famiglia che non hanno cambiato colore si sono estinti o sono diventati qualcos’altro. L’evoluzione è un processo brutale e violento in cui statistica e grandi numeri “selezionano”, in tempi che spesso coinvolgono centinaia se non migliaia di generazioni, ciò che è “vincente” – e perdura – da ciò che è “perdente” – e scompare. Tuttavia l’individuo, in tutto questo, è assolutamente vittima inconsapevole.

Così mi sono focalizzato sulle parole e sul modo con cui presentava le piante. “Il linguaggio forma il pensiero”. Il problema generale è infatti il linguaggio comune e le sue trappole. Così anche la dottoressa, che è straordinaria nel proprio campo di competenza, utilizzava il linguaggio dando spazio al fraintendimento diffuso sull’evoluzione. Un errore che invero è probabilmente giustificabile poichè cerca di ridurre e semplificare “a favola” un’idea tanto enorme da essere, francamente, difficile da abbracciare nella sua interezza.

“La pianta di mirtillo sfrutta gli animali che si cibano dei suoi frutti per diffondere i propri semi su un territorio più ampio”. Questa è la realtà così come comunemente siamo abituati a vederla, nella sua causa-effetto, ma di fatto questa NON è la realtà. Il mirtillo non lo sà, non ha la mimina idea di cosa accada ai suoi semi, non ha “progettato” il suo frutto perchè sia più appetitoso o i suoi semi perchè siano più adatti a resistere ai succhi gastrici degli animali durante il curioso viaggio dalla bocca al culo che li porterà verso “altrove”. No, il mirtillo non sa nulla di tutto questo, non sa nemmeno di esistere.

Eppure ogni anno, come tutte le creature viventi di questo pianeta, compie uno sforzo incredibile per obbedire ad un unico comandamento: “riprodursi”. Questo sforzo enorme anima lo scintillio poliedrico che è il mondo floreale ed ha un solo scopo: “mischiare le carte”. Perchè l’evoluzione è un’infinita e continua “permutazione” di elementi che crea individui “simili ma diversi” affinché, statisticamente, qualcuno di questi individui manifesti – inconsapevolmente – un piccolo ma efficace cambiamento che possa consolidarsi in modo vincente rispetto ai cambiamenti circostanti. “Survival of the fittest”

No, il mirtillo non lo sà, non lo sà che i suoi primitivi e diretti antenati hanno azzeccato, generazione dopo generazione, la “svolta” giusta ad ogni bivio evoluzionistico. Non lo sa che esistono miliardi di suoi parenti “quasi mirtillo” che, senza colpa o volontà, sono “nati inadatti” e si sono estinti. No, il mirtillo non lo sà, e questo mi inquieta perchè presuppone che neppure io, come individuo della mia specie, abbia davvero consapevolezza di quali siano le strategie vincenti – così come i madornali errori – che sto inconsapevolmente mettendo in atto o che sto passivamente subendo.

A complicare le cose un’altro incontro poco distante dal Ventina: il larice millenario della Valmalenco. Una pianta che, ai margini di un ghiacciaio, sopravvive per migliaia di anni è un individuo che hai miei occhi appare leggendario. Nel mio immaginario è il Christopher Lambert dei larici, un “highlander” con Freddy Mercury che gli fa da colonna sonora ogni volta che sorge il sole: “I am immortal, I have inside me blood of kings. I have no rival, no Larch can be my equal: take me to the future of you all!”. Così ho posto timidamente alla dottoressa una domanda: “Ma anche gli alberi millenari ogni anno attivano il processo riproduttivo o redirigono tutte questo energie in ciò che li aiuta a vivere più a lungo?”. Volevo sapere se un individuo aveva la capacità di sottrarsi al cerchio della vita trasformando se stesso, evolvendo volontariamente per estendere la propria esistenza (BioHacking). La risposta però è stata sconsolante: le piante millenarie sono piante come tutte le altre, che seguono lo stesso ciclo come le altre, solo particolari condizioni ambientali hanno permesso loro di vivere tanto a lungo.

Le piante millenarie, sebbene testimoni di un tempo oltre l’umana concezione, non sono speciali, hanno solo avuto fortuna. La loro millenaria individualità si perde nei milioni e miliardi di anni attraverso cui si muove l’evoluzione. Riprodursi attraverso poliedriche imperfezioni e cambiamenti rimane la violenta e vincente scelta della vita. L’esistenza di ognuno di noi è un tiro di dadi nello sconfinato casinò che è l’universo… fanculo ad Einstein ed ai Creazionisti.

Non ti scordar di me, una supplica di un fiore a Dio. Non ti scordar di me. Guardando un fiore dovremmo sentirci tristi, perchè sono la prova vivente che la nostra vita, in un gioco più grande, è davvero poca cosa. Ma prima di tornare a Chiareggio un’ultima strana rivelazione mi è apparsa, impetuosa e consolatrice: “Il mirtillo non lo sa, ma la mucca sì!”

Una rivelazione che trova nome in una pianta: Veratro! Già una pianta dall’apparenza decisamente brutta, fogliacce verdi in mezzo ad un prato, qualcosa che difficilmente interesserebbe gli invasati del “nomen florum”. Eppure, senza saperlo, era per me illuminante! L’evoluzione, attraverso una deriva di permutazioni nel tempo, ha infatti ha selezionato questa pianta rizomatosa valorizzando un suo particolare aspetto funzionale: essere velenosa!

Gli antenati della veratro che non erano velenosi, o anche solo vagamente velenosi, si sono estinti. Hanno smesso di esistere come “specie” perchè quando ti mangiano, e non hai altri jolly da giocare, difficilmente ti riproduci. Il verato invece erà lì, cazzuto ed incazzoso, pronto a vendicarsi: “Muoia Veratro con tutte le mucche che si azzarderanno a mangiarlo!”. Perché in fondo è una pianta sfigata: totalmente “perdente” se implicitamente non facesse affidamento sull’intelligenza della mucca.

Già, perchè la mucca lo sa che non deve mangiarlo il Veratro. Mentre il mirtillo non lo sa che il destino della sua prole è affidato al buco di culo di qualche ungulato (o di qualche bipede) la mucca è un mammifero, e questo cambia davvero tutto!

La mucca infatti NON mangia il Veratro, ma NON lo fa NON perchè una volta l’ha assaggiato ed è morta, non è un’esperienza diretta a condizionarla. Non è qualcosa di passivo, meccanico o involontario o istintivo come accade per il rosa ed il blu del “non ti scordar di me”. No, è un’azione volontaria, consapevole, che non essendo frutto di un’esperienza diretta dell’individuo è il risultato di un insegnamento ricevuto e maturato da un’esperienza indiretta. Una piccola straordinaria magia!

L’evoluzione, come una potentissima Intelligenza Artificiale (AI) che traffica senza sosta con la spietata legge dei BigData, nel suo violento percorso di selezione è giunta alla conclusione che un individuo, prendendosi cura ed educando la propria prole, può accelerare e diversificare i cambiamenti che permettano a tale specie di perdurare nonostante le trasformazioni dell’ambiente che li circonda. L’evoluzione non più come mutazione strutturale quanto invece comportamentale. Mica paglia!!

Il vitellino quindi batte a mani basse il larice millenario, soprattutto perchè la mucca è in grado di “educarlo” senza possedere un linguaggio evoluto o una consapevolezza simile alla nostra. Altro che Internet e protocolli di commutazione a pacchetti! L’uomo, con la sua straordinaria capacità di essere individuo, è di fatto il culmine della strategia evolutiva della vita. Il fatto che l’uomo abbia le potenzialità e la volontà di “esportare” la vita su altri pianeti ne è infatti una prova quasi evidente.

Tuttavia ogni strategia, per quanto evoluta, può rivelarsi tanto vincente quanto perdente nella sua attuazione. La nostra società ha aggregato gli “individui” fino alla “massa” rendendo possibili risultati insperati. Tuttavia questa massificazione, forse per la prima volta dall’alba dei tempi, sta trasformando l’ambiente – mortificando anche il libero arbitrio degli individui – con una rapidità ed un’incidenza tanto sproporzionata da mettere a rischio la scommessa di fondo dell’evoluzione: “la vita trova sempre una via”.

Il mirtillo non lo sa che, mentre lui affida con successo i suoi figli alle feci di qualche animale, suo cugino, il “falso mirtillo” (Vaccinium uliginosum), ha reso i propri frutti psicotropi se assunti in gran quantità. Loro non lo sanno, sono nati così, non hanno scelta: noi invece possiamo scegliere, e non è una differenza da poco.

Alla fine di questo viaggio credo dei nomi dei fiori mi interessi ancora meno di quando siamo partiti, ma sono convinto che la lezione offerta a noi dal regno delle piante, così come il suo rapporto con quello animale, sia inestimabile. Sto diventando decisamente vecchio, ma credo anche siano state le nanerottole, “Le Sorelle Tempesta”, e quel polpettone di “Interstellar”, ad aprirmi gli occhi su ciò che era sempre stato sotto il mio naso:

«Dopo che siete nati voi, tua mamma mi ha detto una cosa che non avevo mai capito. Mi ha detto “Ora siamo qui solo come ricordi per i nostri figli”. Credo di aver capito che cosa voleva dire. Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli.»

Davide “Birillo” Valsecchi

I Rifugi dei Corni di Canzo

I Rifugi dei Corni di Canzo

Nel lontano Maggio 1960 i Volontari di Valmadrera diedero inizio alla costruzione dell’attuale Rifugio S.E.V. a Pianezzo. Costruirono una teleferica di circa 300 metri, i cui basamenti sono ancora visibili sotto la Parete Fasana, con cui si trasportavano i sassi di calcare perchè fossero frantumati producendo la sabbia, un montacarichi e un acquedotto per portare l’acqua al cantiere dalla sorgente del Ceppo della Bella Donna. Dopo quattro anni, la Domenica del 13 settembre 1964, il rifugio fu finalmente inaugurato. Maggiori informazioni sull’attuale – e beneamato – Rifugio sono disponibili sul sito della SEVhttps://rifugiosev.it/

Tuttavia prima di quella data altre due costruzioni avevano ricoperto il ruolo di “Rifugio” ai Corni di Canzo. In rete è apparsa qualche settimana fa – pubblicata da Davide Fadigatti‎ – una bella foto d’epoca di una di queste strutture: un’immagine davvero sorprendente! Nel riproporvela qui aggiungo anche un estratto della Guida alle Prealpi Lombarde realizzata da Silvio Saglio nel 1957 per il Touring Club Italiano e per il CAI Milano. In questa pubblicazione, infatti, vengono infatti menzionati i due antichi rifugi, oggi baite private.

RIFUGIO DEI CORNI o DI PIANEZZO e RIFUGIO POLALBA Il Rifugio dei Corni o di Pianezzo sorge a m. 1225 sul versante settentrionale dei Corni di Canzo, in bellissima posizione dalla quale si domina gran parte del L. di Lecco e dei monti che lo rinserrano,  È una baita trasformata in rifugio; di proprietà privata, con 8 letti e 3 cuccette, acqua di sorgente, aperto dai primi di maggio a fine settembre con spaccio di bevande e di alcuni generi alimentari. Il Rifugio Polalba è situato a m. 900 sul versante della Valbrona, in una conca circondata dai castani, dai faggi e dai larici; dispone di 8-10 posti letto, ed è aperto tutti i giorni nei mesi estivi e al sabato e domenica negli altri periodi dell’anno.

NDR: Nella guida del Saglio non vi erano molte fotografie, la maggior parte delle illustrazioni erano disegni a mano.

ACCESSI:

DA CANZO m 887 si attraversa l’abitato in direzione NE, quindi si scavalca il Torrente Ravella e ci si porta alle Fontane di Gaium m 481 (ore 0.15; osterie). Risalento il torrente, si lascia a destra la strada per San Miro al Monte e si prosegue a sinistra per la comoda carreggiata, che s’innalza selciata e con larghe curve (accorciatoie) nel rado bosco, verso una specie di sella, al di là della quale si raggiunge la prima Alpe Grasso m 725 (pittorescamente inquadrata dai Corni di Canzo) e  l’Alpe Bertalli m 779 (ore 0.45-1), raggruppamento di case, abitate tutto l’anno. Si abbandona allora la carreggiata e, prestando attenzione alle segnalazioni, ci si alza, per un costolone e per il fondo di un valloncello, verso l’estremità pianeggiante del crestone occidentale dei Corni, detto Piano di Candalino m 1067 (ore 0.45-1.45) e ci si affaccia all’azzurro bacino del Lago di Lecco e alla verdeggiante Valbrona. Si prosegue lungo la dorsale, lasciando a sinistra il sentiero che conduce all’ Alpe di Pianezzo e si marcia per sentiero pianeggiante in direzione del Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 (ore 0.15-2).

DA VALMADRERA m 237 si prende la strada che si stacca a NO dalla piazza principale e sale a Gianvacca. Di qui si prosegue in direzione di Mondònico; al primo bivio si svolta a destra e, per un viottolo sostenuto da un muro a secco, si contorna un poggio e si riesce sulla sassosa traccia che rimonta la Valle della Boa tra la boscaglia fino ad una spianata (1 ora). Dai ruderi di un cascinale si continua lungo il fondovalle, sì sorpassa una presa d’acqua e, giunti sotto alcuni roccioni, ci si sposta lungo il ripido fianco occidentale per un faticoso sentiero che s’inerpica verso un pianoro, in cui sfociano ampie colate di detriti. Si evitano questi sfasciumi per la traccia segnalata che volge a destra, si passa ai piedi del roccione strapiombante detto Tetto della Porta (che può offrire un buon riparo in caso d’intemperie) e, piegando ancora a destra tra blocchi calcarei, si risale la parte superiore di una valletta, dominata a sinistra (E) dalla parete del Corno di Canzo orientale, onde giungere, fra cespugli sempre più radi, alla Bocchetta di Sambrosera m 1125 c. (ore 1.30-2.30) che separa la massa del Moregallo dal Corno di Canzo orientale, mettendo in comunicazione diretta la Valle della Boa con la Valle delle Moréggie, che sbocca nel Lecco di Lecco di fronte alla Punta dell’Abbadia. Sul valico, non nominato dalla tav. 32 I SE (Lecco), ma indicato dalla pietra di confine dei comuni di Mandello (M) e Valmadrera (V), si trovano alcuni massi erratici di granito ghiandone, che dimostrano l’enorme sviluppo dello scomparso ghiacciaio abduano, il quale invadeva nell’era quaternaria tutto il bacino del Lago di Como, lasciando emergere nel mezzo solo la vetta del Monte San Primo e, come scogli, i Corni di Canzo.  Dal valico si pianeggia attorno alla testata cespugliosa della Valle delle Moréggie, quindi si sale a un’ampia sella erbosa e, scavalcata l’arrotondata propaggine del Corno di Canzo centrale, si arriva al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0,45-3.15).

DALL’IMBOCCO OCCIDENTALE DELLA GALLERIA DEL MELGON  (lungo la carrozzabile Malgrate-Onno, quasi a metà strada fra queste due località), si rintraccia, al disopra della scarpata, un piccolo sentiero che s’inerpica lungo quel costolone che fa da sponda orientale alla Valle delle Moréggie. Si segue questo sentiero nel bosco ceduo, trascurando le diramazioni di sinistra, poi si scavalca la testata di un valloncello secondario e ci si mette nel solco principale, allo scopo di innalzarsi a mezza costa, con ampio giro, assecondando gli anfratti del Moregallo, fino alla testata del vallone (ore 2.30), dove passa l’itinerario precedente che conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 0.45- 3.15).

DA CANDALINO m 545 (frazione di Valbrona) si risale per mulattiera la Valle Griarolo fino all’ Alpe Oneda m. 720, dove si prende quel sentiero che si svolge lungo la boscosa dorsale che il Corno di Canzo centrale spinge verso il Sasso della Cassina e il Lago di Lecco; oppure si prende la mulattattiera che attraversa la Valle del Gagetto e, passato il Rifugio Polalba, si continua in direzione dell’Alpe di Pianezzo m 1197, al disopra della quale s’incontra l’itinerario 193, che viene da Canzo e conduce al Rifugio dei Corni o di Pianezzo m 1225 c. (ore 2).

Rifugio SEV – 1964

Nota: le fotografie sono state pubblicate da ‎Davide Fadigatti‎ sulla pagina Facebook “Sei di Valmadrera se”.

Eroe Scarso

Eroe Scarso

Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Quando ti amo come piace a te, provo quello che provi tu ora: faccio ciò che faccio solo per compiacere la tua folla. E soffro, ma non smetterò, perché questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Ogni volta che chiudo gli occhi, ti penso dentro. Penso a tua madre, che ha rinunciato a chiedersi perchè: perché menti, e tradisci e provi ad ingannarla. Non riesco a vedere da dove vieni ma so da cosa stai scappando. E ciò che conta, piccola, non è chi sia il più cattivo ma chi ti impedisce di cadere dalla tua scala. Perchè questo non è un posto per un eroe, questo non è un posto per un uomo migliore, questo non è un posto che un eroe possa chiamare casa.

Testo e musica: Short Change Hero – The Heavy
Wikiloc: eroe scarso

Crollo sulla G.G.OSA

Crollo sulla G.G.OSA

Non ho informazioni di prima mano perchè, a causa del LockDown, è tanto che non ho modo di salire sul Moregallo. Tuttavia mi è giunta segnalazione di un importante crollo sulla Crestina GG OSA, soprattutto mi è stato chiesto di segnalare come il crollo abbia interessato il sentiero che da Sambrosera risale all’attacco ed quindi alle moregge. «Praticamente è crollato il blocco di roccia dove c’è l’unico chiodo, quello con il cavo d’acciaio, e ha tirato via tutta quella parte. Il blocco è caduto nel canale, non toccando la cresta, ed è andato giù fino all’attacco portando a valle sassi e piante. Poi ha proseguito tagliando il sentiero che sale all’attacco della cresta.»  Sembra che il Sindaco a breve emetterà un’ordinanza di chiusura del sentiero e della cresta. Ci sono in giro ancora molti sassi pericolanti ed accumuli di materiale sia sul sentiero che sulla piazzola d’attacco.

Quello che posso dirvi è che la scorsa settimana, pulendo la vecchia macchina fotografica con lo Zoom (un modesto 18x) avevo fatto qualche distratto e nostalgico scatto alla Cresta OSA ed alle strutture adiacenti. Oggi questo ci permette di capire, a distanza, cosa è purtroppo accaduto alla cresta con le ultime piogge. Incredibile anche notare quanto, in meno di dieci giorni, la vegetazione sia lettarlamente esplosa.

Davide “Birillo” Valsecchi

Theme: Overlay by Kaira