Albonico e Brentaletto

Per come la vedo io arrampicare con il trapano, nel 2019, è come costruire una tettoia in amianto davanti alle scuole: “Almeno i bambini restano asciutti… mentre si beccano il carcinoma polmonare”. Quarant’anni fa poteva forse sembrare una buona idea ma, oggigiorno, sappiamo benissimo che è una scelta sbagliata sotto un’infinità di punti di vista. Tuttavia, nonostante sempre più spesso si discuta di “bonifca e tutela” delle pareti (e per estensione dell’arrampicata), qualcuno ancora insiste nei propri intenti, spesso più autocelebrativi che di pubblica utilità. Nello specifico riporto qui alcuni appunti che mi sono stati inoltrati da Ivan Guerini in merito alla “spittatura seriale” in corso sulle pareti di Albonico. Nello specifico il dissennato progetto oltre ad essere nocivo rischia di scadere nel ridicolo: se il Guerini trent’anni fa ha arrampicato lassù senza trapano, perchè tale possibilità dovrebbe essere preclusa ai giovani di oggi?

Certamente, come ha scritto qualcuno, «Non si può vivere nel “fumus persecutionis” della apodittica dichiarazione unilaterale della vaga e misterica NO SPIT ZONE!». Tuttavia la documentazione c’è ed è chiara da quasi trent’anni. Riporto infatti, in coda allo scritto di Ivan, anche i pdf delle pubblicazioni Rivista della Montagna negli anni ’90: una sul Sasso di Dascio (n°110) e l’altra sulla Cima delle Dune (n°149).

Considerazione personalissima: i vecchi in posa con il trapano mi fanno un tristezza infinita. Molto meglio un veterano d’altri tempi che cucina stinco e patate, che è custode e conoscitore di pareti intatte divenute meta di giovani ed arrembanti arrampicatori in cerca di  grandi o piccole avventure autentiche. Mettete quindi via sto dannato trapano, ci fate solo danni e brutta figura…

Davide “Birillo” Valsecchi


CASO DEGLI SPERONI DEGRADATI DI ALBONICO E BRENTALETTO – ZONA NO-SPIT
Documento Etico – Ivan Guerini – 3 febbraio 2019

La rete della dis-informazione

Pur considerando che lo stare tanto tempo a contatto con gli Ecosistemi Verticali sconosciuti contribuisce ad acquisire un certo distacco dai ragionamenti e dalle necessità difformi dell’agire comune, di tanto intanto capita che qualche amico m’informi di ciò che avviene, nella dimensione mirabolante e immateriale del social network, dove le convinzioni valide ruotano nel vortice delle web-opinioni superficiali e prettamente tecnicistiche dei blog.

In quel red carpet autoreferenziale che è Facebook, dove si ha l’impressione che tutti possano diventare protagonisti assoluti, campioni e star delle proprie convinzioni (ahimè spesso banali), pare si neghi con mascherata ipocrisia che spesso “questo apparire” è l’unico atto vitale adeguato per dissimulate la propria mediocrità esistenziale.

In questa dimensione virtuale ecco che compare ricorrentemente chi per costruire le proprie “ambizioni di protagonismo” con mezzi ambientalmente sleali, annuncia la “scoperta e l’apertura di pareti e itinerari nuovi”.

Difficilmente si considera che magari nei decenni appena trascorsi in quei luoghi c’è già stata una Storia Esplorativa consistente, consolidata, comprovata magari dal rinvenimento di qualche raro e vecchio chiodo che non attiva minimamente il dubbio e la curiosità di considerare “chi l’ abbia messo” e “cosa abbia fatto lì” ed è così la “scoperta e l’apertura di pareti e itinerari nuovi” che diviene “invenzione” Anti-storica!

Proprio come successe al Sass Negher negli anni scorsi, oggi nel comprensorio di Albonico, sulla Cima delle Dune al monte Berlinghera e sulle pareti del Lago di Mezzola si vuole “costruire una storia nuova” iniziando dal ribattezzare questi luoghi: Vandea, trent’anni dopo la Storia lì vissuta!

Della Storia Esplorativa di quella zona non fu mai fatto cenno?

Il dire che “della Storia Esplorativa di queste zona non fu mai fatto cenno” è asserzione falsa e priva di fondamento, forse un impacciato modo di celare ai disinformati una Storia lì già avvenuta?
Sono due le monografie esplorative pubblicate sulla Rivista della Montagna negli anni ’90: una sul Sasso di Dascio (n°110) e l’altra sulla Cima delle Dune (n°149) (che potrete leggere qui di seguito) ma anche Alessandro Gogna e Angelo Recalcati, nella loro Guida T.C.I sulla Mesolcina riportano fedelmente tutta la parte cronologica di cui erano informati.
Inoltre in occasione di un incontro culturale nella sede del Club Alpino Italiano di Novate Mezzola sono stati informati verbalmente di quella Storia esplorativa anche coloro che da sempre sono legati a quei territori tra cui la presidente Marcella Fumagalli, Gualtiero Colzada, i fratelli Rossano e Valentino Libéra e Pietro Nonini.

La negazione della Storia

Grave errore sarebbe considerare questo comportamento ingenuo e disinformato, quanto invece tipico di chi fa partire la storia “da sè stesso” magari per un conflitto con le capacità esplorative ed eticamente corrette dei predecessori.

Il Sass Negher, il comprensorio di Albonico e le pareti del Lago di Mezzola sono state “equipaggiate” in sordina e senza preavvertire coloro che le avevano in precedenza esplorate: porre di fronte al “fatto compiuto” evitando pavidamente quelle che non sarebbero state polemiche infondate ma un confronto chiarificante e diretto con i predecessori, ne è la dimostrazione.

Agendo con questa “manifesta furberia” gli attrezzatori, arrivati molto tempo dopo una Storia già avvenuta, sperano forse di cancellarla prima ancora che venga scritta, come ben testimoniato dal bisogno di ri-denominare le strutture ed i tracciati.

La menzogna della mancanza di tracce

Gli attrezzatori scagionano la manifesta negatività del loro operato, sostenendo come su quelle rocce non vi siano o quasi tracce di passaggio ma omettono il fatto che su quel tipo di roccia levigata, compatta e uniforme, quando salirono trent’anni prima i predecessori usarono esclusivamente mezzi tecnici di protezione in sedi naturali, praticando l’arrampica libera esplorativa e lasciando testimonianze di passaggio esigue o nulle.

La mancanza di testimonianze, naturalmente non vale soltanto per la zona para-granitica in questione ma anche per quelle calcaree, laddove i chiodi di testimonianza sono invece difficilmente visibili perché, come già detto recentemente a proposito delle pareti soprastanti Calolziocorte. “i chiodi utilizzati scompaiono nella quantità dei numerosi itinerari compiuti”.

Bisognerà rassegnarsi al fatto che gli attrezzatori sono così lontani dall’arrampicata, da non sapere che salire in libera su roccia assai poco chiodabile, comporta l’uso di POCO MATERIALE e pochissimo abbandono in loco dello stesso?

Le inevitabili ripercussioni

Il punto di vista che muove azioni del genere, apparentemente frutto di una mentalità solo superficiale, implica invece gravi ripercussioni assai pericolose!

  • Indebolisce progressivamente la capacità critica degli individui, abituandoli all’idea che l’attrezzato ti preserva dai rischi e dai pericoli naturali, fino ad annientare la presa di coscienza che i rischi e i pericoli sono parte integrante e dunque inestirpabile, delle esperienze esistenziali come nella vita così sulle pareti.
  • Induce il pensiero comune a considerare che “attrezzare sistematicamente” gli Ecosistemi Verticali intatti, corrisponda a “valorizzarli”, mentre così facendo avviene l’esatto contrario!
  • Si trasformano “pareti sconosciute” percorribili con mezzi tecnici geo-compatibili, in “cantieri realizzativi” di tracciati degradati dalle difficoltà alterate e innaturali.
  • Cantieri preparati per richiamare i “salitori con spit” il più delle volte insensibili a tutto ciò che circonda il loro risalire da uno spit all’altro.

Il giogo di quest’utilizzo delle pareti non lo percepiscono, tanto sono sedotti dalla macabra illusione di farcela a passare!

Potranno mai essere affascinati dalla vitale soddisfazione di salire sulle caratteristiche di una roccia che è in un habitat naturale con altre sue caratteristiche, luoghi che vanno sfiorati e rispettati sempre consapevoli d’essere visitatori che passando lasciano esili tracce?

Perché tutto questo continua ad accadere?

A conclusione di tanti fatti ricorrenti simili a questo vien da chiedersi: ma non bastava dirlo prima? Non bastava chiedere cosa pensavano gli esploratori della loro iniziativa?

Si sarebbero evitate sia rettifiche storiche, sia l’inutile e dannoso degrado che dagli stessi attrezzatori dovrà essere necessariamente bonificato.

Sarebbe occorsa una certa dose di trasparenza onde evitare un intervento invasivo sistematico che sì annienta la Storia avvenuta, ma soprattutto produce inutili scempi ambientali.

Probabilmente i livelli d’incapacità differenti degli scalatori che si servono degli infissi, necessitano di livelli di capacità illusorie che diano la sensazione dì onnipotenza.

“Riuscire in un modo o nell’altro a salire sempre”: “la panacea di un graal parrocchiale” da proporre agli ignavi utenti coinvolgendo le loro ambizioni per utilizzarli in una vera e propria operazione di marketing non solo economico!

I nove comprensori del M. Berlinghera e Le Scogliere del Lago di Mezzola: ZONE NO-SPIT

L’intero versante che dalla sommità del monte Berlinghera scende a Dascio e si estende fino a San Fedelino, formato dai nove comprensori di: Albonico, Peschiera, Brentaletto, Dalco, Stabiello, Derschen, Prà dell’Oro, Cima delle Dune (Balzùn) e Berlinghera.

In questo versante a partire dal 1981 e fino al 1995 si è svolta una Storia Esplorativa vissuta da Ivan Guerini, Monica Mazzucchi, Massimo Casaletti, Carmelina Marziali, Danilo Zuliani, Paola Ravarelli, Carlo De Toma, Giorgio Gobbi, Tiziano Capitoli, Alba Preda, Renato Comin, Enzo La Torre, Andrea Maiocchi, Nicola Gambara, Paola Villa, Paolo Consoli, Paolo Orsenigo, Mariarosa dalle Piane, Berto Dossi, Ci, Mario Villa, Eugenia Campiotti, Christine Stevenege.

Dal 1982 al 1992 con Monica prendemmo in affitto una baita a Dascio e nel corso di tre lustri furono percorse 243 strutture rocciose con 147 itinerari in libera esplorativa, con un esiguo impiego di mezzi tecnici di protezione utilizzati in sedi naturali per rispettarne lo stato di compattezza, elemento sostanziale e preponderante di quelle ma anche di tutte le rocce.

Il numero degli itinerari (che raccorda più strutture) è notevolmente inferiore rispetto al numero di queste, perché su quella roccia uniforme e prettamente inchiodabile furono lasciate esigue tracce di passaggio.

Le Scogliere del Lago di Mezzola

Luogo a parte sono le incombenti Scogliere del Lago di Mezzola che vanno dal Sasso di Dascio alla Scogliera del Brentaletto, 33 strutture esplorate con 76 itinerari significativi dal 1980 al 1982 e 1988 assieme a Monica Mazzucchi, Daniele Faeti, Paola Ravarelli, Enzo La Torre, Tiziano Capitoli, Alba Preda, Omar e Danilo Zuliani, Carlo e Grazia De Toma, Massimo Casaletti, Carmelina Marziali, Piera Panatti, Nicola Giovenzana, Laura Poncia, Leonardo Tagliabue.

Addendum – Chi nutre dei dubbi sull’effettivo percorrimento di tutti gli itinerari in passato, consideri che esiste una documentazione originale di ciascuno di essi corredata da schizzi e trafiletti cronologici compilata negli anni delle prime ascensioni.

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