I Sassi di Uschione

Uschione è una frazione di montagna del comune di Chiavenna, un antico borgo di case in sasso a 830 metri di quota. Su Internet avevo letto dell’UskionBlock, un’iniziativa di due giorni dedicata all’arrampicata dei sassi e delle pareti che circondano Uschione. A promuovere ed organizzare l’evento Andrea “il Gigante” Savonitto, un nome noto dell’arrampicata anni ‘70 di cui avevo molto sentito parlare ma che non avevo mai incontrato. Inoltre il “Circul di Uschione”, avvisando telefonicamente, dava la possibilità di pernottare gratuitamente in tenda. Così ho deciso di portare Bruna in gita, di scoprire luoghi nuovi e conoscere il Gigante.

Un sole caldo ed un cielo limpido sembravano adornare a festa l’antico borgo di uschione: case in sasso ben ristrutturate, fontane d’acqua fresca, un solitario campanile ed uno strepitoso panorama sulle montagne circostanti. Dopo un breve giretto esplorativo ci siamo presentati al “Circul”: birra e pranzo cucinati dal Gigante!

Alle spalle di Uschione, nel versante che scende verso Chiavenna, si trova un’antica frana che, nel 1618 travolse la vecchia Piuro. La frana rocciosa ha dato vita ad un dedalo di pareti e massi enormi che scendono verso valle, forre e cavità sotterranee che sinuose corrono tra i ciclopici massi ammassati. Grandi altezze e spazi verticali sovrastano uno scenario labirintico ed affascinante. Oltre il ciglio del precipizio la natura di Uschione si trasforma e si ammorbidisce in un bosco affollato di querce, grandi massi muschiosi, muretti a secco dimenticati e vecchi crotti. Io e Bruna ci siamo addentrati nel bosco curiosando divertiti tra le rocce e gli alberi.

“Ti va di arrampicare un po’?” La domanda di Bruna era inaspettata, per lo meno con tanto slancio. Un anno fa si è infatti infortunata mentre aprivamo una nuova via con Ivan Guerini sul Pizzo Molteni. Un grosso masso di calcare le è franato su un piede fratturandole l’alluce e creandole profonde lacerazioni da scoppio. Siamo rientrati senza l’aiuto del soccorso alpino ma guarire da quell’incidente è stato un percorso molto lungo e paziente. Da quel giorno non aveva più indossato le scarpette e si sentiva sempre incerta sulla roccia fragile.

Avevo con me la corda da 60 metri, gli imbraghi e le scarpette, ma solo qualche rinvio e qualche fettuccia. Speravo di proporle al massimo qualche tiro attrezzato, non avevo il materiale per “esplorare”. Tuttavia ero deciso a cogliere al volo l’occasione di rimettere Bruna in pista. Nel bosco abbiamo trovato una grande placca di serpentino che emerge tra gli alberi per una trentina di metri come una colata di cera sciolta. “Proviamo qui?”

La parte bassa della placca era piuttosto ripida e liscia, decisamente improteggibile anche con il materiale. Tuttavia nel centro della struttura rocciosa si alzava un diedrino invaso dalle foglie che, grazie ad un canale erboso sovrastante, permetteva di raggiungere abbastanza facilmente le piante sovrastanti. Mi sono legato la corda ed ho cominciato a salire con le scarpe da trekking. Il diedrino, sotto l’accumulo di foglie, era piacevolmente manigliato ed anche più semplice di quanto mi aspettassi. Un comodo terzo probabilmente. Le tre fettucce corte volevo tenerle per la sosta, ma mi scocciava non mettere nulla lungo tutto il tiro. Così ho cercato di accoppiare in modo decisamente improprio radici e rinvii. Giunto in cima alla struttura, trenta metri puliti di corda, un gruppetto di caprette mi guardava stupito: “Hey forestiero, ma non l’hai visto il sentiero che porta fin quassù?”. Come sempre le capre la sanno lunga!

Giro le mie fettuccie attorno ad una bella pianta, piazzo un moschettone ed inizio a calarmi da solo. A metà altezza, all’uscita del diedrino, mi trovo davanti Bruna che veniva su slegata con le scarpe da tennis. “Mi annoiavo a stare sotto…”. Accidenti Bergamo… Mi allongio ad un albero, la lego e le faccio sicura mentre risale in placca il resto del tiro.

Per un’oretta siamo rimasti sulla placca giocando, corda dall’alto, sui suoi passaggi più difficili. Bruna non aveva mai arrampicato sul quel tipo di roccia e, sebbene l’alluce le facesse male nelle scarpette strette (ancora macchiate di sangue) si stava divertendo a fare la ranocchia in placca. La roccia, solida e compatta, teneva lontano i fantasmi dei massi instabili.

Soddisfatti da quella réentrée abbiamo salutato la nostra placca e siamo andati a curiosare tra i sassi per Boulderisti indicati sulla cartina dell’UskionBlock. C’erano un sacco di ragazzi a spasso per il bosco e tutti intenti a studiare i passaggi più complessi. Io e Bruna, zaini in spalla, ci siamo limitati ad andare a zonzo rapiti dalla bellezza di quei boschi. Su e giù per i sassi sembravano due bambini guidati dalla fantasia. Diedrini, caminetti, placche, sassi incastrati, grotte: quel bosco è quasi incantato!

La sera, rientrati al Circolo ci attendeva la cena e la presentazione del nuovo libro di Franco Perlotto, un’altra figura di primo piano nell’arrampicata nazionale ed internazionale degli anni 70/80. Curiosamente siamo finiti allo stesso tavolo e gomito a gomito abbiamo chiacchierato a lungo. Sebbene sua moglie fosse di Lecco non ha mai arrampicato ai Corni di Canzo (gliel’ho chiesto!), in compenso ha però scalato le pareti più note al mondo, spesso in solitaria, ed incontrato i personaggi più importanti dell’epoca. Ancora oggi, come scrittore e giornalista, conosce i nomi più famosi dell’arrampicata contemporanea. Sentire i suoi racconti su Cassin, Messner, Kukuczka, Casarotto è stato un viaggio nel viaggio. “Perchè negli anni 80 Manolo arrampicava sempre da solo? Perchè il suo orologio spaccava il secondo!”.

Franco Perlotto in uno scatto di Riccardo Cassin durante il loro viaggio in Inghilterra

Durante la serata, oltre alla sua storia come arrampicatore, ci ha mostrato le sue numerose missioni umanitarie condotte nel mondo: Sri Lanka, Ciad, Bosnia, Ruanda, Sudan, Congo, Amazzonia e Afghanistan. Sebbene oggi si sia “ritirato” a gestire il difficile Rifugio Boccalatte sulle Grandes Jorasses (un vero nido d’aquila) era palpabile come fosse quasi più orgoglioso del suo operato come cooperante internazionale che del suo passato come indiscutibile fuoriclasse dell’arrampicata. Una persona piacevolmente speciale.

La notte in tenda è trascorsa serena senza che il vento, che fischiava tra gli alberi, ci disturbasse. Al mattino, dopo una buona colazione, il Gigante mi ha indicato uno dei luoghi più panoramici della zona: una piccolo bosco di querce a sbalzo su un salto di roccia dirimpetto alle celebri cascate dell’Acquafragia. Il luogo ideale dove poter fare qualche foto all’albero dei chiodi.

Il pomeriggio, dopo l’ennesima abbuffata al Circul, ci siamo sdraiati sul prato assistendo al piccolo concerto musicale del gruppo dei “The Loner”. Rustisciata, birra, sole, musica: il mio pomeriggio è stato decisamente rilassante! Prima del tramonto insieme a Giacomo, nuovo membro “ad honorem” dei Badgers, abbiamo fatto un paio di tiri sulle placchette attrezzate dal Gigante.

Voi ormai mi conoscete, sono troppo pigro e ribelle per arrampicare tra un paio di spit: sebbene possa andarci in bici (per di più in piano!) mi spingo raramente fino al Pozzo di Civate e praticamente mai alle falesie di Galbiate. Quindi non sono io quello a cui chiedere se vale la pena di andare fino a Chiavenna per poi salire ad Uschione in cerca di pareti attrezzate. Tuttavia posso dirvi che la bellezza di quel posto mi ha davvero colpito e che quasi certamente ci porterò la squadra dei Tassi per passare qualche week-end tutti insieme. Per curiosare tra i misteri e le meraviglie di quel luogo dove la roccia e l’ambiente sono così diversi dall’Isola. Voglio esplorare la grande frana, radunare tutti i “friend” della nostra squadra e giocare tutti insieme sulle spettacolare fessure verticali che abbiamo adocchiato. Con TeoBrex ed il reparto speleo voglio dare un occhiata alle forre e ai “buchi”. Voglio divertirmi, fare pratica con i ragazzi sui sassi e sulle piccole pareti, fantasticando poi sulle “cose” più grosse che attendono lì vicino.

Che vi piaccia o meno arrampicare credo che il “Circul” ed il Borgo di Uschione meritino decisamente una visita (anche la cucina del Gigante merita qualche strappo alla dieta!). «Tutta la zona a nord di Uschione è disseminata di sassi, i blocchi del monte che ha cancellato l’antica Piuro nel 1618. Creeremo dei percorsi su queste pareti, sia a livello di bouldering, sia come via sportive. Punteremo sulle vie di grado medio-basso per andare incontro alle esigenze di sezioni del Cai e scuole d’alpinismo» Questo sembra essere il proposito di Andrea Savonitto.

Il Gigante mi ha positivamente colpito e mi piace il suo intento. Spero che il suo progetto di “valorizzazione” riesca a trovare il giusto equilibrio, a sottrarsi alle logiche di “sfruttamento” che hanno visto appassire valli e pareti celebri. Abbiamo bisogno di luoghi autentici ed amichevoli che sappiano essere un punto di riferimento pur conservando magia, meraviglia e mistero. Credo che tutti dovremmo aiutarlo in questo senso: la mia speranza è che nel futuro la leggenda di Uschione racconti di un Gigante buono che si è preso amorevole cura di un santuario intatto di roccia, la culla di una generazione nuova di arrampicatori liberi.

Davide “birillo“ Valsecchi

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