Month: October 2018

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GeoTecnica Non Inclusa

GeoTecnica Non Inclusa

Per me, che sono del Versante Nord, il Corno Orientale è sempre stato il corno piccolo: questo perchè, arrivando da Pianezzo, appare più basso degli altri due. In realtà, sul versante che scende verso Valmadrera, il Corno Orientale custodisce, quasi nascosta, la parete di roccia più imponente di tutto il gruppo, persino della maestosa Parete Fasana. Trovarsi ai piedi del Corno Orientale all’alba di una mattina d’estate è un emozione trascinante. Il sole, che sorge lento affacciandosi tra il Due Mani ed il Resegone, illumina la “grande onda” di una luce ambrata, viva, che risplendere su quella roccia grigia. Poi il sole inizia la sua corsa inseguendo il giorno ed in un istante, quel trionfo di luce, sprofonda nell’ombra fino al mattino successivo. Ritrovarsi sulla parete nord del Corno Orientale è come cadere in acqua in mezzo ad un oceano grigio. Le prospettive, in quelle onde di roccia, si confondono ed il mondo verticale diventa misteriosamente orizzontale: smetti di arrampicare ed inizi a nuotare, ti aggrappi ai fluttui mentre la gravità diventa semplicemente una corrente che ti respinge giù,  verso la riva, che ti allontana da quella immensa onda che sovrasta tutto e che nasconde alle sue spalle un ignoto ancora più grande. Mi ero spinto lassù per ripetere la via dedicata a mio Nonno, per un omaggio a mia madre scomparsa, ma mi ero ritrovato in un mondo sconosciuto: ricordo la paura, a tratti il terrore, il freddo, ma anche il curioso canto di un uccellino e quell’incredibile gioco di riflessi che nella luce del tramonto, senza alcuna logica per una parete ad est, creava una macchia di luce ad indicare l’uscita dell’ultimo tiro. Il Corno Orientale è un luogo strano, uno di quei luoghi in cui ti addentri pronto ad abbandonare tutto e torni al mondo come una persona diversa. Per me, ma non solo per me, è stato così.

Mi hanno chiesto cosa penso della nuova via al Corno Orientale. Onestamente la domanda è semplice, ma la risposta è complicata. Il nome non mi piace, ma questo è soggettivo, è una via “prevalentemente tradizionale” ma “moderna”, nel senso che si spazzolano le prese appesi con le fisse, nel senso che il trapano è stato usato solo per piantare otto fix, di cui quattro per due soste. Ora non saprei dirvi se su duecento metri di via sia tanto o poco: qui non siamo in Wenden ed io capisco poco la modernità, resto aggrappato – spesso anche appeso – alla “moda vecchia”. Curiosamente sotto il naso mi è capitato uno strano passo dal Vangelo di Luca: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto (Lc 16,9-13)”. Ma se comprendere “tanto o poco” è un guaio, tentare la sorte con “fedele o disonesto” è quasi dissennato. Una cosa però la so per certo: “La legge che guida le stelle è la stessa che guida le formiche, impara dalle formiche e conoscerai le stelle”. Il problema è che alla fine del viaggio, quando conosci le stelle, scopri con stupore che spesso sono molto meno interessanti e meno divertenti delle formiche.

Quindi non vi dirò la mia su GeoTecnica, ma vi racconterò quello che in cinque lunghi anni ho imparato su tutte le altre vie del Corno Orientale. Magari riflettendo soprattutto sulla Don Arturo Pozzi con cui GeoTecnica sembra purtroppo intersecarsi spesso:

Sulla Parete Nord Est del Corno Orientale esistono solo cinque vie immortali ed indipendenti nelle loro linee: il “Diedro Dell’Oro” (1939), la “Pino Dell’Oro” (1976), la “Don Arturo Pozzi” (1964), la “Luigi Paredi” (1969), “Stella Alpina” (1963). Una menzione particolare va alla “Giuseppe Verderio” (1969). Il Diedro Dell’Oro è la più antica, aperta da Darvini e Pierino dell’Oro, capostipiti della tradizione del ValleMadre. La Don Arturo Pozzi è la prima ad affrontare la grande parete per tutta la sua lunghezza, nella sua parte centrale. Ma la storia della Don Arturo ha probabilmente inizio sul Corno Centrale, sulla Torre Desio. Qui Eugenio Fasana, nel 1931, ha risalito il difficile camino, ma è stato un ragazzo di 16 anni, la leggenda vuole scalzo, che nel 1946 traccia un’incredibile linea sullo spigolo del torrione: Carlo Rusconi e lo Spigolo Palferi. Il talento del giovane continua a crescere. Nel 1954, con Alfredo Villa, apre una nuova via sul Pilastro Maggiore, una via che è considerata un esempio di “itinerario sportivo” dei Corni: ovviamente a vecchi chiodi e clessidre. Solo successivamente alcuni ripetitori hanno messo dei chiodi a pressione nel passaggio di VII+ sul secondo tiro, passaggio che prima di allora era superato probabilmente con una piramide umana. Sempre nel 1954 Carlo Rusconi riuscì nella prima ripetizione della temutissima via di Ercole “Ruchin” Esposito allo Spedone. Una via del 1942 ripetuta per la prima volta nel 54 e che, nel 2018, conta solo altre 6 ripetizioni. Una piccola impresa che ancora oggi lega in un vincolo di amicizia e rispetto la tradizione di Calolzicorte a quella di Valmadrera e dell’Isola. Purtroppo nel 1955 il talento di Carlo Rusconi si spense sulla Grignetta: “Claudio Corti arrampica con Carlo Mauri e Carlo Rusconi sulla via Ruchin ai Torrioni Magnaghi, e Carlo Rusconi è capocordata, seguito da Carlo Mauri. Claudio Corti è in basso, fermo, in attesa che i compagni vadano in sosta. Carlo Rusconi manca un appiglio e precipita.” Carlo era il più anziano di otto fratelli. Pochi anni dopo, nel 1958, un’altro campione dell’Isola, Elvezio dell’Oro, perde la vita sulla lontana Torre Trieste: “L’epilogo delle avventure di Elvezio è tristemente noto: la sua morte, a poca distanza da quella di Carlo Rusconi, segnò gli ultimi anni cinquanta. La scomparsa di due figure diventate carismatiche nell’universo alpinistico locale lasciò un segno così profondo da provocare un periodo di stasi e di ripensamento.” Tutto si ferma, l’Isola trattiene il respiro e forse le lacrime, poi riparte. Nel 1963 Giuseppe Crippa e Giuseppe Arosio tracciano Stella Alpina, ma gli indigeni sono ancora immobili. Il primo successo della emergente generazione avviene nel 1964: Giorgio Tessari e Antonio Rusconi, non ancora ventenne e fratello di Carlo, tracciarono sulla parete Nord Est del Corno Orientale la via Don Arturo Pozzi, allora Parroco di Valmadrera. Ora dovrebbe essere più facile comprendere il valore tecnico, ma anche simbolico, di questa via. L’anno successivo, nel 1965, è la volta della “Via O.S.A.”, sulla selvaggia parete Nord del Moregallo, aperta in due giorni di arrampicata e con un bivacco in parete, sempre da Antonio insieme a Giorgio Tessari, Castino Canali e Pietro Paredi. L’Isola è di nuovo in movimento ed i suoi alpinisti si spingeranno ben oltre i suoi confini. Nel 1969 Pietro Paredi traccia la sua via in ricordo di mio nonno Luigi Paredi. Nello stesso anno Giancarlo Mauri traccia una nuova via, un’artificiale estrema che si conclude in solitaria, per ricordare l’amico Giuseppe Verderio, caduto dal Medale all’uscita della Cassin. Nel 1976 Romano Corti e Gian Maria Mandelli tracciano la Pino Dell’Oro: una delle espressioni migliori e più complete dell’arrampicata libera sull’Isola. 190 metri di via, solo 25 chiodi tradizionali, niente incastri, nessuna perforazione: una via che ha la mia età e che nel 2018 vanta ancora meno di 10 ripetizioni. Poi, nel 1997, compare il trapano tentando di dire la sua tra le onde del Corno Orientale: Nido di comete, Aresen Lupen. Oggi quelle piastrine tra le onde sembrano sirene che, cariche di lussuriose lusinghe, cercano di trarre in inganno i marinai nel periglio delle antiche rotte degli uomini. L’esperienza mostra che sull’Isola le vie a spit,  quando sormontano o competono da vicino con le classiche, sono destinate all’oblio ed al rimorso: non c’è grado che superi il rispetto per la tradizione. Nel 2012 Fabio Valseschini ripete tutte le classiche del Corno Orientale, in solitaria, in inverno. Francamente credo che Fabio sia un talentuoso stramboide: è impossibile non sia piaciuto agli spiriti dei Corni, che i fantasmi tra le onde del Corno Orientale non si siano rallegrati della sua compagnia nelle brevi giornate d’inverno. Nel 2015 Mattia ed io abbiamo aperto “Stellina”, una via di 30 metri, dicono di VI+, sul piccolo monolite alla base della parete. Eravamo due quarantenni infreddoliti, prostrati alla grandezza della parete e grati a coloro che ci avevano preceduto. Niente di eccezionale probabilmente, ma l’abbiamo aperta con mezzi leali: otto chiodi che abbiamo rimosso con attenzione, perchè del nostro passaggio restasse il ricordo ma non il segno. Il 2018 è l’anno di “Geotecnica”: credo per il Corno Orientale sia la prima volta in cui un fotografo precede da vicino il primo di cordata…

Ora io non so bene cosa dire su questa GeoTecnica: troppi numeri e troppa poca storia per i miei gusti. Non so nemmeno se è chiaro ciò che ho cercato di spiegare in questo mio lungo raccontare. Quello che mi pare chiaro – a prescindere dallo specifico di questa nuova via – è  che i ragazzi di oggi, con il trapano all’imbrago, ci fanno davvero una magra figura rispetto ai coscritti di 60 anni fa, ragazzi come loro ma che davvero non avevano nulla salvo ragguardevoli “attributi” (ed un intuito incredibile). Nel 2018, sopratutto a certi livelli ed in certi ambienti, si dovrebbe almeno avere il buon senso di non bucare la roccia per passare a tutti i costi, per inseguire una “libera assistita”. Non fosse altro che per dare il buon esempio.

“…tuttavia, se vi troverete su quelle pareti appesi nel vuoto, a tenervi conforto ci sarà quella strana sensazione di essere parte di “qualcosa”, vi sentirete vicino quei pochi che prima di voi si sono avventurati nella vostra stessa ardimentosa ricerca attraverso quelle onde di roccia.” Io spero – ed in questo sono brutalmente onesto – che gli apritori di GeoTecnica comprendano questo “qualcosa” e che, ovviamente a modo loro, trovino la giusta via per farne parte. Detto questo credo di non aver altro da aggiungere sulla faccenda. Forse solo una frase di Carlo Mauri, compagno di cordata di Carlo “Palferi” Rusconi nel suo momento più terribile, ascoltata qualche giorno fa: “Noi di Lecco apriamo le vie che possiamo, non quelle che vogliamo”. Altri tempi, altri uomini, altra epoca. Forse anche io come il Bigio smetterò di arrampicare e me ne andrò in Africa, a trovare il vecchio Santos, a rivedere con lui il Tanganika in cerca di nuove e strambe avventure. O forse no… forse c’è ancora da fare qui, anche e sopratutto senza trapano.

Davide Birillo Valsecchi

Corno Orientale – La scelta è in effetti difficile – Africa

Senza Olio di Palma

Senza Olio di Palma

Storicamente, sull’Isola Senza Nome, le falesie di arrampicata sportiva hanno sempre avuto un ciclo vitale estremamente breve sebbene il loro impatto ambientale sia pressochè permanente. Al momento la Falesia del Pozzo, l’intramontabile Falesia Corna Rossa, la recente Falesia del Gavatoio e – forse – la Falesia di San Tomaso godono di una significativa frequentazione. Le altre dopo un iniziale periodo di notorietà – a volte anche lungo – stanno gradualmente sprofondando in un completo abbandono. Pensiamo alla Torre Marina o al Prasanto, ma anche alla Pala dell’Eretico, la Falesia dei Laghetti, il gruppo dei Pilastri e persino – incredibilmente – al Corno Rat. Stessa cosa sul versante nord dove a bordo strada, per la facilità d’accesso ed un controllo meno attento, le falesie fioriscono e sfioriscono divorate dal bosco a tempo di record. Oggi quelli che frequentano le “palestre outdoor” si definiscono “climber” e sono coloro che praticano l’arrampicata principalmente come passatempo ricreativo, spesso in alternativa alle “palestre indoor”: difficilmente sono interessati ad affrontare ciò che ritengono essere lunghi avvicinamenti, una rigogliosa vegetazione, un clima spesso sfavorevole (torrido d’estate, gelido d’inverno), una particolare tipologia di roccia e non ultima una significativa difficoltà. Per questo il destino delle falesie sportive sull’Isola appare decisamente chiaro.

Con il senno di poi, a distanza di qualche decennio e senza voler offendere nessuno, queste falesie appaiono come gesti invasivi, certamente figli della propria epoca, ma oggi senza risultato o scopo. Una realtà su cui siamo chiamati a riflettere per una futura e corretta gestione degli spazi. Differentemente le vie classiche, che non sono mai state riattrezzate ma solo costantemente e pazientemente restaurate, attirano sempre più spesso chi – con adeguata preparazione – vuole confrontarsi con difficoltà autentiche ed impegnative salite storiche (alcune ormai ultracentenarie). Anche il Boulder è silenziosamente molto attivo sui pendii dell’Isola, sul Moregallo è invece in atto un’intensa attività esplorativa con l’apertura di nuovi monotiri rigorosamente “Trad” e “Clean”. Molti giovani, riflettendo e confrontandosi con i Decani, stanno autonomamente adottano un codice di autoregolamentazione che sposa sia il Bidecalogo del Cai, sia il “By Fair Means” Inglese, sia il codice etico dello Yosemite Park. Una piccola comunità alpinistica in pieno fermento ed in costante evoluzione.

In questo scenario, più o meno un anno fa, fece il suo ingresso un famoso arrampicatore del Lecchese, celebre soprattutto per le proprie importanti imprese al Nibbio: Fabio Palma. In quei giorni di Novembre Palma si spese in conferenze stampa ed articoli di giornale per presentare una “nuova” falesia di arrampicata sportiva realizzata sulla sommità del Corno Occidentale, un omaggio ad uno sponsor per celebrarne un anniversario aziendale: “Senza soldi pubblici permettiamo a tutti di arrampicare”. Cinque tiri già realizzati, altri dieci pronti a breve per una falesia che, in modo sorprendente, avrebbe ricevuto come nome proprio quello dello sponsor. Nei fatti si trattò di due giorni di carpenteria con il trapano calandosi dal sentiero delle capre per dare vita a qualcosa che a tutti è subito apparso come assolutamente pretestuoso e privo di logica. Due giorni in cui la roccia di una singola parete fu insensatamente forata come mai l’intero gruppo montuoso nei precedenti 50 anni.

Al clamore mediatico fece però rapidamente seguito un assordante silenzio. Dopo i proclami e le pubblicità autocelebrative, seguirono infatti numerose lettere ufficiali di protesta inviate dalle associazioni alpinistiche locali, il parere negativo espresso dal Collegio delle Guide Alpine di Lombardia, le osservazioni sfavorevoli espresse dalla Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (TAM) del CAI. Non ultimo l’intervento dell’ERSAF, l’ente regionale che salvaguarda la Zona Protezione Speciale (ZPS) della Foresta dei Corni di Canzo. Sempre in quei giorni di Novembre ebbi modo di scoprire come Palma abbia anche la manzoniana abitudine di fare la voce grossa nascondendosi tra le sottane degli azzeccagarbugli: fui infatti “diffidato” dal diffamare o vandalizzare il suo operato ai Corni. Curiosamente io ero stato uno dei pochissimi ad esporsi per intavolare sulla questione una discussione ferma ma aperta ed alla luce del sole. Tuttavia il karma possiede un’ironia straordinaria: il suo progetto, sbandierato ai quattro venti ma privo di qualsiasi autorizzazione, oltre all’etica, alla tradizione ed alla mia fiducia, violava infatti i dettami di una ben precisa e rigorosa Norma Europea in vigore ai Corni di Canzo a tutela dell’ambiente, Rete Natura 2000. L’autorizzazione, per un progetto che era incompatibile ed alieno tanto alla storia quanto all’ecosistema naturale, è stata inequivocabilmente negata. Anzi, gli enti preposti hanno espresso una chiara ed esplicita richiesta di ripristino e pulizia della parete. Lo stesso consiglio dei Maglioni Rossi ha recentemente disconosciuto il progetto come “iniziativa personale dell’Ex-Presidente”.

Solo la buona volontà di un giovane Ragno, ravvedutosi dell’errore, ha ora finalmente permesso di iniziare i lavori di pulizia. Un gesto per cui esprimo la mia sincera gratitudine e verso cui, anche a nome di altri alpinisti dell’Isola Senza Nome, offro la massima collaborazione: “Hai fatto la scelta giusta. Ma intascarsi le piastrine non basta: il lavoro va finito e finito bene. Se ti serve aiuto non esitare: ti diamo una mano, facciamo pulizia, chiudiamo la questione ed andiamo a bere tutti insieme alla SEV. Questo è stato solo un incidente, un errore, ma bisogna risolverlo al meglio perchè sia lasciato alle spalle.”

Cos’altro aggiungere per concludere? Fabio Palma è un personaggio pubblico, considerato uno tra i “grandi arrampicatori contemporanei” al mondo, uno che scrive cose intelligenti per pubblicazioni prestigiose ed internazionali, uno che favorisce il progresso e l’evoluzione dell’arrampicata. Purtroppo, ai Corni di Canzo, pare sia stato “pesato e trovato manchevole”: succede, alle volte sono montagne terribili, non guardano in faccia a nessuno e non prestano attenzione alle chiacchiere. Tuttavia è interessante come, contro ogni statistica, sia riuscito a sbagliarle davvero tutte dando vita ad un glorioso esempio di tutto ciò che NON dovrebbe far parte né dell’alpinismo né dell’arrampicata. Chapeau: una vera conquista dell’Impossibile…

“Mi dispiace Fabio, l’ultima volta che si siamo incontrati ti ho stretto la mano con amicizia. Poi chissà cosa ti è successo. Ci hai provato con il trapano, e non ha funzionato. Ci hai provato con l’avvocato, e non ha funzionato. Io da indigeno, nonostante tutto, ho anche cercato di avvisarti su cosa sarebbe accaduto, ma tu niente. Vabbè, ormai è andata come doveva andare. Ora, se vuoi, posso prestarti la carta dei sentieri e magari, cominciando con un po’ di trekking leggero, finalmente capirai che aria tira qui sull’Isola Senza Nome…”

Davide Birillo Valsecchi
Il più scarso alpinista nei primi 100 anni di storia dell’Isola Senza Nome.


“Salviamo dunque il drago; e, in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto che sia ancora quella giusta! Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d’assassinio.”
Reinhold Messner – L’Assassinio dell’Impossibile 1968

“Sono arrivato come in tanti altri posti, per una serata. Ma solo qua – dice, e nel raccontare sorride – non m’è più riuscito di ripartire: ho conosciuto gente speciale, un ambiente speciale. Grande amore per la montagna, ma anche grande disponibilità e apertura. E poi valori precisi ed in qualche modo omogenei in tutto l’ambiente di là dalle identità e dalle personalità individuali: coerenza, rifiuto di certi compromessi purtroppo molto di moda per quanto sviliscano il senso vero dell’alpinismo. Io ho scoperto tutte queste cose qui ed è per questo che scappo a Valmadrera, quando e appena riesco: per stare con gli amici, per andare con loro in montagna, per chiacchierare di cose qualunque.”
Walter Bonatti – intervista per Vertice 1988

“Well,Yippie-Ki-Yay MotherFucker!”
John Mcclane – Nakatomi Tower – Festa di Natale 1988

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