Le cascate di Caprante

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Qualche tempo fa dovevo effettuare dei rilievi per georeferenziare delle particelle catastali nella zona sottostante alla frazione di Caprante, a Valbrona. Le mappa catastali sono quasi sempre imprecise, specie in un territorio difficile come la zona di boschi e rocce che sovrasta il lago. Caprante è una frazione agricola, un altipiano verde e pianeggiante che si trova a 300 metri di quota. Appena oltre i bordi di questo altipiano il crinale precipita rapidamente verso il lago circa 100 metri più sotto. Attualmente un solo “sentiero ufficiale” permette di risalire questo versante partendo dal lago, esattamente dalla palina dell’autobus,  “fermata Onno Guancito” linea Lecco-Bellagio: è un buon sentiero, rimesso a nuovo dai volontari della ProLoco di Valbrona qualche anno fa. La peculiarità di questa zona è infatti quella di essere l’unica propagine dei Corni di Canzo che raggiunge il lago, così come l’unico accesso alle sponde all’interno del territorio comunale di Valbrona. La frazione di Caprante prende il nome dall’omonimo fiume che scorre attraverso la valle e raggiunge il lago superando un vertiginoso orrido finale. Cercare le coordinate precise di una particella è quasi inutile (perchè i dati sono molto approssimativi) quindi mi sono limitato a compiere un sopralluogo individuando e relazionando la tipologia di terreno incontrato: in pratica ho acceso il GSP nello zaino ed ho cominciano ad andare a zonzo scattando fotografie georeferenziate.  Avevo osservato l’orrido dall’alto durante l’estate e ne ero rimasto molto affascinato, soprattutto dagli “scivoli d’acqua” scavati nella roccia. Ad essere onesti avevo dovuto desistere nel continuare la mia esplorazione perchè la quantità e l’altezza della cascate mi impediva di proseguire oltre. Così, dopo aver fatto dei rilievi sulle sponde del lago, il mio viaggio è iniziato proprio sul fiume, questa volta dal basso. Il fiume Caprante, nella sua parte finale, in poco meno di 300 metri di sviluppo precipita per oltre 100 metri di quota: un continuo susseguirsi di cascate strette tra le pareti di roccia. Un secondo fiume, di cui non ho ancora trovato il nome, affluisce sulla destra poco prima dell’ultima cascata. Prima dell’orrido è il fiume della valle di Tovera a congiungersi con il Caprante. L’inverno non è certo il periodo migliore per il torrentismo (l’acqua è fredda e tanta!), per superare le cascate era quindi necessario continuare ad attraversare il fiume aggirando di lato i salti. Il fiume è quasi sempre incassato in una forra, quindi i “trucchi per passare” andavano spesso cercati anche lontano dalla sede del fiume. Questo mi ha obbligato e permesso di scoprire molto sulla conformazione di quella zona. Inaspettatamente ci sono molte strutture rocciose e sono tutte molto articolate. La forra principale, quella in cui scorre il fiume, è circondata da “quinte rocciose”: piani calcarei che si sono innalzati verso l’alto ed incurvati. Inoltre ci sono punti in cui sembra che la montagna si sia aperta “a libro” creando pareti di roccia compatta, alte anche oltre i trenta metri, che come pagine si fronteggiano in strette gole. La vegetazione nasconde queste pareti finchè non ti appaiono davanti all’improvviso, confondendo l’orientamento e gli spazi. A farmi da guida in quel labirinto erano soprattutto gli animali che, nei passaggi obbligati, rimarcano i propri percorsi abitudinari. Questo mi ha permesso di alzarmi sul lato sinistro e quindi, grazie ad un passaggio insperato, di abbassarmi sul fiume attraversando poi nuovamente verso destra. Le pozze del fiume sono bellissime, oasi di quiete che inframezzano i grandi salti e gli scivoli.

Attraversato il fiume verso destra ho provato ad intercettare qualche vecchio camminamento delle miniere di sabbia, oggi abbandonate, del Liscione. Ci ero stato una decina di anni fa con Mattia e, grosso modo, si trovano a monte del Guancito e a valle del Kosmopolitan. Sono vecchie, abbandonate e pericolose. Ripeto: pericolose! Già allora avevano subito importanti crolli ed ero quindi curioso di “tracciarne” l’ingresso e valutarne lo stato. Tuttavia i rovi la facevano da padrone: ho trovato dei vecchi gradini e l’ingresso (spaventosamente puntellato con dei vecchi tronchi) di una miniera che non avevo mai visitato. Cercare quelle più grandi mi stava portando lontano dai miei obbiettivi e così ho preferito puntare verso l’alto (trovate maggiori info in questo vecchio articolo di Cima: grotte liscione). Poco più avanti, nella valle sottostante al Kosmopolitan, mi sono imbattuto in 3 mufloni. Il maschio, con quel suo ridicolo e buffo fischio, ha provato ad intimidirmi: purtroppo per lui quel verso mi fa sempre ridere a crepapelle ed ha dovuto desistere fuggendo deriso. Sempre in quella valle ho trovato le grosse tubature che – se è vero quello che mi hanno raccontato – servono al Kosmopolitan per pompare verso l’alto l’acqua del lago. Non essendo raggiunto dall’acquedotto, sempre secondo quanto mi hanno raccontato, la struttura – che ospita quasi 150 appartamenti ed un enorme piscina – deve captare l’acqua dal basso e depurarla indipendentemente (uno sforzo immane e gravoso!). Stufo di salire verso l’alto (soprattutto perchè il bosco si è riempito di rifiuti ed inerti provenienti dalla sovrastante strada!) ho ripiegato nuovamente verso il basso scavalcando un crinale e cercando di riguadagnare il fiume. Spostandomi mi sono imbattuto in una traccia molto netta che scende dall’alto: sebbene il tracciato appaia piuttosto selvatico un vecchio cippo, su cui è incisa una “S”, ribadiva la natura “umana” di quella linea. Anzichè seguirla verso l’alto l’ho percorsa in discesa ritrovandomi quindi nuovamente ai margini di una grande pozza sul fiume Caprante. Quella pozza è probabilmente la prima “quiete” a valle delle cascate che avevo esplorato in estate, sul limite dell altopiano. A valle di questa pozza il fiume compie un ennesimo grande salto attraverso uno scivolo roccioso.

Dopo avere attraversato il fiume – preferendo l’acqua alta alle scivolose rocce sul vuoto – mi sono imbattuto in qualcosa di inaspettato. Un cavo metallico è fissato lungo la parete, a modi corrimano, con dei chiodi da roccia (dei vecchi Lost arrow della Cassin). I chiodi, più fuori che dentro, sembravano una rudimentale ferrata realizzata, ipotizzo, dai pescatori. Poco più avanti, sul piccolo salto roccioso che rimonta la pozza, un’altra catena – arrugginita e malfida. Un tempo la catena doveva essere ancorata ad una pianta che, ora sradicata, ancora ne conserva un pezzo a penzoloni. La pianta, successivamente, deve essere stata sostituita con dei fittoni ad anello, comunque poco rassicuranti. Mentre mi guardavo in giro cercando di capire è apparso ciò che ha reso tutto chiaro: Aldo Vicini. Tra due pozze c’è infatti una lapide in sasso, con foto e croce, del giovane Aldo. Avevo sentito la sua storia ma non ne sapevo molto, anzi prima di incontrare quella lapide non sapevo neppure il suo nome. Così mi sono fermato un po’ a guardare quell’immagine in bianco e nero. Ora, dopo qualche ricerca, posso dirvi che Aldo, nato  il 20 Luglio 1974, quasi un mio coscritto, ha perso la vita qui il 7 giugno del 1995, mentre si era avventurato sul fiume a pescare. Mi aveva colpito la sua tragica storia perchè mi avevano raccontato fosse morto “annegato”. Guardando le cascate dall’alto, sempre quest’estate, credevo che il problema fosse non “volare”, non precipitare, quindi non capivo. Probabilmente il giovane Aldo conosceva i pericoli ed i segreti di questo fiume meglio di me, sapeva tutti i trucchi per aggirare i passaggi più esposti. Tuttavia il fiume è stretto, impetuoso, compie grandi salti su scivoli ritorti che si infrangono in pozze scavate nella roccia dove l’acqua “frulla su stessa” come nei pericolosissimi “stramazzi” artificiali. Se ci cadi dentro, incosciente per qualsiasi motivo, non c’è possibilità di farcela. Se ci cadi dentro con gli stivali, con una brutta corrente, magari dopo una caduta, diventa davvero difficile “tenere fuori la testa” in quelle pozze, tanto belle quanto infide e profonde. Io sono del ‘76, mi piacerebbe dire che ho un paio d’anni meno di Aldo, ma lui purtroppo lui ne avrà per sempre solo quasi 21. Di fronte alla lapide in sasso, probabilmente infissa per il ventennale della scomparsa, c’è anche una vecchia lapide – probabilmente la prima – realizzata con cemento e conchiglie. Scatto qualche foto e prendo silenzioso commiato dal custode del fiume, di cui ora conosco il nome, il viso e la storia.

Riguadagno il crinale sul lato sinistro e mi alzo fino alle bellissime rocce carsiche che delimitano il piano di Caprante. Riguadagno il sentiero del Liscione e proseguo i miei rilievi più verso sud. Individuo un vecchio tracciato riportato sulle IGM, Istituto Geografico Militare: una carta del 1946 realizzata su rilievi del 1888! Il sentiero, che scende verso il lago appena a Sud delle reti paramassi, è ancora visibile ma probabilmente in disuso da più di 70 anni. Il muro sulla provinciale è ormai troppo alto per scendere: saltar giù un paio di metri, quasi alla cieca, sull’asfalto del rettilineo della provinciale mi sembrava una pessima idea. Così sono nuovamente risalito fincheggiando le reti per intercettare il sentiero. Una volta raggiunto mi sono subito annoiato dopo qualche metro ed ho nuovamente deviato verso sinistra cercando un “taglio” che mi permettesse di raggiungere la primissima pozza sul fiume che avevo superato arrivando dall’altro lato. In pratica la strada ormai la sapevo, stavo solo cercando di tracciare linee interessanti sul GPS spostandomi verso una grossa roccia a punta che ricordava quella famosa del Re Leone. Era ormai ora di pranzo e super rilassato canticchiavo mentalmente il motivetto centrale di “on the road again” dei Canned Head,  compiaciuto della mia piccola esplorazione. Ecco, proprio in quel momento mi piombata addosso una delle situazioni più pericolose ed inaspettate!! In un angolino abbastanza ameno, accanto al fiume, a 50 metri in linea d’aria dal Guancito, vedo qualcosa “di vivo” che si muove a terra. Sulle prime mi sembra un grosso uccello marrone,  colto goffamente di sorpresa. Poi la “cosa” si suddivide in più parti, tutte decorate con simpatici pallini bianchi: una nidiata di piccoli di cinghiale! Nella mia mente è come esplosa una bomba! Ho girato i tacchi all’istante e mi sono messo a correre tra i rovi, letteralmente con le ali al culo! Ero passato da quelle parti all’andata e non c’era nulla: probabilmente la madre, mamma cinghiale, li aveva temporaneamente abbandonati per scendere al fiume lì vicino. I “porcellini” si erano quindi accovacciati stretti stretti aspettando che il povero Birillo arrivasse loro vicino a meno di tre o quattro metri. Una parte della mia mente sussurrava “fagli una foto!”. Tutto resto del mio cervello urlava furioso “Vai via! Fanculo la foto! Vattene! Vattene! Vattene!”. I cinghiali sono per lo più pericolosi SOLO quando ti avvicini troppo ai piccoli… ecco, io questa volta ero inavvertitamente ma decisamente troppo vicino ai piccoli!! Non so se mamma cinghiale sia tornata dal fiume in soccorso dei piccoli, io ho smesso di correre a fuoco tra i rovi solo quando sono arrivato sull’altro lato della provinciale! Felice di non aver fatto la sua conoscenza!! 

Nonostante il brivido finale, credo che quella zona sia davvero molto bella. Ci sono indiscutibilmente molti pericoli. Pericoli che non possono essere “eliminati” con chiodi e vecchie catene (che incredibilmente, sebbene insicuri, sopravvivono alla furia del fiume). Pericoli che possono però essere “mitigati” con astuzia, intelligenza e prudenza. Mi piace quella zona, credo che ci tornerò: fino ad allora tenetevi alla larga, aspettate sia io ad accompagnarvi. 

Davide “Birillo” Valsecchi

Aldo Vicini – Caprante (20 Luglio 1974 – 7 giugno del 1995)

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