Zucchero e Canditi

“Sono andato in discarica a buttarmi via”. Avevo scritto questa frase su un post-it giallo e Bruna l’ha conservata appesa sul frigorifero per quattro o cinque anni. In qualche modo era la perfetta sintesi dell’inquietudine che mi assale in certe mattinate. Ad aggravare la situazione la cupa incertezza per Tom nelle sconsolanti notizie dal Pakistan. Così ho smesso di girare tra le dita, come una specie di santino, un adesivo dei Badger su cui Tom ci aveva lasciato un autografo, abbozzando poi il disegno di un omino che arrampica. Ho infilato le scarpe, tre magliette, una sopra l’altra, e sono uscito di casa: niente zaino, niente corda, niente idee. “Sembra la Nord Del Lyskamm” aveva detto ridendo Josef qualche settimana fa. Insieme a Ruggero stavamo risalendo il ripido crinale sul lato sinistro della valle Due Pile inseguendo la cresta del grande sperone roccioso, quello alla cui base ombreggia un evidente e buio tetto ben visibile dal sentiero che dalla Forcellina attraversa verso Sambrosera. Il crinale erboso, oltre ad essere estremamente ripido, è costellato da insidiose placche di roccia spesso poco visibili. Per riuscire a risalire è necessario fare la “giusta rotta” tra le nicchie e le guglie. Se anzichè l’erba ci fosse la neve sarebbe una salita quasi prestigiosa anzichè una modesta e bistrattata ravanata senza corda. Josef, ed ormai anche Ruggero, sono incredibilmente più forti di me sulla roccia, ma sul paglione, attraverso le labirintiche linee del Moregallo, affidano a me il compito di guidare la carovana e, intendiamoci, io lo considero un grandissimo onore. Lassù, oltre il crinale, sapevo bene cosa ci attendeva: nella valle Sambrosera la torre Quattordio si innalza creando un alta muraglia, ben nota e visibile sulla destra a tutti coloro che risalgono verso l’attacco della Crestina Osa. Tra la Muraglia del Quattordio ed il crinale che stavamo salendo vi è un’ampio anfiteatro di guglie e pinnacoli. Io conoscevo la parte bassa dell’anfiteatro perchè vi avevo cercato una vecchia via di Ivan Guerini su una di queste guglie. La via, ancora oggi, è riconoscibile per un nat incastrato nella parte più alta della fessura a cavatappi che solca la torre. Con Ruggero e Josef, raggiunto l’anfiteatro, ci eravamo abbassati rientrando verso la base del Quattordio. Avevo curiosato verso la parte alta dell’anfiteatro ma la cresta del Quattordio sembrava chiudersi in un incastro di rocce difficilmente superabili. Lungo i canali erano poi ben visibili crolli rocciosi ed alberi abbattuti: non sembrava molto invitante. Tuttavia i segni di passaggio dei Mufloni sembravano promettenti ed il mio desiderio di scoprire cosa ci fosse oltre si faceva insistente. Settimane più tardi, in un altra gita a cui si era aggiunto anche Gianni, avevamo a lungo discusso di come la cresta del Quattordio non fosse mai stata percorsa e come, nonostante le evidenti difficoltà, fosse un’idea intrigante. Così, tornando al presente, sono uscito di casa carico di pensieri mentre la caviglia, rigida e dolorante, cercava di disperatamente scaldarsi. “La via diretta”. Nella mia mente una strana linea rossa univa i sassi della parte bassa della valle Due Pile, rimontava la cascata del Grande Sasso Verde e risaliva il crinale affrontato con Josef e Ruggero, attraversava l’ignoto dell’anfiteatro e si ricollegava alla crestina Osa, da qui fino alla cima del Moregallo. “La via diretta”. Dovevo quindi scoprire cosa custodiva l’ignoto dell’anfiteatro alto. Risalendo il sentiero verso Sambrosera ho quindi deviato verso la casa abbattuta e preso il crinale che risale dritto per dritto verso l’anfiteatro. Il sole era caldo ed i miei passi lenti, sconsolatamente lenti. Due anni fa era tutto diverso: ci si rende conto del proprio livello solo quando lo si perde. Consapevole dei miei nuovi limiti faccio il mio solitario ingresso nell’anfiteatro rimontando alcune rocce rotte. Sono in un’angolo sconosciuto ed isolato del versante Sud del Moregallo: se mi giro alle mie spalle vedo casa, ma sono decisamente solo quassù. La testa segue il ritmo del respiro affannato e batte i suoi colpi a tradimento. Raggiungo il pinnacolo roccioso dove, con Josef e Ruggero, avevamo rimontato il crinale iniziando a scendere. Davanti a me ho solo l’ignoto e qualcosa nel profondo si agita. Non mi sento forte, anzi, a tenere banco sono soprattutto le mie debolezze. Per un attimo la mia incertezza diventa paura. Quindi respiro e, parlando da solo, pronuncio le regole a voce alta: “Andiamo solo fino alla base della muraglia. Facciamo un sopralluogo e se non ci ispira passare oltre torniamo indietro: missione finita, nessun problema, obiettivo raggiunto”. Potremmo chiamarlo il “metodo Gollum” ma ora che le mie regole di ingaggio sono state pronunciato l’inquietudine di perdere il controllo della situazione, la vera anticamera dalla paura, un po’ si acquieta. Alla base della muraglia che spezza il canale erboso ci sono due opzioni. La prima, seguita dai mufloni, rimonta sulla destra una sottile cengia di terra e sassi che rimonta la struttura rocciosa proseguendo sulla cresta della stessa. La cengia, decisamente ripida, è costellata da grossi sassi poco rassicuranti ed inoltre non conosco l’esposizione sull’altro lato di questa cresta. E’ molto probabile mi ritrovi sulla vetta dello sperone roccioso con il grande tetto alla base: decisamente una posizione vertiginosa! La seconda opzione punta alla muraglia rocciosa. Sfruttando il lato destro è possibile rimontare con facilità metà della sua altezza sfruttando poi un’albero di rubinia per avere aiuto nel vincere il tratto finale. Opto per la seconda e raggiungo l’albero di rubinia usandolo per spaccare prima sulla sinistra, entrando quindi in placca, e rimontando poi sulla destra lasciandolo alle mie spalle a modi “rete del trapezio”. Se volo, oltre la pianta, ci sono quattro/sei metri verticali che precipitano su un terrazzino pieno di sassi ammassati. La mia mente stila una lunga serie di “imprevisti e probabilità” sull’esito di un eventuale caduta. Come nota aggiuntiva riporta anche “E’ il compleanno di tuo nipote: se muori oggi rovini la festa per tutti gli anni a venire!”. Mi concentro e passo. Posso ridiscendere dalla muraglia, ma non sarebbe troppo semplice farlo, quindi ora conviene trovare una via d’uscita verso l’alto. La mia mente si agita di nuovo. E’ possibile osservare la propria mente? Non so se sia possibile ma “rilevo” che la mia testa sta facendo due cose: la prima è guardarsi intorno, sono nella parte alta dell’anfiteatro, non ho idea se vi farò mai ritorno e la mia mente sembra osservare e catalogare tutto quello che le sta intorno. Il secondo processo mentale, quasi in opposizione al primo, sembra analizzare e scartare tutto ciò che non è significativo alla ricerca di una via d’uscita. Parallelamente il mio corpo, cercando di mantenere il ritmo, continua a muoversi. Scatta quindi una strana gara tra il corpo che insiste nell’avanzare e la mente che cerca di individuare la giusta rotta. E’ una cosa decisamente curiosa, probabilmente legato a qualche istinto biologico primario. Fermarsi e guardarsi intorno, apparentemente la soluzione logica più ovvia, non sembra un’opzione plausibile: probabilmente mi arenerei in qualche movimento o in qualche pensiero. Tutto ciò che posso fare è abbassare con la respirazione il ritmo del corpo lasciando campo e tempo alla mente per decidere. Individuo due possibili e promettenti passaggi e poi scorgo qualcos’altro: un rampa franosa porta ad uno stretto diedro sulla cresta del Quattordio. Il mio schema mentale cambia ancora, forte delle due possibilità (ancora tutte da verificare) ho una linea per raggiungere la cresta, una cresta su cui forse nessuno è mai stato prima. Il piano cambia così come qualcosa nella mente e nel corpo: l’incertezza diventa una specie di eccitazione. Ci sono un sacco di sassi ammassati ed incastrati tra roccia e terra, sembra un castello di carte: mi ci infilo cercando di arrampicare sui piedi ed uso la schiena come appoggio aggiuntivo. Qualcosa cede ma avanzo bene. Con una mano afferro il bordo della cresta, ho la tentazione di alzarmi oltre, di assumere una posizione imperiosa e trionfale sulla cresta, ma la quantità di roccia fragile che mi circonda lo sconsiglia vivamente ed ho il più fondato terrore nello spingere il mio barricentro verso il vuoto sull’altro lato.  Allungo la testa e sono là, dove forse nessuno è mai stato prima. Guardo i Corni, le creste della Osa e del Cinquantenario, i canali alle spalle della Torre Marina. Conosco tutti quei luoghi ma, da quel punto di osservazione, non li avevo mai vista. “Nella vita è importante saper cambiare il proprio punto di vista”. L’inquietudine con cui ero uscito di casa è scomparsa ed al suo posto c’è qualcosa di nuovo: che sia felicità? Per un secondo lascio che la mia mente si abbuffi di immagini, poi scatto qualche foto, perchè la memoria è debole ed i piani futuri necessitano di informazioni certe. Poi, sazio, inizio la mia cauta discesa verso il canale: ora devo trovare il modo di superare la cresta più a monte e cambiare versante. Sfrutto la protezione di alcune piante rimontando in un canale verso destra. Mi allungo fino ad una sella oltre la quale trovo una breve prato in discesa alla cui base fa bella mostra di sè la palina della Cresta Osa. Sono Fuori!! I miei calcoli erano giusti: la linea de “La Via Diretta” esiste, parte dal cancello di casa mia, risale la valle Due Pile bassa fino alla cascata, rimonta il Crinale, si infila nell’anfiteatro, lo risale superando la cresta del Quattordio e si collega alla Crestina Osa fino alla Cima del Moregallo. Mille metri di avventura: ora non resta che questo vecchietto li unisca tutti insieme con una singola salita!

Davide “Birillo“ Valsecchi

Nota: la cresta del Quattordio è “zucchero e canditi”. I canditi sono i grossi ed instabili massi che la roccia fragile, lo zucchero, inspiegabilmente trattiene nel vuoto contro ogni logica di gravità.

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