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Pertichette al chiaro di Luna

Pertichette al chiaro di Luna

La primavera avanza, ormai è nell’aria. Il tempo del grande inverno è quasi passato. La neve, in cui avevamo a lungo sperato, è arrivata e se ne è già andata. Forse, come capita spesso ad Aprile, farà qualche nuova fugace apparizione, ma nulla più. Il treno è passato: forse avrei voluto godermelo ancora meglio quest’ inverno. Forse avrei voluto qualche stravagante ricordo in più e qualche bolletta del gas in meno.

Le montagne del Triangolo Lariano iniziano a spogliarsi del loro manto bianco, iniziando ad assumere i colori del Lago. Il nostro fiordo comincia a svegliarsi, a rinascere. Possiamo estraniarci dalle masse ma non dal flusso del tempo. La vita, in fondo, è una dissennata cavalcata attraverso le stagioni.

Sabato sera, inseguendo il chiarore della luna piena, ci siamo avventurati con gli sci ancora una volta al San Primo. Sulla cresta “l’unione fa la forza” e solo gli accumuli di neve sagomati dal vento resistono all’avanzata dell’erba.

Franco, Simone ed Io avanziamo con le pelli inseguendo la neve, dura, scarsa e  ghiacciata. Daniele e Giusy ci seguono da vicino a piedi. Per Simone ed i suoi Silvretta404 è la prima uscita della stagione, la prima dopo 9 anni. Gli impianti del SanPrimo sono illuminati e dall’alto, tra il buio, il chiarore della luna ed il profilo delle Grigne, sembra di essere ad Aspen o in qualche località ben più nota.

La neve, sebbene dura, pedonata ed ostica, ci accompagna fin sotto la rampa finale alla vetta. Da lì, imboscando gli sci, saliamo a piedi tra le roccette che affiorano: fino al prossimo inverno forse non si potrà più salire con gli sci alla croce.

Festeggiamo insieme la cima, beviamo un po’ di the caldo e poi iniziamo a scendere. Rimettere gli sci è una mezza punizione e le gambe urlano mentre gli sci sbacchettano tra le gobbe ghiacciate. Poi, raggiunto il “Terra Biotta”, la discesa migliora e sciare torna un piacere nonostante la nostalgia lasci riaffiorare il ricordo della “fresca” che lambiva le ginocchia.

Franco scende elegante e sicuro, io vengo a basso e Simone sopravvive alla prova. Alla fine, tutti insieme, ci ritroviamo al parcheggio. Quando la luna piena tornerà al SanPrimo la neve sarà probabilmente scomparsa: ciao “Bianca”, ti aspetteremo ancora, arrivederci!

Davide “Birillo” Valsecchi

Pertichette Svizzere

Pertichette Svizzere

Quando Dio fece il primo svizzero era molto contento di come gli era venuto e così decise di offrirgli dei doni. «Cosa vorresti avere?» gli chiese. «Delle magnifiche montagne!» E Dio gliele fece. Poi gli chiese: «Cos`altro vorresti ora?» «Dei laghi, dei freschi ruscelli e delle cascate di acqua cristallina». E Dio glieli fece. Poi gli chiese: «Ed ora? Cos`altro vorresti?» «Dei prati lussureggianti con delle vacche magnifiche che diano del buon latte!» Dio esaudì anche questa richiesta. Poi tornò sulla terra e chiese: «Sei contento di tutto quello che ti ho dato?» «Sì, mio signore!» «Come sono le vacche?» «Magnifiche!» «Ed il latte? Com`è?» «Eccellente, assaggia…» E lo svizzero diede a Dio un bicchiere di latte. «Veramente buono! E dimmi, cos`altro vorresti?» «Due franchi e cinquanta…»

La Svizzera è davvero un posto magnifico e le sue montagne sono straordinarie. Tuttavia non capisco come gli svizzeri possano definirsi un paese “neutrale” quando ti vendono una bottiglia d’acqua a 10 franchi, specie se applicano un cambio 1 a 1. Svizzeri, ve lo dico, in passato sono scoppiate guerre anche per molto meno!

“Non so, in Italia abbiamo per caso finito le montagne o consumato tutto la neve?” Nonostante abbia dovuto espatriare sono davvero contento di aver partecipato alla penultima uscita del corso di Scialpinismo della Scuola Alto Lario.

L’allegra brigata ha infatto fatto rotta verso lo Julier Pass e, superando i 2989 metri del passo dell’Agnello, ha scollinato verso Chamanna Jenatsch (2652m). Lungo il percorso gli istruttori hanno illustrato agli allievi come effettuare una stratigrafia delle neve e, più in generale, come evitare di finire nei guai compiendo scelte sbagliate.

Sabato la giornata era straordinariamente bella: nonostante il sole caldo la temperatura è rimasta bassa ed il vento contenuto. Purtroppo il giorno successivo è calata la nebbia, si è alzato il vento ed ha cominciato a nevicare. Niente di apocalittico ma qualcosa di abbastanza impegnativo per gli allievi. Le condizioni meteo hanno però impedito di salire ai 3196 metri del Surgonda. Peccato.

Chiusi nel rifugio abbiamo avuto modo di chiacchierare. “Ho girato il mondo due volte, ho parlato con tutti una volta…” Con i ragazzi, soprattutto quelli più giovani, me la sono davvero spassata facendo cagnara. Oltre a questo ho avuto l’occasione di fare una bellissima chiacchierata con Olivio, sia sulle sue salite che su alcuni aspetti della sua vita privata. Credo che il mio socio Mattia avesse assolutamente ragione: c’è davvero molto da imparare da Olivio. Negli anni ho incontrato un sacco di gente che si bea nel fregiarsi del titolo di “Istruttore”, io credo che Olly sia un ottimo “insegnante” e scoprirlo mi ha fatto davvero piacere!

Purtroppo, visto che iniziano le attività speleo, non potrò partecipare alla prossima ed ultima uscita del gruppo. Tuttavia con questa squadra mi sono trovato davvero bene e se qualcuno di loro volesse passare a trovarmi ai Corni è certamente il benvenuto! Alla prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi

Pertichette al Pian dei Cavalli

Pertichette al Pian dei Cavalli

Alle sette del mattino Stefano si ferma davanti al mio cancello, carico gli sci e partiamo. Tappa al Bione per un rendezvous con il resto della squadra e poi via, verso la Val Chiavenna. Nonostante la buona compagnia il viaggio in macchina mi sembra un eternità: sapete come sono fatto, mi piace “restare al fumo del mio camino”, specie quando ho il rammarico di aver lasciato le mie montagne imbiancate di fresco.

Quando arriviamo ad Isola la strada diventa pessima e le auto iniziano a slittare, mettersi di traverso e fermarsi in salita. “Che palle!”.  La mia misantropia vibra ancora più forte in questi casi: l’ultima volta che sono rimasto bloccato in colonna nella neve era lungo la strada che collega Leh a Srinagar, ma quello era il Kashmir e ci stava piovendo sulla testa tutta una dannata montagna!! (SecondoRound)

“Dannazione, avrei dovuto essere ai Corni invece che tra i SUV degli sfigati che sgasano salendo allo Spluga…”. Si, lo ammetto, a volte sono una persona terribile ed un tantino estremista…

Montiamo le catene, giriamo l’auto e scendiamo nuovamente ad Isola. Ci sono macchine parcheggiate ovunque e così, prendendo le pale dagli zaini, il parcheggio ce lo “scaviamo” da noi!! Attacchiamo le pelli, attacchiamo gli sci, facciamo la prova Artva e partiamo. In fondo sono poco più che un bambino: ritrovarmi ad affondare nella neve spazza via tutti i pensieri ed i malumori del mattino.

Per via della recente ed abbondante nevicata la nostra squadra punta al Pian dei Cavalli. Lungo la salita affondiamo nella fresca mentre gli istruttori della scuola spiegano agli allievi come effettuare una valutazione stratigrafica del manto nevoso e della sua storia.

Le nuvole si diradano, il cielo si fa a tratti azzurro e la luce del sole inizia a filtrare. Nonostatne il vento forte mi fermo un’istante per guardarmi intorno, per abbracciare: “Okay, Birillo, non sono i Corni ma quassù non è poi così male”.

Sulla cima del Piano, a 2176m, ci raggruppiamo insieme mentre il vento sembra intenzionato a spazzar via ogni cosa. Togliamo le pelli ed iniziamo a scendere. I più esperti tra noi giudicano la neve come “brutta”. Questo perchè è tanta ma non polverosa, perchè si affonda a volte fino alla vita e spesso ci si “infoppa” quando la resistenza della neve vince la velocità o la pendenza. Io però non sono esperto e mi diverto un casino!

Butto il peso all’indietro lasciando che le punte emergano dalla neve e scendo come un motoscafo spruzzando neve in ogni direzione! Curvo tra le piante, prendo velocità nella neve rotta per poi lanciarmi a tutta forza in quella intatta! Per circa novecento metri di dislivello ce la spassiamo sciando spensieratamente in piccoli gruppi: a volte qualcuno di noi finisce gambe all’aria, scompare sotto la neve e riemerge a fatica completamente imbiancato solo per essere nuovamente ricoperto dalle risate!

Il buon Olly, prima di concederci una bella birra, organizza una piccola esercitazione con l’Artva affinchè i corsisti facciano pratica e tengano ben a mente che lo scialpinismo a volte può essere “cagnara” ma resta una faccenda seria.

Alla fine abbiamo fatto un sacco di strada per salire in cima ad un panettone imbiancato ma, con il senno di poi, direi che ne è valsa la pena: mi sono davvero divertito!

Davide “Birillo” Valsecchi

Pertichette notturne al Corno Orientale

Pertichette notturne al Corno Orientale

Attacchi Silvretta 404 montati su sci Dynastar Vertige: se fossimo nel 1994 sarebbero il meglio della tecnologia scialpinistica ma, nel 2015, sembrano più idonei ad un museo che ad un’estemporanea e solitaria notturna nelle “terre selvagge”.

La neve si sta sciogliendo in fretta ai Corni, demolire gli sci “ufficiali” nel mezzo della stagione sarebbe davvero sciocco e così, forse un po’ azzardando, ho sfilato dalla legnaia di mio padre queste vecchie glorie.

Il piano era partire da Oneda puntando alla croce del Corno Orientale. Il primo problema era raggiungere la neve. In alto, infatti, supera abbondantemente i 40 centimetri ma a valle la strada privata, fin dove è asfaltata, viene pulita regolarmente dallo spazzaneve. Di giorno sarebbe possibile ovviare passando dal bosco, ma di notte sarebbe oltremodo complicata come scelta.

L’unica possibilità era “spallare” gli sci sull’asfalto per un 40 minuti buoni: un vero e proprio calvario con gli scarponi da Sci. Serviva cambiare approccio e così ho fatto qualche esperimento. Ho preso infatti gli scarponi d’alta quota, dei MountBlach della Scarpa, ed ho provato ad accoppiarli con i Silvretta sfruttando l’attacco per i ramponi: magia!

I Silvretta404 sono davvero un gioiello tecnologico, senza alcun’attrezzo in pochi istanti è stato infatti possibile regolare gli attacchi ed agganciare gli scarponi. Nonostante il peso ed i loro anni sono probabilmente lo strumento scialpinistico più “hard-core” che abbia mai visto.

Alle 20:30, in “prima serata”, mi avvio verso Oneda. Parcheggio davanti alla stanga, carico in spalla gli sci e parto all’attacco. Lascio spenta la frontale perchè, ormai, conosco la strada a memoria e basta la fioca luce delle stelle per salire. Poi, finito l’asfalto, finalmente la neve!

Risalgo fino al bivio della cresta dell’avvocato lungo la traccia battuta, poi taglio attraverso la neve vergine risalendo la “bianca collina” che porta verso i prati di Pianezzo: “Accidenti, che spettacolo!” Provo a scattare qualche foto ma la luce è troppo tenue: quel candido mare bianco è solo per me e per le stelle che brillano sopra i Corni! Si affonda ma “tracciare” è un assoluto piacere!

Giunto sotto il SEV ho tagliato nel lungo traverso sotto la grande parete Fasana. Con la neve quel tratto, anche per l’imponenza della roccia che sovrasta, assume un aspetto completamente diverso.

I grandi massi alla base formano colline e cunette a tratti capaci di disorientare nel buio più profondo che sembra avvolgere ogni cosa. Ci sono poi due punti in cui scarica e che richiedono attenzione. Il primo è sotto il ripido prato che risale sulla spalla destra della parete, il secondo è sotto la cengia all’uscita della via Fasana. Quest’ultima ha infatti già scaricato tracciano un’evidente slavina al lato del pilastro “Tre Ciod”.

Coperto di neve il traverso appare anche più in pendenza di quanto mi sarei aspettato: la “regola delle bacchette” di Olivio evidenzia angoli inaspettati e ragguardevoli. Non è un punto in cui fermarsi troppo a tergiversare anche se il panorama su Lecco, alle spalle della “Grande Onda”, è assolutamente mozzafiato!

Dalla bocchetta di Leura sono salito alla croce del Corno Orientale conquistando la meta che mi ero prefisso. Mentre scattavo qualche foto è successa una cosa completamente inaspettata. All’improvviso è salita dal lago una “nebbia calda” quasi invisibile: non era una foschia opaca e non sembrava un problema, sennonchè gli alberi hanno iniziato a gocciolare! Ali al culo ho suonato la ritirata perchè la “Fasana” non mi sembra affatto un buon posto dove farsi cogliere dal disgelo!!

Di nuovo sui sicuri pendii di Pianezzo mi sono goduto la discesa abbassandomi nel bosco. La soluzione imbrida, scarponi da alpinismo ed attacchi 404, è ottima in salita mentre in discesa si fa davvero più ostica. In pratica è come sciare con degli sci da fondo molto grossi: utilizzare le lamine è quasi impossibile. Se si affonda nella neve la discesa è controllabile, invece sulla neve dura la faccenda può farsi pericolosa (è molto probabile che lo sgancio di sicurezza in caso di caduta non funzioni con gli scarponi morbidi!). Scendere si scende, ma non si scia.

Nuovamente sull’asfalto ho rimesso gli sci in spalla ed ho comodamente marciato verso casa. Dieci minuti dopo mezzanotte ero a mollo nella vasca da bagno.

Nonostante abbiano ormai più di vent’anni i vecchi sci, prelevati così come erano dalla legnaia, hanno svolto egregiamente il loro compito. Anche le pelli, a dispetto di qualche grumo di colla, non mi hanno dato alcun problema. Dubito che le attrezzature più recenti possano offrire un simile grado di affidabilità ed efficienza.

Per finire vorrei ringraziare mio Padre a cui, ancora una volta, ho soffiato gli sci senza neppure chiedere permesso: grazie!

Davide “Birillo” Valsecchi

NB: come sempre ricordo che NON è buona cosa andare in montagna da soli, di notte, in inverno e con la neve utilizzando degli sci vecchi oltre vent’anni e calzature non idonee e/o testate per lo scopo. 😉 

Pertichette all’Alpe Devero

Pertichette all’Alpe Devero

«Un esperto è un uomo che ha fatto tutti gli errori che sia possibile compiere in un campo molto ristretto.» Questo è una celebre frase di Niels Bohr, fisico danese, premio Nobel per la fisica. Così, in uno sprezzante gesto altruistico che coprirà di ridicolo la mia persona, vi regalo un po’ della mia esperienza e dei miei errori.

Venerdì, infatti, ho fatto una puntata con gli sci al San Primo insieme a Mattia. Partiti alle tre del pomeriggio dagli impianti siamo arrivati comodamente in cima “navigando” a vista nella nebbia. Tolte le pelli abbiamo disceso il primo pendio per ripellare di nuovo fino al crinale che riporta sul pendio di “terra biotta”. Andavamo davvero bene e, nonostante la scarsa visibilità, la neve era davvero appagante.

Tuttavia c’era una lezione da apprendere e mi è toccato pagare pegno. Uno dei due attacchini davanti non ne voleva sapere di chiudersi e, sebbene scattasse, lo scarpone continuava a ballare staccandosi ad ogni minima sollecitazione. Io e Mattia non siamo certo di primo pelo ma con gli sci siamo fondamentalmente due principianti e così, insieme, abbiamo cercato di capire quale fosse il problema che mi inchiodava “zoppo” sulla cresta.

Prova, forca e briga ma non c’era soluzione per quell’attacco che sembrava non volerne sapere di funzionare trattenendo lo sci attaccato allo scarpone. La nebbia si è trasformata in buio ed il vento in neve: non c’era molto da fare e così, sci in spalla e frontale in testa, ho dovuto spallare al buio fino a valle ravanando nella neve sopra il ginocchio. “Fanculo Birillo! Una manciata di uscite ed hai già fatto fuori gli sci! Sei un disastro, un vero cataclisma!” Non ero esattamente felice, soprattutto perchè non c’era possibilità di ripararli in tempo per l’uscita con la scuola del giorno successivo (Mattia si è comunque divertito a sciarmi intorno!)

Quando sono rientrato a casa (fradicio, infuriato e deluso) ho provato a capire dove fosse il problema: magicamente l’attacchino ora funzionava alla perfezione! Così, FaceBook alla mano, ho scritto agli amici più esperti chiedendo lumi su cosa accidenti fosse successo. Risposta: “Era neve ad alta coesione, magari si è formato spessore tra lo sci e la ganascia all’interno della molla”.

Ovviamente io e Mattia avevano pensato alla neve o al ghiaccio: nonostante il vento avevamo pulito al meglio l’attacchino chiudendolo ed aprendolo ripetutamente senza tuttavia ottenere alcun risultato. “Ma sti cazzi! Sono sci da alpinismo, con quello che costano non possono essere progettualmente vulnerabili al freddo o alla neve!?” Invece, seppure raramente, si forma ghiaccio tra le molle o nella bossula: l’attacchino scatta ma non fa forza e non chiude bene.

Una cosa simile è successa a Giovanni sul Bianco ed Oscar, nella sua saggezza spiccia, si è limitato a dirmi “Serve sempre un accendino in tasca” (Stefano, invece, per lo più si è impegnato a sfottermi!). Non avendo esperienza, dopo un quarto d’ora di tentativi al freddo, avevamo desistito credendo fosse rotto: a saperlo avremmo affrontato il problema diversamente. Fortunatamente eravamo al San Primo e la lezione, dopo la sgambata, non la dimenticherò, soprattutto perchè in un ambiente più severo una simile sciocchezza avrebbe potuto divenire un problema serio.

Prima lezione: se l’attacchino non funziona ma non è in pezzi il problema è il ghiaccio, anche se non si vede. Seconda importante lezione: quando levi gli sci, anche solo per togliere le pelli, lascia gli attacchini chiusi perchè a mazzate li apri ma non è detto che a mazzate li richiudi!

Fortunatamente l’unica cosa scassata ero io e quindi, nonostante l’inconveniente, all’alba successiva sono riuscito a partire con Renzo e Fiorenzo alla volta dell’Alpe Devero undendoci al Corso SA1 della Scuola Alto Lario. Questi due veterani nonostante l’età sono una vera forza! Renzo quest’anno ne ha fatti 70!!

L’Alpe Devero, circondata a Nord dalla Svizzera, ad Est dall’Alpe Veglia e ad Ovest dalla Val Formazza, è un ambiente davvero imponente e suggestivo. Per due giorni ce la siamo davvero spassata mischiando lezioni teoriche, lezioni pratiche e semplici, ma inestimabili, attimi di degenero complusivo: “Spiccio” e la ciurma comasca del Trasponditore del Continuum hanno dato il meglio di sè, specie nell’affrontare stoicamente la ruvida e spartana vita da rifugio ( …che in realtà era un comodo alberghetto).

Avendo a disposizione due giorni c’è stata la possibilità di sedersi dietro ad una bella birretta cacciando balle e conoscendosi tutti un po’ meglio: davvero un bel gruppo, mi sto davvero divertendo!

Il primo giorno siamo saliti fino alla cima del Monte Cazzola (2.330) gustandoci una bella discesa attraverso il bosco dopo le previste esercitazioni con Arvta, pala e sonda. Il giorno successivo, a causa del forte vento, il manto nevoso era diventato pericoloso ed instabile limitando (se non annullando) le possibilità di salita: slavinava ovunque!

Facendo fronte alle difficoltà la nostra combriccola si è divisa in squadre dedicandosi al Cross-country su e giù per le colline della valle. Io sono nella mia “fase esplorativa” ed andarmene a zonzo piacevolmente senza meta tra la neve fresca è stato un vero e proprio spasso. Insieme ad Olly, al Fuma e a Sante ci siamo sbizzarriti vagando e tracciando liberamente le nostre linee nel bianco.

Tre uscite in tre giorni, non male per un principiante. Prossimo appuntamento in val Chiavenna. Questa “cosa” dello sci comincia a piacermi davvero!
Ciao gente! Alla prossima!

Davide “Birillo” Valsecchi

Alpe Devero

San Primo

Pertichette alla Cima di Piazzo

Pertichette alla Cima di Piazzo

Il termometro della mia vecchia “Impreza” segna -4° mentre risalgo verso il Culmine di San Pietro, il passo che collega Moggio e la val Taleggia: fa piacere vedere che da questi parti l’inverno è rimastoinverno! Prima di raggiungere il valico parcheggio in una piazzola da dove, oltre una stanga, parte la strada che conduce ad Artavaggio.

Non sono mai stato da queste parti sebbene questa zona sia fortemente legata alla storia della mia famiglia. Mio nonno materno doveva infatti diventare il custode del Rifugio Cazzaniga Merlini,  ma il giorno in cui avrebbe dovuto firmare il contratto di gestione morì, proprio mentre saliva verso il rifugio. Mia madre, che all’epoca aveva sedici anni, mi raccontò di come mentre salivano allegri attraverso la neve si accasciò all’improvviso spirando tra le sue braccia.

“Stavamo camminando in fila nella neve quando all’improvviso si fermò e per un istante si lasciò cadere all’indietro appoggiandosi a me. Credevo scherzasse ma quando l’ho guardato in viso ho capito non c’era già più. La felicità era stata troppa e l’aveva travolto”. Mia madre mi raccontò la storia solo una volta ma alcuni dettagli, come la chiesetta di Artavaggio dove ripararono aspettando i soccorsi, rimasero indelebili nella mia memoria. Purtroppo oggi anche lei è stata tradita da un destino ostile e non posso chiederle di più: per questo non mi resta altro che salire lassù e vedere di persona.

Avrei voluto portare i “Badgers” con me ma, visto che i ragazzi non erano riusciti in alcun modo ad organizzarsi, ho deciso di “piantarli in asso” ed andaraci da solo salendo con gli sci.

Il sole brilla attraverso i rami del bosco e la salita per la strada dei Penscei è lunga ma gradevole. All’attacco della strada sono parcheggiate un sacco di motoslitte che probabilmente usano la strada per salire fino ad Artavaggio. Giunto agli impianti il silenzio è infranto dal vociare dei gitanti che sbarcano innumerevoli dalla funivia. Per un istante, guardando i “cittadini armati di ciaspole” ed il loro incedere chiassoso, mi sento un po’ a disgio e fuori luogo. Poi trovo una linea un po’ più solitaria e ritrovo la mia serenità.

La cresta del Sodadura è costellata di gente incolonnata immobile: mi ricorda tanto i vecchi film western con gli indiani appostati all’orizzonte. La piana invece è enorme e la gente quasi si disperde in quel panorama bianco illuminato dal sole. Un ragazzo con gli sci d’alpinismo e l’equipaggiamento “coordinato in verde” mi supera facendo lo splendido. Gli scarponi mi fanno un po’ male e sento le vesciche formarsi sul tallone, mollo il colpo sfamando silenziosamente l’orgoglio. “Amico mio, hai la metà dei miei anni, sei sceso dalla funivia ed io sono alla mia terza uscita: lasciami un mesetto ancora per far pratica e te lo svernicio io quel sorrisetto da sfigato di città!”

Quando arrivo al rifugio Nicola, che svetta con i suoi tetti a punta sulla collina, ho un attimo di smarrimento: “Dove accidenti è il Cazzaniga?” Visto che la “benzina” sembra scarseggiare sono seriamente preoccupato di aver sbagliato strada. Poi lo vedo, abbarbicato sulla roccia come nelle fotografie. “Accidenti che bello!”.

DSCF2126Mentre mi avvicino osservo alle sue spalle la Cima di Piazzo. Faccio due conti e le energie, ora che la meta è raggiunta, sembrano riemergere. “Bhe, prima della birra facciamoci una cimetta!” Sfilo accanto al rifugio ed attacco la salita. Risalgo con calma mentre il caldo inizia a farsi sentire opprimente. Finalmente raggiungo la piccola campana semi-sepolta che segna la cima: dopo il SanPrimo questa è la mia seconda vetta con gli sci. Rido divertito: sono proprio una schiappa!

Lo spettacolo intorno invece è di tutto rispetto e le montagne mostrano il meglio di sè brillando al sole nel cielo terso. Le Grigne, il Resegone, le montagne della bergamasca ed in un angolo, all’orizzonte anche i Corni. Tolgo le pelli, infilo il casco ed inizio a scendere. Passare dalla salita alla discesa è un piccolo ma intenso trauma per le gambe. Piano piano cambio assetto e chiudo le mie curve perdendo quota. Un passaggio stretto e poi un lungo traverso verso il rifugio.

Tolgo gli sci e varco la porta. Mi guardo intorno e l’interno sembra aver piacevolmente mantenuto lo stile originale. Il rifugista è un tipo simpatico ed attacchiamo subito bottone mentre mi ingollo una mezza di birra e gazzosa mangiando un panino. Alla parete c’è una foto del rifugio che, sotto una tonda luna piena, si staglia esattamente in mezzo alle sagome della Grignetta e del Grignone. Saluto il rifugista ed all’ingresso mi fermo ancora una volta ad ammirare il Resegone. “Davvero una posizione straordinaria questo rifugio!”.

Rimetto gli sci e giù. Non capisco da che parte siano le piste e così, stufo di evitare i passanti, taglio già dritto per la neve fresca. La neve è davvero piacevole e così, quando mi ritrovo a dover fare un traveso sopra le roccette di un cliff aggrappato con entrambe le mani ad un pino, non mi preoccupo poi molto (anzi!).

Lasciato Artavaggio alle spalle riprendo la strada dei Penscei percorrendola a sci uniti come su una pista di Bob. Qualcuno mi ha detto che quella è una discesa noiosa, io da neofita posso dirvi che è assolutamente affascinante riuscire a fare più di sei chilometri senza alcuno sforzo!

La nota che descrive il tracciato riporta: Cima di Piazzo dal Culmine di San Pietro: 2057m quota massima,  +850m di dislivello, 16km di percorrenza, difficoltà PD-/S2. Suvvia, per essere un principiante alla sua prima solitaria in un territorio sconosciuto posso anche esseresoddisfatto! Il luogo è davvero bello e confesso di essere incuriosito da quel quel rifugio Rosa che si vede ad ovest, oltre le creste che si allungano alle spalle del Sodadura (che sia il Gerardi?”).

Mi piace! C’è molto da scoprire da quelle parti!

Davide “Birillo” Valsecchi

Queste invece sono alcune foto che ho scattato il giorno prima dai Piani di Bobbio

Pertichette al Sasso Nero

Pertichette al Sasso Nero

Alle mie spalle sua Maestà il Disgrazia brilla al sole mentre davanti a noi il Pizzo Scalino tiene testa al vento, spavaldo ed aguzzo come un piccolo Cervino. Ai margini della pista di Chiesa Val Malenco siamo allineati come soldatini mentre il “Fuma”, uno per uno, controlla che il nostro artva sia attivo e funzionante. Andrea, Direttore del Corso di Scialpinismo, assegna agli istruttori i gruppi sotto lo sguardo attento di Olivio, Direttore della Scuola Alto Lario.

Questa è la prima lezione pratica del corso di SA1 e tutti sono ansiosi di scoprire come andrà. Il buon “Spiccio” è assente, si è infortunato facendo bouldering. Senza il loro capo-branco il gruppetto di giovini della “compagine-comasca” è scatenato e galvanizzato dallo spettacolo bianco che ci circonda. I “bagai” hanno dai 20 ai 24 anni e solo la pazienza di Olly trattiene il loro argento vivo mentre tutti finiscono di prepararsi per il nostro assalto-sperimentale al Sasso Nero.

Sante inizia a spiegare come effettuare l’inversione, o pertichetta, rendendo possibili i cambi di direzione quando aumenta la pendenza in salita. Qualcosa riaffiora nella mia memoria ma tutti i movimenti sono da riscoprire. Le gambe si incrociano, le pelli scivolano, le racchette affondano, ma finchè si va in salita problemi non me ne faccio: il sole è caldo ed il vento spazza le creste, ma resta per lo più sull’altro versante. Non è male andarsene a zonzo tra le dune bianche!

Tutti insieme raggiungiamo l’anticima e ci prepariamo alla discesa. Via le pelli e giù, uno alla volta, tra la neve fresca. E’ la prima lezione e per questo ognuno di noi deve dare prova delle proprie capacità sciistiche. Mi muovo come un transatlantico spiaggiato ma la neve è soffice ed il mio spazza-neve sembra quello di un rompighiaccio: lento, rigido ma funzionale!

Olly mi guarda e ride: “Pensavo peggio!” Alla curva successiva sono con il culo per aria ma pare che in qualche modo il test l’abbia passato.

La squadra fa gruppo, scherziamo tutti insieme, ci godiamo la discesa ed i suoi capitomboli mentre prendiamo dimestichezza con la neve fresca. Giunti nuovamente a valle torniamo in pista: Olly e gli altri, con pazienza infinita, cercando di perfezionare la forma e dove possibile lo stile. Quello che impariamo oggi servirà la prossima volta quando il corso affronterà la sua prima vera uscita in ambiente.

Onestamente non ricordavo quanto divertente fosse sciare!

Davide “Birillo” Valsecchi


Collaudo al San Primo

Collaudo al San Primo

“Ma come accidenti li fisso gli scarponi a questi attacchi?” L’equipaggiamento da scialpinismo si è leggermente evoluto dagli anni ‘90: purtroppo Birillo no. Così, visto che mi è venuta voglia di ricominciare, ho lasciato da parte i miei vecchi attacchi Silvretta404 ed ho comprato (rigorosamente usati) degli attacchi Dynafit e dei SevenSummit del 2011. Gli scarponi sono un vetusto paio di Garmont di un amico che mi sono costati la bellezza di 25Euro.

Visto che mi piacerebbe aggregarmi alle uscite della Scuola Alto Lario era d’obbligo testare tutto l’accrocchio e verificare cosa sia rimasto delle mie qualità come sciatore. A darmi supporto come sempre il mio infaticabile socio Mattia che da qualche anno ha cominciato ad usare gli sci.

Superate le prime difficoltà (“A ma questo bottone davanti lo devo premere in salita? A bhe, pare di sì. Prima ad ogni passo perdevo lo sci!”) abbiamo cominciato a salire. Diciamocelo, salire non è poi tanto complesso. Probabilmente a piedi io e Mattia andremmo più veloci ma neppure con gli sci ci possiamo lamentare: regoliamo la talloniera, facciamo le inversioni, avanziamo verso l’alto senza troppo impiccio. “Suvvia, questa cosa di sciare me la ricordo!”

Quello che ci preoccupa invece è la discesa perchè, in verità, Mattia è ancora alle prime armi ed io non metto le punte verso il basso da oltre quindici anni. Tuttavia in scioltezza arriviamo in cresta e da lì avanziamo salendo fino alla cima. Sotto la croce stringo la mano a Mattia che ridendo mi risponde “Aspetta, fin qui è tutto facile. Il difficile comincia ora!”.

Via le pelli, casco in testa, pronti alla discesa! La neve è ventata, crostosa sopra e farinosa sotto, si affonda oltre le caviglie. “Dai Birillo, vediamo come si curva!” Forse la cima del San Primo non era il posto migliore per rispolverare la tecnica e le basi  ma con uno spazzaneve dallo stile piuttosto “brutale” inanello le prime curve e mi imposto sul traverso. Sembro una superpetroliera che scarroccia rischiando di scuffiare: scio peggio di quando avevo otto anni e sono dannatamente più delicato e pesante! Pompo sulle gambe mentre i quadricipiti femorali lanciano segnali dall’allarme e gli stinchi protestano per la scomodità degli scarponi: ma ecco un’altra curva chiusa con successo!

Io e Mattia non la smettiamo più di fare gli idioti trasudando ironia: ”Sì, Sì! La discesa, vedrai che divertimento la discesa! Proprio la parte più divertente! Oh quanto ci si diverte in discesa! Non ci si stancherebbe mai di scendere!” Mi sento come un pilota di rally al volante di uno shuttle sulle montagne russe!

Le spalle girano, il peso ondeggia, le punte sbattono ed affondano. Neve fresca: tutto indietro! Contrordine tutto in avanti che così non si gira! Centra il peso! Non affondare le punte! Nella gabina di regia il buon Birillo le prova tutte e poi, facendo di necessità virtù, comincia a riprendere dimestichezza con il movimento di “sopravvivenza”. Solo la posizione ad uovo da fermo sul piatto mi viene ancora benissimo!

Mattia si ingarella. “Qui la neve è migliore scendiamo giù dritti!!” Si affonda ma si gira e poco importa la pendenza, il mio spazzaneve sembra tenere mentre cerco di capire come gestire il peso. Finalmente arriviamo sulla pista. Tiro il fiato e riparto. Una curva, due curve, chiudo gli sci, scodinzolo, serpentina, poi vado troppo forte e tiro una virata violenta frenando sulla gamba buona: “Okay, vediamo di non esagerare!” Lezione numero uno: sulla pista è più facile.

Alla fine il collaudo è andato bene: arrugginito sono arrugginito, ma le gambe sembrano farcela a compensare la tecnica, credo che con la mia solita pragmatica spiccia me la possa cavare. Siamo gente HardCore da spazzaneve violenti, mica si scodinzola ai Corni….

Salutiamo il San Primo al tramonto: le montagne di casa, ancora una volta, sono state la culla perfetta per i nostri piccoli esperimenti!

Davide “Birillo” Valsecchi

(Olivio ed Andrea dovranno avere tanta pazienza con me! 🙂 )

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