Sotto un sole che fu

“Cose e fatti di Dolomiti Anni Trenta” di Roberto Mantovani (Rivista della Montagna 1983). Esiste nella storia dell’alpinismo italiano, un momento mitico e affascinante che si può comprendere solo se ci si avvicina a fatti e vicende di quel periodo in maniera umile, lasciando cadere i luoghi comuni della storiografia tradizionale. E’ il periodo che va dal 1929 al 1939, l’epoca d’oro del grado nelle Dolomiti, denso di avvenimenti grandissimi e a torto un po’ dimenticati. Un’epoca che a distanza di cinquant’anni esercita ancora una profonda emozione, quasi che certi vissuti odierni potessero trovare là le loro radici, il loro alimento primario.

Le avvisaglie di un grosso sommovimento nel mondo alpinistico si erano già avute nel breve periodo che precedette la Prima Guerra Mondiale. Poi gli arrampicatori della scuola di Monaco avevano dato colpi decisivi ai limiti raggiunti in precedenza, che parevano invalicabili. E furono mirabilissime imprese, prima realizzate sul calcare del Kaisergebirge e in seguito nelle Dolomiti delle Alpi occidentali.

Ma l’esplosione del fenomeno, che divenne poi movimento corale, quasi che l’lo collettivo di un universo locale, quello delle Alpi orientali, fosse stato attirato nel vortice di un’energia potentissima, si ebbe solo tra la fine degli Anni Venti e il decennio successivo, per opera di alpinisti veneti, trentini, giuliani.

E non a caso, in un periodo storico particolare, quello compreso tra le due guerre, venendo a sollevare la situazione di ristagno successivo all’esplosione delle forze distruttive, volute o subite, nel primo conflitto mondiale.

Sono i nomi grandi dell’epoca, nomi in qualche caso adoperati in maniera meschina dalla propaganda di regime, e che occorrerebbe riportare nella giusta luce, quella che permette di rendere giustizia sulla base dei fatti e delle intuizioni: Gino Soldà, Attilio Tissi, Luigi Micheluzzi, Giovanni Andrich e più tardi il fratello Alvise, Bruno Detassis, Gian Battista Vinatzer, Celso Gilberti, Emilio Comici e infine Umberto Conforto e Franco Bertoldi, la cui salita sulla parete della Marmolada d’Ombretta alla vigilia della guerra del ’40 sembra richiudere una porta per quanto riguarda l’arrampicata dolomitica.

L’ultimo itinerario del periodo, quello appena citato, è una via di montagna nel senso più severo del termine, qualcosa che simbolicamente sembra voglia far volgere lo sguardo verso ovest, verso le Alpi occidentali dove Gervasutti è ancora lontano dalla conclusione del suo discorso.

Analizzando i racconti dei protagonisti, i commenti dei ripetitori, e visualizzando gli itinerari di allora, tracciati quasi tutti su pareti aperte, scaturisce in maniera più che netta l’impressione dell’esistenza di un rapporto con la montagna che dà a pensare, soprattutto oggi, che siamo spettatori della superlibera e del free più spinto.

Insomma, al di là degli anni, si ha l’impressione di riconoscere — e non solo con l’intelletto — gli attimi di una profonda comunicazione tra gli strati più nascosti e oscuri dell’umano e l’anima della montagna. Si pensi ai lunghi tiri di corda su terreno verticale, difficile, strapiombante, qualche volta friabile, senza un chiodo, senza un rinvio. E sempre c’era la sicurezza di passare, una sicurezza interiore che quasi quasi ti fa toccare con mano l’energia di cui prima si parlava.

Il fatto curioso, al di là di quanto ci si potrebbe attendere, è che in mezzo a tutto il fiorire di imprese stupefacenti, i racconti dei protagonisti e le pagine più genuine della letteratura alpinistica dell’epoca sono molto distanti dai toni drammatici, sanguigni e di partecipazione quasi viscerale del Romanticismo tedesco. Qui c’è invece la consapevolezza di trovarsi a fare dell’alpinismo a livello altissimo con una semplicità ed umiltà che hanno dell’incredibile, se pensiamo alle strombazzate che la cultura di regime rendeva allora più che legittime.

Accanto a tutti i grandi nomi citati, ma in posizione diversa, proprio per il ruolo che si trovò a svolgere, si erge la figura di Domenico Rudatis, personaggio un po’ misterioso, spesso discusso e anche temuto. Profondo conoscitore delle filosofie orientali e del pensiero di Nietzscke, valentissimo arrampicatore, critico e studioso della storia dell’alpinismo, in una serie di appassionati articoli e di scritti esercitò un influsso decisivo nell’impulso verso la “grande arrampicata”.

Facendo convergere la dottrina taoista e il sapere nietszchiano, Rudatis arrivò a concepire l’alpinismo come un raffinato strumento per avvicinarsi, nella pura potenza dell’atto in sé, libero da scopi materiali immediati e scaturito dalla pura volontà, al centro integrale dell’Essere, all’essenza dell’lo. Nelle forze scatenate nel momento magico dell’arrampicata, nell’agire libero da ambizioni e da meschinità, liberando le forze primordiali della natura, si realizzerebbe la rottura della spirale della casualità, della crosta del mondo fenomenico, aprendo la strada alla conoscenza reale.

Nietzsche e il Karma Yoga. La potenza che spezza il velo delle apparenze e la coscienza che esperimenta la vacuità delle cose. Ma è proprio nell’arrampicata, intesa come sforzo, come pura potenza che trascende il contingente, come «dover essere», che può annidarsi la tentazione di poter giocare con il potere. E la tentazione ci fu, vuoi per l’incomprensione dei termini più genuini del messaggio o, peggio, per il tradimento del medesimo. Sta di fatto che, ad un certo punto, qualche debolezza per il potere spicciolo si inserì là dove non avrebbe dovuto penetrare. Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo in là.

È comunque vero che le idee di Rudatis portarono all’alpinismo molti giovani e, trovando l’humus adatto a germogliare, misero profonde radici. Ed è il caso dei trentini Giorgio Graffer e Renzo Videsott, ma soprattutto di Attilio Tissi, Agordino, e Giovanni Andrich, fortissimi arrampicatori attorno ai quali prese ben presto corpo un nutrito gruppo di bellunesi, tra cui figurano Checo Zanetti, Ernani Faè, Attilio Zancristoforo, Furio Bianchet, e più tardi Alvise Andrich, alpinisti che sempre si distinsero per precise scelte etiche che rifiutavano assolutamente l’artificialismo.

La tradizione del gruppo sarà poi continuata anche dal trentino Bruno Detassis, il Signore del Brenia e dal fortissimo valgardenese Giovan Battista Vinazer il quale ha legato il proprio nome a vie come quelle che percorrono la parete nord della Furchetta e la sud della Marmolada di Rocca. A lato dei bellunesi, proveniente dal cupo e misterioso mondo delle doline calcaree dell’estremero d’Italia e dalle guglie delle Alpi Giulie, bisogna riordare dare Emilio Comici, il primo vero iniziatore di quell’arrampicata artificiale che spezzò sul nascere la proibizione, il divieto maniacale e assoluto di forare la roccia che si stava imponendo. Un’arrampicata che, proprio per il tipo di rapporto a cui costringe l’alpinista che ne fa uso per tracciare una nuova via su terreno sconosciuto, può anche divenire estremamente creativa.

La sua sarà la strada che verrà poi seguita dal gruppo dei vicentini Raffaele Carlesso, Gino Soldà, Bortolo Sandri e Mario Menti, autori di magnifiche vie sullePiccole Dolomiti e sulle Dolomiti propriamente dette. In coda a tutti questi personaggi, intanto, già appare l’ombra un po’ angosciante di una perfetta macchina da arrampicare, decisa e potente, Riccardo Cassin, che getta i suoi semi tra le guglie dolomitiche, aprendo nuove vie in parallelo ai grandi itinerari di pochi anni prima, ma che correrà presto verso occidente, nel regno delle altezze e delle glaciali pareti nord dove si sarebbero giocate di lì a poco le carte decisive di quella storia che abbiamo ancora sotto agli occhi.

Nelle pagine che seguono, presentiamo due dei massimi esponenti dell’arrampicata dolomitica degli anni trenta, Bruno Detassis e Gino Soldà, già fautori delle diverse tendenze poc’anzi accennate e cerchiamo di far luce su uno degli eroi sconosciuti di quel periodo, un arrampicatore sempre rimasto nell’ombra, ingiustamente: Luigi Micheluzzi.

Emani Faè, esponente del gruppo dei bellunesi, arrampicò dapprima con i «vecchi» del gruppo e, in seguito, col più giovane Alvise Andrich, con cui aprì una via sulla parete nord ovest della P.ta Civetta in due giorni di durissima salita.

Gian Battista Vinatzer, valgardenese, è uno dei personaggi chiave della storia dell’alpinismo dolomitico degli Anni Trenta, e solo in tempi recenti è stato inquadrato nella giusta luce. Il suo nome è legato alla parete nord della Furchetta e all’itinerario aperto con Castiglioni, nel 1936, sulla parete sud della Marmolada di Rocca.

Raffaele Carlesso, vicentino, fu caposcuola nelle Piccole Dolomiti, ma realizzò anche grandissime imprese in Civetta, come la parete sud della Torre Trieste, il suo capolavoro indiscusso. Un’impresa che innalzò di gradino il livello dell’arrampicata nel gruppo. Pur essendo molto versatile in arrampicata libera, Carlesso fu tra i primi esponenti dell’artiticialismo.

Alvise Andrich, uno dei personaggi più rappresentativi degli arrampicatori bellunesi, è di 13 anni più giovane del fratello Giovanni. Fortissimo arrampicatore in libera, audace fin quasi ai limiti dell’incoscienza, portò a termine un gran numero di vie. Tra tutte, la sua impresa più famosa e bella è senz’altro la parete Ovest del la P.ta Civetta, raggiunta per la fessura di sinistra, dritta, elegante,che incide tutta la parete nella sua lunghezza.

L’agordino Giovanni Andrich, grande amico di Attilio Tissi, del quale fu spesso secondo di cordata, divenne l’artefice di una nutrita serie di successi alpinistici che risollevarono l’arrampicata italiana dallo stato di appannamento in cui era caduta dopo i grandi successi di austriaci e tedeschi. Nel 1930 portò a compimento con Tissi la prima salita italiana della via Solleder-Lettenbauer sulla parete nord ovest della P.ta Civetta.

Domenico Rudatis è il personaggio chiave per capire gli sviluppi dell’alpinismo dolomitico degli Anni. Trenta. Intellettuale, profondo conoscitore delle filosofie orientali, fu anche un valente alpinista. Arrampicò prima col trentino Renzo Videsott e poi col gruppo dei bellunesi, partecipando ad imprese di grido, come la salita al Pan di Zucchero nel 1928, lo spigolo della Busazza, e la nord ovest della Sorella di Mezzo nel 1929.

Emilio Comici è il vero iniziatore: dell’artificialismo nelle Dolomiti. Ciò che contava, per lui, oltre alla salita in sé, era il modo in cui veniva condotta, l’ascensione, lo stile, l’eleganza, dell’arrampicata, la perfezione estetica del gesto.

Riccardo Cassin, un personaggio fin troppo noto per essere presentato. Apprese le tecniche della corda e del chiodo in Grigna, in occasione di una dimostrazione di Comici; si dedicherà in seguito alle Dolomiti e alle Alpi . occidentali. Tra le sue ascensioni dolomitiche, ricordiamo la parete sud est della Piccolissima di Lavaredo, lo spigolo sud est della Torre Trieste e la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Più che uno scopritore di vie, Cassin fu comunque un grande risolutore dei problemi alpinistici del momento, pareti e spigoli sui quali si erano già infranti i tentativi di altri scalatori.


Dolomiti Anni Trenta

  • Sotto un sole che fu
    “Cose e fatti di Dolomiti Anni Trenta” di Roberto Mantovani
    (Rivista della Montagna 1983).
  • Gino Soldà
    “Un vicentino sulla Marmolada” intervista di Stefano Ardito
    (Rivista della Montagna 1983).

  • Bruno Detassis
    “Il signore del Brenta” intervista di Nanni Villani
    (Rivista della Montagna 1983)

  • Luigi Micheluzzi
    “Il primo sesto grado italiano sulle Dolomiti” di Enrico Camanni
    (La rivista della Montagna 1983).

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