Luigi Micheluzzi

“Il primo sesto grado italiano sulle Dolomiti” di Enrico Camanni (La rivista della Montagna 1982).  A lungo, e inutilmente, si è cercato di datare il primo sesto grado della storia dell’alpinismo, di quello italiano in particolare. A conti fatti penso che si tratti di un’operazione impossibile, perché sono troppi i fattori e le variabili storiche, psicologiche, soggettive e oggettive che condizionano una scalata nel momento in cui viene realizzata. Per esempio è vero che Solleder, superando nel 1925 il suo incredibile itinerario sulla parete nord ovest della Civetta, è andato probabilmente oltre ai limiti in arrampicata di quegli anni, ma molto probabilmente lo stesso Solleder e altri suoi compagni della prestigiosa Scuola di Monaco avevano già superato simili difficoltà sulle proprie pareti di casa.

L’evoluzione è troppo rapida e complessa per poter fissare delle date e delle tappe imprescindibili. Molto più produttivo e interessante si presenta, sulla base dei singoli exploit e delle singole evoluzioni, il confronto delle diverse scuole e dei diversi gruppi di arrampicatori che, nella stessa epoca storica, hanno operato in un determinato gruppo montuoso. In quest’ottica particolare si può veramente parlare di superamento dei limiti, delle inibizioni, insomma di raggiungimento del sesto grado inteso come barriera limite raggiunta in arrampicata.

Il sesto grado degli Anni Venti e Trenta coincide con la massima difficoltà ipotizzata, proprio in quel periodo storico, dall’alpinista della Scuola di Monaco Willy Welzenbach. Nello stesso periodo, in Italia, l’unico alpinista ad avere le idee veramente chiare su ciò che hanno fatto i tedeschi in roccia, e su quali livelli si stia sviluppando l’arrampicata in Dolomiti, è Domenico Rudatis, di educazione e tradizione colta cittadina. Lo stesso Emilio Comici di Trieste, che pure si era misurato con la Solleder alla Civetta (senza riuscire a passare), maturerà solo più tardi la sua chiara concezione dell’arrampicata. Siamo alla fine degli Anni Venti, quando si realizzano in brevissimo tempo le tre imprese italiane — allora poste sullo stesso livello da giornalisti specializzati come Vittorio Varale — che segneranno un passo avanti fondamentale, soprattutto a livello psicologico, perché per prime reggeranno il confronto con le pre stazioni della Scuola di Monaco. Infrangeranno insomma quella che era diventata in quegli anni la grande barriera proibita.

L’anno è il 1929, i protagonisti sono gli stessi Rudatis e Comici, oltre alla sconosciuta guida fassana Luigi Micheluzzi. Rudatis cercava apertamente di eguagliare la via di Solleder in Civetta (erano ormai quattro anni che quest’itinerario reggeva e superava il confronto con qualsiasi altra realizzazione italiana) e riuscì nel suo intento a poca distanza dalla grande parete nord ovest, salendo con Renzo Videsott e con il tedesco Leo Rittler l’altissimo spigolo ovest della Busazza; Rittler, che aveva già ripetuto la Solleder, stimò le due vie pressoché equivalenti come difficoltà.

Rudatis scrisse a Varale poco tempo dopo la salita, commentandola in questi termini: «…abbiamo posto cinque chiodi su ben 1000 metri durante la scalata, e ciò dimostra perfettamente il grado di purezza di stile. Siamo pervenuti anche noi, guide e non guide, all’estremo delle difficoltà. A constatarlo, in cordata con noi, un arrampicatore di Monaco di Baviera il quale detiene il record delle salite estremamente difficili». E ben presente, nella filosofia tedesca così come in quella di Rudatis, la rigorosa concezione di purezza di stile introdotta e testimoniata anni prima da Paul Preuss.

Durante la stessa estate Emilio Comici e Giordano Bruno Fabian salgono la parete nord ovest della Sorella di Mezzo (Tre Sorelle-Sorapis). Anche questa via eguaglia la Solleder, senza superarla. L’impresa fu reclamizzata più di ogni altra dell’epoca, anche se lo stesso Comici — a differenza di Rudatis — non osa esprimere nella relazione la definizione di sesto grado, limitandosi al termine di «estremamente difficile» con chiaro riferimento all’oggettivazione della Scala di Monaco. Il concetto è lo stesso, ma la definizione resta più generica e meno impegnativa.

L’anno successivo tutti gli alpinisti italiani saranno informati della portata delle due imprese attraverso il Bollettino del CAI. La terza realizzazione del 1929 è di gran lunga la più importante delle tre, ma passeranno anni prima che venga resa pubblica e inquadrata nel suo reale valore. Si tratta della prima salita del Pilastro sud della Marmolada di Penia, superato il 6/7 settembre dalla guida di Canazei Luigi Micheluzzi con Roberto Perathoner e Demetrio Christomannos: 550 metri di dislivello con difficoltà indubitabilmente superiori alla Solleder, passaggi di VI superiore, meno dr dieci chiodi usati su tutta la via (oggi in parete ce ne sono una cinquantina e oltre). Secondo alcuni ripetitori moderni, la Micheluzzi sarebbe dello stesso livello di difficoltà della via Soldà e della via Vinatzer aperte molti anni dopo sulla stessa parete e classificate giustamente di VI sup. Secondo altri ripetitori moderni i passaggi in arrampicata libera sarebbero ancora superiori a quelli della stessa Soldà, equivalenti a quelli della via di Vinatzer. La direttiva dell’ascensione è una linea ideale, che si svolge tutto a sinistra della grande gola che solca verticalmene la parete della Punta di Penia, con una serie quasi continua di camini e fessure, sulla stretta faccia destra del pilastro.

Dunque un exploit eccezionale, del tutto sottovalutato, che infrange una grande barriera psicologica e getta le premesse, sul finire degli Anni Venti, di quello che sarà nel decennio successivo il periodo d’oro dell’alpinismo dolomitico italiano. Micheluzzi, senza rendersene conto, aveva superato il limite degli arrampicatori tedeschi in arrampicata pura e aveva anche superato in arditezza e in purezza dell’itinerario la concezione più ardita della Scuola di Monaco; il tutto con solo sette chiodi, secondo l’etica più esemplare di Preuss.

La confusa relazione che Micheluzzi invia all’Annuario della SAT nel 1930 non rende per nulla ragione del valore della salita, per il semplice fatto che la giovane guida di Canazei era di umile cultura valligiana e non era assolutamente al corrente di tutta la complessa problematica sviluppatasi intorno ai limiti delle difficoltà in arrampicata. Nella chiusura della relazione si legge semplicemente: «La salita è difficilissima, presenta ostacoli che non possono essere superati che dalla cooperazione di al meno due esperti alpinisti».

Ma partiamo dalla situazione culturale in cui si muoveva l’alpinismo dolomitico di allora, in particolare valligiano. Sul finire degli Anni Venti, le due guide che a giudizio internazionale esprimevano le maggiori capacità erano Piaz e Dibona. Due personalità nettamente differenti: schivo, modesto e silenzioso Dibona, «un vero principe della montagna — come lo definisce argutamente l’alpinista triestino Piero Slocovich — dotato di una signorilità innata, pieno di dignità professionale e nello stesso tempo pieno di rispetto per il proprio cliente, di cui capiva immediatamente pregi e difetti»; Piaz, al contrario, estroso e stravagante, maestro non solo nell’arte di arrampicare ma anche in quella della pubblicità: ricordiamo la sua “sacrilega” traversata a corda della Guglia De Amicis, tanto per fare un esempio. Si trattava comunque «di guide venerande, che ispiravano immenso rispetto e soggezione ed esercitavano un fascino incomparabile… Ambiente fascinoso: a Cortina (dove passavano ancora giardiniere a cavalli, qualche rara macchina aperta, bianca di polvere e i torpedoni rossi, pure aperti delle SAD, che facevano in sei ore il percorso Cortina-Bolzano) di fronte all’albergo Croce di Malta, dove oggi ci sono le vetrine della CIT, c’era un grande bancone di legno dove, alla sera, sedevano le grandi guide di quelle Dolomiti: il vecchissimo Verzi (quello della Tofana e dei Cadini) con i lunghi baffoni spioventi, gialli di tabacco, l’agile e scattante Barbaria (quello del Becco di Mezzodì) e, sommo fra tutti, Angelo Dibona… Altro punto d’incontro era il Vaiolét, dominio esclusivo di Piaz, il quale dettava legge sull’uso o non uso di chiodi di assicurazione, difendeva o accusava senza pietà gli arrampicatori le cui prime erano oggetto di discussione… Questo era il mondo idilliaco in cui feci le mie prime esperienze. La folgore che lo sconvolse fu la notizia delle incredibili imprese di Solleder in Civetta e di Simon e Rossi al Pelmo. Per suscitare oggi uno choc paragonabile alla notizia della caduta della Civetta, bisognerebbe sentire che qualcuno ha fatto l’Eiger d’inverno, con una gamba sola, in solitaria!» (P. Slocovich, Cinquant’anni di Quarto grado. Riv. Mensile del CAI n. 9/1973).

È in quest’ambiente dolomitico dal sapore antico e tradizionale, dove le guide più forti sono strabiliate e annichilite di fronte alle imprese dei tedeschi, che Luigi Micheluzzi — guida lui stesso e valligiano come loro — realizza la prima salita diretta della parete sud della Marmolada. Illustre spettatore all’impresa è lo stesso Tita Piaz, che sta salendo con la contessa Scheiler di Milano lungo la via classica della sud. All’alba del 6 settembre, su proposta dell’amico alpinista Roberto Perathoner che trovandosi al rifugio Contrin ai primi di settembre aveva assistito a un ennesimo fallimento di una cordata tedesca sulla diretta della sud, Micheluzzi è già alla forcella d’Ombretta, ormai deciso a tentare la grande prima, sicuramente spinto anche lui dall’acceso spirito nazionalista del tempo. Della cordata fa parte anche Demetrio Christomannos, aggiuntosi all’ultimo momento. La determinazione psicologica di Micheluzzi è tale che la salita gli riesce di slancio, in trenta ore di arrampicata, attrezzato soltanto di martello, sette chiodi e una corda di canapa. La leggenda narra infine che egli avesse da mangiare solo una “luganega” infilata di traverso in una tasca dei pantaloni, e che questa gli sia sfuggita di tasca insieme alla pipa durante uno dei passaggi più duri. Si racconta anche che dopo il bivacco, reso molto penoso dal freddo e da un getto d’acqua gelata che scendeva dal colatoio superiore, la volontà di Perathoner si fosse incrinata al punto da far prendere in considerazione la rinuncia. Fu Micheluzzi a ristabilire il morale del gruppo, affrontando con decisione il passaggio chiave superiore, che lui stesso in seguito continuò poi a definire come «straordinariamente difficile».

Alla salita, festeggiata solo tra le guide della valle di Fassa, fece seguito un’inadeguata considerazione da parte degli alpinisti italiani e addirittura l’incredulità dei tedeschi; fino alla prima ripetizione della cordata Stòsser-Kast (già avevano più volte tentato senza successo l’impresa) che fu decisamente considerata come una prima salita dall’ambiente germanico. Qui scoppiò la decisa polemica, nella quale Tita Piaz ebbe un ruolo determinante in difesa di Micheluzzi, con memorabili arringhe che dimostrarono con gli anni l’autenticità delle dichiarazioni della guida fassana. Solo nel 1933 si giunse ad una chiara smentita da parte di una rivista specializzata tedesca che, tra l’altro, muoveva i giusti elogi agli alpinisti italiani protagonisti dell’impresa.

Micheluzzi, nato il 16 luglio del 1900 a Canazei, aveva cominciato ad arrampicare verso i 18 anni; in brevissimo tempo conobbe tutti i massicci dolomitici, ripetendo numerosi tra gli itinerari più difficili dell’epoca. Scrive Tommaso Magalotti (Una guida del sesto grado, coraggio e semplicità di Luigi Micheluzzi. Riv. Mensile del CAI nov.-dic. 1976).

«Divenne guida valentissima e molto apprezzata. La sua passione alpina, il suo mestiere, si realizzarono soprattutto sulle montagne di Fassa (nel 1935 egli aprì con Ettore Castiglioni il bellissimo itinerario sulla parete sud del Piz Ciavazes — oggi classicissimo — caratterizzata da una spettacolare traversata di 90 metri tra due fasce di strapiombi, n.d.a.), sulle Pale di San Martino, sulle Dolomiti Cortinesi, nel Gruppo del Brenta ove compì la prima ripetizione della via Preuss al Campanile Basso (impresa importantissima specie da un punto di vista psicologico, perché poco prima vi avevano perso la vita Bianchi e Prati, n.d.a.). Era una guida disponibile,

pronto ad assecondare le più disparate esigenze della sua numerosa clientela di cui — al di fuori del rango di appartenenza ed in termini di estrema chiarezza — non esitava ad enunciare qualità e difetti. Il fatto che fossero molti coloro che si rivolgevano a Micheluzzi per essere accompagnati in ascensioni o in arrampicate un po’ su tutto l’arco dolomitico, alimentò, in quella prima metà del secolo, non poche polemiche nei suoi riguardi, soprattutto da parte delle guide delle altre vallate, che lamentavano la frequente comparsa sulle montagne di casa loro, di un ‘foresto” alla cui corda erano spesso legate alte personalità sia italiane che straniere»

E ancora Slocovich ricorda: …«Negli anni 1928, 1929, 1930 arrampicai dietro al grande Micheluzzi, arrampicatore non elegante, ma estremamente dotato ed ardito, usammo questi (leggi pochissi- mi, n.d.a.) chiodi di assicurazione: uno alla fine della prima lunghezza di corda alla Preuss del Basso (stavamo facendo la prima ripetizione italiana, seconda assoluta, ed eravamo sotto l’incubo della catastrofe di Bianchi e Prati, precipitati proprio sui primi venti metri due anni prima) che non aveva naturalmente chiodi di sorta; due nella prima salita della parete del Piz Ciavazes (a destra del caminone), due nella prima salita della Nord della Roda del Mulon… Ma Micheluzzi non chiodava se non in caso estremo e aveva quel «coraggio da leone» di cui così autorevolmente parla Rudatis» (c.f.r. articolo citato).

Dunque una personalità estremamente libera e moderna, ispirata e creativa nel senso più ricco del termine. Un personaggio che non divenne mai tale, e che seppe inserirsi in modo magistrale nella storia alpinistica di quegli anni anche senza l’influenza determinante dello spirito intellettuale di un Rudatis, o di una scuola tecnica e dinamica come quella che si era formata negli anni trenta tra Belluno e Vicenza. Un montanaro legato alla sua vallata che si è trasformato in arrampicatore moderno senza aver mai avuto piena coscienza di ciò. Micheluzzi è morto, stroncato da infarto, il 18 febbraio 1976 a Canazei.


Dolomiti Anni Trenta

  • Sotto un sole che fu
    “Cose e fatti di Dolomiti Anni Trenta” di Roberto Mantovani
    (Rivista della Montagna 1983).
  • Gino Soldà
    “Un vicentino sulla Marmolada” intervista di Stefano Ardito
    (Rivista della Montagna 1983).

  • Bruno Detassis
    “Il signore del Brenta” intervista di Nanni Villani
    (Rivista della Montagna 1983)

  • Luigi Micheluzzi
    “Il primo sesto grado italiano sulle Dolomiti” di Enrico Camanni
    (La rivista della Montagna 1983).

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