Monte Rosa: atto terzo

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Quando dormo in quota il sonno è agitato dai sogni più incredibili. Alla Gnifetti, 3647m, avevo sognato di essere membro dell’equipaggio di un battello sul lago di Como. Il Capitano ed il Capo Macchina mi accordavano il permesso di imbarcarmi sul Liemba, la motonave del 1913 con cui qualche anno fa ho attraversato il Tanganika in Tanzania. Nel sogno ero felicissimo ed attraversavo il battello salutando i miei compagni di viaggio prima di partire ancora alla volta dell’Africa.

Quando la mattina mi sono risvegliato in mezzo al ghiacciaio del Lys, nel cuore del Massiccio del Monte Rosa, trovavo il sogno quantomeno curioso. I giorni successivi li avevo trascorsi alla Capanna Margherita, 4556m, bloccato in cima alla Punta Gnifetti dalla nebbia e dal vento.  Lassù i miei sogni erano stati confusi, caotici e tortuosi. Ricordo di aver visto la Terra dallo spazio osservando il sole sorgere alle sue spalle: la quota e le lunghe ore d’attesa confondevano la mia mente trascinandola in mondi incredibili.

Quando la sera ci eravamo buttati in branda il cielo era sereno e la notte sembrava promettere finalmente bel tempo. Ancora avvolto nelle coperte osservavo le prime luci dell’alba rischiarare il cielo quando un fracasso infernale ha iniziato ad animare il rifugio: l’armata rossa si era messa in moto!

Nel rifugio oltre a me e Giovanni, bloccati lassù da due giorni, c’erano i tre rifugisti e sette alpinisti russi accompagnati da una guida svizzera.  Alle cinque e mezza i più giovani del gruppo si erano equipaggiati ed avevano iniziato ad arrampicarsi sul tetto della Capanna per osservare l’alba. Abbarbicati sulle scale ghiacciate erano totalmente indifferenti ai sottostanti 2600 metri di precipizio della parete Est: urlavano entusiasti  per l’arrivo del nuovo sole mentre i rifugisti, furiosi, cercavano di convincerli a scendere urlando a loro volta.

Io, meno romanticamente, ho infilato la giacca a vento e mi sono “allongiato” ad una scala di sicurezza uscendo da una finestra. All’orizzonte solo montagne, laghi e pianure: in ogni direzione niente ci eguagliava in altitudine, nessuno in Europa era così in alto in quel momento. In tutto il nord Italia siamo stati i primi a vedere il nuovo giorno, ad ammirarne la sua possenza!!

I russi urlavano agitando le braccia al cielo ed anche io non potevo che ammirare a bocca aperta  la magnificenza che ci circondava e che per due giorni si era celata nell’ostilità della nebbia. Sotto di noi, impressionante e maestosa, correva verso valle la Cresta Signal e la Parete Est. In passato, dalle nostre montagne, avevo osservato innumerevoli albe e tramonti ammantare di rosso il Monte Rosa: quella era la prima volta che godevo di tale spettacolo direttamente dal palcoscenico!

«Andiamo Giò! Andiamo! Il giorno è nostro!» Di gran carriera abbiamo ingollato la colazione ed indossato l’equipaggiamento, dopo aver salutato tutti siamo schizzati fuori dal rifugio immergendoci nel grande bianco che finalmente risplendeva nell’azzurro del cielo.

Ovunque la neve era intatta e modellata dal vento: nessuna traccia umana aveva ancora solcato quel mare bianco!«Andiamo Giò! Andiamo! Il giorno è nostro!»

Galvanizzati da quello scenerio e forti dei due giorni di acclimatamento abbiamo attaccato la punta Zumstein (4563m) dopo aver attraversato tutta la grande piana al di sotto della Punta Gnifetti (4556) da cui eravamo scesi.

Facendoci sicurezza l’un l’altro abbiamo superato il ponte di ghiaccio sul piccolo crepaccio che da attraversa la cresta. Evitando le ampie cornici abbiamo iniziato a risalire la cresta cercando di proteggerci dalle violente raffiche di vento che si abbatevano lateralmente su di noi.

Giunti quasi alla vetta non restava che rimontare la stretta cresta camminando in equilibrio per cinque o sei metri fino a raggiungere la grande roccia su cui è posta una croce ed una madonnina.  Quando Giovanni si è fatto avanti per affrontare quel tratto obbligato di cresta il vento ci scuoteva come bandierine facendo vela sugli zaini.

Costretto a reggermi in ginocchio con la becca della picozza puntata ho urlato a Giò facendogli capire che il vento era ormai un problema. Anche lui, più avanti, non se la passava meglio cercando di trovare il tempo giusto per rimontare la cresta senza che le raffiche lo facessero cadere sull’altro lato. A distanza di sei metri l’uno dall’altro ci facciamo segno e lui ridiscende raggiungendomi. «Naaa, è vero, manca poco e niente ma con sto vento quel passaggio può diventare una rogna seria. Se quella madonnina vuole che si vada a farle visita dovrà cominciare a darsi meno arie!!»

Insieme abbiamo riso e guardandoci intorno abbiamo deciso che quello che avevamo poteva essere abbastanza, che sarebbe stato ingordigia chiedere di più dopo quanto patito nei giorni precedenti. Facendoci nuovamente sicura sul ponte di ghiaccio siamo ridiscesi nella piana sottostante ed abbiamo iniziato letterlmente a vagare: corda tesa e nodo a palla vagabondavamo senza meta attraverso il ghiacciao guidati solo dalla meraviglia della scoperta.

Vagare nel bianco: quello che giorni prima poteva diventare il nostro incubo ora era la nostra più assoluta e completa liberazione. Impagabile, bellissimo.

Davide “Birillo” Valsecchi

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