Category: Speleo

Siamo seduti sopra il più grosso sistema di grotte d’Italia ma ancora in pochi si spingono ad esplorare e scoprire le bellezze che si nascondo nell’alieno mondo sotterraneo. Io muovo i miei primi passi inq eusta disciplina e questi sono i racconti delle “uscite” in speleo ;)

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La Grotta dei Tassi

La Grotta dei Tassi

IMG_0262Mesi fa, girovagando per il Moregallo, mi sono imbattuto in una grotta di cui non conoscevo l’esistenza. Avevo esprlorato con entusiasmo quella cavità ma, sebbene avessi pubblicato la scoperta anche su Cima, il fatto non aveva avuto altro seguito. Quando domenica scorsa sono salito nuovamente al Moregallo con qualche amico ho deciso che poteva essere divertente tornare a visitare quella grotta: Borris e Sammy non ne avevano mai vista una mentre Teo, in forza al gruppo Spleo, avrebbe sicuramente gradito.

Quella che doveva essere solo una breve parentesi nella nostra lunga escursione è invece diventato il punto di inizio di una medotica ricerca. Dolfo, uno dei decani dello Speleo Club Erba (SCE), era infatti interassatissimo a quella scoperta inaspettata di cui aveva avuto vaghe infomazioni solo negli anni ’60.Dopo aver fatto il punto sulle carte il gruppo ha deciso che era opportuno effettuare un adeguato rilievo:Teo e Giusy si sono subito offerti di tornare sul Moregallo e compiere le dovute misurazioni. Purtroppo io ero a Londra e per tanto i nostri due volenterosi volontari hanno dovuto fare davvero tutto in totale indipendenza ed autonomia.

Quello che segue sono le loro fotografie ed il racconto della loro esplorazione: bravi! Ottimo lavoro!

​18 Ottobre 2015
Ore 7.28 breve briefing via sms con Giusi. Il tempo non è dei migliori​, ma decidiamo di partire ugualmente verso il Moregallo. Alle nove in punto ci incontriamo allo SCE e partiamo alla volta di Valmadrera.
Arrivati alla base del massiccio, decido di seguire la stessa via percorsa settimana scorsa con Birillo ed altri amici del TEAM BADGERS di Cima-Asso (Boris e Samuele), ovvero prendendo il sentiero “Paolo e Eliana” fino alla Bocchetta di Sambrosera per poi tagliare fuori sentiero attraverso un incantevole bosco ridipinto a nuovo dal buon vecchio Autunno.
Non nascondo qualche mia piccola perplessità nel ritrovare la grotta che Birillo ci aveva mostrato, perché comunque era la seconda volta che percorrevo quella tratta e temevo di non essere in grado di ritrovarla, quando seguo qualcuno ho il brutto vizio di non memorizzare mentalmente il percorso…
In mio aiuto avevo la traccia che io e Samuele avevamo generato con OruxMaps con l’indicazione esatta dell’ingresso della grotta e quindi ho semplicemente dovuto utilizzare l’applicazione e la mia memoria fotografica per individuare i punti principali dove i segmenti fuori percorso ci avrebbero portati al nostro obiettivo, perché il solo utilizzo di questi programmi per telefoni non ti garantisce di arrivare agli obiettivi prefissati!
Partiamo e da valle vediamo che le fitte nubi nascondono la maggior parte della cruda roccia delle montagne che ci sovrastano, per me è un Déjà vu. Avvolti da questo bianco abbraccio, ci inerpichiamo per il sentiero lungo le creste frastagliate tipiche della zona e dopo due ore e venticinque minuti di cammino, dalla fitta nebbia ecco apparire, come un miraggio, l’entrata della cavità naturale.Giusi subito rimane affascinata da quell’ingresso così notevole, ma stranamente estraneo alle realtà speleologiche della zona.
Zaini a terra e pranzo appena a sinistra dell’ingresso, sotto ad una bella parete rocciosa, dopo un paio di tazze di calda teina ci infiliamo le tute ed il casco e prepariamo il materiale per rilevare la cavità.
Io entro a cercare di portare a casa qualche scatto decente e, guardando fuori, vedo Giusi (troppo operativa) che già sta individuando i capisaldi per il lavoro che ci stiamo per apprestare a compiere: per la prima volta senza la supervisione di nessuno e dopo sole poche lezioni del corso di rilievo organizzato all’interno dello Speleo club di Erba per i soci interessati.
Finito il mio giro fotografico esco ed insieme scegliamo il Caposaldo Zero di partenza per il rilievo della cavità ipogea. Primo ed unico problema: “la volta” di ingresso centrale. Supponiamo sia alta sui 5 metri, come fare a prendere la misura esatta con un metro a bindella?
Corre in aiuto il mio marcato istinto verso l’arte dell’arrangiarsi e subito la foresta mi viene in aiuto; breve giro veloce per il sottobosco ed eccomi tornare con un bel ramo marcio da circa cinque metri pronto per essere usato come asta reggi metro (si, guardavo MacGyver!). Partiamo a fare più misure a raggiera dell’ingresso, vale la pena riportarlo sul rilievo il più fedelmente possibile perché merita davvero.
Passiamo al successivo punto mentre Giusi inizia con il disegno a mano su carta delle conformità interne e delle concrezioni, a mio avviso ne verrà fuori un gran lavoro, lei è davvero brava mentre io in queste cose non sono negato, molto di più!
Proseguiamo sempre aiutati dal bastone di MacGyver a misurare le altezze, mentre per larghezze, azimuth ed inclinazioni utilizziamo la strumentazione gentilmente prestataci da Robi e Dolfo; così facciamo fino alla fine di questa piccola, ma bellissima cavità.
Dati alla mano portiamo a casa uno sviluppo totale di 24.3 metri che partono in direzione Sud-Ovest dal Caposaldo Zero.
Usciti ci ricordiamo di posizionare la grotta dal punto di partenza di tutto il rilievo con il gps del telefono, segno il valore e mi sposto di qualche metro spegnendo il sistema per poi riaccenderlo e ripetere la misura: perfetto, il valore è identico, ci siamo!
Soddisfatti del lavoro, ci togliamo le tute e restiamo per qualche attimo a rimirare affascinati l’ingresso e l’ambiente circostante, rendendoci conto della fortuna che abbiamo a vivere da queste parti e della scelta giusta presa questa mattina mentre, vista la pioggia, abbiamo deciso di partire comunque per questa avventura.
Riprendiamo il cammino a ritroso e ritorniamo a valle, ora il Sole sta tentando di farsi spazio tra le nuvole e qua è là è un continuo affiorare e sparire di vette famigliari come Resegone e Grigna passando per il Lago fino alla cresta OSA. Che meraviglia, il Moregallo mi ha conquistato e ci ha messo ben poco!
Giunti alla macchina riprendiamo la Statale che ci riporterà verso il parcheggio dove ci eravamo ritrovati questa mattina. Ci salutiamo sottolineando la grande esperienza vissuta con grande soddisfazione e tenacia, ma un solo grandissimo punto interrogativo sovrasta le nostre teste: cosa penseranno Robi, Dolfo, Marzio, Pallino e Lele DR quando insieme presenteremo il nostro primo rilievo?
Speriamo bene!

Un ringraziamento speciale a Birillo per avermi mostrato questa grotta stupenda (ottima memoria fotografica e gran senso dell’orientamento, gran capobranco) ed agli altri della truppa della stupenda escursione dello scorso fine settimana, il buon Boris e Samuele: lupi solitari riuniti in branco.

TeoBrex

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Terzo Mondo

Terzo Mondo

«Correva l’anno 2011 quando sul versante Nord del San Primo, ancora innevato, Pierluigi Gandola scopre una serie di ‘buchi soffianti’ che sciolgono il manto nevoso. Nei giorni successivi lo Spleo Club Erba (SCE) organizza una campagna di scavo: Pier, Carlo, Pam, Emanuele, Pedro, Lontra e Giuliano si alternano nei lavori e ben presto quel piccolo buco divine lo stretto accesso che conduce alle meraviglie del “Terzo Mondo”…»

Ho ascoltato spesso i racconti di quelle giornate incredibili, di quelle strepitose esplorazioni nel cuore sconosciuto del San Primo. L’immenso Salone “Susan Boyler” e le meraviglie della “Pedemontana”. Non avevo mai visitato il Terzo Mondo e per questo mi sono aggregato alla squadra, ancora una volta guidata da Pier, che sta cercando nuovi sviluppi della grotta.

«Come da programma alle 8 ci siamo trovati al parcheggio del Rifugio Martina. Presenti: Io, Stefano M, Stefano B, Alberto B, Mattia, Pier, Serena, Birillo e Francesco. Una simpatica pioggia ci ha accompagnato per un buon tratto dell’avvicinamento, ma una volta sul posto la truppa si è preparata ed è entrata compatta dal Secondo Ingresso di Terzo Mondo. Mattia, Pier e Stefano M si sono fiondati subito verso le Tamarriadi per cercare di forzare un passaggio che avevamo visionato io e Pier una delle ultime volte. Io, Stefano B e Serena li raggiungeremo dopo aver accompagnato nella discesa Alberto e Francesco. All’uscita ci attendeva un fantastico diluvio che ci ha portati fino al Martina dove, come sempre, ci siamo rifocillati e dissetati a dovere!» (Teo Brex)

Mio fratello Keko è fresco di corso speleo ma, nonostante la poca esperienza, se la cava abbastanza bene ed è tutt’altro che intimorito dalle difficoltà a cui l’ambiente ipogeo sottopone i suoi visitatori.

Sulla via del ritorno io e lui siamo risaliti insieme affrontando con calma i pozzi. Le nostre batterie facevano i capricci e così, per fare economia di energia, spegnevamo le nostre frontali ogni volta che aspettavamo i compagni. Eravamo seduti nel vasto spazio della “Sala nera”, appoggiati insieme contro un sasso, bagnati, infangati e soli nelle profondità della terra, avvolti nell’oscurità più totale.

“Sai Keko, sono un po’ stanco. Non fisicamente, ma mentalmente. Ci sono difficoltà e situazioni che mi scuotono più di quanto dovrebbero. Faccio fatica dove non dovrei. Credo di aver bisogno di riposare, di tirare fiato”. Una confessione fraterna nel cuore della montagna. Francesco è rimasto in silenzio un secondo, poi si è acceso una sigaretta illuminandoci con una spettrale luce rossa. “Vorrei proprio vedere! Come se non bastassero il matrimonio ed il trasloco, in questo periodo stai tirando come un bastardo! Sei sempre dietro a rischiar la pelle e non contento continui a coinvolger gente, a prenderti responsabilità!”. Immobile ho allungato la mano verso quel bagliore scuro ed ho stretto la sua sigaretta tra le dita. In vita mia non ho mai fumato ed erano anni che non ne assaggiavo una. Ho assaporato una lunga boccata di fumo e l’ho lasciato scorrere verso l’alto prima di rendergli la cicca. “Sì, credo tu abbia ragione. Ma lo stress è come il fumo: è difficile smettere…”

Dopo otto ore sotto terra ci ritroviamo all’uscita della grotta, nello stretto e fangoso passaggio che conduce alla superficie. Mentre siamo incastrati, mentre strisciamo verso la luce, Mattia ha iniziato a tirarci addosso badilate di fango: quello era il suo modo di vendicarsi per aver fumato in grotta. ”Keko: tu fumi, io scavo!” Mattia è fatto così…

Sotto la pioggia battente, scendendo ormai fradici tra le felci, sghigniazziamo tutti insieme: “Conosci Mattia? Beh, se lo conosci portati la frontale: qualsiasi cosa tu faccia!” Già, perchè con lui non puoi mai avere idea di come o quando andranno a finire le cose. “…e ricordati le pile cariche!” Fa eco lui, sarcastico, poco più avanti.

Al rifugio Martina ci raggiungono Serena, il piccolo Mattia e Bruna. Indossiamo i vestiti puliti infilando quelli fradici ed infangati nei sacchettoni. Riempiamo i bicchieri di vino e ci sediamo a tavola per la cena. “Sì, credo di aver bisogno di un po’ di relax: almeno fino a domani…”

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Assalto alla Zoca d’Ass

Assalto alla Zoca d’Ass

Che gli speleo fossero gente strana ormai lo avevo capito da un pezzo, tuttavia ogni volta, nonostante sia preparato, riescono a stupirmi. Così domenica, insieme alla solita brigata di allievi, ci siamo infilati nella cantina di una cascina abbandonata e pericolante, addentrandoci nelle profondità oscure del monte Bisbino.

La volta della cantina si trasforma ben presto in una grotta ricca di “colonne” e concrezioni, una sorgente d’acqua forma un piccolo laghetto, riempiendo alcune grandi vasche artificiali. Un malconcio cartello dipinto a mano mostra un teschio e la curiosa scritta “Attenti al pericolo!”. Oltre il segnale la cantina smette di essere tale ed un pozzo di oltre 30 metri precipita in una grande ed oscura sala.

Mentre allestiamo le calate si avvicina il “Lontra”, uno degli speleo e degli esploratori più esperti nonchè membro attivo, anche in ambito internazionale, del soccorso alpino speleologico. Il Lontra è davvero uno forte, uno di quelli forti per davvero, e per questo rimango piuttosto confuso nel vederlo arrivare con una malconcia seggiola di legno appesa alla schiena a modi zaino. La cascina sopra di noi sta letteralmente contrallandoci addosso e buona parte dei pavimenti sono ormai sfondati: quella sedia è certamente un pezzo dell’arredamento. «Hey Lontra, cosa te ne fai di quella sedia?» Lui mi guarda e con lo sguardo di chi è costretto a rispondere all’ovvio mi dice semplicemente «Per le lunghe attese ai pozzi» Attacca il discensore e scompare sormione e ghignate nell’oscurità verticale. Sì, lo confermo, gli speleo sono gente strana!

Piano piano tutti i corisisti scendono oltre il pozzo infilandosi nella stretta forra che conduce alla prima grande sala del “Presepe”.Un giro tra le concrezioni e poi ci caliamo oltre, lungo uno scivolo di fango, fino al cunicolo successivo dove ci attende un’impegnativa strettoia. «Bene, allora, infili prima il braccio destro con la testa, ma lasci in braccio sinistro lungo il corpo. Ti spingi avanti piano chiudendo il costato ma continuando a respirare. Passate le spalle giri le anche e lasci sfilare il bacino. Poi, quando riesci a tirare fuori il braccio sinistro, fai seguire le gambe senza lasciare che si incastrino nella torsione».

Quando mio fratello ha iniziato il corso continuava a lamentarsi dicendio di soffrire di claustrofobia. Io continuavo a ripetergli «Guarda che poi passa, si impara a far di necessità virtù. Alla fine ci si abitua a tutto, anche a finire sotto terra». Bhe, direi che avevo ragione!

Oltre la strettoia una piccola sala sulle cui pareti fanno mostra di se le testimonianze in “nero fumo” che risalgono a quasi sessant’anni fa! Sulla via del ritorno il Lontra, ovviamente, si è accomodato sulla sua segiolla riportandola poi nuovamente fino alla superficie. «Credo di essermici affezionato a questa seggiola ormai!». Già, ve l’ho detto, sono gente strana…

Davide “Birillo” Valsecchi

“SPELEO SALMONATO” ingredienti per 4 cazzoni. Prendere 4 speleo a caso, pulirli e filettarli per bene, se necessario sciacquarli sotto un fastidioso stillicidio. Prendere i filetti di speleo così lavorati e imbustarli sottovuoto, a piacere cosparsi di polvere di carburo, sale ed erbe rare. Infilare lo speleo in busta con la giusta direzione nella strettoia ed attendere che cada alterato oltre le lame di roccia. Gustare separatamente in altra sede. Lontra – Diario Campo InGrigna!2008

Non pago della prima “scossa dal cielo” presa in grotta, la giornata doveva pur finire con un colpo di scena; così giunto alla base della Voragine, tutto mi aspettavo tranne che il violento temporale avesse innescato un rapido disgelo del nevaio e conseguente rapido movimento del materiale appoggiato. Raggiungo la corda che sale verso l’uscita ma è sepolta per qualche metro da una colata di detrito grossolano ma sciolto, la libero e quasi contemporaneamente una scarica di sassi mi mette in allerta. Nel buio una seconda molto più grossa fa molto rumore, la neve schizza e mi appiattisco alla parete al riparo di grandi macigni inamovibili. Avviso sotto ma ancora non arriva nessuno. Nei 5 minuti da solo si alternano il rumore continuo dello stillicidio e le scariche delle colate di sassi. Poi a turno ci raduniamo tutti nel luogo sicuro; le possibilità che si offrono dinanzi a noi sono due: tentare la risalita rischiando di essere colpiti dai sassi del nevaio oppure aspettare. Decidiamo di salire in obliquo, deviando la corda in uno spit esistente, in modo da restare lontani dalle scariche, che nel frattempo sembrano cessate. Salgono quindi nell’ordine Antonio, Margherita, Super e Luana…sono tranquillo, aspetto il mio turno, lo stillicidio sembra diminuito, disarmo il deviatore, salirò da ultimo partendo dal nevaio, sembra sicuro. E invece Luana, al posto di darmi libera la corda mi urla di salire il più velocemente possibile, senza fermarmi. Non la vedo, ma la sagoma dell’ingresso mi pare a tratti illuminato da un rossiccio sospetto e brontolii diffusi. Ora piove più forte, filo più corda che posso nel sacco e l’assicuro con un nodo. Il mio piano è schizzare sui primi 10-15 metri del pozzo e di recuperare sacco e corda, ho paura che il rinnovato stillicidio inneschi ulteriori frane, che ho già avuto modo di apprezzare. E’ una corsa contro il tempo, ma fila tutto liscio e guadagno quota, non molto velocemente, mi sento al sicuro e il sacco pesa con la corda fradicia. La situazione meteo però peggiora in pochi secondi, le gocce si fanno ghiaccio, diluvia; mantengo il mio ritmo ma non sembra passare mai, alzo la testa per scorgere il coniglio di partenza, ma vedo solo gocce che mi passano veloci e la grandine sul casco, qualcosa mi entra pure in bocca, sgranocchio grandine e sembra quasi piacevole. Mi mancano 15 metri, mi accuccio oscillando sotto una cengia, ma sono comunque mezzo lavato sotto le cascatelle che arrivano da ogni dove. Altro scatto, altra grandine da sgranocchiare, altra nicchia. Sembra asciutta, mi ci infilo oscillando e decido di lasciare che il peggio passi. Ci rimango 30 secondi netti, con saette e fulmini che si riflettono nella parete fradicia dell’imbocco. Poi una luce bianca e fissa si affaccia, è Antonio: “Muoviti, fai più veloce che puoi!!”. E’ segno che fuori non se la passano bene, forse sta arrivando ancora di peggio. Mi ricatapulto fuori, ri-scatto di pedalate, rigranella da masticare, mi viene in mente il Mughjito ma non mi va di riderci su… Ci sono quasi, arrivo al coniglio, le mutande sono fradice, affanno e fiatone mi piegano, passo il frazionamento, recupero il sacco, lo assicuro al coniglio e lì è ancora adesso… Guadagno l’uscita dove Antonio e Luana mi accolgono con il mio zaino e i bastoncini, qualche secondo e siamo già in marcia…Super e Margherita si sono appena avviati. Il resto è quasi piacevole, la corsa in discesa riscalda, la pioggia cala…in breve siamo al Bogani dormiente. Seminudi riattizziamo la stufa, ogni cosa è fradicia, la nostra cena si consuma all’1e30 con crostini di pane naturalmente essiccati, Rio Mare puttanata alla puttanesca e maionese. Altri temporali sferzano la nottata, è andata bene… Alla fine, ma molto alla fine, è andata bene… Lontra

Nell’abisso bianco

Nell’abisso bianco

La truppa speleo ha fatto la sua seconda esperienza sul campo alla Grotta Lino all’Alpe del Vice Re, una grotta famosa per la sua roccia bianca e per le sue delicate concrezioni. Un antro misterioso ed affascinante ricco di Maiolica, una roccia bianchissima diffusa in tutta Italia che deve il proprio nome all’Albate Stoppani ed alla tradizione lombarda dei cavatori.

Credo che il miglior modo per descrivervi l’uscita sia attraverso le parole, e lo stupore, di chi vi è entrato per la prima volta. Ecco il racconto “a caldo” di Teo “Tex” Brex:

Riemerso da poco dal ventre di Madre Natura. Che dire di oggi? La sensazione più devastante è stato senz’altro lo stupore personale nel vedere cosa si nasconde sotto le tanto amate montagne di casa, quelle dove spesso mi ritrovo a vagare.

Concrezioni incredibili, forme e disegni che nessun artista (se non appunto la Natura) sarebbe in grado di riprodurre e portare al livello di perfezione in cui si trovano.

Tecnicamente bella tosta: fango ovunque, passaggi non proprio larghi e comodi, ma non per questo impossibili e progressione su corda in pozzi di formazioni rocciose incastrate meravigliosamente tra loro.

Non è mancato nulla oggi, è vero che fuori suppongo ci sia stata una giornata favolosa, ma vi assicuro che nel cuore della Terra non lo è stata da meno.

Iniziano i solidi rapporti di squadra indispensabili quando si affrontano certi tipi di discipline, devo dire che il gruppo di corsisti 2015 dello Speleo Club Erba sta affrontando questa esperienza col coltello tra i denti, ognuno ha le proprie motivazioni e tutti siamo pronti a buttarci nel buio!

A proposito, ho avuto la fortuna di essere il primo a risalire l’ultimo pozzo, ho avuto parecchi minuti per girare un salone immenso e per starmene a contatto con la roccia per parecchio tempo nell’oscurità più incredibile: sembrava fosse viva e che tutto vibrasse intorno a me, in perfetta armonia!

Non mancano i momenti di concentrazione, ma nemmeno le grasse risate in grotta e la convivialità post uscita davanti a rinvigorenti pinte di birra!

Un’altra grande esperienza archiviata! Un personale ringraziamento a tutti gli istruttori, ai corsisti come me ed al mio MAGGIORE ispiratore SPAZIALE Luca Parmitano, colui che è stato in grado di risvegliare in me il GENE DI ULISSE!

Ce la siamo spassata anche se, come spesso capita in Lino, ci siamo mezzi-smarriti sulla via d’uscita!
Alla prossima!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Matricole nell’Oscurità 2015

Matricole nell’Oscurità 2015

Nel maggio del 1975, un anno prima che io nascessi, Marco Bomman, H.von Hartung e R.Sala davano vita allo Speleo Club Erba in seno alla locale sezione del Club Alpino Italiano. Da allora si sono susseguite generazioni di speleologi che, dedicandosi coraggiosamente all’esplorazione, hanno reso il complesso di grotte del Triangolo Lariano il più esteso in Italia ed uno dei più grandi in Europa.

Oltre a questo, proprio in questi giorni, le nuove scoperte in Grigna paiono indicare la grotta “”W le donne” come la più profonda d’Italia. Nonostante questi primati l’ esplorazione è ben lontana dall’essere conclusa ed il sottosuolo del nostro territorio si conferma “zona di frontiera”.

Per questo, con grande entusiasmo, il SEC è sempre attivo nella formazione di nuovi speleologi: c’è davvero tanto da fare e l’esplorazione attende nuove leve!

Domenica, nel solco di questa lunga e prestigiosa tradizione, si tenuta la prima uscita “sul campo” del corso di avvicinamento alla speleologia 2015. Prima destinazione una classica: la Grotta Tacchi a Zelbio.

Il gruppo, che conta una decina di allievi, ha fatto il suo primo passo nell’oscurità, attraverso la soglia che separa la superficie dai mondi nascosti. Come è andata? Bhe, qualcuno ha fatto il bagno cadendo senza danno in una pozza del fiume sotterraneo, tuttavia nel complesso tutti se la sono cavata alla grande! Bravi!

Le foto in grotta richiedono tempo e calma per essere ben realizzate, una situazione piuttosto difficile da ottenere durante un corso dove tutti continuano a muoversi puntando la luce della frontale nell’obbiettivo. Tuttavia qualche scatto, sopratutto qualche ricordo, sono riuscito a catturarlo e sono ben felice di mostrarvelo.

Alla prossima uscita!

Davide “Birillo” Valsecchi

Addestramento Speleo

Addestramento Speleo

Sabato la squadra dello SCE (SpeleoClubErba) ha portato gli allievi del Corso Speleo 2015 alla loro prima prova pratica. Le grotte lariane hanno spesso significativi sviluppi verticali, chiamati pozzi, e per questo motivo prima di porterle affrontare è necessario prendere dimestichezza con le manovre su corda.

Per farlo siamo andati in visita al Moregallo addentrandoci in alcuni “spazi” sul lago ormai dimenticati ed abbandonati: le vecchie gallerie di Parè. Le gallerie, ormai in disuso, permettono di accedere ad alcune scogliere sul lago che, adeguatamente attrezzate, sono ideali per mostrare le manovre di calata e risalita su corda, manovre che poi dovranno essere eseguite durante la progressione in grotta.

Tutta la zona è piuttosto curiosa ed è assolutamente di “frontiera” tra il SubUrban, il lago e la montagna. Per darvi l’idea: davanti ad un murales, a due passi dalla riva, ho trovato un corno di muflone.

Risalite lungo la volta della galleria o calate sotto i ponti a filo d’acqua, gli speleo ancora una volta danno prova della loro incomparabile capacità di infilarsi nei posti più strani!

La prossima uscita si inizia a fare sul serio!

Davide “Birillo” Valsecchi

Due passi in Tacchi

Due passi in Tacchi

DSCF6475“Ci serve un po’ di relax!” Con questa idea Mattia ed io abbiamo disertato il consueto appuntamento del Venerdì con le pareti dei Corni di Canzo e, complice anche il mal tempo, ci siamo rifugiati in grotta.

Le grotte sono un ambiente davvero difficile ma, se affrontate nel giusto modo, offrono la possibilità di rilassarsi come in superficie non potreste fare. Quando si arrampica, nonostante si sia legati l’uno all’altro, si finisce per passare lunghe ore stando appesi e distanti, a parlarsi solo urlando i comandi o confrontandosi quando ci si da il cambio alle soste.

In grotta la progressione è diversa e più ravvicinata, nell’assoluta quiete si riesce a chiacchierare ed anche i pozzi, le calate o le risalite, diventano momento d’incontro in cui scherzare: nel buio la luce del compagno è qualcosa da cui non si allontana quasi mai. In grotta ci si rilassa ma di certo si riposa, anzi, si fa una fatica infame!

Molto “easy” siamo andati a fare una capatina alla Tacchi, una delle due grotte a cui si accede dal centro di Zelbio. La grotta si estende per nove chilometri ma, per via dei sifoni pieni d’acqua, è possibile addentrarsi per lo più solo per il primo chilometro.

La Tacchi è la prima grotta in cui entrai con il Corso dello Speleo Club CAI Erba (SCE) e da allora non ero più tornato a visitarla. Non è una grotta particolarmente impegnativa, nel suo sviluppo (almeno quello più comune) si affrontano pochi passaggi tecnici: due calate, un traverso ed un passaggio aereo su di una profonda forra. Con il corso impiegammo una giornata intera mentre ora, con un po’ più di pratica, è possibile esplorarla comodamente nello spazio di un pomeriggio (se la conoscete e siete allenati!).

Quest’inverno la grotta è stata tuttavia protagonista di un incidente che è costato la vita ad uno speleologo valdostano e che ha richiesto l’intervento del Soccorso Alpino Speleologico. La grotta, inevitabilemente, mostra ancora tutti i segni lasciati dalle operazioni di quello che tragicamente è stato un “recupero” e non un “salvataggio”.

Come tutti hanno potuto vedere nella recente azione di soccorso compiuta dalle squadre internazionali in Germania (Grotta Riesending-Schachthöhle, Baviera) gli interventi di soccorso in grotta sono tra i più complessi e lunghi a cui il soccorso alpino deve far fronte.

Durante la nostra discesa è stato infatti possibile osservare dove sono stati attrezzati nuovi armi e dove è stato necessario intervenire per permettere il passaggio della barella. Osservare la complessità del loro operato aiuta a capire come il Soccorso Alpino meriti tutta la nostra stima e gratitudine.

Purtroppo il luogo dell’incidente racconta una storia semplice e drammatica. In un ramo della grotta scorre un piccolo torrente sotterraneo. Al nostro passaggio l’acqua era tanto scarsa che se ne sentiva solo il rumore sotto i sassi. Tutto il passaggio, soffitto compreso, mostra i segni della violenza che in quel punto può sprigionare l’acqua quando la sua portata aumenta in seguito alle piogge. La tragedia è purtroppo nata da una banale scivolata che ha fatto cadere l’uomo in un turbine d’acqua in cui non poteva trovare scampo. Anche nei reami sotterranei la vita è spesso incomprensibile ed imprevedibile: amen.

Visto che il livello dell’acqua era decisamente scarso abbiamo proseguito fino al primo sifone. Sulle sponde del lago sotterraneo ci siamo seduti a chiacchierare osservando l’acqua cristallina che si perde tra le volte e che si inabissa diventando sempre più profonda.

Nel 2012 un freddo eccezionale portò la temperatura del San Primo a -30° e i cinque sifoni si vuotarono dall’acqua che normalmente li inonda. Un evento che era stato in parte osservato solo nel 2003. I gruppi speleo si diedero da fare per cogliere l’opportunità dando vita ad un’esplorazione storica che finalmente permise di collegare la Tacchi alla Stoppani. Anche Mattia in quei giorni aveva fatto visita a quei sifoni vuote e per questo ascoltavo il suo racconto di quell’evento eccezionale.

Sulla via di ritorno siamo stati a visitare anche il sifone posto a valle. Prima di superare la forra abbiamo iniziato a sentire delle voci e poi si sono intravvisti bagliori di luce: “C’è vita!”. Sulla via del ritorno abbiamo incontrato altri tre spleo che stavano scendendo. Quando in grotta parli con qualcuno devi spegnere la frontale oppure evitare di abbagliarlo guardandolo direttamente: per questo, quasi avvolti dalle tenebre, ci siamo fermati tutti insieme a chiacchierare per un po’.

Entrati alle tre siamo usciti alle sei e mezza: un giretto in relax…

Davide “Birillo” Valsecchi

Ps:Qui trovate il racconto di uno dei protagonisti della storia congiunzione del 2012:
http://www.scintilena.com/giunzione-storica-sul-pian-del-tivano/02/12/

Area58: hieme speluncam

Area58: hieme speluncam

Lo chiamano Inverno, sopraggiunge quando la terra nel suo rivoluzionario peregrinare annuale giunge al perielio, l’apside di massima vicinanza al Sole. Eppure, nonostante questa vicinanza, l’inclinazione della rotazione giornaliera è tale da rendere le tenebre della notte preponderanti sulla luce del giorno. Vicini alla fiamma precipitiamo nel gelo: ironia e meraviglia di un universo ordinatamente caotico.

Qualcosa però sembra essere cambiato, qualche impercettibile mutamento si ripercuote attraverso i sistemi generando la macroscopica anomalia che ha inondato le nostre montagne di un’indecifrabile neve, affascinante e spaventosa nella sua mistica. L’abbiamo aspettata per un anno intero ed ora che è qui dobbiamo rifuggirne spaventati.

Nel cuore della terra l’inverno è lontano, il silenzio regna nelle tenebre. Né il giorno né la notte tracciano le regole del tempo, quaggiù nessuno dei “Profeti della Neve” deciderà cosa ti è concesso fare. Quaggiù, nelle profondità infernali, regnano solo coloro che si sono ribellati, coloro che portano luce nelle tenebre.

Indossiamo le tute e ci incamminiamo attraverso la neve cercando l’ingresso: gli stivali sprofondano ed il freddo inizia a mordere. Risaliamo attraverso il bosco e finalmente troviamo l’anonima fenditura che conduce “dentro”.  Con un SMS avvisiamo Roby e lo S.C.E. (Speleo Club Erba) della nostra uscita. Questo, per le prossime sette ore, sarà il nostro ultimo contatto con il mondo esterno: da lì in poi siamo inequivocabilmente soli.

Area58, uno degli ingressi al vasto complesso di grotte della valle del Nosê. Pozzi, calate, laghi e cascatelle: Mattia ed io siamo scesi fino alla mitica congiunzione con la Grotta Stoppani e l’Ingresso Fornitori. Qui il tracciato culmina in un percorso ad anello in cui troneggia una solitaria e magnifica stalagmite: questa delicata bellezza riposa quaggiù da secoli.

Davide “Birillo” Valsecchi

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