Category: Speleo

Siamo seduti sopra il più grosso sistema di grotte d’Italia ma ancora in pochi si spingono ad esplorare e scoprire le bellezze che si nascondo nell’alieno mondo sotterraneo. Io muovo i miei primi passi inq eusta disciplina e questi sono i racconti delle “uscite” in speleo ;)

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Il Pozzo del Bambino

Il Pozzo del Bambino

[TeoBrex] Sabato sette gennaio duemiladiciassette: è ancora buio fuori, attorno regna il silenzio, nessuna macchina per strada. Adoro l’inverno! In casa c’è trambusto ed attrezzatura ovunque, devo solo chiudere la sacca speleo e la casa per poi partire alla volta della Grigna. L’amico felino si è nascosto dentro lo zaino, lo faccio dolcemente uscire dal suo improvvisato giaciglio salutandolo, preparo tutto e parto. Abbiamo in ballo una bella esplorazione ipogea, interessante sotto molti punti di vista. Ieri mattina, purtroppo, Pier, Tiziano e Maurizio, ovvero gli uomini di punta della spedizione, comunicavano la loro assenza. Giro di telefonate e scambio di messaggi tra noi “novelli speleo” (tranne Max), non mi sembrano molto convinti i miei soci dalle risposte, dovremmo armare l’ultimo pozzo inesplorato e rilevare gli ultimi tiri della grotta, inoltre le previsioni danno almeno dieci gradi centigradi sotto lo zero e l’avvicinamento sarà lungo e sempre in ombra e gli zaini saranno carichi!

Mando uno dei miei soliti messaggi spronanti per smuovere i sentimenti della truppa sperando che sortisca l’effetto desiderato, concludo dicendo di essere in uscita in direzione Monte Boletto per una camminata defaticante e che quindi spegnerò la ricezione dati del telefono per poi riattivarli in serata al mio ritorno a casa. Si perché quando vago per monti il telefono serve solo in caso di emergenze o per fare qualche foto e non voglio essere disturbato durante le mie camminate da email o messaggi dai social, solo chiamate e gloriosi sms, come una volta. Giunto a casa arrivano i messaggi che attendevo: Teo se tu te la senti di arrivare all’ultimo pozzo, armare la partenza e scendere ad esplorare, domani si va! Vi pare che io possa non aver voglia di mettere piede in luoghi sconosciuti ed ancora inesplorati? Armiamoci e partiamo!!!

Ore 6.30 di sabato carico in macchina la “ferramenta” e parto alla volta del luogo dell’appuntamento. Il cielo invernale è forse la cosa più stupenda che esista! Lungo la strada, come sempre, mi ritrovo a rimirare le montagne che circondano i luoghi in cui vivo, ma la mia espressione non sarà la solita… Il Monte Due Mani è drammaticamente avvolto dalle fiamme, il buio rende ancora più terribile quella tragica visione. Purtroppo in queste ultime settimane molti degli amati monti della zona sono stati dati alle fiamme e la matrice sembra essere sempre dolosa. Uno scempio!

Tutti puntuali al parcheggio di Lecco-Bione: Veronica, Giusi, Serena, Giuliano Max ed io. Si parte in direzione Cainallo. Ci compattiamo cercando di usare meno vetture possibili e salendo lungo la strada iniziamo a tracciare il piano esplorativo. Suggerisco di creare due squadre formate ciascuna da tre persone. Gli unici che conoscono quasi tutta la grotta sono Giuliano e Serena, quindi propongo di formare la prima squadra composta da Giuliano, Veronica ed il sottoscritto e la seconda che entrerà in grotta da Serena, Giusi e Max.

Arrivati a destinazione, constatiamo che le previsioni meteo non hanno sbagliato nemmeno di un grado: -10°C! Scendiamo dalle auto e partiamo al volo in direzione del Rifugio Bogani per evitare di surgelare! Dopo una bella tritata di metri di dislivello eccoci accolti calorosamente (in tutti i sensi) dai gentilissimi gestori del rifugio che ci mettono in tavola grandi tazzone di thè bollente e torta fresca fatta in casa! Serena ci mostra un disegno fatto a mano da Pier per spiegarmi l’ultimo punto conosciuto della grotta da cui dovrò scendere dopo aver armato posizionando fix, piastrine, moschettoni e corda. Ci cambiamo al rassicurante e rinvigorente caldo della stufa, mi infilo il disegno nella tasca della mia nuova tuta (si, ho una tuta nuova… Chi mi conosce si farà grasse risate pensando alle condizioni di quella vecchia…) e parto con i miei compari della prima squadra. Entreremo lasciando un buon margine temporale tra un gruppo e l’altro perché i frazionamenti dei pozzi sono sulle verticali dei tiri e rischiamo seriamente di tirarci addosso dei sassi, la grotta è particolarmente “delicata”.

Arrivati all’ultimo punto esplorativo conosciuto e scoperto nelle punte precedenti, io e Veronica prepariamo trapano, piastrine, fix, maglie rapide, moschettoni e corde per armare la discesa, Max e Giuliano sistemeranno una paio di corde e di frazionamenti precedenti mentre Serena e Giusi si occuperanno di rilevare la grotta. Piazzo una piastrina, attacco la corda e mi sporgo sul bordo del pozzo pulendo e gettando di sotto i pericolosissimi sassi presenti sulla cengia di partenza. Tiro fuori il disegno di Pier per essere sicuro e comincio a valutare la situazione. Cerco la roccia migliore e la zona perfetta per forare ed armare il tiro di partenza cercando di mettere la corda il più possibile sulla verticale del pozzo. Dopo pose funanboliche nel vuoto, l’armo è pronto e la corda e tesa nel buio, ok è giunto il momento di attaccarsi e vedere se tutto tiene, scendo per primo verso l’ignoto, ora è vera esplorazione! Vado!

Scendo lentamente cercando di guardarmi attorno il più possibile smuovendo e gettando di sotto i sassi instabili presenti sulle pareti del pozzo. Arrivato su un balconcino stupendamente lavorato dall’acqua, provo a scendere ancora cercando di evitare di creare un frazionamento, ma giunto a pochi metri dal fondo mi trovo costretto a fare un cambio attrezzi su corda nel vuoto e ritornare più sopra per frazionare a parete onde evitare che la corda sfreghi pericolosamente sulle taglientissime rocce che caratterizzano il pozzo. Arrivato alla base della verticale, urlo agli altri di scendere stando molto attenti alla roccia, mi infilo in un tagliente meandro e, armando su naturale con la sola corda, scendo un saltino di un poco più di un paio di metri arrivando ad una forra molto stretta dove ritrovo una minima circolazione d’aria ed un passaggio d’acqua. Tolgo il casco e guardo oltre, la testa ci passa appena, vedo un pozzetto nero e l’acqua che si getta di sotto, ma essendo troppo stretto e non avendo intenzione di incastrarmi desisto un attimo.

Giunta Veronica valuta la situazione e decide di provare lei a spalmarsi lungo la frattura per tentare di passare. Dopo alcuni tentativi e dopo essersi tolta imbrago e ferramenta varia ha la meglio sulla frattura della forra e passa al di là trovando altri ambienti ambienti e proseguendo di qualche metro. Che strettoista! Ci descrive ciò che vede e Max la aiuta dandole consigli, mentre io comincio a recuperare la corda avanzata che servirà per la prossima punta. Giuliano, intanto, esplora un altro ramo che partiva in direzione dell’arrivo del pozzo. Guardo l’orologio e comunico agli altri che è meglio cominciare ad uscire a gruppi di due alla volta, perché da dove siamo ora il ritorno, risalendo la corda, sarà lungo e siamo in sei. Veronica vorrebbe continuare ad esplorare, ma percepisco dalla sua voce una certa incertezza nell’affrontare un laminatoio molto stretto. Le “consiglio” di tornare indietro e di prepararsi per le risalite. Incrociamo Serena e Giusi che scendono rilevando gli ultimi ambienti scoperti, comunico la mia idea per uscire e ci apprestiamo a ritornare in superficie.

Usciamo ed il freddo fuori è pungente, inoltre siamo già infreddoliti e bagnati dalla grotta, la tuta comincia a ghiacciarci addosso, ma io ormai non percepisco più nulla perché la vista di Orione stagliato nel cielo invernale, la Luna che col suo riverbero generato dalla luce del sole illumina le alte vette circostanti mi fanno sentire vivo ed in perfetta armonia con ciò che mi circonda. Velocissimi camminiamo verso il Rifugio Bogani dove in mattinata, Simona, ci aveva fatto lasciare gli zaini dietro alla stufa in modo da trovare al nostro ritorno i vestiti di ricambio caldi. Grande Simo, grazie!

Dal buio vediamo spuntare le luci delle finestre del rifugio, sappiamo cosa significa questa visione: salvezza, caldo, vestiti puliti, panini, risate e buon vino. Una squadra affiatata e vincente. Salutiamo e ringraziamo i rifugisti e ce ne torniamo al sentiero chiacchierando, ma come sempre mi capita, devo avere il mio momento di solitudine, di riflessione: distacco gli altri e comincio a scendere da solo con la frontale spenta ed accompagnato dalla Luna, è come entrare in un’altra dimensione, come connettersi completamente al cosmo. So bene che è un poco da incoscienti scendere dai sentieri della Grigna senza luci di notte, ma quando una cosa te la senti davvero, già quasi ti sembra di sapere che tutto andrà bene.

Giunto alle auto, butto lo zaino a terra e mi ci sdraio sopra attendendo gli altri, lo sguardo sempre rivolto al grande cacciatore del gelido cielo invernale. Al di là del risultato esplorativo che è senz’altro notevole ed interessante, ciò che mi ha davvero fatto piacere è stato che, nonostante l’assenza degli uomini di punta che sono un po’ come delle guide per noi, ci siamo presi le nostre responsabilità ed abbiamo portato avanti l’esplorazione di questa grotta in autonomia creando una squadra di “speleo cattivi”. Penso non sia cosa da poco, viste le condizioni meteo e la morfologia della grotta, davvero felice di esserci stato. Grazie a tutti per questa magnifica esplorazione!

E non finisce qui…
Sempre Scomodi!

Matteo “TeoBrex” Bressan

Cronache Ipogee: Abisso Monte BÜL

Cronache Ipogee: Abisso Monte BÜL

Bül_014[Articolo di TeoBrex] Il 27 dicembre Io, Lele Citterio e Stefano Bellomo ci ritroviamo puntuali alle 7.15 in Colma: dopo una colazione frugale partiamo col fuoristrada in direzione Monte Bül, sfruttando il permesso di transito. Giunti alla solita bocchetta lasciamo il mezzo, prepariamo sacche e zaini, ci avviamo verso l’ingresso dell’abisso. Alle 9 in punto entriamo: abbiamo appuntamento al Campo Base con Maurizio, Pier e Serena che sono entrati il 26 mattina.

Progressione tranquilla senza forzare troppo i ritmi, tenendo conto anche delle sacche belle cariche di provviste e materiale per passare una notte nel Mondo Di Sotto. Proseguiamo chiacchierando e ridacchiando tra un pozzo e l’altro. Questa grotta di pozzi ne ha parecchi, alcuni molto tecnici e con frazionamenti a pendolo non proprio banali, sopratutto sul Pozzo Gemelli (P40) e sul Pozzo Senza Fiato (P75).

Poco prima di mezzodì siamo alla partenza del P75 e sentiamo nettamente le voci degli altri che arrivano dal Campo che si trova tra la base del pozzo e la salita che porta al P15 prima alla Sala Dell’Oca. Come una squadra di muratori bergamaschi a mezzogiorno in punto siamo pronti a divorare il pranzo con gli altri.

Ci raccontano delle attività del giorno precedente, poco dopo Serena e Maurizio riprendono la strada di casa incominciando a risalire con calma il P75. Noi restiamo svaccati al Campo Base, il comfort ideale dell’interno ed il cibo ci mettono addosso una voglia di uscire che rientra nei numeri relativi, ma ci attendono parecchie cose da fare e mesti ci rinfiliamo le tute infangate e fredde per riprendere il nostro cammino. Ciò che resta del Bül per me ora è pura scoperta, perchè oltre il campo non sono mai stato e ciò che vedrò sarà qualcosa di inaspettato…

La sala Dell’Oca è un ambiente immenso, mi ha lasciato addosso quasi le stesse sensazioni che provai la prima volta che vidi il salone “Susan Boyler” in Terzo Mondo. Davvero senza parole davanti a tale maestosità, il Bül è ricco di ambienti imponenti ed affascinati, ma da qui in poi cambia volto e mostra il suo lato migliore, a parer mio. Giungiamo ad una “sala” densamente concrezionata, davvero una meraviglia inaspettata dopo ore ed ore di progressione su corda in pozzi e di lunghe camminate su frana. Mi fermo a scattare qualche foto con la mia povera vecchia compatta della Canon e mi avvio verso gli altri.
Eccoci arrivati al penultimo pozzo, bisogna armarlo.

Da sotto proviene un fortissimo fragore d’acqua , ma ancora non si vede nulla. Diamo uno sguardo al rilievo, una statica da 100m dovrebbe altroché bastare, Pier si lega la sacca con la corda e comincia a cercare la roccia sana sotto al fango. Armo doppio pronto e coniglio fatto: scende!

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Qualche minuto e cominciano i dubbi… Siamo proprio sicuri che le misure del rilievo siano esatte?
Dopo tre frazionamenti Pier ci annuncia di aver armato un’altra partenza doppia, perché una volta superata si è completamente nel vuoto ed il fondo è quasi impercettibile nonostante la potenza della sua frontale!
Basterà la corda?

Io e Stefano lo rassicuriamo sul fatto di aver fatto un otto alla fine della matassa, magra consolazione!
Arriva in fondo e ci dà via libera per scendere, parte Lele e lo ascolto mentre descrive ciò che vede, attacco la mia longe all’armo di partenza e mi sporgo per osservare ciò che mi aspetta e ciò che vedo è solo buio, tenebre profonde… E’ libera, vado!

Scendendo trovo alla mia destra qualche interessante finestra che si apre sul pozzo, quella da cui sgorga una bella bocca d’acqua è magnificamente lavorata, un capolavoro della Natura!!! Arrivo all’armo doppio, doppia chiave sul discensore e longe attaccata. Smonto la chiave e la rifaccio sul tiro nel vuoto, ma prima di staccarla e lasciarmi andare giù mi giro a cercare le luci di Pier e Lele…

Le voci sono distorte dalla distanza e dal fragore della cascata, fatico a comprendere ciò che dicono e le loro illuminazioni sono piccoli bagliori in un buio così profondo che sembra vivo e toccabile. Basta pensare, stacco e scendo veloce, forse troppo perchè preso dall’adrenalina di scendere completamente nel vuoto mi accorgo che il discensore diventa bollente e comincia a fumare, meglio rallentare per non danneggiare la corda!

Mi tolgo, do a Stefano il segnale per partire e raggiungo gli altri. Squadra al completo manca l’ultimo pozzo e siamo al fondo!!! Un canion magnifico scavato dalla possente forza dell’acqua, ci regala uno splendido ambiente ricco di grosse vasche e laghetti in successione intervallati da piccole cascate d’acqua cristallina. Meraviglia!

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Arriveranno alla partenza solo Pier e Stefano, perchè c’è parecchia acqua ed io e Lele non siamo attrezzati.
L’ora è tarda ed il materiale è agli sgoccioli, Pier ci racconta di qualcosa di ancora più maestoso di tutto il resto, qualcosa di tremendamente buio ed ampio, per oggi può bastare, siamo stanchi e sarebbe assurdo continuare, meglio riportare le ossa al Campo Base.

Tornando aiuto Lele facendogli da sicura, prova con Pier una piccola risalita su fango per visionare un ambiente alto. Stefano ed io ripartiamo e poco dopo le 23 siamo al caldo, Pier e Lele arriveranno verso la una dopo aver disarmato il penultimo pozzo sottodimensionato per non lasciare la corda in balia di tempo ed acqua. Risotto caldo, formaggi e dolci, poco dopo spegniamo tutto e ci infiliamo nei sacchi a pelo. Buona Notte!

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Stefano e Lele partono in mattinata, io e Pier facciamo colazione e ci concediamo altro riposo. Pranziamo e decidiamo di partire. Insaccato e preparato tutto, mi avvicino mesto alla base del “Senza Fiato” (P75), attacco al bilancino dell’imbrago le due maledette e pesantissime sacche, osservo il Campo e guardo in su cercando inutilmente di scorgere la base del pozzo, un respiro: si torna fuori.

Demoliti giungiamo all’uscita dopo averci messo molto più della discesa, ad attenderci stagliato nel cielo e già visibile dall’interno del Bül, il grande cacciatore Orione ci osserva. Stiamo andandocene e già pensiamo a quando ci torneremo.

Il fondo è alla portata della prossima punta, ma ci sono finestroni, risalite e meandri che meritano esplorazioni approfondite ed in più bisognerà ripartire dal Pozzo Gemelli e portare a casa un nuovo rilievo completo fino al fondo, sperando che il Bül abbia voglia di mostrarci qualcosa di nuovo.Abbiamo parecchia strada da fare prima di essere alle auto e lo stramaledetto zaino da 20kg si fa sentire.

Giunti in Colma volgo lo sguardo verso La Grigna, uno strano bagliore sembrava provenirgli da dietro…
Sapendo cosa sarebbe accaduto da lì a poco urlo a Pier di girarsi e di aspettare qualche secondo: la Luna sorgeva silenziosa riempiendo di luce tutte le vette. Osserviamo lo spettacolo ed il regalo di bentornati che la Natura ci ha donato. In quei momenti apprezzo appieno il significato di un grande pezzo dei Depeche Mode, uno dei miei preferiti: words are very unnecessary

Non si poteva concludere meglio un’avventura così straordinaria!
Grazie a tutto lo Speleo Club Erba
Alla Prossima

Teo Brex
Spelo Club Erba
BadgerTeam

Rapporto dagli Abissi

Rapporto dagli Abissi

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[Articolo di TeoBrex] Ultimi fine settimana intensi dal punto di vista Speleologico. Comincio dicendo, con grande orgoglio per il BADGER TEAM, che la GROTTA DEI TASSI DEL MOREGALLO è stata rilevata e messa in archivio nel Catasto Grotte della Regione Lombardia. Direi un risultato più che ottimo per la squadra!

Lo Speleo Club Erba (SCE) sta portando via tutto il tempo libero a mia disposizione, mi piacerebbe passare più tempo con voi in parete ed a spasso per il Moregallo, ma la passione e l’attrazione verso gli abissi terrestri è per me ormai una priorità. Perdonatemi!

Siamo attivi su molti fronti, in quanto questo periodo di secca prolungato ci sta dando la possibilità di progredire in alcuni rami e meandri che in questo periodo sarebbero impraticabili causa forte stillicidio se non addirittura allagamento totale di alcune zone ipogee.

Stiamo esplorando diverse aree, ma l’attenzione della mia squadra è incentrata presso il sistema carsico dell’Abisso del Monte Bül e della Grotta Guglielmo (pendici del Monte Palanzone). È una bella sensazione essere parte di questa spedizione, perché il Complesso Bül-Guglielmo ha una storia esplorativa antichissima ed ora tocca a noi aggiungere altre pagine ai gloriosi racconti del passato.

Durante le prossime festività, resteremo due o tre giorni (dipenderà dalle esplorazioni in corso) in grotta ed avremo appoggio logistico al Campo Base che abbiamo appena montato e riempito di acqua potabile, corde, piastrine e fix a -300metri di profondità ed a circa 3 ore e mezza di progressione (sostenuta) dall’uscita.
Mentre il fondo è fermo a quota -557metri in frana, quindi non proprio una cosa banale considerando la presenza di molti pozzi di cui i più profondi misurano 27, 40 e 75 metri (solo per arrivare al campo) da scendere e risalire su corda con maniglia, pedale, croll, discensore e rinvio.

Sarà una bella esperienza, speriamo che tutto vada bene, perché in grotta il minimo errore e la minina distrazione può davvero fare la differenza tra una grande esplorazione ed una tragedia.

Tornando al resto delle attività, siamo stati alla Sorgente di Fiumelatte a svuotare il sifone di un ramo fossile, ma dopo averlo attraversato con muta stagna, un nostro prode speleo ci ha avvertiti della chiusura del sifone successivo quindi addio sogni esplorativi.

Siamo stati in Val Cosia e nel Vallone di Albese per tentare una giunzione tra due grotte, per provare ad innescare un sifone pensile e per seguire una corrente d’aria in cerca di nuovi meandri, ma non abbiamo ottenuto i risultati sperati.Ma presto ci rifaremo!

Alla Prossima Avventura

TeoBrex

Foto 2015-12-12 07.33.42 p.-1 Foto 2015-12-12 07.33.50 p. Foto 2015-12-12 07.34.17 p. Foto 2015-12-12 07.34.37 p.

La Grotta dei Tassi

La Grotta dei Tassi

IMG_0262Mesi fa, girovagando per il Moregallo, mi sono imbattuto in una grotta di cui non conoscevo l’esistenza. Avevo esprlorato con entusiasmo quella cavità ma, sebbene avessi pubblicato la scoperta anche su Cima, il fatto non aveva avuto altro seguito. Quando domenica scorsa sono salito nuovamente al Moregallo con qualche amico ho deciso che poteva essere divertente tornare a visitare quella grotta: Borris e Sammy non ne avevano mai vista una mentre Teo, in forza al gruppo Spleo, avrebbe sicuramente gradito.

Quella che doveva essere solo una breve parentesi nella nostra lunga escursione è invece diventato il punto di inizio di una medotica ricerca. Dolfo, uno dei decani dello Speleo Club Erba (SCE), era infatti interassatissimo a quella scoperta inaspettata di cui aveva avuto vaghe infomazioni solo negli anni ’60.Dopo aver fatto il punto sulle carte il gruppo ha deciso che era opportuno effettuare un adeguato rilievo:Teo e Giusy si sono subito offerti di tornare sul Moregallo e compiere le dovute misurazioni. Purtroppo io ero a Londra e per tanto i nostri due volenterosi volontari hanno dovuto fare davvero tutto in totale indipendenza ed autonomia.

Quello che segue sono le loro fotografie ed il racconto della loro esplorazione: bravi! Ottimo lavoro!

​18 Ottobre 2015
Ore 7.28 breve briefing via sms con Giusi. Il tempo non è dei migliori​, ma decidiamo di partire ugualmente verso il Moregallo. Alle nove in punto ci incontriamo allo SCE e partiamo alla volta di Valmadrera.
Arrivati alla base del massiccio, decido di seguire la stessa via percorsa settimana scorsa con Birillo ed altri amici del TEAM BADGERS di Cima-Asso (Boris e Samuele), ovvero prendendo il sentiero “Paolo e Eliana” fino alla Bocchetta di Sambrosera per poi tagliare fuori sentiero attraverso un incantevole bosco ridipinto a nuovo dal buon vecchio Autunno.
Non nascondo qualche mia piccola perplessità nel ritrovare la grotta che Birillo ci aveva mostrato, perché comunque era la seconda volta che percorrevo quella tratta e temevo di non essere in grado di ritrovarla, quando seguo qualcuno ho il brutto vizio di non memorizzare mentalmente il percorso…
In mio aiuto avevo la traccia che io e Samuele avevamo generato con OruxMaps con l’indicazione esatta dell’ingresso della grotta e quindi ho semplicemente dovuto utilizzare l’applicazione e la mia memoria fotografica per individuare i punti principali dove i segmenti fuori percorso ci avrebbero portati al nostro obiettivo, perché il solo utilizzo di questi programmi per telefoni non ti garantisce di arrivare agli obiettivi prefissati!
Partiamo e da valle vediamo che le fitte nubi nascondono la maggior parte della cruda roccia delle montagne che ci sovrastano, per me è un Déjà vu. Avvolti da questo bianco abbraccio, ci inerpichiamo per il sentiero lungo le creste frastagliate tipiche della zona e dopo due ore e venticinque minuti di cammino, dalla fitta nebbia ecco apparire, come un miraggio, l’entrata della cavità naturale.Giusi subito rimane affascinata da quell’ingresso così notevole, ma stranamente estraneo alle realtà speleologiche della zona.
Zaini a terra e pranzo appena a sinistra dell’ingresso, sotto ad una bella parete rocciosa, dopo un paio di tazze di calda teina ci infiliamo le tute ed il casco e prepariamo il materiale per rilevare la cavità.
Io entro a cercare di portare a casa qualche scatto decente e, guardando fuori, vedo Giusi (troppo operativa) che già sta individuando i capisaldi per il lavoro che ci stiamo per apprestare a compiere: per la prima volta senza la supervisione di nessuno e dopo sole poche lezioni del corso di rilievo organizzato all’interno dello Speleo club di Erba per i soci interessati.
Finito il mio giro fotografico esco ed insieme scegliamo il Caposaldo Zero di partenza per il rilievo della cavità ipogea. Primo ed unico problema: “la volta” di ingresso centrale. Supponiamo sia alta sui 5 metri, come fare a prendere la misura esatta con un metro a bindella?
Corre in aiuto il mio marcato istinto verso l’arte dell’arrangiarsi e subito la foresta mi viene in aiuto; breve giro veloce per il sottobosco ed eccomi tornare con un bel ramo marcio da circa cinque metri pronto per essere usato come asta reggi metro (si, guardavo MacGyver!). Partiamo a fare più misure a raggiera dell’ingresso, vale la pena riportarlo sul rilievo il più fedelmente possibile perché merita davvero.
Passiamo al successivo punto mentre Giusi inizia con il disegno a mano su carta delle conformità interne e delle concrezioni, a mio avviso ne verrà fuori un gran lavoro, lei è davvero brava mentre io in queste cose non sono negato, molto di più!
Proseguiamo sempre aiutati dal bastone di MacGyver a misurare le altezze, mentre per larghezze, azimuth ed inclinazioni utilizziamo la strumentazione gentilmente prestataci da Robi e Dolfo; così facciamo fino alla fine di questa piccola, ma bellissima cavità.
Dati alla mano portiamo a casa uno sviluppo totale di 24.3 metri che partono in direzione Sud-Ovest dal Caposaldo Zero.
Usciti ci ricordiamo di posizionare la grotta dal punto di partenza di tutto il rilievo con il gps del telefono, segno il valore e mi sposto di qualche metro spegnendo il sistema per poi riaccenderlo e ripetere la misura: perfetto, il valore è identico, ci siamo!
Soddisfatti del lavoro, ci togliamo le tute e restiamo per qualche attimo a rimirare affascinati l’ingresso e l’ambiente circostante, rendendoci conto della fortuna che abbiamo a vivere da queste parti e della scelta giusta presa questa mattina mentre, vista la pioggia, abbiamo deciso di partire comunque per questa avventura.
Riprendiamo il cammino a ritroso e ritorniamo a valle, ora il Sole sta tentando di farsi spazio tra le nuvole e qua è là è un continuo affiorare e sparire di vette famigliari come Resegone e Grigna passando per il Lago fino alla cresta OSA. Che meraviglia, il Moregallo mi ha conquistato e ci ha messo ben poco!
Giunti alla macchina riprendiamo la Statale che ci riporterà verso il parcheggio dove ci eravamo ritrovati questa mattina. Ci salutiamo sottolineando la grande esperienza vissuta con grande soddisfazione e tenacia, ma un solo grandissimo punto interrogativo sovrasta le nostre teste: cosa penseranno Robi, Dolfo, Marzio, Pallino e Lele DR quando insieme presenteremo il nostro primo rilievo?
Speriamo bene!

Un ringraziamento speciale a Birillo per avermi mostrato questa grotta stupenda (ottima memoria fotografica e gran senso dell’orientamento, gran capobranco) ed agli altri della truppa della stupenda escursione dello scorso fine settimana, il buon Boris e Samuele: lupi solitari riuniti in branco.

TeoBrex

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Terzo Mondo

Terzo Mondo

«Correva l’anno 2011 quando sul versante Nord del San Primo, ancora innevato, Pierluigi Gandola scopre una serie di ‘buchi soffianti’ che sciolgono il manto nevoso. Nei giorni successivi lo Spleo Club Erba (SCE) organizza una campagna di scavo: Pier, Carlo, Pam, Emanuele, Pedro, Lontra e Giuliano si alternano nei lavori e ben presto quel piccolo buco divine lo stretto accesso che conduce alle meraviglie del “Terzo Mondo”…»

Ho ascoltato spesso i racconti di quelle giornate incredibili, di quelle strepitose esplorazioni nel cuore sconosciuto del San Primo. L’immenso Salone “Susan Boyler” e le meraviglie della “Pedemontana”. Non avevo mai visitato il Terzo Mondo e per questo mi sono aggregato alla squadra, ancora una volta guidata da Pier, che sta cercando nuovi sviluppi della grotta.

«Come da programma alle 8 ci siamo trovati al parcheggio del Rifugio Martina. Presenti: Io, Stefano M, Stefano B, Alberto B, Mattia, Pier, Serena, Birillo e Francesco. Una simpatica pioggia ci ha accompagnato per un buon tratto dell’avvicinamento, ma una volta sul posto la truppa si è preparata ed è entrata compatta dal Secondo Ingresso di Terzo Mondo. Mattia, Pier e Stefano M si sono fiondati subito verso le Tamarriadi per cercare di forzare un passaggio che avevamo visionato io e Pier una delle ultime volte. Io, Stefano B e Serena li raggiungeremo dopo aver accompagnato nella discesa Alberto e Francesco. All’uscita ci attendeva un fantastico diluvio che ci ha portati fino al Martina dove, come sempre, ci siamo rifocillati e dissetati a dovere!» (Teo Brex)

Mio fratello Keko è fresco di corso speleo ma, nonostante la poca esperienza, se la cava abbastanza bene ed è tutt’altro che intimorito dalle difficoltà a cui l’ambiente ipogeo sottopone i suoi visitatori.

Sulla via del ritorno io e lui siamo risaliti insieme affrontando con calma i pozzi. Le nostre batterie facevano i capricci e così, per fare economia di energia, spegnevamo le nostre frontali ogni volta che aspettavamo i compagni. Eravamo seduti nel vasto spazio della “Sala nera”, appoggiati insieme contro un sasso, bagnati, infangati e soli nelle profondità della terra, avvolti nell’oscurità più totale.

“Sai Keko, sono un po’ stanco. Non fisicamente, ma mentalmente. Ci sono difficoltà e situazioni che mi scuotono più di quanto dovrebbero. Faccio fatica dove non dovrei. Credo di aver bisogno di riposare, di tirare fiato”. Una confessione fraterna nel cuore della montagna. Francesco è rimasto in silenzio un secondo, poi si è acceso una sigaretta illuminandoci con una spettrale luce rossa. “Vorrei proprio vedere! Come se non bastassero il matrimonio ed il trasloco, in questo periodo stai tirando come un bastardo! Sei sempre dietro a rischiar la pelle e non contento continui a coinvolger gente, a prenderti responsabilità!”. Immobile ho allungato la mano verso quel bagliore scuro ed ho stretto la sua sigaretta tra le dita. In vita mia non ho mai fumato ed erano anni che non ne assaggiavo una. Ho assaporato una lunga boccata di fumo e l’ho lasciato scorrere verso l’alto prima di rendergli la cicca. “Sì, credo tu abbia ragione. Ma lo stress è come il fumo: è difficile smettere…”

Dopo otto ore sotto terra ci ritroviamo all’uscita della grotta, nello stretto e fangoso passaggio che conduce alla superficie. Mentre siamo incastrati, mentre strisciamo verso la luce, Mattia ha iniziato a tirarci addosso badilate di fango: quello era il suo modo di vendicarsi per aver fumato in grotta. ”Keko: tu fumi, io scavo!” Mattia è fatto così…

Sotto la pioggia battente, scendendo ormai fradici tra le felci, sghigniazziamo tutti insieme: “Conosci Mattia? Beh, se lo conosci portati la frontale: qualsiasi cosa tu faccia!” Già, perchè con lui non puoi mai avere idea di come o quando andranno a finire le cose. “…e ricordati le pile cariche!” Fa eco lui, sarcastico, poco più avanti.

Al rifugio Martina ci raggiungono Serena, il piccolo Mattia e Bruna. Indossiamo i vestiti puliti infilando quelli fradici ed infangati nei sacchettoni. Riempiamo i bicchieri di vino e ci sediamo a tavola per la cena. “Sì, credo di aver bisogno di un po’ di relax: almeno fino a domani…”

Davide “Birillo” Valsecchi

 

Assalto alla Zoca d’Ass

Assalto alla Zoca d’Ass

Che gli speleo fossero gente strana ormai lo avevo capito da un pezzo, tuttavia ogni volta, nonostante sia preparato, riescono a stupirmi. Così domenica, insieme alla solita brigata di allievi, ci siamo infilati nella cantina di una cascina abbandonata e pericolante, addentrandoci nelle profondità oscure del monte Bisbino.

La volta della cantina si trasforma ben presto in una grotta ricca di “colonne” e concrezioni, una sorgente d’acqua forma un piccolo laghetto, riempiendo alcune grandi vasche artificiali. Un malconcio cartello dipinto a mano mostra un teschio e la curiosa scritta “Attenti al pericolo!”. Oltre il segnale la cantina smette di essere tale ed un pozzo di oltre 30 metri precipita in una grande ed oscura sala.

Mentre allestiamo le calate si avvicina il “Lontra”, uno degli speleo e degli esploratori più esperti nonchè membro attivo, anche in ambito internazionale, del soccorso alpino speleologico. Il Lontra è davvero uno forte, uno di quelli forti per davvero, e per questo rimango piuttosto confuso nel vederlo arrivare con una malconcia seggiola di legno appesa alla schiena a modi zaino. La cascina sopra di noi sta letteralmente contrallandoci addosso e buona parte dei pavimenti sono ormai sfondati: quella sedia è certamente un pezzo dell’arredamento. «Hey Lontra, cosa te ne fai di quella sedia?» Lui mi guarda e con lo sguardo di chi è costretto a rispondere all’ovvio mi dice semplicemente «Per le lunghe attese ai pozzi» Attacca il discensore e scompare sormione e ghignate nell’oscurità verticale. Sì, lo confermo, gli speleo sono gente strana!

Piano piano tutti i corisisti scendono oltre il pozzo infilandosi nella stretta forra che conduce alla prima grande sala del “Presepe”.Un giro tra le concrezioni e poi ci caliamo oltre, lungo uno scivolo di fango, fino al cunicolo successivo dove ci attende un’impegnativa strettoia. «Bene, allora, infili prima il braccio destro con la testa, ma lasci in braccio sinistro lungo il corpo. Ti spingi avanti piano chiudendo il costato ma continuando a respirare. Passate le spalle giri le anche e lasci sfilare il bacino. Poi, quando riesci a tirare fuori il braccio sinistro, fai seguire le gambe senza lasciare che si incastrino nella torsione».

Quando mio fratello ha iniziato il corso continuava a lamentarsi dicendio di soffrire di claustrofobia. Io continuavo a ripetergli «Guarda che poi passa, si impara a far di necessità virtù. Alla fine ci si abitua a tutto, anche a finire sotto terra». Bhe, direi che avevo ragione!

Oltre la strettoia una piccola sala sulle cui pareti fanno mostra di se le testimonianze in “nero fumo” che risalgono a quasi sessant’anni fa! Sulla via del ritorno il Lontra, ovviamente, si è accomodato sulla sua segiolla riportandola poi nuovamente fino alla superficie. «Credo di essermici affezionato a questa seggiola ormai!». Già, ve l’ho detto, sono gente strana…

Davide “Birillo” Valsecchi

“SPELEO SALMONATO” ingredienti per 4 cazzoni. Prendere 4 speleo a caso, pulirli e filettarli per bene, se necessario sciacquarli sotto un fastidioso stillicidio. Prendere i filetti di speleo così lavorati e imbustarli sottovuoto, a piacere cosparsi di polvere di carburo, sale ed erbe rare. Infilare lo speleo in busta con la giusta direzione nella strettoia ed attendere che cada alterato oltre le lame di roccia. Gustare separatamente in altra sede. Lontra – Diario Campo InGrigna!2008

Non pago della prima “scossa dal cielo” presa in grotta, la giornata doveva pur finire con un colpo di scena; così giunto alla base della Voragine, tutto mi aspettavo tranne che il violento temporale avesse innescato un rapido disgelo del nevaio e conseguente rapido movimento del materiale appoggiato. Raggiungo la corda che sale verso l’uscita ma è sepolta per qualche metro da una colata di detrito grossolano ma sciolto, la libero e quasi contemporaneamente una scarica di sassi mi mette in allerta. Nel buio una seconda molto più grossa fa molto rumore, la neve schizza e mi appiattisco alla parete al riparo di grandi macigni inamovibili. Avviso sotto ma ancora non arriva nessuno. Nei 5 minuti da solo si alternano il rumore continuo dello stillicidio e le scariche delle colate di sassi. Poi a turno ci raduniamo tutti nel luogo sicuro; le possibilità che si offrono dinanzi a noi sono due: tentare la risalita rischiando di essere colpiti dai sassi del nevaio oppure aspettare. Decidiamo di salire in obliquo, deviando la corda in uno spit esistente, in modo da restare lontani dalle scariche, che nel frattempo sembrano cessate. Salgono quindi nell’ordine Antonio, Margherita, Super e Luana…sono tranquillo, aspetto il mio turno, lo stillicidio sembra diminuito, disarmo il deviatore, salirò da ultimo partendo dal nevaio, sembra sicuro. E invece Luana, al posto di darmi libera la corda mi urla di salire il più velocemente possibile, senza fermarmi. Non la vedo, ma la sagoma dell’ingresso mi pare a tratti illuminato da un rossiccio sospetto e brontolii diffusi. Ora piove più forte, filo più corda che posso nel sacco e l’assicuro con un nodo. Il mio piano è schizzare sui primi 10-15 metri del pozzo e di recuperare sacco e corda, ho paura che il rinnovato stillicidio inneschi ulteriori frane, che ho già avuto modo di apprezzare. E’ una corsa contro il tempo, ma fila tutto liscio e guadagno quota, non molto velocemente, mi sento al sicuro e il sacco pesa con la corda fradicia. La situazione meteo però peggiora in pochi secondi, le gocce si fanno ghiaccio, diluvia; mantengo il mio ritmo ma non sembra passare mai, alzo la testa per scorgere il coniglio di partenza, ma vedo solo gocce che mi passano veloci e la grandine sul casco, qualcosa mi entra pure in bocca, sgranocchio grandine e sembra quasi piacevole. Mi mancano 15 metri, mi accuccio oscillando sotto una cengia, ma sono comunque mezzo lavato sotto le cascatelle che arrivano da ogni dove. Altro scatto, altra grandine da sgranocchiare, altra nicchia. Sembra asciutta, mi ci infilo oscillando e decido di lasciare che il peggio passi. Ci rimango 30 secondi netti, con saette e fulmini che si riflettono nella parete fradicia dell’imbocco. Poi una luce bianca e fissa si affaccia, è Antonio: “Muoviti, fai più veloce che puoi!!”. E’ segno che fuori non se la passano bene, forse sta arrivando ancora di peggio. Mi ricatapulto fuori, ri-scatto di pedalate, rigranella da masticare, mi viene in mente il Mughjito ma non mi va di riderci su… Ci sono quasi, arrivo al coniglio, le mutande sono fradice, affanno e fiatone mi piegano, passo il frazionamento, recupero il sacco, lo assicuro al coniglio e lì è ancora adesso… Guadagno l’uscita dove Antonio e Luana mi accolgono con il mio zaino e i bastoncini, qualche secondo e siamo già in marcia…Super e Margherita si sono appena avviati. Il resto è quasi piacevole, la corsa in discesa riscalda, la pioggia cala…in breve siamo al Bogani dormiente. Seminudi riattizziamo la stufa, ogni cosa è fradicia, la nostra cena si consuma all’1e30 con crostini di pane naturalmente essiccati, Rio Mare puttanata alla puttanesca e maionese. Altri temporali sferzano la nottata, è andata bene… Alla fine, ma molto alla fine, è andata bene… Lontra

Nell’abisso bianco

Nell’abisso bianco

La truppa speleo ha fatto la sua seconda esperienza sul campo alla Grotta Lino all’Alpe del Vice Re, una grotta famosa per la sua roccia bianca e per le sue delicate concrezioni. Un antro misterioso ed affascinante ricco di Maiolica, una roccia bianchissima diffusa in tutta Italia che deve il proprio nome all’Albate Stoppani ed alla tradizione lombarda dei cavatori.

Credo che il miglior modo per descrivervi l’uscita sia attraverso le parole, e lo stupore, di chi vi è entrato per la prima volta. Ecco il racconto “a caldo” di Teo “Tex” Brex:

Riemerso da poco dal ventre di Madre Natura. Che dire di oggi? La sensazione più devastante è stato senz’altro lo stupore personale nel vedere cosa si nasconde sotto le tanto amate montagne di casa, quelle dove spesso mi ritrovo a vagare.

Concrezioni incredibili, forme e disegni che nessun artista (se non appunto la Natura) sarebbe in grado di riprodurre e portare al livello di perfezione in cui si trovano.

Tecnicamente bella tosta: fango ovunque, passaggi non proprio larghi e comodi, ma non per questo impossibili e progressione su corda in pozzi di formazioni rocciose incastrate meravigliosamente tra loro.

Non è mancato nulla oggi, è vero che fuori suppongo ci sia stata una giornata favolosa, ma vi assicuro che nel cuore della Terra non lo è stata da meno.

Iniziano i solidi rapporti di squadra indispensabili quando si affrontano certi tipi di discipline, devo dire che il gruppo di corsisti 2015 dello Speleo Club Erba sta affrontando questa esperienza col coltello tra i denti, ognuno ha le proprie motivazioni e tutti siamo pronti a buttarci nel buio!

A proposito, ho avuto la fortuna di essere il primo a risalire l’ultimo pozzo, ho avuto parecchi minuti per girare un salone immenso e per starmene a contatto con la roccia per parecchio tempo nell’oscurità più incredibile: sembrava fosse viva e che tutto vibrasse intorno a me, in perfetta armonia!

Non mancano i momenti di concentrazione, ma nemmeno le grasse risate in grotta e la convivialità post uscita davanti a rinvigorenti pinte di birra!

Un’altra grande esperienza archiviata! Un personale ringraziamento a tutti gli istruttori, ai corsisti come me ed al mio MAGGIORE ispiratore SPAZIALE Luca Parmitano, colui che è stato in grado di risvegliare in me il GENE DI ULISSE!

Ce la siamo spassata anche se, come spesso capita in Lino, ci siamo mezzi-smarriti sulla via d’uscita!
Alla prossima!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Matricole nell’Oscurità 2015

Matricole nell’Oscurità 2015

Nel maggio del 1975, un anno prima che io nascessi, Marco Bomman, H.von Hartung e R.Sala davano vita allo Speleo Club Erba in seno alla locale sezione del Club Alpino Italiano. Da allora si sono susseguite generazioni di speleologi che, dedicandosi coraggiosamente all’esplorazione, hanno reso il complesso di grotte del Triangolo Lariano il più esteso in Italia ed uno dei più grandi in Europa.

Oltre a questo, proprio in questi giorni, le nuove scoperte in Grigna paiono indicare la grotta “”W le donne” come la più profonda d’Italia. Nonostante questi primati l’ esplorazione è ben lontana dall’essere conclusa ed il sottosuolo del nostro territorio si conferma “zona di frontiera”.

Per questo, con grande entusiasmo, il SEC è sempre attivo nella formazione di nuovi speleologi: c’è davvero tanto da fare e l’esplorazione attende nuove leve!

Domenica, nel solco di questa lunga e prestigiosa tradizione, si tenuta la prima uscita “sul campo” del corso di avvicinamento alla speleologia 2015. Prima destinazione una classica: la Grotta Tacchi a Zelbio.

Il gruppo, che conta una decina di allievi, ha fatto il suo primo passo nell’oscurità, attraverso la soglia che separa la superficie dai mondi nascosti. Come è andata? Bhe, qualcuno ha fatto il bagno cadendo senza danno in una pozza del fiume sotterraneo, tuttavia nel complesso tutti se la sono cavata alla grande! Bravi!

Le foto in grotta richiedono tempo e calma per essere ben realizzate, una situazione piuttosto difficile da ottenere durante un corso dove tutti continuano a muoversi puntando la luce della frontale nell’obbiettivo. Tuttavia qualche scatto, sopratutto qualche ricordo, sono riuscito a catturarlo e sono ben felice di mostrarvelo.

Alla prossima uscita!

Davide “Birillo” Valsecchi

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