Category: Speleo

Siamo seduti sopra il più grosso sistema di grotte d’Italia ma ancora in pochi si spingono ad esplorare e scoprire le bellezze che si nascondo nell’alieno mondo sotterraneo. Io muovo i miei primi passi inq eusta disciplina e questi sono i racconti delle “uscite” in speleo ;)

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[Speleo] Abisso Boman

[Speleo] Abisso Boman

Poco prima dell’ingresso, mentre il sole comincia a calare all’orizzonte, incrociamo un grosso maschio di muflone che corre tra i prati del Monte Bul: è l’ultima creatura vivente della superficie che vedremo per un bel pezzo. Ci infiliamo l’attrezzatura, accendiamo la frontale… e dentro!. L’esplorazione dell’abisso del Monte Bul, oggi ribattezzato Abisso Marco Boman, inizia nel 1983 ed è proprio Boman, a cui è dedicata ora la grotta, a raggiungere la profondità di -500 metri sotto la superfice, rendendo in quegli anni l’abisso più profondo di Lombardia. La grotta si sviluppa completamente attraverso «Calcare di Moltrasio», la roccia degli stretti corridoi è intensamente lavorata e concrezionata, una scenario decisamente differente da quello della Grotta Fornitori in cui abbiamo effettuato le precedenti uscite. L’ambiente è curiosamente più opprimente e misterioso di quanto mi aspettassi: gira poca aria e scorre poca acqua, fa caldo, non c’è quella piacevole frescura che riempie i grandi ambienti di Fornitori. Scendendo la situazione cambia e di molto. Dopo aver strisciato sull’argilla in stretti corridoi ci troviamo davanti via via salti e pozzi sempre più profondi. I Pozzi Gemelli sono due enormi gallerie, parallele e verticali, che scendono verso il basso per oltre 40 metri ed unite tra loro da una finestra passante. Superati i numerosi frazionamenti scendiamo fino al fondo dei Gemelli. Siamo a più di 200 metri sotto la superficie, siamo entrati alle 19:20 e sono ormai quasi le 21:30. Tornare all’aria aperta è un viaggio tutto in salita, fatto di incognite, fatica, tecnica e tempo. Io sono decisamente meno “forte” di Mattia e devo impegnarmi per tenere a freno la testa, per contrastare quell’ansia che monta quando la voglia di uscire si scontra con la consapevolezza dello sforzo e del tempo necessario per farlo. Mattia continuerebbe all’infinito: è così in grotta, è così in parete. E’ un trattore. Io invece conosco bene i miei limiti ed evito di spingermi oltre, almeno non troppo a lungo. “Mangiamo?” Ci svacchiamo tra roccia e fango ingollando un po’ d’acqua e qualche snack al cioccolato. Mattia butta l’occhio oltre il Pozzo “Senza Fiato” ma accetta di buon grado il mio “fine corsa”. L’ansia latente si placa trasformandosi in entusiasmo: le energie a disposizione – mentali e fisiche – ora sono tutte “allocate” per riemergere. Posso serenamente spendere ciò che ho fino alla superficie, poi il resto verrà da sè. Ripartiamo verso l’alto, pozzo dopo pozzo, trazione dopo trazione, frazionamento dopo frazionamento. Appesi al buio nel vuoto bisogna fidarsi della corda, della tecnica e delle manovre. A volte, guardandosi intorno, sembra davvero follia. Bisogna essere estremamente consapevoli di ciò che può andare storto, ma “trattenere la mente” affinchè questa consapevolezza diventi attenzione, precisione, efficacia. Forse non è un caso che gli astronauti si allenino in grotta. Ma in fondo è anche per questo che siamo qui: per recuperare la forma fisica e mentale che ha contraddistinto nei tempi d’oro la affiatata ed arrembante cordata Ricci-Valsecchi. Forse siamo qui anche per capire cosa possiamo davvero “spendere” ancora prima del pensionamento. Il tempo scorre fluido mentre senza fretta risaliamo. Alle 00:20 siamo all’ingresso, avvolti un buio completamente diverso. Ci togliamo le tute infangate ed insacchettiamo il materiale. Zaini in spalla risaliamo il ripido versante erboso del Monte Bul. Alle 01:15 siamo sul sentiero. Alle 01:50 siamo alla Colma di Sormano. Alle 2:30 sono docciato ed in branda. “Come è andata?” “Siamo ancora qui: quindi bene”. Bella serata!

P30 – Rebonzo

P30 – Rebonzo

Superata di slancio “La Sala del Nodo” ci infiliamo nella galleria di “Motobecane”. Anziche puntare verso “Armageddon” decidiamo di addentrarci in “P30 – Rebonzo”: un pozzo di oltre 30 metri che punta, nel vuoto, diretto verso il basso. Appeso nel vuoto traffico con i frazionamenti sghignazzando: “C’e gente che per allenarsi va in palestra, solleva pesi, si attacca alle prese di plastica, fa spinning bevendo succo di frutta ammiccando alle tipe… noi siamo al buio, sotto una cascatella gelida, infangati, appesi nel vuoto a 30 metri dal suolo… sotto terra. Non male come scelta!”. Alla fine della discesa ci sdraiamo a riposare su un letto di argilla, ormai incuranti del fango o della fatica. Tiriamo il fiato, scherziamo un po’. Poi ripartiamo per “Rosso del Barba”, una galleria fossile che porta verso “Ale No”, una galleria freatica. Per chiarirci: una galleria fossile e una “galleria abbandonata dal corso di un torrente ipogeo”, quindi una galleria che, per motivi idraulici, ha interrotto la propria crescita adagiandosi in un immobilità senza tempo; una galleria freatica e invece “galleria completamente allagata”. Visto che non siamo pesci – e che tra i suoi mille talenti “Jarod” non include il nuoto – giriamo i tacchi: si torna sui propri passi e, pozzo dopo pozzo, si risale verso la superficie. Entrati al tramonto usciamo nel mezzo della notte: serate speleo.

Back to Armageddon

Back to Armageddon

“Ognuno è solo sul cuore della terra. Trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.” Non ho idea se Quasimodo si sia mai ritrovato sulla brandina del campo base di Armageddon, sdraiato nel più profondo buio di una grotta, lontano centinaia di metri dalla superficie. Il silenzio è infranto solo dal suono dell’acqua che scorre tra le rocce. Quaggiù non si avverte più il peso del cielo, il cellulare e tutti gli altri problemi sono rimasti all’ingresso della grotta. Fuori. Qui sotto, infangati e strizzati nell’equipaggiamento, si può portare solo ciò che serve: il resto va lasciato fuori. Ma questa sera, sdraiato nel fango, non sono solo: nel buio immobile chiacchiero con il mio “socio”, di roccia, di valli, di animali ed acquedotti. Immobili, sepolti vivi sotto terra: una sensazione davvero strana, pericolosamente piacevole. “Coraggio, tiriamoci in piedi o non ce andremo più!”. Scendiamo nel grande salone di Armageddon, uno dei tanti “grandi spazi” che si celano tra le nostre montagne. Mattia scende nel centro del salone, io resto su una balconata, a circa una sessantina di metri sopra di lui. Lo osservo mentre illumina le pareti: piccolo puntino colorato in uno sconfinato buio. Poi, pozzo dopo pozzo, strettoia dopo strettoia, torniamo al mondo: ancora una volta partoriti dal cuore della terra.

Le Grotte della Cassina

Le Grotte della Cassina

«So di non sapere». Socrate lo diceva già 400 anni prima di Cristo, gli Operation Ivy la traducevano in Punk nel 1989 con l’intramontabile Knowledge, un super classico ripreso poi dai Green Day nel 1990. «Tutto ciò che so è di non sapere». A complicare la situazione ci si sono messi anche Dunning e Kruger che, nel 2000, hanno rimarcato quanto sia pericoloso “credere di sapere” così come il “credere di non sapere”. Citando Shakespeare: «Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio». Quindi, comunque la fai, la sbagli… La mia scarsa esperienza mi porta a pensare che il percorso che conduce alla conoscenza non sia lineare, bensì un’intricata serie di ramificazioni, di bivi e vicoli ciechi. Ogni scelta giusta è il risultato di una serie di scelte sbagliate: la ricerca come costante alternarsi dinamico di tesi ed ipotesi. Tuttavia come direbbe Leslie Claret, così come riportato nel suo famoso libro “The Integral Principles of the Structural Dynamics of Flow”, il problema principale è andare dal punto A al punto B. Purtroppo in questo io sono un completo fallimento ed anche oggi, nel tentativo di trovare il percorso migliore tra A e B mi sono distratto e mi sono smarrito. Così, sulla strada tra A e B, ho scoperto cose di cui ignoravo completamente l’esistenza. La vera conoscenza si ottiene quindi distaccandosi dai propri obiettivi? Il cazzeggio come metodo di ricerca? 50 e 50 direi. Ma andiamo con ordine. Parcheggio il Subaru in una piazzola lungo il lago. Conoscevo l’esistenza di questo spiazzo perchè a) ci ero già stato b) avevo studiato sulle mappe il possibile itinerario c) avevo fatto un primo sopralluogo con Krulak mesi fa con tanto di rilevazione georeferenziata. La piazzola è a poca distanza da una vecchia scala in sasso da cui parte un vecchio sentiero che, stando a quanto presumo dalle informazioni raccolte, risale verso Caprante e verso Oneda. Il tratto di sentiero che risale verso Caprante è stato ormai verificato, confermato anche da alcune vecchie scritte a vernice sui Faggi. Quello verso Oneda rimane invece ancora un mistero: è indubbio che passi da quelle parti ma il tempo, gli alberi e le rocce cadute, hanno cancellato ogni certezza della traccia. Restano solo delle scritte a vernice e dei “segni”, sempre a vernice, che probabilmente appartengo ad un’altro sentiero che punta invece verso sud anziché alzarsi di quota. Con grande diligenza ed impegno sono quindi giunto all’ultimo “punto certo” di questa traccia ed ho cominciato a cercare. Tuttavia dapprima sulla sinistra è apparso un muflone, maschio con grandi corna, sorpreso ed infastidito dalla mia silenziosa presenza. Poi, sulla destra, in lontananza due caprioli sono fuggiti verso l’alto costeggiando la base delle pareti della “Cassina”. La mia mente ha quindi iniziato a divagare. «Ma se queste pareti si chiamano “sasso della cassina” esiste una correlazione con la Val Cassina che, dividendo il Sasso Cavallo dal Sasso di Seng, si trova quasi esattamente dirimpetto sull’altro lato del lago? Cosa significa realmente “cassina” nel vecchio dialetto?» Seguendo questi pensieri avevo già smesso di ripercorrere gli sbiaditi segni del vecchio sentiero imboccando invece le “chiare autostrade” tracciate da mufloni, cinghiali e caprioli attraverso il bosco. A giustificare, almeno in parte la mia deviazione, il ritrovamento di un vecchio costrutto umano: il basamento quadrato e squadrato di un antico riparo a ridosso della parete. La strada degli animali prosegue verso l’alto in un susseguirsi evidente di orme e tracce nel fango. Anche io mi adatto al loro stile e li seguo imbattendomi in una stranezza. Trovo infatti un barattolo in plastica rigida per le caramelle avvolto con lo scotch nero da elettricista. Nel bosco, specie a ridosso delle grandi pareti al di sotto di insediamenti umani, si trovano spesso rifiuti “archeologici” di ogni tipo. Questo però è particolarmente fuori luogo. Aprendo il barattolo tutto mi appare più chiaro: è una geocache. Con l’avvento dei GPS economici (ma grazie anche al fatto che gli Americani hanno smesso di disturbare i segnali GPS per usi civili nel 2000) è nato un curioso gioco: qualcuno nasconde un barattolo, pubblica su internet la posizione gps, qualcun’altro prova a cercarlo. Una specie di caccia al tesoro. All’interno del barattolo un oggetto “testimone” ed un foglio di carta dove “annotare” il nome di chi l’ha trovato. Il primo in quest ricerca (o forse colui che ha lasciato il barattolo) è tale “Selvatik” nel 2015. L’ultimo, in ordine di tempo, a ritrovarlo è invece “Clo22” nel 2018. E’ curioso che un gioco che si basa sull’uso dei satelliti e della world wide web si risolva poi con carta e penna rievocando i vecchi libretti di vetta tanto in voga prima dell’era digitale. Ripongo tutto nuovamente nel barattolo inquadrando meglio la situazione. Il barattolo si trovava infatti in un canale che avevo iniziato a risalire per meglio osservare una “cavità interessante” che avevo intravvisto. Il barattolo quasi sicuramente stava lassù prima di rotolare verso il basso: la cavità infatti è una vera e propria grotta. Più che una grotta è una multigrotta. Originata da una frana è infatti caratterizzata da 3 cavità poste una sopra l’altra. Quando mi avvicino all’ingresso noto una scritta rossa sulla roccia: 2375. Quella scritta indica il numero identificativo della grotta nel Catasto Speleologico Lombardo. La scoperta mi sorprende perchè è da qualche settimana che ho nostalgia delle grotte e mi riprometto di riodinare il vecchio archivio fotografico. Tuttavia, ingenuamente, non mi aspettavo di trovarne da quelle parti. Il piano inferiore è facilmente fruibile, una bella stanza aperta facilmente visitabile. I due piani superiori sono invece raggiungibili con una breve arrampicata decisamente poco consigliabile (è tutta terra e roccia viscida e c’è una sola presa solida a cui mi sono quasi disperatamente aggrappato per scendere). C’è una saletta ed una nicchia concrezionata ma, tutto sommato, non vale il rischio. Mentre vi scrivo, dopo aver consultato il catasto, posso dirvi che la 2375 ha un nome: “La grotta della Lella”.

Soddisfatto del ritrovamento torno al mio piano “A verso B” seguendo nuovamente le tracce degli animali. Poco oltre le tracce formano un nuovo bivio. Una traccia prosegue costeggiando la base della parete, un’altra rimonta degli speroni rocciosi verso un terrazzino più in alto. Sbuffando con me stesso inizio a risalire gli speroni di roccia instabile e terra bagnata maledicendo la mia pericolosa curiosità. Poco sopra trovo una bella grotticella rosa: una nicchia ad altezza uomo profonda tre o quattro metri e caratterizzata dal colore rosa assunto dalla roccia. Probabilmente gli animali salgono quassù per prendere il sole e ripararsi in quella cavità. Le tracce a terra però dicono che c’è dell’altro: le seguo lungo il terrazzamento e, girato uno sperone, trovo l’ingresso di una grotta decisamente più grande ed articolata. Dal buco d’ingresso si accede ad una grande stanza attraversata da un arco roccioso e spalancata verso l’esterno graie ad un’apertura più grande sulla parete. La grotta, orizzontale, è ampia e si addentra alta e percorribile per una decina di metri, illuminata sia dalla grande apertura sulla parete, sia una “lucernario” quasi sul tetto. Risalgo attraverso quest’apertura e mi ritrovo su un secondo terrazzamento dove evidentemente anche gli animali vengono spesso: io però trovo i 40 metri di vuoto sottostanti decisamente inquietanti e, sebbene tentato, decido che senza un pezzo di corda ed un socio a fare sicura è decisamente sconsigliabile proseguire oltre nelle pieghe della parete. All’ingresso della grotta un segno rosso, in buona misura sbiadito dall’acqua, riporta: 2376. Nel Catasto questo numero possiede un nome: “Grotta dell’Arco”. Senza gli animali ed il loro passaggio non avrei trovato questa grotta che nell’antichità poteva essere considerato una specie di super attico di lusso. Viene da chiedersi cosa si possa trovare più in alto, là dove gli animali non riescono ad arrivare. Corni di Canzo e Moregallo hanno però pochissime grotte, quasi tutte sono piccole e principalmente create da frane più che fenomeni carsici. Nulla vieta però di fantasticare sulla presenza di una grande e mai scoperta cavità che inoltri nelle profondità della montagna (come ad esempio avviene nella zona del San Primo).

Riprendo il mio cammino sulla “pista degli animali” e mi imbatto in un altro segno rosso, questa volta evidente ancora prima della cavità. Il segno, 2834, è posto alla base di un ripido e scivoloso canale di terra stretto tra due alti fianchi rocciosi. In cima al canale si vede la cavità. Lungo il canale è abbandonata una vecchia corda e sull’ingresso è visibile un armo a catena. La faccenda è decisamente differente rispetto alle altre grotte ed è evidente che lassù gli animali non ci vanno. Nello zaino ho 30 metri di statica (“perché non si sa mai”) e posso quindi prendermi il lusso di risalire il canale con la sicurezza di avere una corda buona per ridiscendere. Il vecchio canapo, fissato in alto ed in basso con due anelli, è inquietantemente zuppo e viscido. Lo tengo con la sinistra mentre risalgo con le gambe in opposizione sui due fianchi di roccia: la terra in centro al canale è uno scivolo e la corda è assolutamente inaffidabile (quindi evitate di salire!!). Il fatto che gli speleo abbiano attrezzato e lasciato una fissa a cui poi hanno aggiunto un solido armo a catena mi insospettisce. La grotta, superato l’ingresso, compie un piccolo salto di un metro, poi prosegue verso il basso facendo una curva nel buio verso sinistra. Il buon senso mi dice di non entrare, tuttavia mi scoccia non approfondire la faccenda. Così, con grande attenzione scendo il primo salto ed accendo tutte le luci a mia disposizione. Davanti a me ho due o forse tre metri camminabili, stretti in un corridoio, poi una curva ed il buio vero. Resto immobile a riflettere. Poi giro i tacchi e rimonto il metro di roccia che mi separa dall’uscita. Le grotte sono un mondo bellissimo… e cannibale! Sono per certi versi uno degli ambienti più estremi e pericolosi in cui ci si può imbattere. Sono solo, non conosco la grotta, c’è un armo speleo: davanti a me, nel buio, potrebbero esserci anche solo un paio di metri di salto ma se per qualsiasi motivo, anche senza infortunarmi, quei pochi metri riescono a tenermi prigioniero non c’è modo di avere aiuto dall’esterno. Senza cellulare, in un posto simile, chi mai potrebbe trovarti? Non è mai buona cosa dare le “tu” ad una grotta, specie quando la luce smette di filtrare ed inizia a puntare verso il basso! Con il mio fidato spezzone ridiscendo in doppia fino all’esterno riguadagnando la tranquillità di quel bosco detritico. Alla base trovo, quasi a ricompensa, un colorato camion giocattolo che spunta dalla terra. Il numero sul muro mi dice ora che quella grotta si chiama “Pozzo della Cassina”. La grotta è stata rilevata da Marco Bomman e Adolfo Merazzi nel 1977, rilevata nuovamente da Andrea Maconi nel 2018. Così, grazie ai social media, ho contatto “Maconi” che gentilmente mi ha inviato il rilievo: ora posso dirvi che oltre il buio mi attendeva un salto verticale di 30 metri. Un “tuffo” che mi avrebbe reso “immobile prigioniero” della grotta fino al prossimo rilievo (probabilmente tra altri 40 anni!!). Questo solo per rimarcare i pericoli delle grotte e di questa nella specifico.

Il mio piano originale, “tracciare il sentiero che sale verso Oneda e poi quello che scende fino al fiume nella valle delle Moregge – A verso B” è ormai inevitabilmente fallito: le grotte mi hanno “rubato tempo” e ben presto mi verrà fame e voglia di tornarmene a casa. Quindi cerco di rimediare e salgo comunque fino alla falesia, incrociando la strada che sale verso Oneda alla prima stanga. Qui, nel bosco, trovo un cranio di muflone femmina, senza corna salvo un accenno. Potrei scendere per la strada asfaltata ed infilarmi nuovamente sulla dorsale della Cassina all’altezza della “piazzola ecologica” (perchè discarica sembra dispregiativo). La fame inizia a farsi sentire, ma l’asfalto è una vera noia. Opto invece per il bosco cercando una linea che mi porti verso il basso. Nel bosco c’è un “taglio”, un netta striscia libera di vegetazione, attraversato dai piloni della luce che scende verso il Nautilus, sulle sponde del lago. Qualcuno su un pilone ha scritto con vernice bianca “Lago” aggiungendo una freccia. Stessa cosa sul pilone successivo. Così, come un orso ottuso, inizio a scendere. Raggiungo una bella radura che i proprietari di alcune baite probabilmente tengono falciata e pulita. Quila traccia scompare, così come ogni indicazione. Forse sono i a sbagliare l’uscita, ma l’unica linea percorribile è nuovamente una traccia di animali che scende, fangosa ma battuta, lungo un canaletto ripido. Probabilmente sono l’unico bipede che frequenta quelle parti e la scritta “lago”, recente o antica che fosse, non ha nulla a che fare con quella linea. Dovrei continuare a cercare ma, anche se trovassi quella giusta, dovrei poi camminare a piedi sull’asfalto lungo il lago per tornare al Subaru. Credo che la Provinciale 583 Lecco-Bellagio, la “Lariana”, sia stata piacevole da percorrere a piedi solo una volta nella sua intera esistenza: in pieno lockdown quando era chiusa al traffico per la frana (dal 27 ottobre 2020 al 15 Dicembre 2020). Quindi no, decido di tagliare verso nord cercando di attraversare orizzontalmente in cerca, nuovamente, del sentiero che dalla scaletta sale ad Oneda (Il nostro irrisolto problema “da A verso B”). A darmi man forte sono ancora una volta gli animali: le loro strade sono efficaci ma a realizzate a loro misura. Quindi rocce, canali, rovi ed alberi abbattuti non rappresentano per loro problema, lo stesso però non vale per me. Lungo la via del ritorno trovo però una “quasi grotta”. In tempi antichi la Cassina è andata letteralmente a pezzi: è un sovrapporsi di strati di calcare sedimentario che, innalzandosi verso l’alto, si sono aperti come le pagine di un libro rovinando verso il basso. Per questo motivo a valle della parete ci sono “Massi” di dimensioni enormi che creano piccoli ma intricati labirinti. In uno di questi due grossi massi, circondati da massi più piccoli, si sono incastrati creando una piccola grotta asciutta. Al sui ingresso i “vecchi” hanno costruito un muricciolo. Al suo interno, molto alto, c’è persino un comodo lucernario che rende la standa piacevolmente “abitabile”. Curiosamente, proveniendo da un angolazione diversa, si potrebbe non notare la grotticella e camminarvi sopra, senza nemmeno accorgersi dei piccoli lucernari. La fortuna ha uno strano ruolo nel cammino della conoscenza…

Riflettendo mi accorgo anche che il mio presente percorre un cammino stranamente equidistante – nello spazio e nel tempo – tra i segni dell’uomo, sbiaditi e dimenticati, ed i segni degli animali, vivi e contemporanei. Questa strana attitudine mi porta ad addentrarmi da solo in un luoghi sperduti, senza tempo: strana cosa davvero, comincio a chiedermi quale effetto, alla lunga, possa avere sulla psiche un’esperienza simile…

Davide “Birillo” Valsecchi

Grotte Naturali e miniere artificiali

Grotte Naturali e miniere artificiali

[TeoBrex] Veronica, Andrea (Maconi) ed io ci ritroviamo questa mattina a Strozza (Bg) per riprendere in mano la risalita interrotta la scorsa volta per mancanza di corde. Arrivati alla partenza di MC4 salgo per primo in quanto a questo giro la mia sacca risulta essere incredibilmente la più leggera, Andrea mi avverte che sul balconcino a 3/4 della risalita Felicita ha gentilmente lasciato una 70m per proseguire, salendo la porto alla partenza delle due risalite in programma. Tutti e tre di nuovo insieme decidiamo il da farsi… Avevamo lasciato un ramo che prometteva bene sulla sinistra ed un finestrone sulla destra da raggiungere con mezzi di alta tecnologia (ramponi e due picche) in quanto inclinato di circa 60° e composto per il 100% da fango. Optiamo per il rametto promettente, salgo in libera per qualche metro e non volendo sprecare fix e dovendo montare su un balconcino mi cimento nel lancio della scaletta attorno ad una concrezione: 1shot-1kill.

Sono passato ma la situazione non sembra buona. Armo doppio per far salire Veronica ed Andrea e concludiamo che non vale la pena andare oltre sprecando materiale e tempo: qualche metro piu sopra chiude! Mesti torniamo al balconcino ed Andrea si getta all’arrembaggio ed inventa un gran traversone per evitare la fangazza. Terminata la risalita prepara un ancoraggio doppio per permettere a Veronica di salire dal basso mentre io mi occuperò del disarmo del traverso in salita per recuperare corda e materiale. Ora siamo affacciati su un pozzo, sorpresa! Andrea prepara tutto e Veronica attrezza il pozzo successivo, ma in fondo tra le rocce scorgiamo un segno rosso: quindi laggiù è già stato rilevato! Ma in alto un’altra risalita ci attende…

Io scendo il pozzo e torno alla base di partenza dell’MC4 per recuperare il materiale e le corde disarmando in salita, mentre Veronica ed Andrea affrontano la risalita. Sbaglio bivio e mi ritrovo in un luogo che non ricordavo, giro i tacchi e capisco subito dove avevo stupidamente sbagliato strada. Arrivato alla base salgo e disarmo risalendo e ritornato da loro con piastrine, moschettoni e tre belle bambole di corda non proprio leggere, saliamo nel nuovo ramo in libera esplorando mentre il buon Andrea chiude le fila della truppa rilevando e prendendo appunti per la mappatura del nuovo ramo stupendamente concrezionato. Davvero un gran bel luogo, non fosse per la decina di centimetri di fangazza che ricopre quasi ogni cosa!!!

Conciatissimi anche questa volta, raduniamo il materiale e scendiamo verso il livello superiore (rispetto a dove siamo partiti) della miniera raggiunto con l’ultima calata nel vuoto.
La risalita totale MC4 si attesta attorno ai 45m, mentre la successiva ne sale una quindicina e da lì si proseguiranno le esplorazioni (magari con una corda la prossima volta ahah), mentre sommando i due pozzi arriveremo intorno alla ventina di metri di calata. Lasciamo ben armato per la prossima volta.

Altra grande giornata di condivisione, Grazie per l’invito.

Matteo “TeoBrex” Bressan

Il Primo Ministro dei Tassi

Il Primo Ministro dei Tassi

L’altra sera, finalmente, TeoBrex è venuto a cena da noi e ci ha raccontato delle mille avventure di cui è protagonista in questo ultimo periodo. Storie che al momento giusto, in accordo con gli altri protagonisti coinvolti, saprà raccontarvi con il solito entusiasmo. Per ora posso solo dirvi che Teo sta facendo davvero molto e che sono davvero felice ed orgoglioso per lui.

Quella che vedete in alto è una foto ormai abbastanza famosa: è stata pubblicata su “Il Giorno” e mostra la nuova ed incredibile grotta scoperta al Pian del Tivano: “L’abisso dei Giganti”. La foto è stata scattata dal mitico Pierluigi “Pier” Gandola e quello al centro della foto è proprio TeoBrex durante le primissime fasi esplorative. Sul caschetto blue non si vede ma c’è con orgoglio la patacca dei Tassi, quella patacca che, ahimè, il più delle volte viene scambiata per una puzzola!!

I Tassi del Moregallo sono come i pirati, tra di loro vige una strana democrazia anarchica. Forse anche per questo non esiste un vero capo ma solo goliardici titoli gerarchici. TeoBrex, che ha la straordinaria capacità di lasciarsi condurre dall’entusiasmo, è infatti il “Primo Ministro”, colui che deve ispirare e guidare il consiglio dei Tassi. Io invece, che mi lascio trascinare dall’irruenza, sono il “Nostromo” e, come tale, per lo più conduco la nostra marmaglia all’arrembaggio!

Invidio, in modo positivo, anche un’altro aspetto del carattere di TeoBrex: la capacità di sussurrare agli abissi così come parlare alle stelle. Teo infatti ci ha raccontato di come, appollaiato con un’antenna artigianale sul tetto di casa, abbia contattato radiofonicamente Luca Parmitano, il primo astronauta italiano a compiere attività extra-veicolari, durante un passaggio d’orbita dell’ISS, la Stazione Spaziale Internazionale. Questo breve contatto radio, insieme all’attività speleo, gli ha poi permesso di incontrare di persona Parmitano a Roma. Motivo per cui oggi abbiamo l’autografo di un astronauta su una nostra patacca!

Invidio il suo entusiasmo perché lo porta fin nello spazio. La mia irruenza invece mi porta sempre più spesso a fare a “testate” con gente piuttosto terra-terra… ma infondo è giusto così, io sono il Nostromo: “non accettare l’inaccettabile” è parte dei miei compiti. Purtroppo tocca a Bruna sopportarmi (e a volte trattenermi!).

Fortunatamente, mentre sono fermo nel nido aspettando nasca la piccola Andrea, osservo con grande gioia e soddisfazione il piccolo gruppo di cui faccio parte: Bravi, Bravi, Bravi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Aggiungo qui i ringraziamenti pubblicati sul web da Fabio Bollini in modo da testimoniare i nomi di coloro che stanno conducendo questa straordinaria esplorazione: «Vorrei approfittare per ringraziare ancora una volta il presidente Angelo Zardoni, senza il quale tutto questo non sarebbe stato possibile, e poi ancora Pamela Romano, Pierluigi Gandola, Serena Riganonti, Cesare Maspes, Paolo Ramò, Teo Brex, Emanuele Citterio, Mirco Capelli, Giusi Troiani, Maurizio Zagaglia, Francesco Invernizzi, Alberto Rinaldi, Giuliano Cella e Stefano Bellomo.»

San Martino – Ingresso Willy

San Martino – Ingresso Willy

TeoBrex – Domenica 3 Dicembre 2017. Quasi tutti puntuali al solito bar di Cuveglio (VA), presenti al primo appello: Ferruccio, Franz, Veronica, Karin, Io, Luca, Cristina, Romano e Sheila. Ci raggiungeranno poi Aldino e Stevic. Una squadra entrerà dall’ingresso principale della grotta San Martino mentre l’altra entrerà da Ingresso Willy per ultimare dei lavori di messa in sicurezza. Tutta la valle è surgelata e la temperatura è sottozero, ci cambiamo in fretta ed entro veloce ad armare il primo pozzo. Ce la prendiamo con comodo, sacche leggere e grandi risate, una gran bella compagnia di randagi. Arrivati con calma al ramo a cui abbiamo dedicato tempo, sangue, sudore, bestemmie e fatiche ci fermiamo a mangiare qualcosa, le donne della spedizione andranno dirette al fondo passando per la maledetta strettoia della chiocciola. Raggruppatasi la squadra ci raggiungono Franz e Luca, il figlio di Willy (a cui abbiamo dedicato il nuovo ingresso) e ci avviamo uno alla volta nel meandro che collega la San Martino con il suo nuovo Ingresso Willy. Ad attenderci fuori al gelo ci sono Aldino e Stevic in compagnia della moglie di Willy. Si, perché questa attraversata goliardica è stata organizzata per ricordare Willy che qualche mese fa ci ha lasciato. Abbiamo posato una targa in sua memoria ben visibile poco prima di infilarsi strisciando nel budello. Momenti toccanti e di condivisione. Fer, Karin, Io, Romano e Sheila ci avviamo a piedi verso la vetta di San Martino tagliando per i boschi, tutti si cambiano ed io rientro al volo a disarmare il primo pozzo. La giornata si concluderà in pizzeria a far casino come sempre. Abbiamo registrato alcuni video e scattato foto durante l’attraversata che serviranno come materiale per una serata che organizzeremo a Febbraio dove presenteremo le nostre esplorazioni, il rilievo, le ricerche e le future prospettive di esplorazione. Le domeniche che non si dimenticano.

Sempre Scomodi!

Matteo “TeoBrex” Bressan

Photographie dans l’obscurité

Photographie dans l’obscurité

“John Lennon diceva che tutti si ricordano di te quando sei tre metri sotto terra. Beh, di noi che invece siamo già 200 metri sotto terra?” L’origine dei Badgers è storicamente legata alla speleologia; molti dei suoi membri fondatori sono speleo ed è da quel bacino di “duri ed infangati” che spesso provengono le nuove leve.

Ad essere onesto è da tanto che non mi infilo in profondità sotto terra, forse al momento mi manca il tempo o forse manca la determinazione di spingermi anche verso quella “frontiera”. Tuttavia il nostro gruppetto di ravanatori sotterranei al momento è piuttosto numeroso e decisamente attivo. TeoBrex, Mattia, Maurizio, Veronica, Giusy, Blanko: stanno facendo un sacco di attività ed in buona parte esplorativa. Davvero bravi.

In particolare Matteo “Blanko” Bianchi ha fatto un notevole progresso nella fotografia speleo. Anche io all’inizio, affascinato da quegli ambienti alieni, avevo provato a realizzare qualche buono scatto. Le difficoltà tecniche e logistiche che si devono affrontare però sono tutt’altro che banali ed il fango si era “mangiato” un paio di macchine fotografiche senza regalarmi scatti particolarmente buoni. Una mezza debacle!

Matteo invece si è impegnato con dedizione e costanza ed i risultati non si sono fatti attendere. Per questo, congratulandomi con lui, volevo mostrarvi alcuni dei suoi scatti.  
Sempre Avanti!! Sempre Scomodi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

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