Author: Davide Valsecchi

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Calvarone e Colmenacco

Calvarone e Colmenacco

Il caldo comincia a farsi sentire sulle montagne del Triangolo Lariano ma, con qualche accortezza, si può sfuggire alla calura e godere dello straordinario panorama del lago. Partiti dall’abitato di Erno guadagniamo quota attraversando i boschi a mezza costa. Il versante occidentale ci offre una piacevole salita in ombra fino all’Alpe Colmenacco. Da qui, con un breve tratto, raggiungiamo il grande masso erratico “Calvarone”. Le dimensioni di questo enorme blocco di granito sono ragguardevoli, per salirci sopra vi è infatti una scala di legno con più di una decina di chiodi. La sommità del masso è una pianeggiante terrazza naturale sul lago. Dal Calvarone siamo poi risaliti, attraverso un pittoresco bosco di betulle, alla cima del Colmenacco prima di scendere nuovamente allo stagno dei Piani di Erno ed all’omonimo paese. Prima che la calura pomeridiana iniziasse a farsi sentire eravamo nuovamente a Caglio, piacevolmente con un bicchiere in mano.

Lago di Spluga da Civo (Val Masino)

Lago di Spluga da Civo (Val Masino)

Il cartello indica perentorio “Lago di Spluga – 5 ore”. Non è un inizio incoraggiante ma la verità è che ci aspettano 1700 metri di dislivello positivo e quasi 15 km tra andata e ritorno. Tuttavia la giornata è bella e la Valle di Spluga, tributaria della Val Masino e da non confondere con l’omonima Valle Spluga (o Valle san Giacomo), appare verdeggiante e ricca d’acqua. Lasciata la macchina poco più avanti del “Ponte del Baffo” ci dirigiamo verso l’acquedotto ed iniziamo a salire. Il sentiero, che corre a ridosso dell’omonimo torrente Spluga, sale ripido ma curiosamente piacevole. L’ambiente e gli odori sono decisamente alpini: superati i 2000 metri di quota si esce dal bosco e lo scenario si allarga, si impenna, si riempie di roccia, di granito. Sulla valle troneggia il Monte Calvo (2.845m) affiancato dai passi che portano verso la val dei Ratti (passo di Talamuca e passo Prealpia) e la Val Merdarola (passo del Calvo). Poi, finalmente si raggiungono i primi laghi più piccoli e quindi il grande lago di Spluga. Via gli scarponi infiliamo i piedi a mollo nel lago prima di mangiare un boccone. Ci godiamo un po’ il sole di inizio Giugno e poi giù, di ritorno sui nostri passi. Alla fine, tra andare, tornare e guardarsi intorno abbiamo impiegato 8 ore. Non male. Poco traffico sulla strada di ritorno lungo la 36. La serata si è felicemente conclusa con una bella cena insieme ai Consiglieri del CAI Asso all’agriturismo di Crezzo. Davvero non male come giornata.

[Speleo] Abisso Boman

[Speleo] Abisso Boman

Poco prima dell’ingresso, mentre il sole comincia a calare all’orizzonte, incrociamo un grosso maschio di muflone che corre tra i prati del Monte Bul: è l’ultima creatura vivente della superficie che vedremo per un bel pezzo. Ci infiliamo l’attrezzatura, accendiamo la frontale… e dentro!. L’esplorazione dell’abisso del Monte Bul, oggi ribattezzato Abisso Marco Boman, inizia nel 1983 ed è proprio Boman, a cui è dedicata ora la grotta, a raggiungere la profondità di -500 metri sotto la superfice, rendendo in quegli anni l’abisso più profondo di Lombardia. La grotta si sviluppa completamente attraverso «Calcare di Moltrasio», la roccia degli stretti corridoi è intensamente lavorata e concrezionata, una scenario decisamente differente da quello della Grotta Fornitori in cui abbiamo effettuato le precedenti uscite. L’ambiente è curiosamente più opprimente e misterioso di quanto mi aspettassi: gira poca aria e scorre poca acqua, fa caldo, non c’è quella piacevole frescura che riempie i grandi ambienti di Fornitori. Scendendo la situazione cambia e di molto. Dopo aver strisciato sull’argilla in stretti corridoi ci troviamo davanti via via salti e pozzi sempre più profondi. I Pozzi Gemelli sono due enormi gallerie, parallele e verticali, che scendono verso il basso per oltre 40 metri ed unite tra loro da una finestra passante. Superati i numerosi frazionamenti scendiamo fino al fondo dei Gemelli. Siamo a più di 200 metri sotto la superficie, siamo entrati alle 19:20 e sono ormai quasi le 21:30. Tornare all’aria aperta è un viaggio tutto in salita, fatto di incognite, fatica, tecnica e tempo. Io sono decisamente meno “forte” di Mattia e devo impegnarmi per tenere a freno la testa, per contrastare quell’ansia che monta quando la voglia di uscire si scontra con la consapevolezza dello sforzo e del tempo necessario per farlo. Mattia continuerebbe all’infinito: è così in grotta, è così in parete. E’ un trattore. Io invece conosco bene i miei limiti ed evito di spingermi oltre, almeno non troppo a lungo. “Mangiamo?” Ci svacchiamo tra roccia e fango ingollando un po’ d’acqua e qualche snack al cioccolato. Mattia butta l’occhio oltre il Pozzo “Senza Fiato” ma accetta di buon grado il mio “fine corsa”. L’ansia latente si placa trasformandosi in entusiasmo: le energie a disposizione – mentali e fisiche – ora sono tutte “allocate” per riemergere. Posso serenamente spendere ciò che ho fino alla superficie, poi il resto verrà da sè. Ripartiamo verso l’alto, pozzo dopo pozzo, trazione dopo trazione, frazionamento dopo frazionamento. Appesi al buio nel vuoto bisogna fidarsi della corda, della tecnica e delle manovre. A volte, guardandosi intorno, sembra davvero follia. Bisogna essere estremamente consapevoli di ciò che può andare storto, ma “trattenere la mente” affinchè questa consapevolezza diventi attenzione, precisione, efficacia. Forse non è un caso che gli astronauti si allenino in grotta. Ma in fondo è anche per questo che siamo qui: per recuperare la forma fisica e mentale che ha contraddistinto nei tempi d’oro la affiatata ed arrembante cordata Ricci-Valsecchi. Forse siamo qui anche per capire cosa possiamo davvero “spendere” ancora prima del pensionamento. Il tempo scorre fluido mentre senza fretta risaliamo. Alle 00:20 siamo all’ingresso, avvolti un buio completamente diverso. Ci togliamo le tute infangate ed insacchettiamo il materiale. Zaini in spalla risaliamo il ripido versante erboso del Monte Bul. Alle 01:15 siamo sul sentiero. Alle 01:50 siamo alla Colma di Sormano. Alle 2:30 sono docciato ed in branda. “Come è andata?” “Siamo ancora qui: quindi bene”. Bella serata!

Monte Rotondo da Premana

Monte Rotondo da Premana

1600 metri di dislivello per 26 km di sviluppo tra andata e ritorno, partendo da Premana e risalendo la val Fraina. Questo itinerario al Monte Rotondo (2496m) offre uno straordinario panorama ed una salita, impegnativa ma appagante, lungo una vecchia mulattiera militare della linea Cadorna. Nonostante le otto ore e mezza di cammino, la stanchezza è stata addolcita ed addomesticata dalla bellezza dei paesaggi di intenso respiro alpino. Posto lungo la dorsale che collega il Legnone con il Pizzo dei Signori, il Monte Rotondo offre uno straordinario quanto insolito punto di osservazione a 360°. Sono molto soddisfatto, davvero una bella salita! Confido di visitare ancora quella zona, credo che presto “la squadra” farà visita al vicino Pizzo Alto!!

P30 – Rebonzo

P30 – Rebonzo

Superata di slancio “La Sala del Nodo” ci infiliamo nella galleria di “Motobecane”. Anziche puntare verso “Armageddon” decidiamo di addentrarci in “P30 – Rebonzo”: un pozzo di oltre 30 metri che punta, nel vuoto, diretto verso il basso. Appeso nel vuoto traffico con i frazionamenti sghignazzando: “C’e gente che per allenarsi va in palestra, solleva pesi, si attacca alle prese di plastica, fa spinning bevendo succo di frutta ammiccando alle tipe… noi siamo al buio, sotto una cascatella gelida, infangati, appesi nel vuoto a 30 metri dal suolo… sotto terra. Non male come scelta!”. Alla fine della discesa ci sdraiamo a riposare su un letto di argilla, ormai incuranti del fango o della fatica. Tiriamo il fiato, scherziamo un po’. Poi ripartiamo per “Rosso del Barba”, una galleria fossile che porta verso “Ale No”, una galleria freatica. Per chiarirci: una galleria fossile e una “galleria abbandonata dal corso di un torrente ipogeo”, quindi una galleria che, per motivi idraulici, ha interrotto la propria crescita adagiandosi in un immobilità senza tempo; una galleria freatica e invece “galleria completamente allagata”. Visto che non siamo pesci – e che tra i suoi mille talenti “Jarod” non include il nuoto – giriamo i tacchi: si torna sui propri passi e, pozzo dopo pozzo, si risale verso la superficie. Entrati al tramonto usciamo nel mezzo della notte: serate speleo.

Moregallo – Sentiero Giallo

Moregallo – Sentiero Giallo

[𝗘𝘀𝗰𝘂𝗿𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗘𝘀𝗽𝗹𝗼𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼] A Settembre ho intenzione di proporre un corso di “𝘌𝘴𝘤𝘶𝘳𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘌𝘴𝘱𝘭𝘰𝘳𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰”. Un percorso formativo, sia pratico che teorico, che permetta ai partecipanti di approcciare itinerari di tipo T4: “𝘐𝘵𝘪𝘯𝘦𝘳𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘢𝘭𝘱𝘪𝘯𝘰 – 𝘚𝘦𝘯𝘵𝘪𝘦𝘳𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘷𝘪𝘥𝘶𝘢𝘣𝘪𝘭𝘦, 𝘪𝘵𝘪𝘯𝘦𝘳𝘢𝘳𝘪𝘰 𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘵𝘵𝘪 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰, 𝘵𝘢𝘭𝘷𝘰𝘭𝘵𝘢 𝘣𝘪𝘴𝘰𝘨𝘯𝘢 𝘴𝘦𝘳𝘷𝘪𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘮𝘢𝘯𝘪 𝘱𝘦𝘳 𝘭𝘢 𝘱𝘳𝘰𝘨𝘳𝘦𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦. 𝘛𝘦𝘳𝘳𝘦𝘯𝘰 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘦𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘰, 𝘱𝘦𝘯𝘥𝘪𝘪 𝘦𝘳𝘣𝘰𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘪𝘤𝘢𝘵𝘪, 𝘷𝘦𝘳𝘴𝘢𝘯𝘵𝘪 𝘦𝘳𝘣𝘰𝘴𝘪 𝘤𝘰𝘴𝘱𝘢𝘳𝘴𝘪 𝘥𝘪 𝘳𝘰𝘤𝘤𝘦𝘵𝘵𝘦.” Un corso che mira a sviluppare le capacità necessarie a pianificare ed affrontare un’escursione anche al di fuori della rete sentieristica, per molti aspetti oggi “𝘱𝘳𝘦𝘤𝘰𝘯𝘧𝘦𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘵𝘢”. Un’esplorazione che è soprattutto un confronto interiore con l’ignoto, con tutto ciò che non è tracciato o prevedibile, ma che può essere conosciuto solo grazie al confronto diretto, con una onesta e completa immersione nell’ambiente naturale. Un corso a numero chiuso, dedicato a chi ha possiede adeguata esperienza e preparazione per compiere un ulteriore passo in avanti. Un corso che richiede da parte mia un’attenta pianificazione ed un significativo numero di sopralluoghi per valutare gli scenari più idonei. Uno di questi sarà probabilmente il “ Sentiero Giallo” del Moregallo. Un vecchio itinerario che non troverete nelle carte, salvo quelle piuttosto vecchie, che risale la Valle delle Moregge tra Corni di Canzo e Moregallo, una delle valli più selvatiche del Lario Orientale. Il percorso un tempo partiva da una vecchia scaletta di servizio nei pressi tra l’uscita nord della vecchia galleria ed il Nautilus, purtroppo oggi la scala è inaccessibile per via dei cancelli e dei blocchi. Per questo, sempre sfruttando vecchi itinerari, si utilizza il primo tratto del Sentiero 50° Osa raccordarsi al “Sentiero Giallo” – così chiamato per il colore degli sbiaditi bolli presenti – inoltrandosi nella valle lungo la destra idrografica del torrente Moregge. L’itinerario inizia a 200 metri di quota e termina in vetta al Moregallo, dopo 6 km ed oltre mille intensi metri di dislivello. Una traccia a volte evidente, a volte tutt’altro che intuitiva anche per chi vi è stato più volte. Uno scenario autenticamente selvaggio che non ha reticenze nel mostrare tanto la propria bellezza quanto la propria scarsa attitudine alla frequentazione turistica. Uno scenario che spiega chiaramente come funzionino davvero le cose in montagna. Le escursioni T4 maggiormente candidate per il corso sono, al momento, il Sentiero Giallo al Moregallo, il Cornell Bus sul Grignone, la cresta Sud-Ovest dello Zucco di Cam …e qualcosa un po’ più a nord, un’idea ancora tutta da valutare. Eccovi qualche immagini dal recente sopralluogo:

Back to Armageddon

Back to Armageddon

“Ognuno è solo sul cuore della terra. Trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.” Non ho idea se Quasimodo si sia mai ritrovato sulla brandina del campo base di Armageddon, sdraiato nel più profondo buio di una grotta, lontano centinaia di metri dalla superficie. Il silenzio è infranto solo dal suono dell’acqua che scorre tra le rocce. Quaggiù non si avverte più il peso del cielo, il cellulare e tutti gli altri problemi sono rimasti all’ingresso della grotta. Fuori. Qui sotto, infangati e strizzati nell’equipaggiamento, si può portare solo ciò che serve: il resto va lasciato fuori. Ma questa sera, sdraiato nel fango, non sono solo: nel buio immobile chiacchiero con il mio “socio”, di roccia, di valli, di animali ed acquedotti. Immobili, sepolti vivi sotto terra: una sensazione davvero strana, pericolosamente piacevole. “Coraggio, tiriamoci in piedi o non ce andremo più!”. Scendiamo nel grande salone di Armageddon, uno dei tanti “grandi spazi” che si celano tra le nostre montagne. Mattia scende nel centro del salone, io resto su una balconata, a circa una sessantina di metri sopra di lui. Lo osservo mentre illumina le pareti: piccolo puntino colorato in uno sconfinato buio. Poi, pozzo dopo pozzo, strettoia dopo strettoia, torniamo al mondo: ancora una volta partoriti dal cuore della terra.

La Montagna dei Papà

La Montagna dei Papà

Nel Week-end un’escursione piacevolmente atipica: i partecipanti erano infatti tutti Papà e tutti abitavano nello stesso condominio milanese! Le mamme ed i figli avevano organizzato un pick-nick al parco, così i papà ne hanno approfittato per dare vita ad un uscita sulle montagne del Triangolo Lariano. Partiti da Caglio ci siamo incamminati alla volta della Dorsale Lariana per raggiungere la cima del Palanzone ed il rifugio Riella. Di origini siciliane, pugliesi e calabresi avevano poca dimestichezza con la montagna, ma erano mossi da un grande entusiasmo e da un attenta curiosità. Spesso diamo ciò che ci circonda come scontato, abituale, ma osservare il loro stupore per i nostri panorami mi ha ricordato quanto sia speciale, e forse unica, la nostra penisola incastonata tra lago e montagne. Il loro equipaggiamento, come spesso accade ai principianti, qua e là aveva qualche pecca, ma questo può solo rimarcare il loro impegno e la loro tenacia. I complimenti vanno in particolare a Fabio che, tradito dalla suola dei propri scarponi (che si è letteralmente sbriciolata!), ha comunque portato a termine la salita ed il rientro con stoica caparbietà. Un’escursione apparentemente semplice, che la buona compagnia ha saputo rendere speciale!

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