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Le Grotte della Cassina

Le Grotte della Cassina

«So di non sapere». Socrate lo diceva già 400 anni prima di Cristo, gli Operation Ivy la traducevano in Punk nel 1989 con l’intramontabile Knowledge, un super classico ripreso poi dai Green Day nel 1990. «Tutto ciò che so è di non sapere». A complicare la situazione ci si sono messi anche Dunning e Kruger che, nel 2000, hanno rimarcato quanto sia pericoloso “credere di sapere” così come il “credere di non sapere”. Citando Shakespeare: «Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio». Quindi, comunque la fai, la sbagli… La mia scarsa esperienza mi porta a pensare che il percorso che conduce alla conoscenza non sia lineare, bensì un’intricata serie di ramificazioni, di bivi e vicoli ciechi. Ogni scelta giusta è il risultato di una serie di scelte sbagliate: la ricerca come costante alternarsi dinamico di tesi ed ipotesi. Tuttavia come direbbe Leslie Claret, così come riportato nel suo famoso libro “The Integral Principles of the Structural Dynamics of Flow”, il problema principale è andare dal punto A al punto B. Purtroppo in questo io sono un completo fallimento ed anche oggi, nel tentativo di trovare il percorso migliore tra A e B mi sono distratto e mi sono smarrito. Così, sulla strada tra A e B, ho scoperto cose di cui ignoravo completamente l’esistenza. La vera conoscenza si ottiene quindi distaccandosi dai propri obiettivi? Il cazzeggio come metodo di ricerca? 50 e 50 direi. Ma andiamo con ordine. Parcheggio il Subaru in una piazzola lungo il lago. Conoscevo l’esistenza di questo spiazzo perchè a) ci ero già stato b) avevo studiato sulle mappe il possibile itinerario c) avevo fatto un primo sopralluogo con Krulak mesi fa con tanto di rilevazione georeferenziata. La piazzola è a poca distanza da una vecchia scala in sasso da cui parte un vecchio sentiero che, stando a quanto presumo dalle informazioni raccolte, risale verso Caprante e verso Oneda. Il tratto di sentiero che risale verso Caprante è stato ormai verificato, confermato anche da alcune vecchie scritte a vernice sui Faggi. Quello verso Oneda rimane invece ancora un mistero: è indubbio che passi da quelle parti ma il tempo, gli alberi e le rocce cadute, hanno cancellato ogni certezza della traccia. Restano solo delle scritte a vernice e dei “segni”, sempre a vernice, che probabilmente appartengo ad un’altro sentiero che punta invece verso sud anziché alzarsi di quota. Con grande diligenza ed impegno sono quindi giunto all’ultimo “punto certo” di questa traccia ed ho cominciato a cercare. Tuttavia dapprima sulla sinistra è apparso un muflone, maschio con grandi corna, sorpreso ed infastidito dalla mia silenziosa presenza. Poi, sulla destra, in lontananza due caprioli sono fuggiti verso l’alto costeggiando la base delle pareti della “Cassina”. La mia mente ha quindi iniziato a divagare. «Ma se queste pareti si chiamano “sasso della cassina” esiste una correlazione con la Val Cassina che, dividendo il Sasso Cavallo dal Sasso di Seng, si trova quasi esattamente dirimpetto sull’altro lato del lago? Cosa significa realmente “cassina” nel vecchio dialetto?» Seguendo questi pensieri avevo già smesso di ripercorrere gli sbiaditi segni del vecchio sentiero imboccando invece le “chiare autostrade” tracciate da mufloni, cinghiali e caprioli attraverso il bosco. A giustificare, almeno in parte la mia deviazione, il ritrovamento di un vecchio costrutto umano: il basamento quadrato e squadrato di un antico riparo a ridosso della parete. La strada degli animali prosegue verso l’alto in un susseguirsi evidente di orme e tracce nel fango. Anche io mi adatto al loro stile e li seguo imbattendomi in una stranezza. Trovo infatti un barattolo in plastica rigida per le caramelle avvolto con lo scotch nero da elettricista. Nel bosco, specie a ridosso delle grandi pareti al di sotto di insediamenti umani, si trovano spesso rifiuti “archeologici” di ogni tipo. Questo però è particolarmente fuori luogo. Aprendo il barattolo tutto mi appare più chiaro: è una geocache. Con l’avvento dei GPS economici (ma grazie anche al fatto che gli Americani hanno smesso di disturbare i segnali GPS per usi civili nel 2000) è nato un curioso gioco: qualcuno nasconde un barattolo, pubblica su internet la posizione gps, qualcun’altro prova a cercarlo. Una specie di caccia al tesoro. All’interno del barattolo un oggetto “testimone” ed un foglio di carta dove “annotare” il nome di chi l’ha trovato. Il primo in quest ricerca (o forse colui che ha lasciato il barattolo) è tale “Selvatik” nel 2015. L’ultimo, in ordine di tempo, a ritrovarlo è invece “Clo22” nel 2018. E’ curioso che un gioco che si basa sull’uso dei satelliti e della world wide web si risolva poi con carta e penna rievocando i vecchi libretti di vetta tanto in voga prima dell’era digitale. Ripongo tutto nuovamente nel barattolo inquadrando meglio la situazione. Il barattolo si trovava infatti in un canale che avevo iniziato a risalire per meglio osservare una “cavità interessante” che avevo intravvisto. Il barattolo quasi sicuramente stava lassù prima di rotolare verso il basso: la cavità infatti è una vera e propria grotta. Più che una grotta è una multigrotta. Originata da una frana è infatti caratterizzata da 3 cavità poste una sopra l’altra. Quando mi avvicino all’ingresso noto una scritta rossa sulla roccia: 2375. Quella scritta indica il numero identificativo della grotta nel Catasto Speleologico Lombardo. La scoperta mi sorprende perchè è da qualche settimana che ho nostalgia delle grotte e mi riprometto di riodinare il vecchio archivio fotografico. Tuttavia, ingenuamente, non mi aspettavo di trovarne da quelle parti. Il piano inferiore è facilmente fruibile, una bella stanza aperta facilmente visitabile. I due piani superiori sono invece raggiungibili con una breve arrampicata decisamente poco consigliabile (è tutta terra e roccia viscida e c’è una sola presa solida a cui mi sono quasi disperatamente aggrappato per scendere). C’è una saletta ed una nicchia concrezionata ma, tutto sommato, non vale il rischio. Mentre vi scrivo, dopo aver consultato il catasto, posso dirvi che la 2375 ha un nome: “La grotta della Lella”.

Soddisfatto del ritrovamento torno al mio piano “A verso B” seguendo nuovamente le tracce degli animali. Poco oltre le tracce formano un nuovo bivio. Una traccia prosegue costeggiando la base della parete, un’altra rimonta degli speroni rocciosi verso un terrazzino più in alto. Sbuffando con me stesso inizio a risalire gli speroni di roccia instabile e terra bagnata maledicendo la mia pericolosa curiosità. Poco sopra trovo una bella grotticella rosa: una nicchia ad altezza uomo profonda tre o quattro metri e caratterizzata dal colore rosa assunto dalla roccia. Probabilmente gli animali salgono quassù per prendere il sole e ripararsi in quella cavità. Le tracce a terra però dicono che c’è dell’altro: le seguo lungo il terrazzamento e, girato uno sperone, trovo l’ingresso di una grotta decisamente più grande ed articolata. Dal buco d’ingresso si accede ad una grande stanza attraversata da un arco roccioso e spalancata verso l’esterno graie ad un’apertura più grande sulla parete. La grotta, orizzontale, è ampia e si addentra alta e percorribile per una decina di metri, illuminata sia dalla grande apertura sulla parete, sia una “lucernario” quasi sul tetto. Risalgo attraverso quest’apertura e mi ritrovo su un secondo terrazzamento dove evidentemente anche gli animali vengono spesso: io però trovo i 40 metri di vuoto sottostanti decisamente inquietanti e, sebbene tentato, decido che senza un pezzo di corda ed un socio a fare sicura è decisamente sconsigliabile proseguire oltre nelle pieghe della parete. All’ingresso della grotta un segno rosso, in buona misura sbiadito dall’acqua, riporta: 2376. Nel Catasto questo numero possiede un nome: “Grotta dell’Arco”. Senza gli animali ed il loro passaggio non avrei trovato questa grotta che nell’antichità poteva essere considerato una specie di super attico di lusso. Viene da chiedersi cosa si possa trovare più in alto, là dove gli animali non riescono ad arrivare. Corni di Canzo e Moregallo hanno però pochissime grotte, quasi tutte sono piccole e principalmente create da frane più che fenomeni carsici. Nulla vieta però di fantasticare sulla presenza di una grande e mai scoperta cavità che inoltri nelle profondità della montagna (come ad esempio avviene nella zona del San Primo).

Riprendo il mio cammino sulla “pista degli animali” e mi imbatto in un altro segno rosso, questa volta evidente ancora prima della cavità. Il segno, 2834, è posto alla base di un ripido e scivoloso canale di terra stretto tra due alti fianchi rocciosi. In cima al canale si vede la cavità. Lungo il canale è abbandonata una vecchia corda e sull’ingresso è visibile un armo a catena. La faccenda è decisamente differente rispetto alle altre grotte ed è evidente che lassù gli animali non ci vanno. Nello zaino ho 30 metri di statica (“perché non si sa mai”) e posso quindi prendermi il lusso di risalire il canale con la sicurezza di avere una corda buona per ridiscendere. Il vecchio canapo, fissato in alto ed in basso con due anelli, è inquietantemente zuppo e viscido. Lo tengo con la sinistra mentre risalgo con le gambe in opposizione sui due fianchi di roccia: la terra in centro al canale è uno scivolo e la corda è assolutamente inaffidabile (quindi evitate di salire!!). Il fatto che gli speleo abbiano attrezzato e lasciato una fissa a cui poi hanno aggiunto un solido armo a catena mi insospettisce. La grotta, superato l’ingresso, compie un piccolo salto di un metro, poi prosegue verso il basso facendo una curva nel buio verso sinistra. Il buon senso mi dice di non entrare, tuttavia mi scoccia non approfondire la faccenda. Così, con grande attenzione scendo il primo salto ed accendo tutte le luci a mia disposizione. Davanti a me ho due o forse tre metri camminabili, stretti in un corridoio, poi una curva ed il buio vero. Resto immobile a riflettere. Poi giro i tacchi e rimonto il metro di roccia che mi separa dall’uscita. Le grotte sono un mondo bellissimo… e cannibale! Sono per certi versi uno degli ambienti più estremi e pericolosi in cui ci si può imbattere. Sono solo, non conosco la grotta, c’è un armo speleo: davanti a me, nel buio, potrebbero esserci anche solo un paio di metri di salto ma se per qualsiasi motivo, anche senza infortunarmi, quei pochi metri riescono a tenermi prigioniero non c’è modo di avere aiuto dall’esterno. Senza cellulare, in un posto simile, chi mai potrebbe trovarti? Non è mai buona cosa dare le “tu” ad una grotta, specie quando la luce smette di filtrare ed inizia a puntare verso il basso! Con il mio fidato spezzone ridiscendo in doppia fino all’esterno riguadagnando la tranquillità di quel bosco detritico. Alla base trovo, quasi a ricompensa, un colorato camion giocattolo che spunta dalla terra. Il numero sul muro mi dice ora che quella grotta si chiama “Pozzo della Cassina”. La grotta è stata rilevata da Marco Bomman e Adolfo Merazzi nel 1977, rilevata nuovamente da Andrea Maconi nel 2018. Così, grazie ai social media, ho contatto “Maconi” che gentilmente mi ha inviato il rilievo: ora posso dirvi che oltre il buio mi attendeva un salto verticale di 30 metri. Un “tuffo” che mi avrebbe reso “immobile prigioniero” della grotta fino al prossimo rilievo (probabilmente tra altri 40 anni!!). Questo solo per rimarcare i pericoli delle grotte e di questa nella specifico.

Il mio piano originale, “tracciare il sentiero che sale verso Oneda e poi quello che scende fino al fiume nella valle delle Moregge – A verso B” è ormai inevitabilmente fallito: le grotte mi hanno “rubato tempo” e ben presto mi verrà fame e voglia di tornarmene a casa. Quindi cerco di rimediare e salgo comunque fino alla falesia, incrociando la strada che sale verso Oneda alla prima stanga. Qui, nel bosco, trovo un cranio di muflone femmina, senza corna salvo un accenno. Potrei scendere per la strada asfaltata ed infilarmi nuovamente sulla dorsale della Cassina all’altezza della “piazzola ecologica” (perchè discarica sembra dispregiativo). La fame inizia a farsi sentire, ma l’asfalto è una vera noia. Opto invece per il bosco cercando una linea che mi porti verso il basso. Nel bosco c’è un “taglio”, un netta striscia libera di vegetazione, attraversato dai piloni della luce che scende verso il Nautilus, sulle sponde del lago. Qualcuno su un pilone ha scritto con vernice bianca “Lago” aggiungendo una freccia. Stessa cosa sul pilone successivo. Così, come un orso ottuso, inizio a scendere. Raggiungo una bella radura che i proprietari di alcune baite probabilmente tengono falciata e pulita. Quila traccia scompare, così come ogni indicazione. Forse sono i a sbagliare l’uscita, ma l’unica linea percorribile è nuovamente una traccia di animali che scende, fangosa ma battuta, lungo un canaletto ripido. Probabilmente sono l’unico bipede che frequenta quelle parti e la scritta “lago”, recente o antica che fosse, non ha nulla a che fare con quella linea. Dovrei continuare a cercare ma, anche se trovassi quella giusta, dovrei poi camminare a piedi sull’asfalto lungo il lago per tornare al Subaru. Credo che la Provinciale 583 Lecco-Bellagio, la “Lariana”, sia stata piacevole da percorrere a piedi solo una volta nella sua intera esistenza: in pieno lockdown quando era chiusa al traffico per la frana (dal 27 ottobre 2020 al 15 Dicembre 2020). Quindi no, decido di tagliare verso nord cercando di attraversare orizzontalmente in cerca, nuovamente, del sentiero che dalla scaletta sale ad Oneda (Il nostro irrisolto problema “da A verso B”). A darmi man forte sono ancora una volta gli animali: le loro strade sono efficaci ma a realizzate a loro misura. Quindi rocce, canali, rovi ed alberi abbattuti non rappresentano per loro problema, lo stesso però non vale per me. Lungo la via del ritorno trovo però una “quasi grotta”. In tempi antichi la Cassina è andata letteralmente a pezzi: è un sovrapporsi di strati di calcare sedimentario che, innalzandosi verso l’alto, si sono aperti come le pagine di un libro rovinando verso il basso. Per questo motivo a valle della parete ci sono “Massi” di dimensioni enormi che creano piccoli ma intricati labirinti. In uno di questi due grossi massi, circondati da massi più piccoli, si sono incastrati creando una piccola grotta asciutta. Al sui ingresso i “vecchi” hanno costruito un muricciolo. Al suo interno, molto alto, c’è persino un comodo lucernario che rende la standa piacevolmente “abitabile”. Curiosamente, proveniendo da un angolazione diversa, si potrebbe non notare la grotticella e camminarvi sopra, senza nemmeno accorgersi dei piccoli lucernari. La fortuna ha uno strano ruolo nel cammino della conoscenza…

Riflettendo mi accorgo anche che il mio presente percorre un cammino stranamente equidistante – nello spazio e nel tempo – tra i segni dell’uomo, sbiaditi e dimenticati, ed i segni degli animali, vivi e contemporanei. Questa strana attitudine mi porta ad addentrarmi da solo in un luoghi sperduti, senza tempo: strana cosa davvero, comincio a chiedermi quale effetto, alla lunga, possa avere sulla psiche un’esperienza simile…

Davide “Birillo” Valsecchi

Gran Premio della Cisa

Gran Premio della Cisa

Si sà: io non guido quasi mai e non possiedo un auto, se posso vado in treno, in pullman o più spesso a piedi. Questo però non significa che non mi diverta guidare!

Eccomi sprofondato nel sedile lato passeggeri mentre sull’autostrada puntiamo verso La Spezia: afasico ed assente subisco il tour verso il mare affrontando con pazienza le ore in mezzo alle macchine. Poi un imprevisto: a causa di un incidente ci tocca uscire a Piacenza, percorrere la statale per poi rientrare in autostrada per affrontare la Cisa.

Una fila interminabile di macchine assedia il casello: «Ci facciamo il passo? La vecchia Cisa?»  Lex mi guarda dubbiosa ma la coda è davvero tanta. Alla fine accetta:«Accosta, accosta! Guido io!» Sempre più dubbiosa acconsente e mi lascia il volante: «Vai piano, però!» Mi ritrovo seduto al volante di una Ford Puma 1600 mentre, davanti a me, si snoda una serie infinita di curve e tornanti da affrontare ballando sulla manopola metallica del cambio.

passo della cisa

Non serve correre, non è questione di velocità: è questione di linee. Lex ride: «Incredibile: ti sei svegliato! Sai che stai piegando ad ogni curva?!» . Davanti a me c’è una Pegeot 207 verde pisello con al volante un’anziana signora dagli occhiali spessi. «Naaaaa?! Non vedi che sono dietro ad una settantenne?! Sto andando tranquillissimo» .

In realtà la “nonna” è tremendamente precisa:  veloce nell’entrare nelle curve e ancora di più nell’uscirne. Non schiaccia mai la linea bianca, non supera gli ottanta ma non scende mai sotto i sessanta. Starle dietro è metà del divertimento!

Sempre in salita incontriamo un furgoncino, uno lento, un “paracarro”. La nonna, buona buona, si accoda attendendo un rettilineo mentre alle mie spalle sopraggiunge una baldanzosa punto sport bianca. Sul rettilineo la nonna scatta in sorpasso e così fa la punto alle mie spalle. Io lascio sfilare e mi accodo infilando il terzo sorpasso di fila al furgoncino.

La punto bianca credeva di “bersi facile” la nonna ma, con mia grande soddisfazione, non posso che prendere atto di come anche lui fatichi a stare dietro alla nostra arzilla settantenne (sempre incredibilmente precisa e costante!).

E’ il 25 aprile ed attorno a noi si susseguono scariche di motociclisti: le linee si mischiano, si incrociano, si accostano. In una curva siamo in otto a giocarci lo spazio. Scalo ed apro tenendo la linea, Lex si raggomitola nel sedile ed un tripudio di rombi sembrano accarezzare tutta la macchina come un branco di guizzanti delfini attorno ad una balena.  «Vedi James, la vita è tutta una questione di centimetri» recito scimmiottando Al Pacino in un medley tra “Profumo di Donna” e “Ogni maledetta Domenica”.

Alla curva successiva siamo in discesa e al gruppo si aggiunge un pugno di ciclisti ingarellati su una serie di curve veloci. La nonna entra in frenzy agonistica e, nella mischia, traccia linee magnifiche senza alzare il piede.

La punto bianca desiste ma anche io ho i mei dubbi quando inizio a sentire il treno posteriore farsi leggero sui tornanti: «Vuoi vedere che la nonna mi lascia indietro!?». Quasi me la immagino la vecchina mentre se la ride, mai sopra gli ottanta ma sempre velocissima sulle curve: «hehe ragazzi, questa strada io la facevo già quando ero giovinetta!!».

In cima al passo, all’ora di pranzo, è un tripudio di scintillanti moto parcheggiate al sole. La nonna tira dritto e giù anche noi, ancora all’inseguimento.

«E’ un ora che facciamo curve, ma sta vecchietta non si stanca?» Finalmente anche lei “gliela da su”, inizia a frenare nelle curve e rallenta il ritmo. Per un ora e mezzo abbiamo giocato tutti insieme in un mondo fatto di curve: nessuno è andato forte, nessuno ha fatto il grosso correndo più del dovuto ma tutti hanno dipinto le proprie curve nel più completo rispetto reciproco e, a ben guardare, anche del codice della strada. Una figata incredibile, varrebbe la pena pagare il biglietto!

Giunti alla fine del passo ho salutato la nonna con la mano ed ho accostato alla prima piazzola: «Okay! Ora tocca di nuovo a te!»  Sprofondato nuovamente sul sedile del passeggero ho atteso paziente di intravvedere il mare.

Su questa strada, così bella ed impegnativa, la Ferrari conquistò una delle sue primissime vittorie. Come sempre raccomando la prudenza ma, devo ammetterlo, passando per queste strade vien facile capire come abbia potuto avere inizio la leggenda sportiva della Ferrari.

Davide “lontano dai monti” Valsecchi

Agrinatura: Canoa e natura

Agrinatura: Canoa e natura

 

Canoe Canadesi alla conquista del Lario. Gli amici dell’associazione “Il Canneto” di Pusiano parteciperanno alla Fiera Agrinatura nei giorni 29-30 aprile e 1 maggio presso il Lario Fiere di Erba (CO).

I canoisti hanno allestito uno stand dedicato a “Canoa e Natura”. Nello stand saranno esposte canoe e materiale tecnico con la programmazione di filmati, workshop di lavorazione di pagaie per canadese tradizionali oltre alla presentazione delle numerose attività svolte sul nostro territorio.

«L’associazione Il canneto ASDC riconosciuta dal CONI, promuove e sviluppa attività sportive dilettantistiche, nelle discipline legate alla canoa e alle camminate all’aria aperta. Svolge attività culturale di educazione ambientale in canoa e a piedi, nel bacino del Lambro. Sul lago di Pusiano, organizza gruppi scolastici, famiglie, e oratori, per l’esplorazione in canoa o a piedi, dell’ambiente lacustre. Attraverso corsi di avvicinamento alla canoa canadese è possibile testare l’interesse verso questa attività non solo sportiva ma anche culturale. Ci troverai sul lago al lido di Moiana o a Bosisio Parini loc. Precampel. (www.ilcanneto.it

AGRINATURA 11° edizione
(www.agrinatura.org)
Orario di apertura mostra:

  • Domenica 29 Aprile: 9.30 – 19
  • Lunedì 30 Aprile: 9.30 – 19
  • Martedì 1 Maggio: 9.30 – 19

Ingresso Gratuito

Programmazione Filmati

  • Ore 10 discesa dello Yukon in canoa di Giovanni Ripamonti 40min
  • 0re 11 In canoa verso Roma sul Tevere di Walter Paesano 40 min
  • Ore 12 Classic solo canoeing with Becky Mason  and Bill Mason
    (tecnica sulla pagaiata classica di canoa canadese)
  • Ore 14 Valsesia Canoa Festival
  • Ore 15 filmato sull’acqua “Il Lambro dalla sorgente al Lago di Pusiano” di Franco Bramani
  • Ore 16 CIAR CUME’ L’ACQUA DEL LAMBER di Elena Maggioni,Calotta Marcucci, Hulda Federica Orrù 40min
    Discussione e presentazione della V discesa del Fiume Lambro in canoa raft e bici
  • Ore 17 In canoa verso Roma di Walter Paesano
  • Ore 18 Cornizzolo 5 min di Franco Bramani
  • Ore 18.30 Classic solo canoeing with Becky Mason
I No-Tav della Vallassina

I No-Tav della Vallassina

Il titolo è un po’ fuorviante forse, non sto organizzando una “squadra di supporto tattico” per i “ribelli” della Val di Susa ma è certo che, dopo un tempo immemore che se ne parla, sia giunto anche per una piccola comunità come la nostra il momento di interrogarsi sull’accaduto.

Spesso in passato anche la nostra valle si è trovata ad osteggiare decisioni dall’alto, scelte politiche o interessi privati. I cedri, il supermercato, la cava di Scarenna ed ora nuovamente la difesa del Cornizzolo. Piccole cose, certo, ma ugualmente importanti per molti di noi.

In ogni occasione sono state iniziative civili e pacifiche sebbene qualcuno abbia “politicamente” provato a vestire i panni della vittima (i bambini mi vogliono tirare i capelli, mi fanno il vodoo, mi prendono in giro, ce l’hanno tutti con me…) creando, in vero,  più ilarità che compassione.

Per esperienza però posso dire che decidere di mettersi “contro” è un gesto che spesso richiede molta più responsabilità di quanto appaia e che spesso, anche quando vi sono le migliori intenzioni e la più accurata organizzazione, diviene una questione di mera “fortuna” affinchè le cose vadano per il verso giusto.

Io ricordo la paura ed il pandemonio che scatenò un’idea quasi infantile come abbracciare un albero: le mie foto in questura, la digos ed i poliziotti in borghese che presidiavano il paese perchè una radio nazionale era venuta in gita a farsi le foto con le nostre piante.  Quel giorno avevo i “santi in tasca” mentre vestivo i panni del Chico Mendes della Vallassina sfidando l’amica de “il Senatore che tanto ha a cuore la nostra piccola Asso”.

Non c’è niente da fare purtroppo: quando sei in ballo devi ballare ma non sempre scegli la musica e diventare il tamburo è davvero questione di un lampo…

Ora io credo che tutto il “pasticcio” in Val di Susa semplicemente non dovrebbe esistere. In un paese civile i cittadini non dovrebbero barricarsi per ribadire le proprie idee ed ai poliziotti non dovrebbe essere ordinato di caricare le persone per difendere le cose. Tutto questo è ancora una volta il classico sistema all’italiana: i potenti chiudono in un sacco cane e gatto, lasciano che si scannino tra loro mentre li riempiono di eguali mazzate. Questo è cio che accade lassù.

Sul piatto poi ci sono devvero una montagna di soldi e questo, come sempre, rende paludoso ed opaco il progetto nei suoi aspetti più pratici. Inoltre, dopo così tanti anni e così tante chiacchiere, è davvero difficile capire dove stia la ragione. Quello che però è certo è che uno Stato dovrebbe avere abbastanza forza nelle proprie idee da evitare un ostinato ricorso alla repressione così come sta avvenendo.

I No-Tav, buoni o cattivi che siano, hanno un loro portavoce, una loro faccia. Onestamente sono stupito di come, data la situazione, il signor Alberto Perino, infondo un signor pincopallino qualunque, riesca a mantenere tutto sommato una certa pacatezza ed un certo controllo. Io credo che siano le persone come lui, tanto bistrattate e screditate,  ad aver evitato che l’attuale “assedio” dilagasse in forme di terrorismo ben più gravi sul territorio nazionale.

“I soldati, quando si trovano in situazioni disperate, non provano più paura. Se non c’è un luogo dove rifugiarsi, terranno la posizione. Se sono nel cuore di un paese nemico, mostreranno una resistenza ostinata. Se non c’è possibilità di ricevere aiuto, combatteranno senza risparmio.” Così scriveva Sun Tzu nel 496 a.C ed è sostanzialmente questa la situazione a cui siamo arrivati lassù su entrambi i fronti con l’ormai palese premeditazione di qualcuno. “Se metti qualcuno con le spalle al muro non potrà che provare ad avanzare”.

Così mi sono chiesto? Chi è la faccia, il responsabile, il portavoce di quello che impropriamente viene chiamato progetto TAV? Mi sono messo a cercare ed ho fatto qualche piccola scoperta. Innanzitutto ho trovato il sito ufficiale, http://www.torino-lione.it/, ed ho trovato anche il nome che cercavo: Mario Virano, Commissario di Governo per la Nuova Linea Torino-Lione.

Oddio, gli oppositori del progetto sostengono che Virano non è colui che prende le decisioni (e che quindi non ne è responsabile) ma solamente colui che presiede l’Osservatorio per il collegamento ferroviario Torino-Lione, che “è la sede tecnica di confronto di tutte le istanze interessate, con l’analisi delle criticità e l’istruzione di soluzioni per i decisori politico-istituzionali”. Sembrerebbe quindi solo un uomo di facciata senza potere decisionale che si fa portavoce di imprecisati organi di governo.

Ciò che mi ha colpito è che in questi giorni, quasi in stile Holcim, anche Mario Virano ha inviato a tutti i cittadini della valle una lettera in cui spiega le ragioni del progetto: Lettera di Mario Virano alla Val di Susa. Ovviamente trovo la cosa altrettanto sospetta e poco convincente.

Io credo che la democrazia non possa e non debba divenire la dittatura della maggioranza perchè, inevitabilmente, gli “ultimi mohicani si incazzano” e tutto inizia ad andare a rotoli. Quando le regole saltano inizia a “valere tutto” ed ogni equilibrio o rapporto di forza viene a mancare con le conseguenze che per ora solo intravvediamo.

Visto che mi piace ascoltare le vostre opinioni in merito vi invito a farlo, tenendo sempre presente che il linguaggio forma il pensiero e che la buona educazione è indice non solo di inteligenza ma di forza.

La mia in merito? Io credo che il progetto abbia tempi talmente lunghi che, nello stato attuale delle cose, non risentirebbe affatto se si investissero con coscienza sei mesi o un anno per fare chiarezza una volta per tutte. Nessuno può ragionevolmente pensare di costruire una simile opera in un clima da Fort Apache.

Davide Valsecchi

Per maggiori informazioni:
A favore:  http://www.torino-lione.it
Contro:  http://www.notav.eu/

NB: quest’articolo l’ho scritto qualche giorno fa ma, onestamente, con tutto il susseguirsi di eventi che riguardano questo argomento ho idea che rischi di essere quasi fuori tempo.

Qualcuno in Tanzania ancora mi ama…

Qualcuno in Tanzania ancora mi ama…

“Se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te.” Spesso questa frase è attribuita ad Edgar Allan Poe ma in realtà è una frase di Friedrich Nietzsche tratta da “Al di là del bene e del male”: onestamente credo sia davvero azzeccata.

“Cima” è un piccolo blog dalle caratteristiche tecniche molto semplici, niente fronzoli, niente diavolerie animate ma solo ampio spazio ai contenuti, qualche foto ma sopratutto racconti e parole. Questo però non significa che vada sottuvalutato: come il suo creatore posside capacità spesso accuratamente celate.

Niente di particolarmente eclatante, beninteso. In questo caso si tratta del sistema per la raccolta statistica delle visite al sito. Cima usa un sistema gratuito prodotto da Google  e che si chiama Analytics. Uno strumento molto semplice e diffuso che “conta” i visitatori e raccoglie informazioni anonime come la regione geografica di provenienza o il sistema operativo piuttosto che il browser in uso.

Intendiamoci, non è possibile sapere se Tizio o Caio guardano il sito, ma è possibile scoprire, ad esempio, che Cima-Asso viene visitata in proporzione quasi più dagli abitanti della provincia di Milano che da quella di Como, oppure che ci sono degli utenti affezionati dalla Toscana piuttosto che dal Friuli.

In generale questi dati danno qualche indicazione di massima, niente di particolarmente significativo, ma comunque utile a darmi un’idea della “popolazione” di lettori del Blog. Tuttavia, come sempre accade in ambito statistico, evidenziano delle curiose eccezioni tutte da scoprire. In modo del tutto inaspettato si scopre infatti che in tutta la Tanzania negli ultimi 365 giorni abbiamo avuto un singolo visitatore che, tuttavia, ha visitato il sito con regolarità ogni giorno, anche più volte nell’arco della stessa giornata.

In pratica sull’isola di Zanziabar ho un lettore solo ma affezionatissimo!

Inizialmente pensavo fosse la mia amica Vivide ma lei è un orgogliosa utilizzatrice di Apple Mac Computer mentre il nostro sconosciuto fan usa Windows Explorer come browser, per di più in italiano.

Chi potrà mai essere questo nostro sconosciuto amico? Onestamente mi viene in mente solo una persona che, ad onor di cronaca, ha unilateralmente tagliato ogni contatto con me e di  cui, con un certo disappunto, non ho notizie ormai da quasi un anno. Una persona troppo orgogliosa del proprio nome perchè io lo usi ancora qui.

Se il misterioso lettore fosse lui ci si troverebbe quindi in una curiosa situazione: dopo essersi dato tanto da fare per nascondersi da me si terrebbe giornalmente aggioranto su quello che combino. Buffo, no? Neppure le mie ex-fidanzate hanno mai fatto tanto…

Come dicevamo: “Se guarderai a lungo nell’abisso, anche l’abisso vorrà guardare in te.”  Quindi, mio sconosciuto ed affezionato lettore, fatti avanti e lasciati conoscere. Se poi ti capitasse di incontrare sull’isola un mio vecchio amico digli che io non porto rancore, specie per gli stupidi…

Davide Valsecchi

2011: Buon Natale

2011: Buon Natale

Mi sono svegliato confuso stamattina: c’è stata in anticipo l’inversione dei poli che hanno predetto i Maya? In mutande ho sbirciato oltre le tapparelle e c’è un sole abbagliante ed i festoni natalizzi appaiono piuttosto buffi in questo scenario australiano. Il mondo pare sotto sopra quest’anno!

Babbo Nachele non si è più fatto vedere dal 1985. In effetti quella volta gli avevo preparato un agguato con tanto di trappole nel salotto di casa mia. Il vecchio però deve aver mangiato la foglia e capito cosa stessi tramando perchè a farne le spese delle mie ingegnose insidie fu mia madre: prima o poi il vecchio pancione lo acchiappo e gli spiego finalmente come le letterine non siano un indicazione di massima ma abbiano un valore contrattuale ben preciso!!

Bene, ora vi saluto tutti. Non so chi mai leggerà questo articolo ma ormai l’acqua della vasca da bagno è colma ed io devo ancora finire di prepararmi per l’abbuffata natalizia.

Se qualche bastardo vi ha regalato le ciaspole che tanto volevate scrivendo sul bigliettino d’auguri “HaHaHa!! Goditi la neve!!”, bhe, sappiate che posso capirvi! Avremo la nostra vendetta a costo di indossarle sull’asfalto!!

Tanti auguri, occhio a quel vecchiaccio di Babbo Nachele!

Davide Valsecchi

Un istante d’ infinito amore

Un istante d’ infinito amore

Ogni tanto, quando sono triste, malinconico o sentimentalmente confuso, c’è un episodio che mi torna spesso alla mente. Risale a tanti anni fa, quando davvero ero più giovane e forse ancora più ingenuo di quanto sia oggi.

Era il 1999 ed io ero il più giovane della spedizione Hindokush99, una delle numerose spedizioni che il Cai Asso aveva organizzato in quegli anni.

Eravamo nel territorio più a nord del Pakistan, tra le montagne al confine con l’Afganistan. Avevamo avuto il permesso di esplorare una valle dove, a memoria d’uomo, nessuno straniero aveva ancora avuto occasione di entrare. Era una valle incredibilmente verdeggiante in mezzo a montagne brulle, arse dal sole e dal freddo.

Ci vollero quattro giorni a piedi per raggiungere il Lago Bhari, nella parte più nord della valle, e piazzare il nostro campo base a 3100 metri. Subito sotto il nostro campo vi era il villaggio di Mathanter, uno sparuto raggruppamento di case di legno e fango su un costone sopra il fiume.

Per qualche difficoltà linguistica io venni confuso per un medico. I miei rudimenti di medicina si limitavano però solo all’anatomia ed ai vari brevetti 118 presi militando nella croce rossa. Non ci fu modo di chiarire l’equivoco e così, per tutta la valle, io divenni il nuovo “local doctor” ed iniziarono le mie, piuttosto forzate, visite a domicilio.

Sotto l’occhio attento degli anziani del villaggio iniziai a visitare i bambini, i vecchi ed i malati. Per lo più erano ferite, abrasioni o scottature dovute al sole e alla quota. Usavo bende, mercurio cromo e qualche pomata. Con gli anziani ed i loro dolori me la cavavo con l’effetto placebo somministrando con grande serietà cucchiate di aranciata in polvere.

Sembravo cavarmela abbastanza bene e così decisero che avrei potuto visitare anche le donne del villaggio. Credo che fosse una cosa inconsueta perchè, all’improvviso, il villaggio si riempì di ragazze. Io avevo vent’anni ed ero parecchio lontano da casa, quella situazione era per certi versi imbarazzante ed anche piuttosto pericolosa visto che ero in paese rigidamente mussulmano.

Giovanissime ragazze, nei loro vestiti più colorati, si misero in fila perchè spalmassi la mia crema solare sulla punta del loro naso scottato dal sole. Le più piccole ridevano divertite civettando tra loro ed attendendo scherzose il proprio turno: sedevano davanti a me, allungavano il viso con gli occhi chiusi e lasciavano, parecchio compiaciute, che le incremassi per bene. Una volta fatto, si alzavano, ridevano e se ne andavano di corsa.

Era una situazione strana, per certi versi divertente. Non avevano mai visto uno straniero, specie uno biondo con gli occhi azzurri. Si divertivano in quello che probabilmente era uno strappo alla regola consueta. Io, dal canto mio, dovevo fare attenzione a non indispettire il capo villaggio perchè, da che mondo è mondo, le donne son donne e guai a chi le tocca: il fatto che io stessi loro incipriando il naso la diceva lunga sulla delicatezza della mia posizione.

Una dopo l’altra sfilaro via via tutte finchè giunse lei: era la figlia di un pastore, viveva in capanne di legno e fango ma il suo viso aveva i lineamenti più delicati che avessi mai visto, la sua pelle, resa scura dal sole di montagna, esaltava i suoi grandi occhi verdi e le sue labbra. Indossava un pesante vestito scuro decorato con ricami a forma di fiore e portava sulla testa un piccolo cappello rigido di lana. Viveva tra le montagne e le capre ma era bellissima.

Si inginocchiò davanti a me e, seria, protese in avanti il suo viso verso il mio. Al contrario delle altre non chiuse gli occhi ma rimase a fissare i miei. La sua espressione era forte e delicata allo stesso tempo: ci stavamo guardando, non solo vedendo. Senza pensare tolsi i guanti di lattice che avevo usato fino ad allora e, con la punta delle dita, iniziai ad accarezzarle il viso senza che i nostri occhi si separassero mai.

Misi in quel gesto semplice tutta la delicatezza che possedevo e, una volta terminato, rimanemmo seduti, uno di fronte all’altro, guardandoci per un altro interminabile attimo. Poi, con lo stesso contegno con cui si era seduta, si alzò e con un breve inchino della testa si alzò tornando a sedere tra le ragazze più giovani che sembravano ora divertite come non mai.

Ero rapito e qualcuno dei miei compagni, da dietro, mi diede uno scossone per farmi riprendere. Proseguii per un’altra ora a medicare i malati ed i feriti del villaggio: Lei immobile era seduta poco distante ed i suoi occhi non mi lasciavano nemmeno per un attimo.

Prima di sera il capo villaggio mi ringraziò offrendoci una pentola colma di yogurt acido che, mio malgrado e con con chili di zucchero, dovetti mangiare tra i presenti. Nei giorni successivi non scesi più al villaggio, i malati ora arrivavano da altri villaggi e li portavano direttamente davanti alla mia tenda al campo base. Volevo almeno rivederla e spesso mi sedevo sul promontorio ad osservare le capanne cercando di intravvederla di nuovo senza mai successo.

I giorni passavano e la nostra spedizione diede l’attacco a Cima-Asso, uno sperone di roccia di 5100 metri a strapiombo sul lago. Di ritorno dalla cima iniziammo a prepararci per il rientro smontando il campo e preparando gli asini ed i bagagli.

Era mattina presto quando ci mettemmo di nuovo in viaggio. La nostra piccola carovana percorreva un sentiero sul lato del fiume opposto al villaggio. Tutti i pastori sembravano dormire chiusi nelle proprie capanne e non c’era nessuno ad assistere alla nostra partenza.

Ero triste senza motivo e fu allora che la rividi. Era lei, con lo stesso vestito di quel giorno, a non più di trenta metri al di là del torrente. In piedi, immobile, ci guardava partire. Mi fermai e la guardai anche io mentre i portatori, gli asini, tutti i bagagli e probabilmente il mondo intero mi sfilavano accanto. Eravamo divisi solo da un fiume ma distanti come due galassie, ma lei era lì, l’unica del villaggio, e mi guardava con la stessa forza e dolcezza di quel giorno. Eravamo così vicini e così distanti ma, innegabilmente, eravamo lì, nello spazio di uno sguardo.

Sapevo che non l’avrei mai rivista, che non avrei nemmeno saputo il suo nome. Sapevo che probabilmente nulla ci avrebbe accumunato, che niente, oltre al essere un uomo ed una donna, ci poteva legare. Eppure, eppure quel giorno mi ero perso nei suoi occhi e forse anche lei,  in piedi silenziosa in un mattino grigio, aveva visto qualcosa nei miei.

Il tempo di un attimo, niente più che uno sguardo, un ricordo indelebile, un’illusione forse. Ogni tanto, dopo più di dieci anni, la mia mente vaga ancora tra le montagne dell’Himalaya in cerca di una ragazza che silenziosamente mi diceva addio.

Così, nel dubbio, la mente vaga, sogna e spera, ricordando quell’attimo, quell’illusione, quella speranza, quell’istante d’infinito ed inspiegabile amore racchiuso in un semplice sguardo.

Davide Valsecchi

Quando un comico non fa più ridere

Quando un comico non fa più ridere

«Il Cavalier Silvio Berlusconi è stato ricevuto al Quirinale dalla controfigura di Umberto II, l’ultimo re d’Italia. La scena nei modi e nella sua rappresentazione è la medesima del 1943, quando a Villa Savoia Vittorio Emanuele III comunicò al Cavalier Benito Mussolini il suo licenziamento.

In entrambi i casi il successore venne scelto dal regnante. Ieri fu Badoglio, adesso è Monti. La caduta del fascismo avvenne per una guerra mondiale persa. Quella del berlusconismo per un disastro economico di livello europeo.I liquidatori furono allora gli angloamericani, oggi i tedeschi e i francesi. Lo spread sopra i 500 punti ha cacciato queste caricature di governanti, di ministri e ministresse, non l’opposizione. Se fosse stato per il Pdmenoelle, questo governo sarebbe durato per sempre.

Un fantasma si aggira per l’Europa, quello del fallimento dell’euro. Il detonatore è l’Italia e il suo debito pubblico che vanno messi sotto tutela prima che sia troppo tardi. Ma è già troppo tardi. Nel frattempo però, come quando un’azienda fallisce, i creditori vogliono recuperare il massimo possibile prima del default italiano. Il Governo Monti ridurrà l’esposizione internazionale del nostro debito. La patrimoniale è cosa già fatta, insieme all’introduzione dell’Ici sulla prima casa e al taglio dei dipendenti pubblici.

Berlusconi è un vecchio zombie, era già morto politicamente nel 2008. Lo resuscitò Waterloo Veltroni, e le opposizioni, per tre anni che sono sembrati lunghissimi, lo hanno protetto in innumerevoli voti di fiducia e regalandogli deputati a piene mani, da Calearo a Razzi, per tacer di Scilipoti.

La Seconda Repubblica volge al termine. Ci ha fatto largamente rimpiangere la Prima. I partiti si sono impadroniti dello Stato e se ne sono nutriti. Chi grida “Elezioni, elezioni!”, non sa di cosa parla, o forse pensa solo alle poltrone. La data delle elezioni è già stata decisa a Washington, Parigi e Londra, con tutta probabilità sarà il 2013.

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale siamo un Paese a libertà limitata con basi americane che presidiano tutta la penisola. Ora siamo stati messi anche ai domiciliari. La politica economica non è più di nostra competenza, ma del FMI e della BCE. Riceviamo lettere dalla UE che sono l’equivalente di ordini, ultimatum.

Mussolini, all’uscita del colloquio con il re, fu caricato su un’ambulanza. Gli venne detto che era per proteggerlo. In realtà, il mezzo era pieno di Carabinieri che lo arrestarono. Ieri sera l’ambulanza non c’era davanti al Palazzo del Quirinale e neppure i Carabinieri. Peccato. Sarebbe stata una degna e appropriata uscita di scena.»

Questo è un articolo pubblicato da Beppe Grillo. Per qualche alieno che non lo conoscesse Grillo è un comico genovese che protesta su tutto e tutti fin da quando ero un bambino. Di solito dice sottili verità che spesso fanno ridere. Da qualche anno a questa parte però non fa più ridere come una volta, forse perchè tristemente le sue verità non sono più così sottili.

Non avrei mai pensato di pubblicare su Cima un suo pezzo ma credo che, dopo le tante “barzellette” dei politici, le parole di un comico professionista siano le più adatte.

Come disse Tremonti: “Suona l’orchestra sul Titanic che affonda…”.
Comincio già a sentier freddo…

Davide Valsecchi

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