Dominio del Vuoto

Dominio del Vuoto

“Arrampicate Libere sulle Dolomiti” è uno dei nuovi volumi che si sono aggiunti alla Biblioteca Canova. Un libro di Severino Casara, seconda edizione del 1950 dopo la prima del 1944. Casara, nato il 26 Aprile del 1903, fu un valente arrampicatore nonché compagno di cordata di Emilio Comici fino alla sua caduta fatale, nell’ottobre 1940.  Il testo è un  connubio tra i suoi ricordi, le imprese con l’amico Comici e le testimonianze raccolte su Paul Preuss, scomparso il  3 Ottobre 1913, di cui ha ricevuto gli appunti personali.

«L’ascensionismo non è uno sport, come molti profani ed alcuni arrampicatori vorrebbero sostenere – scrive Casara illustrandoci la sua visione di alpinismo –  ma concezione squisitamente eroica che eleva l’uomo audace ad uno stato di grazia sulla montagna. È il dominio del vuoto. Infatti il corpo è librato nell’aria, eccetto i quattro punti degli arti che toccano la parete levigata e strapiombante. È il volo umano senz’ali verso l’alto. »

Casara riceve l’archivio di appunti, relazioni e fotografie di Paul Preuss dalla sorella Minna e dal cognato Paul Relly. «Narrare qui le imprese di Preuss sarebbe troppo lungo, basterebbe ricordare che nella sua breve vita egli riuscì a compiere su tutte le Alpi oltre 1200 ascensioni, fra le quali 150 di nuove e oltre 300 da solo! E cadde a 27 anni!».

L’autore, nel passaggio che ho voluto riproporre qui, riporta le celebri “sei massime” di Preuss arricchendole con la traduzione di suo testo originale in cui illustra e spiega la sua teoria alpinistica. Dalle testimonianze del libro emerge poi l’insospettabile carattere di Preuss: avevo sempre creduto fosse una personalità schiva e solitaria, invece traspare una figura luminosa e socievole, amata e benvoluta. “Salire montem in laetitia” fu il suo motto. Così, ora le sei regole non mi sembranop più essere pilastri d’etica o fondamenti della vera sicurezza, ma mi appaiono invece come linee guida d’ispirazione per la ricerca di una felicità che sembra in parte perduta. 

Ecco il testo di Casara e di Preuss:   

[Severino Casara – 1994] Preuss era un purista e riteneva che la lotta coi monti fosse intrapresa liberamente e, vorrei quasi dire, onestamente, senza l’aiuto di alcun artificio. Usava la corda solo quando si univa a compagni: ma in tal caso aveva ideato un nodo che si sarebbe facilmente sciolto qualora egli fosse precipitato, e non avrebbe così travolto l’amico. Considerava che le difficoltà maggiori di arrampicamento si sogliono incontrare «negli strapiombi in parete libera e nelle traversate»; e la massima «quando gli uni e le altre si combinano». Derideva i tanti che parlano di arrampicate «per pareti lisce come un muro, senza appigli e senza appoggi». Diceva che non ne aveva mai vedute. Ad affermare tale principio, quello di vincere anche le più difficili montagne con le sole proprie risorse naturali, non poteva essere che lui, creatura eletta e dotata delle migliori energie fisiche e morali. Era già stato maestro in ogni esercizio, sì da vincere i campionati accademici austriaci di tennis, scherma e pattinaggio, figura e stile. Ma ben presto la sua attività si rivolse tutta alla scuola severa della montagna.

Sostenne con vari scritti e illustrazioni la necessità di salire sulla montagna senza l’uso dei mezzi artificiali, utili soltanto in caso di pericolo. Il suo nuovo verbo, che rivoluzionava la già invadente tecnica alpina dei chiodi e della doppia corda, provocò discussioni in tutti gli ambienti alpinistici. Il 31 gennaio del 1912 il dott. Preuss fu invitato a una riunione a Monaco promossa dalla Sezione Bavarese del D. Oe. Alpenverein. Tutti i migliori esponenti dell’alpinismo parteciparono a quella storica seduta: Nieberl, Oertel, Dilfer, Jacobi, Leuchs, Hibel, Piaz e tanti altri. E Preuss quella sera espose brillantemente la sua teoria fondandola sulle note sei massime, che trascrivo:

  1. Non bisogna essere soltanto all’altezza delle difficoltà che si affrontano, ma bisogna essere nettamente superiori ad esse
  2. La misura delle difficoltà che un alpinista può con sicurezza superare in discesa senza l’uso della corda e con animo tranquillo, deve rappresentare il limite massimo delle difficoltà che egli può affrontare in salita.
  3. La giustificazione dell’impiego dei mezzi artificiali vi è soltanto nel caso di pericolo.
  4. Il chiodo da roccia è una riserva per casi di necessità, ma non deve essere il fondamento di una tecnica speciale.
  5. La corda può essere una facilitazione ma non il mezzo indispensabile per rendere possibile una salita.
  6. Su tutto deve dominare il principio della sicurezza. Però non l’assicurazione forzatamente ottenuta con mezzi artificiali in condizioni di evidente pericolo, ma quell’assicurazione preventiva che per ogni alpinista deve basarsi sul giusto apprezzamento delle proprie forze.

Venne pure esaurientemente discussa la distinzione fra alpinismo e acrobatismo. E Preuss, esposte le sue vedute sull’essenza dell’alpinismo e sulle relazioni con l’acrobatismo, concluse che la meta da raggiungersi è la loro fusione. Espose inoltre il suo fondamentale principio di poter sempre discendere rampicando per dove si è saliti. Principio incredibile allora — e più ancora oggi che nell’alpinismo ha preso il sopravvento l’acrobatismo — ma da lui dimostrato assolutamente veritiero. Chi mai compie oggi una discesa per roccia senza far uso della corda doppia e dei chiodi? Da ciò è derivato che pochissimi hanno imparato a scendere dalla roccia arrampicando per dove sono saliti.

Su tale argomento Preuss si soffermò con una chiara e convincente esposizione che credo utile tradurre: «Ammetto volentieri che l’arrampicare in discesa è più difficile che quello in salita, ma questo perchè gli alpinisti ci sono meno abituati e perchè non l’hanno imparato. Effettivamente i punti più difficili si possono fare arrampicando in discesa quando soltanto si conoscono già in salita. Ma che vi sia un punto fattibile con sicurezza in salita ma non in discesa, lo posso escludere per mia esperienza personale. L’arrampicata in discesa, come già ho replicato a Piaz, può essere imparata e la capacità di arrampicarsi in discesa deve guidare l’alpinista nella scelta delle sue imprese. Appunto il fatto che Nieberl mette tanto in rilievo il pericolo delle mie teorie, è prova di quanto poco egli abbia compreso l’intimo significato di ciò che io pretendo. Io sarei «un mostro senza cuore» e il mio ideale «un orribile Moloch» se fosse vero che pretendo che gli alpinisti in certa maniera sappiano «morire in bel modo». Con quanta poca fondatezza mi sia rivolta tale accusa può Nieberl giudicare da questo. Volentieri seguo il suo pensiero «un solo misero chiodo da roccia lo avrebbe salvato». Ma chiedo di più. Era necessario e sarà sempre necessario che continui così? Non ci sarà una Potenza che difenda l’alpinista da se stesso, che gli impedisca di spingersi all’estremo limite delle sue possibilità, dove Vita e Morte si contrastano in un equilibrio già instabile? Negli ultimi anni, molti, spaventevolmente molti, sono caduti a morte proprio nel superare punti difficili. Ma sarebbe forse morto alcuno dei caduti se il sentimento morale e sportivo loro fosse stato giudicato dalla massima: « Nessun passo avanti, dove tu non puoi ridiscendere? ». Il Moloch è il principio attuale, e lo dimostrano i risultati degli ultimi decenni, e centinaia di vittime gli si sono immolate. Crede dunque Nieberl che la maggior parte degli alpinisti sappia meglio manovrare colla corda e coi chiodi che i con la roccia e con se stessi? Per impiegare i mezzi artificiali « moderatamente e con criterio », come dice Nieberl, si dovrebbe essere già maestri di prim’ordine. Ma in tal caso non se ne avrebbe bisogno perchè si dovrebbe stabilire il limite delle proprie possibilità. « E ora mi capirà forse bene Nieberl se dico: vi è un’importante esigenza e cioè l’educazione dell’Alpinismo. Bisogna educare i principianti a frenare il loro amor proprio ai limiti delle loro capacità, a tenersi elevati nella loro morale come nella loro tecnica, non più alti e non più bassi. Nel sapersi trattenere e frenare si rivela il maestro! L’autorizzazione morale per difficili ascensioni non risiede in attitudini fisiche o in virtuosismi di tecnica quanto nella educazione delle basi spirituali e morali e nel corso dei pensieri dell’alpinista. «La bella epoca del vecchio Alpinismo può risorgere se regolando le ascensioni coll’educare lo spirito e la mente degli alpinisti si respingerà di nuovo nei suoi confini il «decadimento mentale i sportivo » (sportversimpelung), come lo ha chiamato Planck, la «manualità dei mestieranti » (handwerkméssige Betrieb), come la chiamerei io. «Ora i monti sono odiati, combattuti con ogni mezzo; ma si imparerà a temerli e ad amarli! ». Preuss certo antivedeva dove si sarebbe andati a finire con l’ammettere l’uso indiscriminato dei chiodi. Chi avrebbe più potuto fissare un limite? La parola «impossibile » sarebbe un po’ alla volta scomparsa. Dall’alpinismo si sarebbe passati all’acrobatismo; dalle vittorie sulla montagna libera e pura, alle gare sportive sulla montagna addomesticata. Si sarebbe anche arrivati alle « strade ferrate » fino alle cime… (col biglietto d’ingresso?).

E ci siamo arrivati. Se si continua sempre di più con questo… progresso di piantamento di chiodi (siamo giunti ai 60 e più per una sola via), non occorrerà neppure farle costruire da apposite imprese industriali, queste «strade ferrate», perchè vedremo divenuta realtà la predizione di Irving nel suo famoso «The romance of Mountaineering », il romanzo dell’Alpinismo: «Verrà giorno in cui la via segnata da corde e da chiodi che un arrampicatore costruirà per vincere una sua parete non sarà più possibile distinguerla da una funivia… ».

Foto: Preuss all’attacco della sua parete al Campanil Basso (28 Luglio 1911), Preuss sul DonnelKogel, Copertina libro.

Storia Alpinistica della Carnia

Storia Alpinistica della Carnia

«Forni Avoltri, ultimo contrafforte della Carnia, ride al sole tra piccoli terrazzi prativi in mezzo al più smagliante verde di tutta la Carnia». Tra gli scaffali della mia libreria è riapparso un vecchio libro: “Forni Avoltri” di Tomaso Pellicciari, edito nel 1973 per commemorare il Centenario della Chiesa di San Lorenzo. Una pubblicazione di 460 pagine che illustra il territorio di Forni Avoltri nei suoi aspetti ambientali, culturali e storici. L’autore, Tomaso Pelliciari, è nato il 5 settembre del 1926 a Treviso. Diplomato come perito minerario è figlio di una famiglia di artisti e letterati, coniugando quindi competenze tecnico scientifiche ad una notevole sensibilità umanistica. Quando giunge a Forni Avoltri se ne innamora e tale sentimento traspare evidente nei suoi scritti.

Tra le pagine del suo libro vi è un intero capitolo dedicato a “Scalatori e Scalate” in cui riporta due aspetti per me interessanti: il primo è la storia alpinistica della Carnia fino al primo dopoguerra, il secondo è un censimento delle principali ascensioni (un centinaio) ordinato per montagna e per grado nella scala Welzenbach. 

Dalla cronistoria alpinistica emerge una figura di indubbio fascino: Pietro Samassa da Collina, noto anche come Pìori di Tòch.  Cercando ulteriori informazioni mi sono imbatutto nel sito web “Alto Gorto in movimento -Tra Ottocento e Novecento“, un portale dedicato alla storiografia delle località aggregate nei comuni di Rigolato e Forni Avoltri. Qui ho trovato la fotografia che trovate in apertura: Creta della Chianevate, 1921. Lungo il sentiero di guerra, via normale alla cima.

[Tomaso Pellicciari]. Non si hanno notizie sicure prima del secolo diciannovesimo e pare che la prima vetta ad essere toccata sia stata proprio quella del monte più alto della zona: il monte Peralba. Attorno al 1800 dei cacciatori locali abbandonarono l’infruttuosa caccia della giornata per salire alla cima del Peralba che si stagliava meravigliosamente baciata dal sole nello sfondo dell’azzurro cielo. Soltanto il ricordo della gente del posto riporta questa prima conquista dell’alpinismo locale. Così pure nel 1840 un cacciatore italiano, solo, salì fino al Becco del Monte Creta Forata di Volaia, altrimenti chiamato Capolago. Ma soltanto dall’ultima metà del secolo scorso si hanno notizie sicure, fedelmente riportate. Nel 1353 avvenne la prima salita sicura del Peralba da parte del tedesco Schӧnhuber che vi risalì nel 1854 per triangolazioni geodetiche. Il 30 settembre 1865 il giovane viennese Paul Grohamann, che già aveva compiuto ascensioni nelle Dolomiti preparando a Cortina vari valligiani alla nobile arte di guida alpina e che più tardi si meriterà da Cortina la cittadinanza onoraria ed il titolo di «padre delle Dolomiti», assieme alle guide Nicolò Sottocorona e Hofer conquista per primo la vetta della più alta montagna della catena Carnica il Coglians a m. 2.780: l’itinerario è il medesimo di quello tutt’ora seguito dal sentiero della via comune (riportato da «Die Erschliessung der Ostalpen» da «Zeitschrift des Deutschen und Oesterreichischen Alpen-Vereins» del 1869/70, da «Mitteilungen des Deutschen un Oesterreichischen Alpen-Vereins» nonchè dal «Bollettino del Club Alpino Italiano» e da «In Alto»). Però già tre anni prima, il 22 settembre 1862, il fabbro di Mauthen Adam Ridoler salì con il geologo E. von Mojsisovics ed il valligiano A. Valdan alla vetta della Creta delle Chianevate, alla vetta della Creta di Collina e per altre vie saliva il 20 luglio 1870 Paul Grohmann con la guida Nicolò Samassa (al ghiacciaio delle Chianevate già nel 1860 erano soliti i cacciatori austriaci T. Bucher e F. Stramitzer). Il 15 luglio 1868 lo stesso Paul Grohmann sale alla Cima Ovest delle Chianevate per parete Nord assieme alle guide J. Moser e P. Salcher. Intanto inizia la sua grande opera di esplorazione il primo vero grande pioniere dell’alpinismo di questi monti. Pietro Samassa, cacciatore e guida alpina. Nel 1888 egli salì alla vetta del Sasso Nero e poi negli anni seguenti molte altre volte a caccia, nonchè nel 1891 vi accompagnò un geometra italiano per rilievi topografici ed infine l’11 ottobre 1898 vi guidò i primi alpinisti H. Wédl e A. Siebenaicher. Nello stesso periodo Pietro Samassa sale alla Cresta del Sasso Nero; nel 1890 Pietro Samassa compie la prima ascensione al Monte Canale dove nel 1891 porterà anche là il geometra topografo e dove il 9 settembre 1898 salirà con H. Klaus e V. Tatzel ed infine tornerà con H. Wédl il 12-9-1898. Sempre Pietro Samassa, nell’agosto del 1892, sale alla cima del Monte Capolago o Creta Forata di Volaia, dove tornerà il 16. settembre 1896 con G. Baldermann e A. Jaroschek, nel 1898 con H. Wéodl ed ancora il 12 settembre 1902 sempre con H. Wédl alla Cresta Ovest. Ancora P. Samassa, infaticabile nelle sue peregrinazioni di vetta in vetta, sale nel 1895 assieme a P. Kratter, E. Pico e L. Spezzotti alla cima dell’Avanza. Nel 1890 sul monte Coglians Pietro Samassa aveva aperto da solo il sentiero, che poi ripetuto nella quasi totalità prendeva il nome attuale di sentiero Spinotti. Negli stessi anni saliva al Pic Chiadenis con G. Baldermann (già toccato in 1° ascensione da H. Prunner il 17 settembre 1896), nel 1899 portava assieme alla guida A. Komac uno dei più famosi alpinisti, scrittori e poeti delle Alpi, il grande Giulio Kugy con G. Bolaffio alla vetta del Coglians. Il 19 agosto 1804 sale alla Cima Lastrons del Lago assieme all’altra guida U. Sottocorona.

Oltre a queste di Pietro Samassa citerò le escursioni, in ordine cronologico:

  • 1880 – 23 settembre – 1° assoluta del Monte Siera del Sud da M. Holzmann e S. Siorpaes.
  • 1895 – H. Kofler da solo – ascensione per versante Nord al Monte Coglians.
  • 1898 – 28 giugno – H. Wédl, G. Baldermann e C. B. Schmid compiono la prima ascensione al Monte Volaia che salirono per la Cresta Sud e discesero per la Cresta Nord.
  • 1898 – 30 giugno – guida H. Staebler con L. Darmstadter in 1° ascensione alla Creta di Collinetta.
  • 1899 – 12 settembre – guida S. Obernosterre con E. T. Compton traversata dal Monte Capolago al Monte Canale per la Cresta.
  • 1900 – 8 settembre – L. Patera apre la via da Ovest per il Monte Avanza.
  • 1900 – 13 settembre – L. Patera compie la prima ascensione alla Creta Verde ed al Fleons Orientale o Edigon.
  • 1900 – 14 settembre – L. Patera alla cima del Monte Volaia in variante.
  • 1904 – 22 dicembre – L. Patera e H. Kofler in 1° invernale alla cima del Peralba.
  • 1905 – 18 agosto – M. Ortwein, von Molitor e A. Matievic 1° per parete Nord-Ovest alla cima del Sasso Nero.
  • 1906 – 9 settembre – A. Schultzer in 1° ascensione per la spalla Ovest alla vetta della Cima Lastrons del Lago.
  • 1907 – 6 settembre – L. Patera e Stabentheiner in 1° ascensione al M. Volaia per la parete Est.
  • 1912 – 10 agosto – O. Steinmann e S. Ulmann aprono la via per lo spigolo Nord-Est al Monte Canale.

Molte altre ascensioni potrebbero continuare questo inventario, ma mi fermo anche per timore di non tralasciarne più d’una nelle mie citazioni, specie per gli ultimi anni dei quali mi mancano quasi completamente notizie. Ma penso che aver nominato gli antesignani dello sport alpinistico nella nostra zona, sia sufficiente, anche perchè l’esempio di loro larga messe di proseliti raccolse nel dopoguerra del 15/18 e fino ai nostri giorni. Si potrà obiettare che nomi grandissimi lasciarono le loro orme sulle rocce dei nostri monti, ma chi ha culto dei ricordi non abbisogna anche della mia spinta per mantenere vive quelle notizie.

[..] Nel corso di quasi un secolo, come in una gara di supremo ardimento, gli scalatori si sono spinti sempre più innanzi verso l’estremo limite delle possibilità umane: quasi che la montagna li chiamasse a dare sempre e più il meglio di sè. Ma poichè le braccia non sono ancora ali, questa progressione si conclude praticamente con i nostri giorni. Così è stato possibile suddividere tutte le scalate con sufficiente sicurezza in sei categorie e gradi di difficoltà. La classica scala delle difficoltà, quella di Welzenbach quella generalmente adottata (ed accettata anche nell’ultimo Congresso Internazionale di Chamonix) con le notissime aggettivazioni dice:

  • 1° grado = facile
  • 2° grado = mediocremente difficile
  • 3° grado = difficile
  • 4° grado = molto difficile
  • 5° grado = straordinariamente difficile
  • 6° grado = estremamente difficile

Alcuni relatori di ascensioni hanno aggiunto al grado le note differenziazioni di « superiore » ed « inferiore ».

Noi, per rendere più chiara l’esposizione, diamo le seguenti delucidazioni di Domenico Rudatis. Il «primo grado» è quello in cui il turista comincia a diventare arrampicatore essendo costretto a servirsi delle mani. Il « sesto grado » rappresenta le massime audacie realizzate dai migliori arrampicatori del mondo, cioè effettivamente il limite assoluto del possibile in materia d’arrampicamento. Ed essendo questo sport una purissima affermazione di valori atletici e morali, va da sè che la graduazione risulta stabile. Le eventuali future conquiste ottenute con una moltiplicazione di mezzi artificiali non potranno certamente costituire dei gradi superiori. Diamo qui appresso un breve elenco delle più note possibilità di arrampicata nelle montagne di Forni Avoltri, trascurando i sentieri perchè, per quanto disagiati, fanno parte dei percorsi dei normali turisti:


NDR: il testo originale riportava 109 salite suddivise per grado e raggruppate per montagna. Io, per semplicità di presentazione, ho incorporato l’elenco in una tabella rendendo possibile effettuare ordinamenti e ricerche in modo dinamico. L’elenco originale è riportato in fono all’articolo. 

DifficoltàMontagnaSalita
1° GradoMonte Peralbada Sud-Est ore 2 (con attacco di 2° grado)
1° GradoMonte Peralbaper la cresta Ovest, ore 3.30
1° GradoPic Chiadenisvia comune (da Sud), ore 0.45 4
1° GradoFleons Occidentaleper la cresta Nord, ore 1
1° GradoFleons Orientaleper la cresta Nord, ore 1
1° GradoCreta Verdedall’Est, ore 1
1° GradoCampanile Letterper il versante Nord-Est, ore 0.45
1° GradoCreta di Bordagliaversante Ovest, ore 0.45 (dal passo Val Inferno)
1° GradoCreta di Bordagliaversante Est, ore 0.45 (dal passo Niedergail)
1° GradoMonte Volaiaper la cresta Sud, ore 0.30
1° GradoMonte Volaiada Sud-Ovest, ore 1.30
1° GradoSasso Nerodal Sud (via comune), ore 3.30
1° GradoMonte Canaledal Sud (via comune), ore 3
1° GradoMonte Capolagoper la cresta Sud (via comune), ore 2.30
1° GradoMonte Cogliansper la cresta Sud o Costone di Stella, ore 1.30
1° GradoMonte Cogliansper la cresta Ovest, ore 1
1° GradoMonte Cogliansdal Nord (via ferrata), ore 1.30/2
1° GradoMonte Cogliansper la cresta Est alla Cima di Mezzo e vetta, ore 3
1° GradoCreta di Collinaper la cresta Est, ore 2
1° GradoMonte Sieradal Sud (via Comune), ore 2.30
1° GradoPiccolo Sieraper la cresta Ovest, ore 1
1° GradoPiccolo Sieradal Sud, ore 2
1° GradoCreta di Tugliadal Sud, ore 1
1° GradoCreta della Fuinadal Sud (via comune), ore 2.45
1° GradoMonte Plerosdal Nord, ore 2.30
2° GradoMonte Peralba canalone da Sud-Ovest – lunga arrampicata
2° GradoPic Chiadenisper la parete Est, ore l
2° GradoPic Chiadenisalla 3° torre per parete Ovest, ore 1
2° GradoMonte Avanza per la cresta Ovest alla Creta dei Cacciatori, ore. 2
2° GradoMonte Avanza dal Nord alla Cima della Miniera, ore 2.30′
2° GradoCreta Verde per la cresta Ovest, ore 2
2° GradoCreta Verde per la cresta Nord-Est, ore 1.30
2° GradoMonte Volaia per la cresta Nord, lungo itinerario
2° GradoMonte Volaia dall’Est per la parete, ore 2
2° GradoSasso Nero per la cresta Sud, ore 2
2° GradoSasso Nero per la parete Ovest, ore 2.30
2° GradoSasso Nero per la cresta Nord-Ovest, ore 1
2° GradoCreta di Chianaletta traversata per cresta (via comune) dal Monte Canale, ore 1
2° GradoMonte Canale per la cresta Sud-Sud-Est, ore 4 (con 3° grado)
2° GradoMonte Canale per la parete Sud, ore 4, passaggio di 4° grado
2° GradoMonte Capolago dal Nord per la Forcella del Buso, ore 4
2° GradoMonte Capolago per la parete Est, ore 3
2° GradoLastrons del Lago dall’Ovest, ore 2.30
2° GradoMonte Coglians per la parete Ovest, ore 3
2° GradoMonte Coglians per la parete Nord (via diretta), ore 2.30
2° GradoCreta delle Chianevate dal Sud, ore 4.30
2° GradoCreta di Collina dal Nord, ore 2
2° GradoCreta di Collina per la « via di guerra » al ghiacciaio delle Chianevate, ore 3
2° GradoCreta di Collina per la cresta Nord-Est, ore 1.30
2° GradoMonte Siera per il canalone Sud-Ovest, ore 2.30
2° GradoMonte Siera per il canalone Ovest, ore 3.45 (2° grado inferiore)
2° GradoMonte Siera per la cresta Ovest, ore 4
2° GradoPiccolo Siera  da Nord-Est, ore 4.30, m. 300 di salita
2° GradoCima Dieci per la parete Ovest, ore 2, passaggio di 3° grado
2° GradoCrete Forataper la cresta Ovest, ore 3.45
2° GradoCrete Forataper lo spigolo Nord, ore 2.30
2° GradoCrete Forataper lo spigolo Nord dell’Anticima Nord-Est, ore 3
2° GradoMonte Cimon per lo spigolo Nord, ore 4.30 .
2° GradoMonte Geu per la cresta Est, ore 2
2° GradoMonte Geu per la parete Ovest, ore 1
2° GradoCreta della Fuina dal Nord-Ovest, ore 1.30
2° GradoCreta della Fuina dall’Est, ore 1.30
3° GradoMonte Peralba per la parete Sud-Ovest, ore 7, circa metri 750
3° GradoPic Chiadenisper la parete Nord, ore 1
3° GradoPic Chiadenisalla punta Sud per la parete Nord-Ovest, ore 3
3° GradoCreta di Chianaletta per la cresta Nord alla 2° Torre, ore 4, circa m. 400 (con 4° grado)
3° GradoCreta di Chianaletta per la parete Nord alla 3* Torre, ore 3
3° GradoMonte Capolago per la cresta Nord-Est, ore 2
3° GradoMonte Coglians per il pilastro Nord-Nord-Est, ore 3
3° GradoMonte Coglians per la parete Nord-Est, ore 4
3° GradoCreta di Collina per la parete Ovest, ore 4, passaggi di 4° grado
3° GradoCreta di Collina per la parete Nord-Ovest, ore 5
3° GradoMonte Siera per la parete Nord-Est, ore 5.30, circa m. 450 (anche 4° grado)
3° GradoPiccolo Siera per la cresta Nord, ore 11.30 (dal 2° grado al 4° ed un passaggio del 6°)
3° GradoCima Dieci per la parete Nord, ore 4.15
3° GradoCreta Forata per la parete Nord-Ovest, ore 6
3° GradoCreta Forata per la parete Nord-Ovest dell’Anticima, ore 5
3° GradoMonte Geu per la parete Nord-Ovest, ore 3
3° GradoCreta della Fuina per la parete Nord, ore 3
4° GradoMonte Peralbaper la parete Sud-Est, ore 3
4° GradoMonte Volaiaper la parete Est (via diretta), ore 4, metri 500 circa
4° GradoSasso Nero dal Nord, ore 5.30
4° GradoCreta di Chianaletta  per la parete Nord alla 4° Torre, ore 5
4° GradoCreta di Chianaletta  per la parete Nord alla 5° Torre, ore 5
4° GradoMonte Canale per lo spigolo Nord-Est, ore 4
4° GradoMonte Capolago per la parete Nord, ore 5, m. 450, 4° grado superiore
4° GradoMonte Capolago per i camini Nord-Est, ore 4, m. 450, passaggi di 5° grado
4° GradoLastrons del Lago per le placche Nord-Ovest, ore 4
4° GradoLastrons del Lago per la parete Nord, ore 3.30
4° GradoCreta di Collina per la parete Sud, ore 4.30
4° GradoCreta di Collina per la parete Nord, ore 6, m. 470 circa
4° GradoCreta di Collina diretta Sud, ore 4, 4° grado superiore
4° GradoMonte Cimon per la parete Nord-Est, ore 6.30, m. 400 circa
4° GradoMonte Cimon per la parete Nord, ore 6, anche 5° grado e due passaggi di 6°
4° GradoCreta di Tuglia per lo spigolo Nord, ore 4
4° GradoMonte Pleros per la parete Nord, ore 8, m. 600 circa
5° GradoMonte Peralba per lo spigolo Sud, ore 10/12, m. 350 circa, 5° grado superiore
5° GradoMonte Peralba per la parete Nord, ore 6/8, m. 700 circa
5° GradoPic Chiadenisalla Punta Sud, ore 8, m. 500 circa, passaggi di 6° grado
5° GradoCresta di Volaiaal Biegenkopf Nord per la parete Est, ore 7, è considerata una delle più belle arrampicate del gruppo su una parete di circa m. 300, 5° superiore
5° GradoCresta di Volaiaal Biegenkopf Sud per la parete Est, ore 4, m. 300 circa
5° GradoMonte Canale per la parete Nord, ore 6
5° GradoMonte Canale per la parete Nord-Est, ore 5, m. 500 circa
5° GradoLastrons del Lago per i camini Nord-Est, ore 4
5° GradoMonte Coglians per la parete Nord-Est, ore 7, m. 700 circa
5° GradoMonte Coglians per la parete Nord-Est della Cima di Mezzo, ore 5, m. 650 circa
5° GradoCreta di Collina per la parete Nord della Torre della Chianevate, ore 8, m. 600 circa di arrampicata quasi verticale con passaggi di 5° grado superiore, è forse l’itinerario più difficile nel gruppo del Coglians
5° GradoMonte Cimon per la parete Nord-Est dello Zoccolo Nord, ore 5, con due passaggi di 6° grado
6° GradoCreta di Collina diretta Nord della Torre della Chianevate, ore 13, m. 100 circa, aperta da Toni Egger e Heini Heinricher il 6-8-1950

Ho dato i tempi per ogni scalata come quelli medi che può impiegare nei singoli percorsi un alpinista allenato, ed inoltre questi tempi si riferiscono al percorso in arrampicata soltanto e quindi riferito alla partenza dalle pendici rocciose del monte e fino alla vetta. Non ho voluto fornire una descrizione per ogni percorso in nota, sia per non sconfinare dai propositi modesti di questa monografia, sia perchè tali notizie si trovano in chiara esposizione dei manuali alpinistici del Touring-C.A.I. relativi alle zone interessate.


1° Grado:

Monte Peralba 

  • da Sud-Est ore 2 (con attacco di 2° grado)
  • per la cresta Ovest, ore 3.30

Pic Chiadenis 

  • via comune (da Sud), ore 0.45 4

Fleons Occidentale 

  • per la cresta Nord, ore 1

Fleons Orientale 

  • per la cresta Nord, ore 1

Creta Verde 

  • dall’Est, ore 1

Campanile Letter 

  • per il versante Nord-Est, ore 0.45
  • traversata alla Creta Verde, ore 0.30

Creta di Bordaglia

  • versante Ovest, ore 0.45 (dal passo Val Inferno)
  • versante Est, ore 0.45 (dal passo Niedergail)

Monte Volaia 

  • per la cresta Sud, ore 0.30
  • da Sud-Ovest, ore 1.30

Sasso Nero 

  • dal Sud (via comune), ore 3.30

Monte Canale 

  • dal Sud (via comune), ore 3

Monte Capolago 

  • per la cresta Sud (via comune), ore 2.30

Monte Coglians 

  • per la cresta Sud o Costone di Stella, ore 1.30
  • per la cresta Ovest, ore 1
  • dal Nord (via ferrata), ore 1.30/2
  • per la cresta Est alla Cima di Mezzo e vetta, ore 3

Creta di Collina 

  • per la cresta Est, ore 2

Monte Siera 

  • dal Sud (via Comune), ore 2.30

Piccolo Siera 

  • per la cresta Ovest, ore 1
  • dal Sud, ore 2

Creta di Tuglia 

  •  dal Sud, ore 1

Creta della Fuina 

  •  dal Sud (via comune), ore 2.45

Monte Pleros 

  •  dal Nord, ore 2.30

2° Grado:

Monte Peralba 

  • canalone da Sud-Ovest – lunga arrampicata

Pic Chiadenis

  • per la parete Est, ore l
  • alla 3° torre per parete Ovest, ore 1

Monte Avanza 

  • per la cresta Ovest alla Creta dei Cacciatori, ore. 2
  • dal Nord alla Cima della Miniera, ore 2.30′

Creta Verde 

  • per la cresta Ovest, ore 2
  • per la cresta Nord-Est, ore 1.30

Monte Volaia 

  • per la cresta Nord, lungo itinerario
  • dall’Est per la parete, ore 2

Sasso Nero 

  • per la cresta Sud, ore 2
  • per la parete Ovest, ore 2.30
  • per la cresta Nord-Ovest, ore 1

Creta di Chianaletta 

  • traversata per cresta (via comune) dal Monte Canale, ore 1

Monte Canale 

  • per la cresta Sud-Sud-Est, ore 4 (con 3° grado)
  • per la parete Sud, ore 4, passaggio di 4° grado

Monte Capolago 

  • dal Nord per la Forcella del Buso, ore 4
  • per la parete Est, ore 3

Lastrons del Lago 

  • dall’Ovest, ore 2.30

Monte Coglians 

  • per la parete Ovest, ore 3
  • per la parete Nord (via diretta), ore 2.30

Creta delle Chianevate 

  • dal Sud, ore 4.30

Creta di Collina 

  • dal Nord, ore 2
  • per la « via di guerra » al ghiacciaio delle Chianevate, ore 3
  • per la cresta Nord-Est, ore 1.30

Monte Siera 

  • per il canalone Sud-Ovest, ore 2.30
  • per il canalone Ovest, ore 3.45 (2° grado inferiore)
  • per la cresta Ovest, ore 4

Piccolo Siera 

  •  da Nord-Est, ore 4.30, m. 300 di salita

Cima Dieci 

  • per la parete Ovest, ore 2, passaggio di 3° grado

Crete Forata

  • per la cresta Ovest, ore 3.45
  • per lo spigolo Nord, ore 2.30
  • per lo spigolo Nord dell’Anticima Nord-Est, ore 3

Monte Cimon 

  • per lo spigolo Nord, ore 4.30 .

Monte Geu 

  • per la cresta Est, ore 2
  • per la parete Ovest, ore 1

Creta della Fuina 

  • dal Nord-Ovest, ore 1.30
  • dall’Est, ore 1.30

3° Grado:

Monte Peralba 

  • per la parete Sud-Ovest, ore 7, circa metri 750

Pic Chiadenis

  • per la parete Nord, ore 1
  • alla punta Sud per la parete Nord-Ovest, ore 3

Creta di Chianaletta 

  • per la cresta Nord alla 2° Torre, ore 4, circa m. 400 (con 4° grado)
  • per la parete Nord alla 3* Torre, ore 3

Monte Capolago 

  • per la cresta Nord-Est, ore 2

Monte Coglians 

  • per il pilastro Nord-Nord-Est, ore 3
  • per la parete Nord-Est, ore 4

Creta di Collina 

  • per la parete Ovest, ore 4, passaggi di 4° grado
  • per la parete Nord-Ovest, ore 5

Monte Siera 

  • per la parete Nord-Est, ore 5.30, circa m. 450 (anche 4° grado)

Piccolo Siera 

  • per la cresta Nord, ore 11.30 (dal 2° grado al 4° ed un passaggio del 6°)

Cima Dieci 

  • per la parete Nord, ore 4.15

Creta Forata 

  • per la parete Nord-Ovest, ore 6
  • per la parete Nord-Ovest dell’Anticima, ore 5

Monte Geu 

  • per la parete Nord-Ovest, ore 3

Creta della Fuina 

  • per la parete Nord, ore 3

4° Grado:

Monte Peralba

  • per la parete Sud-Est, ore 3

Monte Volaia

  • per la parete Est (via diretta), ore 4, metri 500 circa

Sasso Nero 

  • dal Nord, ore 5.30

Creta di Chianaletta  

  • per la parete Nord alla 4° Torre, ore 5
  • per la parete Nord alla 5° Torre, ore 5

Monte Canale 

  • per lo spigolo Nord-Est, ore 4

Monte Capolago 

  • per la parete Nord, ore 5, m. 450, 4° grado superiore
  • per i camini Nord-Est, ore 4, m. 450, passaggi di 5° grado

Lastrons del Lago 

  • per le placche Nord-Ovest, ore 4
  • per la parete Nord, ore 3.30

Creta di Collina 

  • per la parete Sud, ore 4.30
  • per la parete Nord, ore 6, m. 470 circa
  • diretta Sud, ore 4, 4° grado superiore

Monte Cimon 

  • per la parete Nord-Est, ore 6.30, m. 400 circa
  • per la parete Nord, ore 6, anche 5° grado e due passaggi di 6°

Creta di Tuglia 

  • per lo spigolo Nord, ore 4

Monte Pleros 

  • per la parete Nord, ore 8, m. 600 circa

5° Grado:

Monte Peralba 

  • per lo spigolo Sud, ore 10/12, m. 350 circa, 5° grado superiore
  • per la parete Nord, ore 6/8, m. 700 circa

Pic Chiadenis

  • alla Punta Sud, ore 8, m. 500 circa, passaggi di 6° grado

Cresta di Volaia

  • al Biegenkopf Nord per la parete Est, ore 7, è considerata una delle più belle     arrampicate del gruppo su una parete di circa m. 300, 5° superiore
  • al Biegenkopf Sud per la parete Est, ore 4, m. 300 circa

Monte Canale 

  • per la parete Nord, ore 6
  • per la parete Nord-Est, ore 5, m. 500 circa

Lastrons del Lago 

  • per i camini Nord-Est, ore 4

Coglians 

  • per la parete Nord-Est, ore 7, m. 700 circa
  • per la parete Nord-Est della Cima di Mezzo, ore 5, m. 650 circa

Creta di Collina 

  • per la parete Nord della Torre della Chianevate, ore 8, m. 600 circa di arrampicata quasi verticale con passaggi di 5° grado superiore, è forse l’itinerario più difficile nel gruppo del Coglians

Monte Cimon 

  • per la parete Nord-Est dello Zoccolo Nord, ore 5, con due passaggi di 6° grado

6° Grado:

Creta di Collina 

  • diretta Nord della Torre della Chianevate, ore 13, m. 100 circa, aperta da Toni Egger e Heini Heinricher il 6-8-1950
Grigne: Torri di Giardino

Grigne: Torri di Giardino

Alcuni anni fa, in uno dei tanti giri insieme a Josef (Grigne: tre Birrette ed un Prosecco), ci ritrovammo al Rifugio Rosalba ad osservare, con una birretta in mano, le alte torri che svettano sul versante opposto della Val Scarettone. In Grignetta, negli ultimi 100 anni, hanno piantato chiodi e tracciato vie più o meno ovunque, ero quindi sorpreso che quelle torri, così evidenti sebbene palesemente scomode, fossero per lo più ignorate e sconosciute. Avevo chiesto informazioni al giovane figlio dello storico gestore ma non aveva saputo darmi indicazioni. “So che una volta il Buch – Marco Anghileri ndr.- era andato a vedere fin laggiù: ma è una ravanata mai finita anche solo arrivarci”. Questo era tutto ciò sapeva in merito a quelle torri. Avevo consultato gran parte delle contemporanee guide alpinistiche sulle Grigne e sulle Prealpi Lombarde, ma senza grandi risultati. (Purtroppo queste pubblicazioni sono per lo più “PostalMarket di vie Note” anziche chiavi di lettura per i lucchetti dell’ignoto). Giorni fa, invece, si è aggiunta alla Biblioteca Canova una copia di Prealpi Lombarde: da rifugio a rifugio del 1957, a cura di Silvio Saglio ed edita dal Touring Club Italiano e dal Club Alpino Italiano: un libricino tascabile che ha l’autorevolezza di un tomo. Francamente cercavo informazioni sui Corni di Canzo quando, volando senza meta tra le pagine, mi sono imbattuto in questo:    

CRESTA DEL GIARDINO. DA Ovest a Est, ore 6;  difficile (3°). — Dal Rifugio Rosalba m 1730 si scende per il sentierino della Costa dei Pidocchi fino al roccione 1357, e di qui, piegando a destra per una traccia, si divalla in un valloncello boscoso fino al fondo della Val Scarettone. Sul lato opposto si rimonta la scarpata erbosa delle Torri del Giardino puntando allo spuntone occidentale, chiamato Torre Andreina. Si sale per cengette e roccia friabile fino ad una piccola selletta, poi si entra in un canalino di roccia friabile e lo sl risale per dieci metri fino a raggiungere una cavernetta. Di qui si continua per un canale ostruito verso la metà da tre massi, che si scavalcano con chiodi e passaggi di aderenza; si giunge così alla sella che divide la Torre Andreina dalla Seconda Torre. Dalla selletta si sale allo spuntone di destra, indi si prosegue per una crestina di rocce erbose verso la terza Torre. Dal terzo bifido torrione si scende su un masso a guisa di tetto, e si raggiunge una selletta con mughi. Dalla selletta si sale per una spaccatura alla Quarta Torre. Dalla torre si scende sul lato opposto per rocce erbose a una spalla e alla selletta che divide il gruppetto occidentale delle Torri del Giardino da quello centrale. Si attacca la Torre centrale, larga e massiccia, per una paretina, superata la quale si segue la cresta erbosa con abbondanti mughi e, per essa, ci si alza lungo una rampa, interrotta da terrazzini fino alla vetta. Dalla Torre centrale si cala verso oriente per una cresta di rocce erbose fino a una spalla, e di qui si prosegue verso uno spuntone che si discende a S per facili rocce con erba e mughi, onde raggiungere una larga terrazza. Dalla terrazza per una scarpata rocciosa si riesce a una specie di cengia erbosa, e si arriva alla depressione che separa dalla parte orientale della cresta. Dalla selletta si attacca la cresta orientale che si percorre sul versante meridionale, per evitare un tratto verticale. Ci si porta poi su uno spiazzo d’erba, donde è facile afferrare il crinale di roccia ed erba. Lo si risale fino al sommo di uno spuntone e da questo, per rocce facili, si scende a una selletta erbosa. Dalla selletta erbosa si sale ancora per roccette con mughi, poi per detriti ed erba e si guadagna un tratto pianeggiante, percorso da una traccia di sent. che corre lungo il displuvio. La traccia continua sul lato meridionale della cresta, a poca distanza dal filo, su cui ritorna dopo aver aggirato un grosso roccioso rialzo. Si continua poi per il crestone e, scavalcata la q. 1886, si attaccano le franose balze dello Zucco di Campione, si raggiunge la q. 2035 e si passa facilmente alla vetta, piegando a d. lungo il crinale.

TORRE ANDREINA. -— Da Sud. ore 7; molto difficile (4°). – Dal Rifugio Rosalba m 1730 si scende come all’it. prec. fino alla selletta che divide la Torre Andreina da un altro spuntone. Dall’intaglio per giungere alla vetta si supera una parete alta una trentina di metri, priva di appigli, affidanosi totalmente ai chiodi ed appoggiando leggermente a d. Solo gli ultimi metri sono facili.

Spesso è importante anche solo trovare una “traccia” per riuscire ad inseguire una “pista”. Cercando informazioni sulla Torre Andreina è infatti emerso un collegamento ad un altra publicazione di Saglio: La storia alpinistica della Grigna (“I Quaderni di MOdiSCA”). La Torre Andreina è stata infatti salita da Basili, Dones e Panigalli. Con questi ulteriori dettagli, i nomi dei salitori,  è stato possibile risalire ad un altra publicazione: “LoZaino” (Pubblicazione CNSASA).

La costiera rocciosa che divide la Valle Mala dalla Val Scarettone presenta  però una cresta, denominata Cresta del Giardino, con vari torrioni, pare di roccia cattiva e comunque di scarsa rilevanza alpinistica. I più importanti sono la Torre Enrica, il Torrioncino Francesco, la Torre Andreina, la Torre Centrale, saliti tutti dalla Val Scarettone. Tra tutti i torrioni, la Torre Andreina è lo spuntone più occidentale della Cresta del Giardino e quello con la via di salita più difficile, ad opera di Benvenuto Basili, Erminio Dones e Andreina Panigalli (30 agosto 1933), con difficoltà di IV/A0 su roccia erbosa e friabile, ma le informazioni sono scarne. La Guida dei Monti d’Italia del CAI “Le Grigne” del1937, di Silvio Saglio, riguardo la Cresta del Giardino dice che “i fianchi sono prevalentemente coperti di erba verso la Val Scarettone, e di roccia cattiva verso la Val Mala”. La cresta, da Est a Ovest, è stata salita da Guido Rusconi, Gaetano Scotti e Giovanni Poletti, il 3 febbraio 1907, che la chiamarono Cresta Stazione Universitaria (200 m di roccia cattiva ed erbosa, difficoltà sino al IV+). L’attacco venne eseguito dalla Val Scarettone (Testo di Walter Polidori a compendio della relazione della via “Enjoy the Silence” nella Valle Mala – 2013).


TCI-1935: Forni Avoltri

TCI-1935: Forni Avoltri

FORNI AVOLTRI mm. 889. — Comune di ab. 1580 – Posta, telegr. e telef. – Negozi per i vari approvvigionamenti – Articoli fotografici – Autorimessa con noleggio. Il paese è posto in una piccola conca, alla confluenza del Rio Acqualena e del Rio di Fleons con il torrente Degano. Esso è diviso in due contrade, Forni e Avoltri, separate dal Degano e circondate da prati e da pinete. La carrozzabile attraversa Forni, collegata con Avoltri da una breve strada. L’abitato è semplice, di tipo alpino. La carrozzabile prosegue lungo la valletta del T. Acquabona e giunge ai Piani di Luzza (m. 950), appartenenti al comune di Forni Avoltri, vaghissima conca prativa, tutta circondata da alture rivestite di splendide pinete scendenti sin presso la carrozzabile: magnifica località alpina, che costituisce un luogo di soggiorno eccezionalmente pittoresco, riposante e tranquillo, con possibilità di attraenti passeggiate, gite ed escursioni alpinistiche.

ALBERGHI: Sotto Corona, cam. 25, letti 50, acq. corr. F. in 6 cam., bagno, autorim., pens. in luglio e agosto L. 16-20, negli altri mesi L. 14-17, nella parte alta del paese, in bella posizione aperta; Centrale, cam. 12, letti 20, bagno, telef. autorim., giardino, pens. L. 16; Al Sole, cam. 6, letti 9, bagno, pens. L. 12-18; Peralba, cam. 4, letti 7, pens. L. 15; Piani di Luzza, cam. 12, letti 20, acq. corr. c. f., bagni 2, autorim., pens. L. 16-22, ai Piani di Luzza, lungo la carrozzabile, in amenissima posizione; Monte Tuglia, cam. 13, letti 25, bagno, autorim., pens. in luglio e agosto L. 20, negli altri mesi L. 16, ai Piani di Luzza, lungo la carrozzabile. — Sports: Caccia – Pesca della trota – Bocce. — Informazioni: Municipio.

Questo è quello che si legge nella “GUIDA PRATICA AI LUOGHI DI SOGGIORNO E DI CURA D’ITALIA” Pubblicata dal Touring Club Italiano nell’edizione XIII del 1935.

Oggioni e le tre Cassin

Oggioni e le tre Cassin

[Le mani sulla roccia – Diario alpinistico Andrea Oggioni] L’anno 1950 lo inizio allenandomi in Grignetta; sento di essere molto migliorato nella tecnica e nello stile. Infatti sulle stesse vie salite in allenamento l’anno scorso, mi trovo molto più a mio agio, mi stanco meno e mi sembrano perfino facili. Però l’anno è cominciato sotto cattivi auspici. Emilio Villa, mio compagno di tante scalate, cade dalla via Comici ai Corni del Nibbio. La sua tragica fine mi lasciò abbattuto e smarrito. Per superare lo «choc», la domenica seguente vado proprio alla via Comici per ricostruire l’accaduto a modo mio, e per vincere un certo timore che sta per impadronirsi di me.

Continuo senza interruzione i miei allenamenti, resi però saltuari dal persistente cattivo tempo e quando arriva giugno non si può proprio dire che io sia allenatissimo. Tuttavia, con Luigi Galbiati, mi porto nelle Dolomiti, e precisamente alle tre Cime di Lavaredo, ove compio una salita dello spigolo Mazzorana sulla Cima Grande. Qualche giorno dopo, sempre con Galbiati, salgo sulla Cima Piccola ; per lo Spigolo Giallo. Anche qui, una persistente pioggerella ci accompagna durante la discesa.

Matura il desiderio. di portare a termine la ripetizione di un altro grande problema risolto da Cassin: la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Se ce la farò, sarò il primo alpinista che abbia ripetuto i tre grandi itinerari di Cassin: la nord-est del Pizzo Badile, la Walker alle Grandes Jorasses e la nord della Cima Ovest di Lavaredo. Vorrei completare la triade in fretta, prima di entrare nel mio ventesimo anno di età.

Così, vado alla forcella Lavaredo per esaminare da vicino la famosa parete. Ritorno dall’esplorazione alquanto impressionato, quella visione di continui strapiombi e tetti gialli non è certo fatta per tranquillizzare il mio spirito; malgrado tutto mi dispongo a tentare.

Rientrato a Monza, non mi ci vuol molto a convincere l’amico Aiazzi, e con lui riparto quindi per Misurina. Il giorno dopo, carichi delle nostre attrezzature, giriamo la forcella Lavaredo, costeggiamo quindi gli appicchi nord della Piccolissima, della Frida, della Piccola, della Grande e infine quello più severo della Cima Ovest.

Legatici, iniziamo l’arrampicata lungo lo spigolo ovest. È giallastro, un poco friabile; proseguiamo per circa 200 metri fino al punto in cui ha inizio la famosa traversata. L’affronto tenendomi il più aderente possibile alla parete: coi piedi su una minuscola cengia avanzo centimetro per centimetro; con la testa faccio pressione contro il soffitto che mi sovrasta. Dopo una decina di metri, avanzando senza l’aiuto di chiodi, la cengia finisce, e sotto di me, con enormi tetti, la parete strapiomba con un salto nel vuoto di 250 metri. In questo punto per una buona mezz’ora lavoro accanitamente per arrivare a un chiodo ma quando l’ho raggiunto mi resta fra le mani: sono costretto a calarmi nel vuoto per 5 o 6 metri fino a una seconda piccola cengia molto friabile. Proseguo verso il centro della parete aggrappandomi con le mani al bordo della cengia e puntando la punta delle pedule contro la roccia: più tardi, con un sospiro di sollievo, raggiungo un friabilissimo posto di sosta. Qui per maggiore precauzione pianto due chiodi di sicurezza.

Ora tocca al mio compagno: Josve parte sicuro ed arrivato al famoso chiodo è costretto a un pendolo volontario per raggiungere la cengia più bassa. Il pendolo funziona a dovere, ma la corda di 12 millimetri si impiglia in uno spuntone: per liberarsi, l’unica soluzione in quel frangente è di slegarsi dalla corda impigliata. Così Josve avanza lungo la cengia tenuto soltanto dalla corda di 10 millimetri. Improvvisamente le mani del mio compagno di cordata staccano un appiglio: lo vedo prima sbilanciarsi e poi cadere nel vuoto… Il colpo della corda sui chiodi è secco, ma riesco ugualmente a tenerli: Josve rimane a pendolare nel vuoto, fin quando riesco a buttargli la corda di 12 millimetri.

Aggrappato ad una delle funi, mentre io ritiro l’altra Josve mi raggiunge. Giunto al mio fianco, prima ancora di tirare il fiato mi investe: — Cos’hai da fare quella faccia da funerale? Però anche lui cambia subito colore quando senza parlare, gli mostro la corda che l’ha trattenuto e che l’ha aiutato ad arrivare sul terzo terrazzo: è tranciata a metà; e sbianca in volto ancor più quando si accorge che i chiodi che hanno tenuto il suo strappo uscivano alla semplice trazione della mano. L’unica reazione in casi simili, è l’azione. Se ci si pensa su, non si va più avanti. 

Riprendiamo dunque ad arrampicare, ma con maggior prudenza: più in alto giungiamo ad un breve passaggio obliquo, estremamente difficile: mi impegna per una buona ora obbligandomi ad accaniti sforzi per raggiungere un vecchio chiodo. Su questo breve tiro di corda provo anch’io la spiacevole sensazione di un piccolo volo, per fortuna senza conseguenze.

Alle 18 siamo finalmente su una larga cengia al termine della famosa e temuta traversata. Ci mettiamo al riparo sotto un enorme tetto. Prima di raggiungere questo posto, abbiamo dovuto attraversare un colatoio scrosciante acqua. Ci assale subito il freddo, i muscoli sono intorpiditi, le corde inzuppate: decidiamo di bivaccare. Il bivacco non è dei migliori; continui dolori ai muscoli ci tormentano entrambi, dovuti forse all’allenamento piuttosto sommario.

Un amico, prima di partire, mi aveva regalato un bel paio di pedule con la suola di cotone. Le pedule sono bellissime, ma in fatto di resistenza un po’ meno: le suole si sono staccate completamente fin dai primi tiri di corda sulla traversata: partita la suola, il cartone sottostante si è scucito dalla tomaia e improvvisamente mi trovai con le, sole calze: riuscii a farci tutta la traversata. Sul terrazzo sono arrivato a piedi nudi, e me li sto guardando pensando all’indomani.

— Ce la farò ad arrivare in cima? — La roccia è dura e tagliente, le dita dei miei piedi no.

Alle nove del giorno dopo riprendiamo la scalata e lungo il colatoio, arrampicando a piedi nudi, raggiungiamo la vetta. Ci accoglie un violentissimo temporale. Nello spazio di poche ore cengie e terrazzi sono colmi di grandine, il tutto con un contorno impressionante di fulmini. In quel momento provai tanta paura, come mai non mi era successo. La via di discesa non è più visibile, la grandine ha coperto ogni traccia. Aiazzi, con filosofia, si mette alla ricerca di un posto di bivacco. Io, che sono senza sacco da bivacco, scalzo, non me la sento di affrontare una seconda notte in parete; ed essendo solo le due pomeridiane, sotto l’infuriar del temporale decido di tentare la discesa. L’acqua cade furiosa, sono torturato dal freddo ai piedi; non mi rimane che rimanere in ‘piedi a turno’, con un piede prima e con l’altro dopo. Qualche ora più tardi ci caliamo giù per una via qualunque, fra canaloni pieni di neve e grandine, e lungo cengie diventate infide. Dopo parecchie peripezie raggiungiamo il ghiaione, ultimo ma non i meno formidabile ostacolo per i miei piedi già martoriati.

Anche l’avventura sulla via di Cassin sulla Cima Ovest di Lavaredo è finita. Una grande avventura, degna delle salite fatte in precedenza; infatti mi tornano alla mente le vie che portano lo stesso prestigioso nome di Riccardo Cassin: la parete nord-est del Pizzo Badile e lo sperone della Walker sulla parete nord delle Grandes Jorasses. Della splendida collana me ne mancava fino ad ieri una; la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo, oggi non più.

Ora mi sento fiero di essere il primo alpinista che ha saputo ripetere tutte e tre le grandi vie, ma quello che mi rende più felice è il come le ho salite. La totale mancanza di mezzi finanziari, la scarsa esperienza, l’equipaggiamento sommario: e la mia età? Non ho ancora vent’anni, ma questo non vuol dire niente; mi sono servito soprattutto della mia resistenza fisica e della mia volontà, e più ancora della fortuna, che anche nei momenti più paurosi mi ha sempre assistito.

Andrea Oggioni


Andrea Oggioni morì nella notte dal 15 al 16 luglio 1961, al Colle dell’Innominata, sul Monte Bianco. Con lui restarono per sempre sulla montagna, i francesi Guiltlaume, Kholmann e Vieille. Aveva trent’anni. Viveva, con la mamma, il papà, un fratello e una sorella, in una piccola casa-cascina a Villasanta alla periferia di Monza, ai margini nord-orientali della «grande Milano». Aveva alle spalle la Pianura Padana, di fronte la Brianza e, al di tà di essa, le Prealpi, il Resegone, la Grigna. L’ambiente crea gli uomini, si dice, e in questo caso fu vero: Andrea, figlio di contadini, respirava aria di fabbriche e si fece operaio; nato nella « bassa », sen- tiva profumo di montagne e divenne alpinista. Come il più anziano Josve Aiazzi e il coetaneo Walter Bonatti, che tanta parte hanno avuto nella storia breve e intensa di Andrea Oggioni. Erano i tre alfieri della « Pell e Oss » di Monza, questa città di pianura che ha scritto alcune delle più belle pagine nel libro dell’alpinismo del dopoguerra. Questa città che Andrea aveva onorato con la sua vita e che lo ha ricordato, dopo la scomparsa, dedicandogli un bivacco-rifugio nella Presanella e allestendo in suo nome la spedizione 1962-63 alle Torri del Paine, all’estremo sud del continente americano. [..]

Il ritratto più vero è quello che ne fece Dino Buzzati: «Un uomo strano, piccolo, robusto, ma ben proporzionato con una caratteristica faccia popolaresca, larga e schiacciata, un po’ da mongolo. Non ho mai visto nessuno che, pur in così piccole dimensioni, esprimesse un così intenso concentramento di energia fisica. Per definirlo adeguatamente, non esiste che un nostro appellativo dialettale: “stagno”, che vuol dire, insieme, forte, duro, sodo, tosto, compatto, infrangibile ».

Poi, le sue imprese: a diciannove anni aveva già ripetuto tutte e tre le famose vie nord di Cassin, al Badile, alle Jorasses e alla Cima Ovest di Lavaredo. Legato a Josve e a Walter, in occasioni diverse, aveva compiuto una quindicina di prime assolute di livello mondiale. Tra le altre, da capocordata, con Aiazzi, quella via del Gran Diedro alla Brenta Alta che un referendum colloca fra le dieci scalate, su roccia pura, più difficili e più significative in tutta la storia dell’alpinismo. In questo libro d’oro dell’« impossibile », sono compagni di Oggioni, in ordine cronologico, nove capi-cordata come Carlesso. (Torre di Valgrande), Soldà (Sud-ovest Marmolada), Vinatzer (Sud-est Marmolada); Cassin (Nord della Ovest di Lavaredo), Ratti (Ovest Aiguille Noire), Costantini (Pilastro Tofana di Rozes), Livanos (Cima Su Alto), Bonatti (Est Gran Capucin) e Lacedelli (Cima Scotoni).

Carlo Graffina

Le Mani sulla Roccia – Il diario Alpinistico di Andrea Oggioni.
(10 Marzo 1964 – Casa editrice Arti Grafiche Tamari).
Scritti originali di Oggioni consegnati a Graffina prima della spedizione nelle Ande, integrati poi con scritti di Bonatti, Ferrario, Gallieni e Mazeaud.  
(La copertina del mio volume è andata perduta, c’è solo una bella macchia di caffè su della carta ingiallita dal tempo)

La Carne dell’Orso

La Carne dell’Orso

Da uno scritto di PRIMO LEVI. In mezzo a noi, Sandro era un isolato. Era un ragazzo di statura media, magro ma muscoloso, che neanche nei giorni più freddi portava mai il cappotto. Veniva a lezione con logori calzoni di velluto alla zuava, calzettoni di lana greggia, e talvolta una mantellina nera che mi faceva pensare a Renato Fucini. Aveva grandi mani callose, un profilo ossuto e scabro, il viso cotto dal sole, la fronte bassa sotto la linea dei capelli, che portava cortissimi e tagliati a spazzola: camminava col passo lungo e lento del contadino.

Da pochi mesi erano state proclamate le leggi razziali, e stavo diventando un isolato anch’io. I compagni cristiani erano gente civile, nessuno fra loro né fra i professori mi aveva indirizzato una parola o un gesto nemico, ma li sentivo allontanarsi, e, seguendo un comportamento antico, anch’io me ne allontanavo: ogni sguardo scambiato fra me e loro era accompagnato da un lampo minuscolo, ma percettibile, di diffidenza e di sospetto.

Che pensi tu di me? Che cosa sono io per te? Lo stesso di sei mesi addietro, un tuo pari che non va a messa, o il giudeo che «di voi tra voi non rida»? Avevo osservato, con stupore e gioia, che tra Sandro e me qualcosa stava nascendo. Non era affatto l’amicizia fra due affini: al contrario, la diversità delle origini ci rendeva ricchi di “merci” da scambiare, come due mercanti che si incontrino provenendo da contrade remote e mutuamente sconosciute. Non era neppure la normale, portentosa confidenza dei vent’anni: a questa, con Sandro, non giunsi mai. Mi accorsi presto che era generoso, sottile, tenace e coraggioso, perfino con una punta di spavalderia, ma possedeva una qualità elusiva e selvatica per cui, benché fossimo nell’età in cui si ha il bisogno, l’istinto e l’impudicizia di infliggersi a vicenda tutto quanto brulica nella testa ed altrove (ed è un’età che può durare anche a lungo, ma termina col primo compromesso), niente era trapelato fuori del suo involucro di ritegno, niente del suo mondo interiore, che pure si sentiva folto e fertile, se non qualche rara allusione drammaticamente tronca. Era fatto come i gatti, con cui si convive per decenni senza che mai vi consentano di penetrare la loro sacra pelle.

Avevamo molto da cederci a vicenda. Gli dissi che eravamo come un catione e un anione, ma Sandro non mostrò di recepire la similitudine. Era nato sulla Serra d’Ivrea, terra bella ed avara: era figlio di un muratore, e passava le estati a fare il pastore. Non il pastore d’anime: il pastore di pecore, e non per retorica arcadica né per stramberia, ma con felicità, per amore della terra e dell’erba, e per abbondanza di cuore. Aveva un curioso talento mimico, e quan do parlava di mucche, di galline, di pecore e di cani, si trasfigurava, ne imitava lo sguardo, le movenze e le voci, diventava allegro e sembrava imbestiarsi come uno stregone. Mi insegnava di piante e di bestie, ma della sua famiglia parlava poco. Il padre era morto quando lui era bambino, erano gente semplice e povera, e poiché il ragazzo era sveglio, avevano deciso di farlo studiare perché portasse soldi a casa: lui aveva accettato con serietà piemontese, ma senza entusiasmo. Aveva percorso il lungo itinerario del ginnasio-liceo tirando al massimo risultato col minimo sforzo: non gli importava di Catullo e di Cartesio, gli importava la promozione, e la domenica sugli sci o su roccia.

Aveva scelto Chimica perché gli era sembrata meglio che un altro studio: era un mestiere di cose che si vedono e si toccano, un guadagnapane meno faticoso che fare il falegname o il contadino. Incominciammo a studiare fisica insieme, e Sandro fu stupito quando cercai di spiegargli alcune delle idee che a quel tempo confusamente coltivavo. Che la nobiltà dell’Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori, era consistita nel farsi signore della materia, e che io mi ero iscritto a Chimica perché a questa nobiltà mi volevo mantenere fedele. Che vincere la materia è comprenderla, e comprendere la materia è necessario per comprendere l’universo e noi stessi: e che quindi il Sistema Periodico di Mendeleev, che proprio in quelle settimane imparavamo laboriosamente a dipanare, era una poesia, più alta e più solenne di tutte le poesie digerite in liceo: a pensarci bene, aveva perfino le rime! Che, se cercava il ponte, l’anello mancate, fra il mondo delle carte e il mondo delle cose, non lo doveva cercare lontano: era lì, nell’Autenrieth, in quei nostri laboratori fumosi, e nel nostro futuro mestiere.

E infine, e fondamentalmente: lui, ragazzo onesto ed aperto, non sentiva il puzzo delle verità fasciste che ammorbava il cielo, non percepiva come un’ignominia che ad un uomo pensante venisse richiesto di credere senza pensare? Non provava ribrezzo per tutti i dogmi, per tutte le affermazioni non dimostrate, per tutti gli imperativi? Lo provava: ed allora, come poteva non sentire nel nostro studio una dignità e una maestà nuove, come poteva ignorare che la chimica e la fisica di cui ci nutrivamo, oltre che alimenti di per sé vitali, erano l’antidoto al fascismo che lui ed io cercavamo, perché erano chiare e distinte e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e di vanità, come la radio e i giornali? Sandro mi ascoltava, con attenzione ironica, sempre pronto a smontarmi con due parole garbate e asciutte quando sconfinavo nella retorica: ma qualcosa maturava in lui (non certo solo per merito mio: erano mesi pieni di eventi fatali), qualcosa che lo turbava perché era insieme nuovo ed antico. Lui, che fino ad allora non aveva letto Salgari, London e Kipling, divenne di po un lettore furioso: digeriva e ricordava tutto, e tutto in lui si ordinava spontanmente in un sistema di vita; insieme, in minciò a studiare, e la sua media balzò dal 21 al 29.

Nello stesso tempo, per inconscì gratitudine, e forse anche per desiderio rivalsa, prese a sua volta ad occuparsi della mia educazione, e mi fece intendere che era mancante. Potevo anche aver ragione poteva essere la Materia la nostra maestra e magari anche, in mancanza di meglio, la nostra scuola politica; ma lui aveva un’altra materia a cui condurmi, un’altra educatrice: non le polverine di Qualitativa, ma quella vera, l’autentica Urstoff senza tempo, la pietra e il ghiaccio delle montagne vicine. Mi dimostrò senza fatica che non avevo le carte in regola per parlare di materia. Quale commercio, quale confidenza avevo io avuto, fino allora, coi quattro elementi di Empedocle? Sapevo accendere una stufa? Guadare un torrente? Conoscevo la tormenta in quota? Il germogliare dei semi? No, e dunque anche lui aveva qualcosa di vitale da insegnarmi.

Nacque un sodalizio, ed incominciò per me una stagione frenetica. Sandro sembrava fatto di ferro, ed era legato al ferro da una parentela antica: i padri dei suoi padri, mi raccontò, erano stati calderai (magnîn) e fabri (fré) delle valli canavesane, fabbricavano chiodi sulla forgia a carbone, cerchivano le ruote dei carri col cerchione rovente, battevano la lastra fino a che diventavano sordi: e lui stesso, quando ravvisava nella roccia la vena rossa del ferro, gli pareva di ritrovare un amico. D’inverno. quando gli attaccava secco, legava gli sci alla bicicletta rugginosa, partiva di buora, e pedalava fino alla neve, senza soldi con un carciofo in tasca e l’altra piena di insalata: tornava poi a sera, o anche il mattino dopo, dormendo nei fienili, e più tormenta e fame aveva patito, più era contento e meglio stava di salute. D’estate, quando partiva da solo, sovente è portava dietro il cane, che gli tenesse compagnia. Era un bastardetto giallo dall’aspetto umiliato: infatti, come Sandro mi aveva raccontato, mimando alla sua maniera l’episodio animalesco, aveva avuto cucciolo un infortunio con una gatta. Si era avvicinato troppo alla figliata dei gatti appena nati, la gatta si era impermalita, aveva cominciato a soffiare e si era gonfiata tutta: ma il cucciolo non aveva ancora imparato il significato di questi segnali, ed era rimasto lì come uno sciocco. La gatta lo aveva aggredito, inseguito, raggiunto e graffiato sul naso: il cane ne aveva riportato un trauma permanente. Si sentiva disonorato, e allora Sandro gli aveva costruito una pallottola di pezza, gli aveva spiegato che era un gatto, ed ogni mattino glielo presentava perché si vendicasse su di esso dell’affronto e restaurasse il suo onore canino. Per lo stesso motivo terapeutico Sandro lo portava in montagna, perché si svagasse: lo legava a un capo della corda, legava se stesso all’altro, metteva il cane bene accucciato su di un terrazzino, e poi saliva; quardandola corda era finita, lo tirava su gentilmente, e il cane aveva imparato, e camminava a muso in su con le quattro zampe contro la parete quasi verticale, uggiolando sottovoce come se sognasse.

Sandro andava su roccia più d’istinto che con tecnica, fidando nella forza delle mani, e salutando ironico, nell’appiglio a cui si afferrava, il silicio, il calcio e il magnesio che aveva imparati a riconoscere al corso di mineralogia. Gli pareva di aver perso giornata se non aveva dato fondo in quale modo alle sue riserve di energia, ed allora era anche più vivace il suo sguardo: e mi spiegò che, facendo vita sedentaria, si forma un deposito di grasso dietro agli occhi, che non è sano; faticando, il grasso si consuma, gli occhi arretrano in fondo alle occhiaie, e diventano più acuti.

Delle sue imprese parlava con estrema avarizia. Non era della razza di quelli che fanno le cose per poterle raccontare (come me): non amava le parole grosse, anzi, le parole. Sembrava che anche a parlare, come ad arrampicare, nessuno gli avesse insegnato; parlava come nessuno parla, diceva solo il nocciolo delle cose. Portava all’occorrenza trenta chili di sacco, ma di solito andava senza: gli bastavano le tasche, con dentro verdura, come ho detto, un pezzo di pane, un coltellino, qualche volta la guida del CAI, tutta sbertucciata, e sempre una matassa di filo di ferro per le riparazioni d’emergenza. La guida, poi, nonla portava perché ci credesse: anzi, perlaragione opposta. La rifiutava perché la sentiva come un vincolo; non solo, ma come una creatura bastarda, un ibrido detestabile di neve e roccia con carta. La portava in montagna per vilipenderla, felice se poteva coglierla in difetto, magari a spese sue e dei compagni di salita. Poteva camminare due giorni senza mangiare, o mangiare insieme tre pasti e poi partire.

Per lui, tutte le stagioni erano buone. L’inverno a sciare, ma non nelle stazioni attrezzate e mondane, che lui fuggiva con scherno laconico: troppo poveri per comperarci le pelli di foca per le salite mi aveva mostrato come ci si cuciono i teli di canapa ruvida strumenti spartani che assor bono l’acqua e poi gelano come merluzzi, e in discesa bisogna legarseli intorno alla vita. Mi trascinava in estenuanti cavalcate nella neve fresca, lontano da ogni traccia umana, seguendo itinerari che sembrava intuire come un selvaggio. D’estate, di rifugio in rifugio, ad ubriacarci di sole, di fatica e di vento, ed a limarci la pelle dei polpastrelli su roccia mai prima toccata da mano d’uomo: ma non sulle cime famose, né alla ricerca dell’impresa memorabile; di questo non gli importava proprio niente. Gli importava conoscere i suoi limiti, misurarsi e migliorarsi; più oscuramente, sentiva il bisogno di prepararsi (e di prepararmi) per un avvenire di ferro, di mese in mese più vicino.

Vedere Sandro in montagna riconciliava colvmondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagnavdiventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda. Suscitava in me una comunione nuova con la terra e il cielo, in cui confluivano ilvmio bisogno di libertà, la pienezza delle forze, e la fame di capire le cose che mi avevano spinto alla chimica. Uscivamo all’aurora, strofinandoci gli occhi, dalla portinavdel bivacco Martinotti, ed ecco tutto intorno, appena toccate dal sole, le montagne candide e brune, nuove come create nella notte appena svanita, e insieme innumerabilmente antiche. Erano un’isola, un altrove.

Del resto, non sempre occorreva andare alto e lontano. Nelle mezze stagioni il regno di Sandro erano le palestre di roccia. Ce ne sono diverse, a due o tre ore di bicicletta da Torino, e sarei curioso di sapere se sono tuttora frequentate: i Picchi del Pagliaio con il Torrione Wolkmann, i Denti di Cumiana, Roca Patania (significa Roccia Nuda), il PI6, lo Sbarila, ed altri, dai nomi casalinghi e modesti. Quest’ultimo, lo Sbariia, mi pare fosse stato scoperto da Sandro stesso, o da un suo mitico fratello, che Sandro non mi fece mai vedere, ma che, dai suoi scarsi accenni, doveva stare a lui come lui stava alla generalità dei mortali. Sbariia è deverbio da «sbarié», che significa «spaurare»; lo Sbarila è un prisma di granito che sporge di un centinaio di metri da una modesta collina irta di rovi e di bosco ceduo: come il Veglio di Creta, e spaccato dalla base alla cima da una fenditura che si fa salendo via via più stretta, fino a costringere lo scalatore ad uscire in parete, dove, appunto, si spaura, e dove esisteva allora un singolo chiodo, lasciato caritatevolmente dal fratello di Sandro.

Erano quelli i curiosi luoghi, frequentati da poche decine di affezionati del nostro stampo, che Sandro conosceva tutti di nome o di vista: si saliva, non senza problemi tecnici, in mezzo ad un noioso ronzio di mosche bovine attirate dal nostro sudore, arrampicandosi per pareti di buona pietra salda interrotte da ripiani erbosi dove crescevano felci e fragole, o in autunno more: non di rado, si sfruttavano come appigli i tronchi di alberelli stenti, radicati nelle fenditure: e si arrivava dopo qualche ora alla cima, che non era una cima affatto, ma per lo più un placido pascolo, dove le vacche ci guardavano con occhi indifferenti. Si scendeva poi a rompicollo, in pochi minuti, per sentieri cosparsi di sterco vaccino antico e recente, a recuperare le biciclette. Altre volte erano imprese più impegnative: mai tranquille evasioni, poiché Sandro diceva che, per vedere i panorami, avremmo avuto tempo a quarant’anni. «DOma, neh?» mi disse un giorno, a febbraio: nel suo linguaggio, voleva dire che, essendo buono il tempo, avremmo potuto partire alla sera per l’ascensione invernale del Dente di M., che da qualche settimana era in programma. Dormimmo in una locanda e partimmo il giorno dopo, non troppo presto, ad un’ora imprecisata (Sandro non amava gli orologi: ne sentiva il tacito continuo ammonimento come un’intrusione arbitraria); ci cacciammo baldanzosamente nella nebbia, e ne uscimmo verso la una, in uno splendido sole, e sul crestone di una cima che non era quella buona.

Allora io dissi che avremmo potuto ridiscendere di un centinaio di metri, traversare a mezza costa e risalire per il costone successivo: o meglio ancora, già che c’eravamo, continuare a salire ed accontentarci della cima sbagliata, che tanto era solo quaranta metri più bassa dell’altra; ma Sandro, con splendida malafede, disse in poche sillabe dense che stava bene per la mia ultima proposta, ma che poi, «per la facile cresta nord-ovest» (era questa una sarcastica citazione dalla già nominata guida del CAI) avremmo raggiunto ugualmente, in mezz’ora, il Dente di M.; e che non valeva la pena di avere vent’anni se non ci si permetteva il lusso di sbagliare strada.

La facile cresta doveva bene essere facile, anzi elementare, d’estate, ma noi la trovammo in condizioni scomode. La roccia era bagnata sul versante al sole, e coperta di vetrato nero su quello in ombra; fra uno spuntone e l’altro c’erano sacche di neve fradicia dove si affondava fino alla cintura. Arrivammo in cima alle cinque, io tirando l’ala da far pena, Sandro in preda ad un’ilarità sinistra che io trovavo irritante.

– E per scendere? – Per scendere vedremo, – rispose; ed aggiunse misteriosamente: – Il peggio che ci possa capitare è di assaggiare la carne dell’orso -. Bene, la gustammo, la carne dell’orso, nel corso di quella notte, che trovammo lunga. Scendemmo in due ore, malamente aiutati dalla corda, che era gelata: era diventato un maligno groviglio rigido che si agganciava a tutti gli spuntoni, e suonava sulla roccia come un cavo da teleferica. Alle sette eravamo in riva a un laghetto ghiacciato, ed era buio. Mangiammo il peco che ci avanzava, costruimmo un futile muretto a secco dalla parte del vento e ci mettemmo a dormire per terra, serrati l’uno contro l’altro. Era come se anche il tempo si fosse congelato; ci alzavamo ogni tanto in piedi per riattivare la circolazione, ed era sempre la stessa ora: il vento soffiava sempre, c’era sempre uno spettro di luna. sempre allo stesso punto del cielo, e davanti alla luna una cavalcata fantastica di nuvole stracciate, sempre uguale. Ci eravamo tolte le scarpe, come descritto nei libri di Lammer cari a Sandro, e tenevamo i piedi nei sacchi; alla prima luce funerea. che pareva venire dalla neve e non dal cielo, ci levammo con le membra intormentite e gli occhi spiritati per la veglia, la fame e la durezza del giaciglio: e trovammo le scarpe talmente gelate che suonavano come campane, e per infilarle dovemmo covarle come fanno le galline. Ma tornammo a valle coi nostri mezzi, e al locandiere, che ci chiedeva ridacchiando come cela eravamo passata, e intanto sogguardava i nostri visi stralunati, rispondemmo sfrontatamente che avevamo fatto un’ottima gita, pagammo il conto e ce ne andammo con dignità. Era questa, la carne dell’orso: ed ora, che sono passati molti anni, rimpiango di averne mangiata poca, poiché, di tutto quanto la vita mi ha dato di buono, nulla ha avuto, neppure alla lontana, il sapore di quella carne, che è il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino.

Perciò sono grato a Sandro per avermi messo coscientemente nei guai, in quella ed in altre imprese insensate solo in apparenza, e so con certezza che queste mi hanno servito più tardi. Non hanno servito a lui, o non a lungo. Sandro era Sandro Delmastro, il primo caduto del Comando Militare Piemontese del Partito d’Azione. Dopo pochi mesi di tensione estrema, nell’aprile del 1944 fu catturato dai fascisti, non si arrese e tentò la fuga dalla Casa Littoria di Cuneo. Fu ucciso, con una scarica di mitra alla nuca, da un mostruoso carnefice-bambino, uno di quegli sciagurati sgherri di quindici anni che la repubblica di Salò aveva arruolato nei riformatori. Il suo corpo rimase a lungo abbandonato in mezzo al viale, perché i fascisti avevano vietato alla popolazione di dargli sepoltura.

Primo Levi
(da “Il sistema periodico”, Einaudi, Torino 1975)
(Ripubblicato su Alp – numero 100 – Agosto 1993)

Nella foto Sandro Delmastro, in una foto pubblicata in rete dal suo pronipote Marco Delmastro

Gli anni della scoperta

Gli anni della scoperta

Ivan Guerini – Annuario 75° CAI Lissone 2007. Sarà stato d’inverno, o giù di lì, nel settantuno del secolo e del millennio appena trascorsi, quando conobbi alcuni arrampicatori della sezione del C.A.I. di Lissone. Ci trovavamo, assieme ai rispettivi compagni di cordata, alla Trattoria dello Zaccheo, punto d’incontro degli arrampicatori e degli alpinisti che andavano e venivano dalle pareti delle Corna di Medale nei sabati da fine inverno a metà primavera, una volta che s’abbandonava lo sci e si ricominciava ad arrampicare in vista della stagione estiva.

“Il Medale” ti faceva sentire, per ampiezza e ripidità della sua prospettiva, al centro di una parete insigne, caratterizzata da un terreno misto, con le rocce brizzolate dall’erba anziché dalla neve, che aveva pochi itinerari ripetuti, dai chiodi essenziali sui quali il buon senso vietava di cadere. Allora mica c’erano i “monotiri” dove specchiare la propria disinvoltura su passaggi e difficoltà che si conoscono a memoria: per riprendere la forma i più cominciavano direttamente con trecentottanta metri di diedri saldi ma già allora unti dall’usura, raccordati da lunghi tratti su blocchi saldati dalla terra, che qualche volta venivano via al grido di: SAAASSSOOO!

Zaccheo invece era l’alpino che gestiva la trattoria, un uomo saldo dalle mani forti, col viso inciso da rughe simili a solchi lasciati dai raggi di sole, ai quali non poteva certo sottrarsi facendo il contadino, e perennemente abbronzato: assomigliava ad Anthony Quinn in uno di quei film nei quali interpretava un marinaio; sempre disponibile, ti dava le informazioni sugli itinerari che non avevi ancora fatto e non aveva fatto nemmeno lui, ma che aveva sentito descrivere tante volte con entusiasmo dai rocciatori.

Di ritorno dalle vie si era spesso disidratati, giacché la forma concava della parete tratteneva implacabilmente l’irradiazione solare raddoppiandola nelle ore centrali del giorno e trasformando il tepore primaverile in caldo torrido. Allora si ordinava ”birra e gazzosa” e talvolta, quand’eri affamato per il fatto d’esser stato troppo a lungo su qualche via più impegnativa del solito, anche i formaggi caprini sott’olio.

Nella trattoria c’era una cartolina in bianco e nero della parete: gli itinerari erano segnati male, ma la foto era talmente nitida che ti dava la possibilità di notare le linee progressive dei diedri e dei pilastrini là dove non c’erano i tratteggi bianchi degli itinerari.

Proprio quella mancanza d’indicazioni divenne per me fonte d’ispirazione, perchè m’insegnò a notare tutto ciò che non era ancora stato percorso: fu così che credendo di salire nuovi itinerari mi trovai a ripetere per primo quelli compiuti nei decenni precedenti dai due forti arrampicatori Serafino Colnaghi e Mario Bianchi.

Oggi quella trattoria non c’è più e con lei anche la memoria di eventi e personaggi che ho appena citato è tramontata dietro il crinale delle generazioni succedutesi.

Nell’arco di qualche mese incontrai gli amici lissonesi in occasione di altre uscite, durante le quali, approfondendosi la reciproca conoscenza, essi giunsero a confidarmi le esperienze più severe vissute in montagna: salite effettuate in condizioni meteorologiche divenute repentinamente avverse e affrontate con ripari di fortuna; tragedie sfiorate per cadute di sassi o incidenti in parete.

Nel loro racconto mi aveva in particolare colpito il sangue freddo e la capacità di “razionalizzare” conservata anche nelle situazioni più difficili e drammatiche, a dimostrazione di grande preparazione mentale e di solido carattere.

Cose che “narrano i superstiti” potrebbe affermare oggi Lammer, forse smorzando la sua drastica etica. La mia curiosità e l’impressione destata da quei racconti, che mi sembrava illustrassero esperienze delle quali far tesoro poiché potevano accadere a tutti, acuirono il mio entusiasmo giovanile, facendomi riflettere sul fatto che i veri rischi e pericoli nei quali si poteva incorrere in montagna erano soprattutto la casualità e l’imprevisto.

Fortemente colpito dalle peripezie, dalla mirabolante maestria e dalla straordinaria Fortuna di quel gruppo di scalatori, pensai che essere iscritti alla sezione di Lissone del C.A.I. fosse senza ombra di dubbio garanzia di frequentare individui dotati del raro talento di saper schivare abilmente gli imprevisti, persone senza fisime e decisamente più alla mano degli intellettuali arrampicatori milanesi che avevo conosciuto.

Soprattutto avevano quel “pizzico d’immortalità” fondamentale per recarsi in montagna ben prima dello Spit, del Meteo Svizzero, del G.P.S, e dei cellulari oggi necessari per salutare la fidanzata dalla sommità d’un ottomila.

Assieme a loro nell’estate del ’73 mi recai alle Calanques e a salire il Pic d’Aneto, la vetta più alta dei Pirenei. L’anno successivo ripetemmo la precaria via artificiale di Cesare Maestri ed Ezio Alimonta sull’aggettante e sfaldata Rocca di San Leo, e in seguito ancora con loro e alcuni amici monzesi ci arrampicammo alla Sfinge per la via Elli, da sempre poco frequentata. Così mi resi conto che non sempre in montagna succede qualcosa di grave.

In quel tempo, nella storia dell’arrampicata Italiana ed Europea iniziava un processo di rinnovamento: a Courmayeur avevano importato dall’Inghilterra le prodigiose e assai strette pedule d’arrampicata con le quali gli Inglesi e gli Americani salivano da tempo difficoltà elevate in Free Climbing” mentre alla CAMP di Premana potevi trovare i primi nut, coi quali ci si poteva assicurare riducendo l’utilizzo dei chiodi in ”Clean Climbing”.

Nel primo anno del mio periodo d’iscrizione alla Sezione del C.A.I. di Lissone cominciò la mia ascesa esplorativa in montagna. Assieme ad un mio compagno di liceo feci quattro vie nuove su quattro montagne diverse, situate in quattro dei luoghi meno frequentati della Val Masino. In una di queste fu percorso il primo tratto di VII° delle Alpi Centrali, prima in montagna che in fondovalle e dunque ben tre anni prima del Precipizio degli Asteroidi.

Di lì a qualche tempo la Scala Welzenbach delle Difficoltà, ferma dal ’36 al sesto grado”, si sarebbe aperta verso l’alto anche grazie a quest’ultima salita.

Prima di tutto questo, avevo praticato spontaneamente l’arrampicata ad incastro sul calcare delle Prealpi Lombarde per evitare le facili lastre pericolanti che circondavano le più attraenti ma difficili fessure verticali, ignaro che si trattasse di un metodo di salita praticato sul granito della Yosemite Valley.

Erano quelli anni di fermento e d’inventiva, tanto che avevo chiamato “Antimedale” una parete mai presa in considerazione, salendola per la prima volta con un itinerario ancor oggi impegnativo; avevo inoltre praticato intensamente l’arrampicata sui massi della Val Masino e in modo del tutto naturale iniziato ad esplorare le lisce fiancate della Val di Mello.

Nella primavera del 1974, in occasione del pranzo sociale della Sezione al Cainallo, mi fu consegnata una targa d’argento per quelle salite: si trattò di un gesto che apprezzai, giacché nessuno prima d’allora aveva preso in considerazione il nostro entusiasmo giovanile di scopritori, proprio perché in quei tempi era consuetudine dar più valore alle ripetizioni degli itinerari più “difficili” e “classici” dell’epoca.

Il Presidente del CAI Lissone d’allora era Dario Schiantarelli, proprietario di una ditta che costruisce ancora oggi bei giocattoli e utili accessori per bimbi: da individuo schietto e lungimirante qual era si offrì di rifornirci di tutto il materiale che ci occorreva per salire pareti impraticate.

Il sottoscritto, che ”pensava alle pareti di giorno per sognarne di notte le salite”, richiese a negozi specializzati un numero spropositato di chiodi, nuts, corde e quant’altro per sé e per i compagni di cordata.

La spesa sostenuta per quell’acquisto non scompose per niente la ferrea determinazione da “capitano d’industria” di Dario, ed egli accettò di buon grado il fatto compiuto, considerandolo di buon auspicio per un futuro di salite impegnative. Le salite furono talmente numerose che i chiodi finirono molto presto!

Ora pochi sanno che in quel tempo esisteva una “succursale” decisamente singolare della Sezione di Lissone, nella quale ci si recava quando il CAI chiudeva i battenti: era la trattoria del Bar Gallo, dove c’erano ancora gli anziani che giocavano a bocce sotto il pergolato di glicine, i tavoli in legno, il ”calcetto”(non quello che s’intende oggi, bensì il biliardino) e dove la paziente signora che gestiva il locale ci faceva la pasta asciutta col vino bianco solo dopo mezzanotte.

Si trovava in una piazza al confine con Monza, dove vi era anche una chiesa, che sembrava sorvegliare a distanza agli schiamazzi e le ridde della compagnia che in quel locale s’era formata spontaneamente. L’atmosfera di quelle tarde ore pareva un fuoco che aveva per fiamme e per bagliori discorsi intensi e crepitanti entusiasmi avvolti dal manto silenzioso della notte: in essa ognuno dava il meglio di sé discutendo della vita e delle esperienze vissute e germogliavano idee un po’ folli e un po’ grandi, come quella di salire la Cassin del Medale di notte con la Luna piena, per rimanere poi straniti dalla scoperta che la luce diafana del vicino satellite evidenziava sulla roccia le linee d’ombra degli appigli e degli appoggi meglio che di giorno.

Esperienze esaltanti dunque, vissute non soltanto in Brianza, ma anche in luoghi lontani, raggiunti grazie alle ferie durante le quali si affrontavano impegnative trasferte, come quando, stipati in tre in un’utilitaria e guidando a turno senza soste per quattro giorni filati, arrivammo al vulcano Damavand in Persia. La salita di quella cima fu, dopo la protratta immobilità forzata del viaggio in auto, quasi un piacevole diversivo.

Quella compagnia non sarebbe per altro mai esistita senza la presenza di un personaggio formidabile, la cui memoria storica si è momentaneamente assopita ma potrebbe, conoscendo il personaggio, imprevedibilmente riaffiorare: ”Marietto”, un gigantesco e forzutissimo ragazzone dalla cassa toracica prominente e dalle energie assolutamente irrefrenabili, che avrebbe fatto la sua figura come capo di una gang di teddy-boys degli anni ’50 e che era la figura emblematica dell’iniziatore al ”senso della vita”.

Da solo era in grado di coricare su un fianco un’auto, di qualsiasi cilindrata con l’autista a bordo, giusto per fargli provare un’emozione simile all’inabissamento del Titanic; non contento di quelle ”prestazioni materiali” egli andò poi incontro anche ad una maturazione del carattere che lo portò a plasmare con etica saggezza la propria energia dirompente.

Elencare le “sperimentazioni esistenziali” compiute da ’Marietto” sarebbe troppo difficile, tuttavia ricordo come “pietra miliare” di questo percorso ideale la serata al Gallo durante la quale, da astemio qual ero, mi ritrovai per la prima volta un po’ brillo. Facendo l’equilibrista sul muro di cinta d’un collegio femminile, cosparso di cocci di vetro, saltai maldestramente e nel cadere m’incastrai nella biforcazione d’un albero, tanto che il mio secondo di cordata, in condizioni simili alle mie ed in preda alle risa, non riusciva a togliermi dall’impaccio di quella situazione imbarazzante.

Ci pensò l’ombra gigantesca di ”Marietto”, che comparve fulminea e, sollevandomi senza alcuno sforzo, caricò me su una spalla, il secondo sull’altra e ci coricò entrambi nel bagagliaio dell’auto, uno addosso all’altro come valigie umane, portandoci poi a casa senza batter ciglio alle prime luci del giorno.

A colazione mia madre commentò: “Se ieri non ci fosse stato Marietto a farti da angelo custode chissà quale tremenda sorte ti avrebbe riservato quella scorribanda!” “Quale scorribanda?” risposi io, del tutto dimentico di quella iniziazione.

Qualche anno dopo, di ritorno dal Parco di Monza, mi capitò di fermarmi con Monica al Bar Gallo per un calice e un panino: nella penombra della sala c’era sempre il vecchio disegno ingiallito dai bordi sbrecciati che illustrava i pesci dei fiumi e dei laghi Lombardi, ma sotto il pergolato non c’erano più gli anziani, le bocce erano immobili sulla sabbia e nell’aria estiva, tremolante per la calura, si sentiva solo il ronzio di qualche insetto ebbro per il profumo dolciastro del glicine.

Anni dopo ancora, passai là davanti in automobile assieme a Vasco Taldo, ma il Bar Gallo non c’era più: era diventato un ristorante cinese, mentre noi eravamo ancora diretti al Medale con lo spirito di sempre.

Ivan Guerini
Annuario 75° CAI Lissone 2007

Foto Iniziale: Rugge sul traverso della Cassin – 2019. Tassi del Moregallo

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