Le Grotte della Cassina

Le Grotte della Cassina

«So di non sapere». Socrate lo diceva già 400 anni prima di Cristo, gli Operation Ivy la traducevano in Punk nel 1989 con l’intramontabile Knowledge, un super classico ripreso poi dai Green Day nel 1990. «Tutto ciò che so è di non sapere». A complicare la situazione ci si sono messi anche Dunning e Kruger che, nel 2000, hanno rimarcato quanto sia pericoloso “credere di sapere” così come il “credere di non sapere”. Citando Shakespeare: «Il saggio sa di essere stupido, è lo stupido invece che crede di essere saggio». Quindi, comunque la fai, la sbagli… La mia scarsa esperienza mi porta a pensare che il percorso che conduce alla conoscenza non sia lineare, bensì un’intricata serie di ramificazioni, di bivi e vicoli ciechi. Ogni scelta giusta è il risultato di una serie di scelte sbagliate: la ricerca come costante alternarsi dinamico di tesi ed ipotesi. Tuttavia come direbbe Leslie Claret, così come riportato nel suo famoso libro “The Integral Principles of the Structural Dynamics of Flow”, il problema principale è andare dal punto A al punto B. Purtroppo in questo io sono un completo fallimento ed anche oggi, nel tentativo di trovare il percorso migliore tra A e B mi sono distratto e mi sono smarrito. Così, sulla strada tra A e B, ho scoperto cose di cui ignoravo completamente l’esistenza. La vera conoscenza si ottiene quindi distaccandosi dai propri obiettivi? Il cazzeggio come metodo di ricerca? 50 e 50 direi. Ma andiamo con ordine. Parcheggio il Subaru in una piazzola lungo il lago. Conoscevo l’esistenza di questo spiazzo perchè a) ci ero già stato b) avevo studiato sulle mappe il possibile itinerario c) avevo fatto un primo sopralluogo con Krulak mesi fa con tanto di rilevazione georeferenziata. La piazzola è a poca distanza da una vecchia scala in sasso da cui parte un vecchio sentiero che, stando a quanto presumo dalle informazioni raccolte, risale verso Caprante e verso Oneda. Il tratto di sentiero che risale verso Caprante è stato ormai verificato, confermato anche da alcune vecchie scritte a vernice sui Faggi. Quello verso Oneda rimane invece ancora un mistero: è indubbio che passi da quelle parti ma il tempo, gli alberi e le rocce cadute, hanno cancellato ogni certezza della traccia. Restano solo delle scritte a vernice e dei “segni”, sempre a vernice, che probabilmente appartengo ad un’altro sentiero che punta invece verso sud anziché alzarsi di quota. Con grande diligenza ed impegno sono quindi giunto all’ultimo “punto certo” di questa traccia ed ho cominciato a cercare. Tuttavia dapprima sulla sinistra è apparso un muflone, maschio con grandi corna, sorpreso ed infastidito dalla mia silenziosa presenza. Poi, sulla destra, in lontananza due caprioli sono fuggiti verso l’alto costeggiando la base delle pareti della “Cassina”. La mia mente ha quindi iniziato a divagare. «Ma se queste pareti si chiamano “sasso della cassina” esiste una correlazione con la Val Cassina che, dividendo il Sasso Cavallo dal Sasso di Seng, si trova quasi esattamente dirimpetto sull’altro lato del lago? Cosa significa realmente “cassina” nel vecchio dialetto?» Seguendo questi pensieri avevo già smesso di ripercorrere gli sbiaditi segni del vecchio sentiero imboccando invece le “chiare autostrade” tracciate da mufloni, cinghiali e caprioli attraverso il bosco. A giustificare, almeno in parte la mia deviazione, il ritrovamento di un vecchio costrutto umano: il basamento quadrato e squadrato di un antico riparo a ridosso della parete. La strada degli animali prosegue verso l’alto in un susseguirsi evidente di orme e tracce nel fango. Anche io mi adatto al loro stile e li seguo imbattendomi in una stranezza. Trovo infatti un barattolo in plastica rigida per le caramelle avvolto con lo scotch nero da elettricista. Nel bosco, specie a ridosso delle grandi pareti al di sotto di insediamenti umani, si trovano spesso rifiuti “archeologici” di ogni tipo. Questo però è particolarmente fuori luogo. Aprendo il barattolo tutto mi appare più chiaro: è una geocache. Con l’avvento dei GPS economici (ma grazie anche al fatto che gli Americani hanno smesso di disturbare i segnali GPS per usi civili nel 2000) è nato un curioso gioco: qualcuno nasconde un barattolo, pubblica su internet la posizione gps, qualcun’altro prova a cercarlo. Una specie di caccia al tesoro. All’interno del barattolo un oggetto “testimone” ed un foglio di carta dove “annotare” il nome di chi l’ha trovato. Il primo in quest ricerca (o forse colui che ha lasciato il barattolo) è tale “Selvatik” nel 2015. L’ultimo, in ordine di tempo, a ritrovarlo è invece “Clo22” nel 2018. E’ curioso che un gioco che si basa sull’uso dei satelliti e della world wide web si risolva poi con carta e penna rievocando i vecchi libretti di vetta tanto in voga prima dell’era digitale. Ripongo tutto nuovamente nel barattolo inquadrando meglio la situazione. Il barattolo si trovava infatti in un canale che avevo iniziato a risalire per meglio osservare una “cavità interessante” che avevo intravvisto. Il barattolo quasi sicuramente stava lassù prima di rotolare verso il basso: la cavità infatti è una vera e propria grotta. Più che una grotta è una multigrotta. Originata da una frana è infatti caratterizzata da 3 cavità poste una sopra l’altra. Quando mi avvicino all’ingresso noto una scritta rossa sulla roccia: 2375. Quella scritta indica il numero identificativo della grotta nel Catasto Speleologico Lombardo. La scoperta mi sorprende perchè è da qualche settimana che ho nostalgia delle grotte e mi riprometto di riodinare il vecchio archivio fotografico. Tuttavia, ingenuamente, non mi aspettavo di trovarne da quelle parti. Il piano inferiore è facilmente fruibile, una bella stanza aperta facilmente visitabile. I due piani superiori sono invece raggiungibili con una breve arrampicata decisamente poco consigliabile (è tutta terra e roccia viscida e c’è una sola presa solida a cui mi sono quasi disperatamente aggrappato per scendere). C’è una saletta ed una nicchia concrezionata ma, tutto sommato, non vale il rischio. Mentre vi scrivo, dopo aver consultato il catasto, posso dirvi che la 2375 ha un nome: “La grotta della Lella”.

Soddisfatto del ritrovamento torno al mio piano “A verso B” seguendo nuovamente le tracce degli animali. Poco oltre le tracce formano un nuovo bivio. Una traccia prosegue costeggiando la base della parete, un’altra rimonta degli speroni rocciosi verso un terrazzino più in alto. Sbuffando con me stesso inizio a risalire gli speroni di roccia instabile e terra bagnata maledicendo la mia pericolosa curiosità. Poco sopra trovo una bella grotticella rosa: una nicchia ad altezza uomo profonda tre o quattro metri e caratterizzata dal colore rosa assunto dalla roccia. Probabilmente gli animali salgono quassù per prendere il sole e ripararsi in quella cavità. Le tracce a terra però dicono che c’è dell’altro: le seguo lungo il terrazzamento e, girato uno sperone, trovo l’ingresso di una grotta decisamente più grande ed articolata. Dal buco d’ingresso si accede ad una grande stanza attraversata da un arco roccioso e spalancata verso l’esterno graie ad un’apertura più grande sulla parete. La grotta, orizzontale, è ampia e si addentra alta e percorribile per una decina di metri, illuminata sia dalla grande apertura sulla parete, sia una “lucernario” quasi sul tetto. Risalgo attraverso quest’apertura e mi ritrovo su un secondo terrazzamento dove evidentemente anche gli animali vengono spesso: io però trovo i 40 metri di vuoto sottostanti decisamente inquietanti e, sebbene tentato, decido che senza un pezzo di corda ed un socio a fare sicura è decisamente sconsigliabile proseguire oltre nelle pieghe della parete. All’ingresso della grotta un segno rosso, in buona misura sbiadito dall’acqua, riporta: 2376. Nel Catasto questo numero possiede un nome: “Grotta dell’Arco”. Senza gli animali ed il loro passaggio non avrei trovato questa grotta che nell’antichità poteva essere considerato una specie di super attico di lusso. Viene da chiedersi cosa si possa trovare più in alto, là dove gli animali non riescono ad arrivare. Corni di Canzo e Moregallo hanno però pochissime grotte, quasi tutte sono piccole e principalmente create da frane più che fenomeni carsici. Nulla vieta però di fantasticare sulla presenza di una grande e mai scoperta cavità che inoltri nelle profondità della montagna (come ad esempio avviene nella zona del San Primo).

Riprendo il mio cammino sulla “pista degli animali” e mi imbatto in un altro segno rosso, questa volta evidente ancora prima della cavità. Il segno, 2834, è posto alla base di un ripido e scivoloso canale di terra stretto tra due alti fianchi rocciosi. In cima al canale si vede la cavità. Lungo il canale è abbandonata una vecchia corda e sull’ingresso è visibile un armo a catena. La faccenda è decisamente differente rispetto alle altre grotte ed è evidente che lassù gli animali non ci vanno. Nello zaino ho 30 metri di statica (“perché non si sa mai”) e posso quindi prendermi il lusso di risalire il canale con la sicurezza di avere una corda buona per ridiscendere. Il vecchio canapo, fissato in alto ed in basso con due anelli, è inquietantemente zuppo e viscido. Lo tengo con la sinistra mentre risalgo con le gambe in opposizione sui due fianchi di roccia: la terra in centro al canale è uno scivolo e la corda è assolutamente inaffidabile (quindi evitate di salire!!). Il fatto che gli speleo abbiano attrezzato e lasciato una fissa a cui poi hanno aggiunto un solido armo a catena mi insospettisce. La grotta, superato l’ingresso, compie un piccolo salto di un metro, poi prosegue verso il basso facendo una curva nel buio verso sinistra. Il buon senso mi dice di non entrare, tuttavia mi scoccia non approfondire la faccenda. Così, con grande attenzione scendo il primo salto ed accendo tutte le luci a mia disposizione. Davanti a me ho due o forse tre metri camminabili, stretti in un corridoio, poi una curva ed il buio vero. Resto immobile a riflettere. Poi giro i tacchi e rimonto il metro di roccia che mi separa dall’uscita. Le grotte sono un mondo bellissimo… e cannibale! Sono per certi versi uno degli ambienti più estremi e pericolosi in cui ci si può imbattere. Sono solo, non conosco la grotta, c’è un armo speleo: davanti a me, nel buio, potrebbero esserci anche solo un paio di metri di salto ma se per qualsiasi motivo, anche senza infortunarmi, quei pochi metri riescono a tenermi prigioniero non c’è modo di avere aiuto dall’esterno. Senza cellulare, in un posto simile, chi mai potrebbe trovarti? Non è mai buona cosa dare le “tu” ad una grotta, specie quando la luce smette di filtrare ed inizia a puntare verso il basso! Con il mio fidato spezzone ridiscendo in doppia fino all’esterno riguadagnando la tranquillità di quel bosco detritico. Alla base trovo, quasi a ricompensa, un colorato camion giocattolo che spunta dalla terra. Il numero sul muro mi dice ora che quella grotta si chiama “Pozzo della Cassina”. La grotta è stata rilevata da Marco Bomman e Adolfo Merazzi nel 1977, rilevata nuovamente da Andrea Maconi nel 2018. Così, grazie ai social media, ho contatto “Maconi” che gentilmente mi ha inviato il rilievo: ora posso dirvi che oltre il buio mi attendeva un salto verticale di 30 metri. Un “tuffo” che mi avrebbe reso “immobile prigioniero” della grotta fino al prossimo rilievo (probabilmente tra altri 40 anni!!). Questo solo per rimarcare i pericoli delle grotte e di questa nella specifico.

Il mio piano originale, “tracciare il sentiero che sale verso Oneda e poi quello che scende fino al fiume nella valle delle Moregge – A verso B” è ormai inevitabilmente fallito: le grotte mi hanno “rubato tempo” e ben presto mi verrà fame e voglia di tornarmene a casa. Quindi cerco di rimediare e salgo comunque fino alla falesia, incrociando la strada che sale verso Oneda alla prima stanga. Qui, nel bosco, trovo un cranio di muflone femmina, senza corna salvo un accenno. Potrei scendere per la strada asfaltata ed infilarmi nuovamente sulla dorsale della Cassina all’altezza della “piazzola ecologica” (perchè discarica sembra dispregiativo). La fame inizia a farsi sentire, ma l’asfalto è una vera noia. Opto invece per il bosco cercando una linea che mi porti verso il basso. Nel bosco c’è un “taglio”, un netta striscia libera di vegetazione, attraversato dai piloni della luce che scende verso il Nautilus, sulle sponde del lago. Qualcuno su un pilone ha scritto con vernice bianca “Lago” aggiungendo una freccia. Stessa cosa sul pilone successivo. Così, come un orso ottuso, inizio a scendere. Raggiungo una bella radura che i proprietari di alcune baite probabilmente tengono falciata e pulita. Quila traccia scompare, così come ogni indicazione. Forse sono i a sbagliare l’uscita, ma l’unica linea percorribile è nuovamente una traccia di animali che scende, fangosa ma battuta, lungo un canaletto ripido. Probabilmente sono l’unico bipede che frequenta quelle parti e la scritta “lago”, recente o antica che fosse, non ha nulla a che fare con quella linea. Dovrei continuare a cercare ma, anche se trovassi quella giusta, dovrei poi camminare a piedi sull’asfalto lungo il lago per tornare al Subaru. Credo che la Provinciale 583 Lecco-Bellagio, la “Lariana”, sia stata piacevole da percorrere a piedi solo una volta nella sua intera esistenza: in pieno lockdown quando era chiusa al traffico per la frana (dal 27 ottobre 2020 al 15 Dicembre 2020). Quindi no, decido di tagliare verso nord cercando di attraversare orizzontalmente in cerca, nuovamente, del sentiero che dalla scaletta sale ad Oneda (Il nostro irrisolto problema “da A verso B”). A darmi man forte sono ancora una volta gli animali: le loro strade sono efficaci ma a realizzate a loro misura. Quindi rocce, canali, rovi ed alberi abbattuti non rappresentano per loro problema, lo stesso però non vale per me. Lungo la via del ritorno trovo però una “quasi grotta”. In tempi antichi la Cassina è andata letteralmente a pezzi: è un sovrapporsi di strati di calcare sedimentario che, innalzandosi verso l’alto, si sono aperti come le pagine di un libro rovinando verso il basso. Per questo motivo a valle della parete ci sono “Massi” di dimensioni enormi che creano piccoli ma intricati labirinti. In uno di questi due grossi massi, circondati da massi più piccoli, si sono incastrati creando una piccola grotta asciutta. Al sui ingresso i “vecchi” hanno costruito un muricciolo. Al suo interno, molto alto, c’è persino un comodo lucernario che rende la standa piacevolmente “abitabile”. Curiosamente, proveniendo da un angolazione diversa, si potrebbe non notare la grotticella e camminarvi sopra, senza nemmeno accorgersi dei piccoli lucernari. La fortuna ha uno strano ruolo nel cammino della conoscenza…

Riflettendo mi accorgo anche che il mio presente percorre un cammino stranamente equidistante – nello spazio e nel tempo – tra i segni dell’uomo, sbiaditi e dimenticati, ed i segni degli animali, vivi e contemporanei. Questa strana attitudine mi porta ad addentrarmi da solo in un luoghi sperduti, senza tempo: strana cosa davvero, comincio a chiedermi quale effetto, alla lunga, possa avere sulla psiche un’esperienza simile…

Davide “Birillo” Valsecchi

Le cascate di Caprante

Le cascate di Caprante

Qualche tempo fa dovevo effettuare dei rilievi per georeferenziare delle particelle catastali nella zona sottostante alla frazione di Caprante, a Valbrona. Le mappa catastali sono quasi sempre imprecise, specie in un territorio difficile come la zona di boschi e rocce che sovrasta il lago. Caprante è una frazione agricola, un altipiano verde e pianeggiante che si trova a 300 metri di quota. Appena oltre i bordi di questo altipiano il crinale precipita rapidamente verso il lago circa 100 metri più sotto. Attualmente un solo “sentiero ufficiale” permette di risalire questo versante partendo dal lago, esattamente dalla palina dell’autobus,  “fermata Onno Guancito” linea Lecco-Bellagio: è un buon sentiero, rimesso a nuovo dai volontari della ProLoco di Valbrona qualche anno fa. La peculiarità di questa zona è infatti quella di essere l’unica propagine dei Corni di Canzo che raggiunge il lago, così come l’unico accesso alle sponde all’interno del territorio comunale di Valbrona. La frazione di Caprante prende il nome dall’omonimo fiume che scorre attraverso la valle e raggiunge il lago superando un vertiginoso orrido finale. Cercare le coordinate precise di una particella è quasi inutile (perchè i dati sono molto approssimativi) quindi mi sono limitato a compiere un sopralluogo individuando e relazionando la tipologia di terreno incontrato: in pratica ho acceso il GSP nello zaino ed ho cominciano ad andare a zonzo scattando fotografie georeferenziate.  Avevo osservato l’orrido dall’alto durante l’estate e ne ero rimasto molto affascinato, soprattutto dagli “scivoli d’acqua” scavati nella roccia. Ad essere onesti avevo dovuto desistere nel continuare la mia esplorazione perchè la quantità e l’altezza della cascate mi impediva di proseguire oltre. Così, dopo aver fatto dei rilievi sulle sponde del lago, il mio viaggio è iniziato proprio sul fiume, questa volta dal basso. Il fiume Caprante, nella sua parte finale, in poco meno di 300 metri di sviluppo precipita per oltre 100 metri di quota: un continuo susseguirsi di cascate strette tra le pareti di roccia. Un secondo fiume, di cui non ho ancora trovato il nome, affluisce sulla destra poco prima dell’ultima cascata. Prima dell’orrido è il fiume della valle di Tovera a congiungersi con il Caprante. L’inverno non è certo il periodo migliore per il torrentismo (l’acqua è fredda e tanta!), per superare le cascate era quindi necessario continuare ad attraversare il fiume aggirando di lato i salti. Il fiume è quasi sempre incassato in una forra, quindi i “trucchi per passare” andavano spesso cercati anche lontano dalla sede del fiume. Questo mi ha obbligato e permesso di scoprire molto sulla conformazione di quella zona. Inaspettatamente ci sono molte strutture rocciose e sono tutte molto articolate. La forra principale, quella in cui scorre il fiume, è circondata da “quinte rocciose”: piani calcarei che si sono innalzati verso l’alto ed incurvati. Inoltre ci sono punti in cui sembra che la montagna si sia aperta “a libro” creando pareti di roccia compatta, alte anche oltre i trenta metri, che come pagine si fronteggiano in strette gole. La vegetazione nasconde queste pareti finchè non ti appaiono davanti all’improvviso, confondendo l’orientamento e gli spazi. A farmi da guida in quel labirinto erano soprattutto gli animali che, nei passaggi obbligati, rimarcano i propri percorsi abitudinari. Questo mi ha permesso di alzarmi sul lato sinistro e quindi, grazie ad un passaggio insperato, di abbassarmi sul fiume attraversando poi nuovamente verso destra. Le pozze del fiume sono bellissime, oasi di quiete che inframezzano i grandi salti e gli scivoli.

Attraversato il fiume verso destra ho provato ad intercettare qualche vecchio camminamento delle miniere di sabbia, oggi abbandonate, del Liscione. Ci ero stato una decina di anni fa con Mattia e, grosso modo, si trovano a monte del Guancito e a valle del Kosmopolitan. Sono vecchie, abbandonate e pericolose. Ripeto: pericolose! Già allora avevano subito importanti crolli ed ero quindi curioso di “tracciarne” l’ingresso e valutarne lo stato. Tuttavia i rovi la facevano da padrone: ho trovato dei vecchi gradini e l’ingresso (spaventosamente puntellato con dei vecchi tronchi) di una miniera che non avevo mai visitato. Cercare quelle più grandi mi stava portando lontano dai miei obbiettivi e così ho preferito puntare verso l’alto (trovate maggiori info in questo vecchio articolo di Cima: grotte liscione). Poco più avanti, nella valle sottostante al Kosmopolitan, mi sono imbattuto in 3 mufloni. Il maschio, con quel suo ridicolo e buffo fischio, ha provato ad intimidirmi: purtroppo per lui quel verso mi fa sempre ridere a crepapelle ed ha dovuto desistere fuggendo deriso. Sempre in quella valle ho trovato le grosse tubature che – se è vero quello che mi hanno raccontato – servono al Kosmopolitan per pompare verso l’alto l’acqua del lago. Non essendo raggiunto dall’acquedotto, sempre secondo quanto mi hanno raccontato, la struttura – che ospita quasi 150 appartamenti ed un enorme piscina – deve captare l’acqua dal basso e depurarla indipendentemente (uno sforzo immane e gravoso!). Stufo di salire verso l’alto (soprattutto perchè il bosco si è riempito di rifiuti ed inerti provenienti dalla sovrastante strada!) ho ripiegato nuovamente verso il basso scavalcando un crinale e cercando di riguadagnare il fiume. Spostandomi mi sono imbattuto in una traccia molto netta che scende dall’alto: sebbene il tracciato appaia piuttosto selvatico un vecchio cippo, su cui è incisa una “S”, ribadiva la natura “umana” di quella linea. Anzichè seguirla verso l’alto l’ho percorsa in discesa ritrovandomi quindi nuovamente ai margini di una grande pozza sul fiume Caprante. Quella pozza è probabilmente la prima “quiete” a valle delle cascate che avevo esplorato in estate, sul limite dell altopiano. A valle di questa pozza il fiume compie un ennesimo grande salto attraverso uno scivolo roccioso.

Dopo avere attraversato il fiume – preferendo l’acqua alta alle scivolose rocce sul vuoto – mi sono imbattuto in qualcosa di inaspettato. Un cavo metallico è fissato lungo la parete, a modi corrimano, con dei chiodi da roccia (dei vecchi Lost arrow della Cassin). I chiodi, più fuori che dentro, sembravano una rudimentale ferrata realizzata, ipotizzo, dai pescatori. Poco più avanti, sul piccolo salto roccioso che rimonta la pozza, un’altra catena – arrugginita e malfida. Un tempo la catena doveva essere ancorata ad una pianta che, ora sradicata, ancora ne conserva un pezzo a penzoloni. La pianta, successivamente, deve essere stata sostituita con dei fittoni ad anello, comunque poco rassicuranti. Mentre mi guardavo in giro cercando di capire è apparso ciò che ha reso tutto chiaro: Aldo Vicini. Tra due pozze c’è infatti una lapide in sasso, con foto e croce, del giovane Aldo. Avevo sentito la sua storia ma non ne sapevo molto, anzi prima di incontrare quella lapide non sapevo neppure il suo nome. Così mi sono fermato un po’ a guardare quell’immagine in bianco e nero. Ora, dopo qualche ricerca, posso dirvi che Aldo, nato  il 20 Luglio 1974, quasi un mio coscritto, ha perso la vita qui il 7 giugno del 1995, mentre si era avventurato sul fiume a pescare. Mi aveva colpito la sua tragica storia perchè mi avevano raccontato fosse morto “annegato”. Guardando le cascate dall’alto, sempre quest’estate, credevo che il problema fosse non “volare”, non precipitare, quindi non capivo. Probabilmente il giovane Aldo conosceva i pericoli ed i segreti di questo fiume meglio di me, sapeva tutti i trucchi per aggirare i passaggi più esposti. Tuttavia il fiume è stretto, impetuoso, compie grandi salti su scivoli ritorti che si infrangono in pozze scavate nella roccia dove l’acqua “frulla su stessa” come nei pericolosissimi “stramazzi” artificiali. Se ci cadi dentro, incosciente per qualsiasi motivo, non c’è possibilità di farcela. Se ci cadi dentro con gli stivali, con una brutta corrente, magari dopo una caduta, diventa davvero difficile “tenere fuori la testa” in quelle pozze, tanto belle quanto infide e profonde. Io sono del ‘76, mi piacerebbe dire che ho un paio d’anni meno di Aldo, ma lui purtroppo lui ne avrà per sempre solo quasi 21. Di fronte alla lapide in sasso, probabilmente infissa per il ventennale della scomparsa, c’è anche una vecchia lapide – probabilmente la prima – realizzata con cemento e conchiglie. Scatto qualche foto e prendo silenzioso commiato dal custode del fiume, di cui ora conosco il nome, il viso e la storia.

Riguadagno il crinale sul lato sinistro e mi alzo fino alle bellissime rocce carsiche che delimitano il piano di Caprante. Riguadagno il sentiero del Liscione e proseguo i miei rilievi più verso sud. Individuo un vecchio tracciato riportato sulle IGM, Istituto Geografico Militare: una carta del 1946 realizzata su rilievi del 1888! Il sentiero, che scende verso il lago appena a Sud delle reti paramassi, è ancora visibile ma probabilmente in disuso da più di 70 anni. Il muro sulla provinciale è ormai troppo alto per scendere: saltar giù un paio di metri, quasi alla cieca, sull’asfalto del rettilineo della provinciale mi sembrava una pessima idea. Così sono nuovamente risalito fincheggiando le reti per intercettare il sentiero. Una volta raggiunto mi sono subito annoiato dopo qualche metro ed ho nuovamente deviato verso sinistra cercando un “taglio” che mi permettesse di raggiungere la primissima pozza sul fiume che avevo superato arrivando dall’altro lato. In pratica la strada ormai la sapevo, stavo solo cercando di tracciare linee interessanti sul GPS spostandomi verso una grossa roccia a punta che ricordava quella famosa del Re Leone. Era ormai ora di pranzo e super rilassato canticchiavo mentalmente il motivetto centrale di “on the road again” dei Canned Head,  compiaciuto della mia piccola esplorazione. Ecco, proprio in quel momento mi piombata addosso una delle situazioni più pericolose ed inaspettate!! In un angolino abbastanza ameno, accanto al fiume, a 50 metri in linea d’aria dal Guancito, vedo qualcosa “di vivo” che si muove a terra. Sulle prime mi sembra un grosso uccello marrone,  colto goffamente di sorpresa. Poi la “cosa” si suddivide in più parti, tutte decorate con simpatici pallini bianchi: una nidiata di piccoli di cinghiale! Nella mia mente è come esplosa una bomba! Ho girato i tacchi all’istante e mi sono messo a correre tra i rovi, letteralmente con le ali al culo! Ero passato da quelle parti all’andata e non c’era nulla: probabilmente la madre, mamma cinghiale, li aveva temporaneamente abbandonati per scendere al fiume lì vicino. I “porcellini” si erano quindi accovacciati stretti stretti aspettando che il povero Birillo arrivasse loro vicino a meno di tre o quattro metri. Una parte della mia mente sussurrava “fagli una foto!”. Tutto resto del mio cervello urlava furioso “Vai via! Fanculo la foto! Vattene! Vattene! Vattene!”. I cinghiali sono per lo più pericolosi SOLO quando ti avvicini troppo ai piccoli… ecco, io questa volta ero inavvertitamente ma decisamente troppo vicino ai piccoli!! Non so se mamma cinghiale sia tornata dal fiume in soccorso dei piccoli, io ho smesso di correre a fuoco tra i rovi solo quando sono arrivato sull’altro lato della provinciale! Felice di non aver fatto la sua conoscenza!! 

Nonostante il brivido finale, credo che quella zona sia davvero molto bella. Ci sono indiscutibilmente molti pericoli. Pericoli che non possono essere “eliminati” con chiodi e vecchie catene (che incredibilmente, sebbene insicuri, sopravvivono alla furia del fiume). Pericoli che possono però essere “mitigati” con astuzia, intelligenza e prudenza. Mi piace quella zona, credo che ci tornerò: fino ad allora tenetevi alla larga, aspettate sia io ad accompagnarvi. 

Davide “Birillo” Valsecchi

Aldo Vicini – Caprante (20 Luglio 1974 – 7 giugno del 1995)

La tazza di Dumbo

La tazza di Dumbo

Le nanerottole si sono svegliate in contropiede, anticipano ogni mia intorpidita mossa: ho la coordinazione e la rapidità di un bradipo che nuota mentre cerco di preparare la colazione. La più grande vuole andare all’asilo ed io, disperatamente, cerco di spiegarle che è ancora troppo presto, che l’asilo rimarrà chiuso finchè il sole non illuminerà il Resegone. Ma il tempo è una faccenda dannatamente complicata. Entro in cucina: “Alexa: buongiorno, musica rock, volume 4!” La mia versione domestica ed edulcorata di Hal9000 mi saluta dolce e mi propone una selezione casuale di musica rock anni ‘90: in fondo anche lei l’ha capito che sono vecchio dentro! Parte “Zoombies” dei Cranberries, datata 1994. La mia mente riesuma per un istante i ricordi della gita scolastica a Parigi in quarta liceo. Già, ero rimasto da solo, bloccato nel vagone sbagliato, lontano da quello della mia classe. Già, ma era il vagone di una classe di sole donne del linguistico di Lecco. Già, io avevo una zaino pieno di cose da mangiare ed un barattolo di Nutella: 10 ore di viaggio notturno. Come un buon pescatore avevo messo l’esca all’amo aspettando che la preda abboccasse: Valentina, credo questo fosse il suo nome. Beata e spensierata gioventù. “In your head, in your head. Zombie, zombie, zombie-ie-ie. What’s in your head, in your head. Zombie, zombie, zombie-ie-ie, oh”. Sono passati 26 anni, i ricordi vanno e vengono come una scintilla mentre, con una nanerottola aggrappata alla gamba, cerco di mettere caffè nella caffettiera. “Cosa c’è nelle tua testa Zombie?” Dolores O’Riordan è morta nel 2018, annegata nella vasca da bagno dopo una sbronza colossale. Lei non c’è più e vive nelle sue canzoni,  noi siamo ancora qui e vaghiamo senza scopo: chi è lo Zombie? Verso il caffè in un tazza ed aggiungo una quantità esasperata di zucchero (“…perchè Cassin nelle spedizioni portava un chilo di zucchero per ogni giorno di spedizione!”). Porto alle labbra il caldo nettare quando la nanerottola più grande fa la “bocca a quadrato”, chiude gli occhi, inclina la testa ed innalza al cielo un lamento furioso che più che un pianto sembra un richiamo atavico a qualche forma di comunicazione pre-umana insita nel mio genoma. “Andrea, che c’è ora?” Sua madre compare alla porta, mi squarda ed all’istante coglie il senso di quell’universo agitato che mi sfugge: “Hai preso la sua tazza di Dumbo. Non devi prendere la sua tazza di Dumbo”. Rovescio il mio caffè in una tazza anonima, sciacquo Bumbo nel lavandino e lo restituisco alla sua legittima proprietaria che, con sguardo di rammaricata disapprovazione, fa appello a tutto l’affetto che prova per il suo papà nel disperato tentativo di perdonarlo per il suo imperdonabile errore. Sospiro. Vivo con tre femmine e quattro gatti: me la sono cercata. Mi allungo sul mio caffè, esito un istante, poi ne prendo un sorso socchiudendo gli occhi. “Alexa: mi vuoi bene?” “Ti voglio bene come ad un amico” Friendzonato dalla domestica digitale: quanta amarezza. Tre ore dopo sono in mezzo alla neve, sulla cima del Ceppo della Bella Donna mentre il sole scompare alle spalle del Corno Centrale. L’ombra avanza, fa un freddo cane e soffia un vento tagliente da Nord. La neve è coperta di scaglie gelate ma è farinosa: affondo fin sopra il ginocchio addentrandomi nel bosco in cerca di una traccia verso casa. Saluti dal Quinto Corno!

Davide “Birillo” Valsecchi 

  • Corno Orientale e Corno Centrale dal Ceppo della Bella Donna

  • Cima Moregallo e Cresta Occidentale dal Ceppo della Bella Donna 

Ferie Giallo Birone

Ferie Giallo Birone

“Chi cammina sulla neve non può nascondere il suo passaggio.” Il sole illumina ogni cosa come non accadeva da giorni. Dopo la grande nevicata di fine anno è la prima volta che vedo il cielo brillare di questo azzurro intenso sul bianco che avvolge ogni cosa. Il mondo sembra “normale”, o forse è semplicemente incurante, come sempre. Un tempo erano importanti i giorni della settimana, dal Lunedì alla Domenica. I giorni del mese, dal primo fino al giorno di paga. Poi giusto quelli che restano fino all’inizio del mese successivo. Già, i mesi, divisi di quattro in quattro con le stagioni a scandire il viaggio della Terra attorno al Sole. Le stelle si fondono con le minute faccende umane e danno vita a queste complesse e complicate convenzioni. Elaborato tentativo di governare un mondo che, anche in un azzurro splendente come oggi, ci ignora tra il divertito ed il fastidiato. “Di che colore è oggi?”. Un’infrastruttura digitale avvolge il pianeta dando vita ad una specie di telepatia condivisa… ma io non riesco mai a capire di che “colore” siamo oggi.     

Forse è venerdì, credo sia venerdì, quindi questa sera niente spazzatura in ciabatte e mascherina giù in strada. In fondo è già qualcosa. Quello che conta davvero, mentre la nebbia si dirada dalla mia mente, è che siamo “gialli”. Già, oggi chi non lavora può varcare la soglia del proprio comune avventurandosi verso le meraviglie imbiancate delle montagne. Devo svegliarmi, svegliami in fretta, devo portare la nana all’asilo. Accendere il Subaru, aprire quella dannata portiera che, gelata, non si apre da giorni. Devo sbrigarmi. Oggi è “giallo” ed il buon Krulak, che è un mangia-colla di Cantù, ha preso appositamente ferie per andare a camminare insieme. Ha preso ferie perchè il week-end torniamo arancioni e poi chissà quando avrà più occasione di tornare in montagna. Devo sbrigarmi. Il Sole sorge 8 minuti prima dell’alba perchè il nostro pianeta ruota su se stesso, in senso antiorario, alla velocità di 1700 km all’ora ad una distanza dal Sole che oscilla tra i 147 ed i 152 milioni di chilometri. La velocità della luce è di 300 mila chilometri al secondo e questo significa che abbiamo 8 minuti per poltrire nel letto all’alba ed 8 minuti di “abbuono” luce prima delle tenebre al tramonto. Per un quarto d’ora al giorno siamo sospesi sul confine, al di là della luce e del buio, al di là del bene e del male. Ma se è giorno di spazzatura o è giornata “arancione” c’è gran poco da fare…  Ma oggi è giallo e sono le ferie di Krulak, oggi si va in montagna: Birillo in piedi!

Sbarchiamo al cimitero di Valmadrera e prima della Chiesa di San Martino ci infiliamo su per il sentiero Lucio Vassena che rimonta il Corno Birone lungo il versante destro, orografico, della Valle del Sass Negher. Sull’altro lato della valle risale il Dario e Willy. Oggi però siamo in gita, non badiamo a spese e non centelliniamo i passi: a metà della salita attraversiamo dal Lucio Vassena al Dario e Willy sfruttando il traverso del Sentiero del Luisin. Ci infiliamo quindi nel lato buio, dove la poca luce ha conservato abbondante la neve lungo la cresta che, affacciandosi sulla Cima del Bevesco, rimonta provvidenziale oltre la grande muraglia incrostata di ghiaccio del Corno Birone. Da quelle parti, in un mondo verticale, corrono “Il Cavallo da Corsa” (1980) e “XXV O.S.A.” (1976). Osservo quella parete senza sorprendermi di come nessuno “fenomeno patagonico” abbia mai ripetuto quelle vie in invernale…

La cresta, prima del grande “traverso della scala”, non è difficile ma incrostata di neve e ghiaccio pretende attenzione e concentrazione. Nonostante tutto la “traccia” nella neve è battuta e marcata… quasi un’autostrada! Il calendario dei colori è stato particolarmente stravagante durante le festività della befana: in teoria dovrebbe esserci quasi nessuno in giro eppure, stando alle tracce che trovo sulla neve, le montagne brulicano di passi. Dal 28 ad oggi mi è capitato di batter fresca solo due volte (e la prima stava ancora nevicando!). “Chi è senza peccato scagli la prima pietra ed in montagna in montagna muover sassi è peccato a prescindere.”

Raggiungiamo la cima del Birone e poi, lemme lemme, ci tiriamo fin sulla cima del Prasanto. Lassù un signore di mezza età – potrei sbagliarmi ma sembrava svizzero – mi chiede gentilmente di scattargli una foto mentre mi passa la macchina fotografica. Un gesto semplice, quasi banale, ma è da tanto tempo, decisamente tanto, che le mie mani non “toccano” un oggetto proveniente dalle mani di uno sconosciuto. Il calendario dei colori regala anche questi strani pensieri. Daltronde Krulak è un ingegnere, uno che lavora per grandi opere ferroviarie, uno a cui fanno il tampone tutti i Lunedì mattina. Siamo qui insieme, ma ci siamo “dati di gomito” in vetta: in un tempo non troppo lontano ci saremmo stretti la mano ed abbracciati. Quando tutta questa faccenda è iniziata una ragazza, una che mi conosce bene, mi ha detto: “Tu sei la persona ideale per una situazione come questa: paranoico, psicopatico ed asociale! Hai tutti i talenti che servono ora!”. Aveva ragione, ma confesso che anche io, dopo 46 settimane, inizio ad essere decisamente infastidito da questa situazione. Ho fatto del mio meglio in questi  322 giorni, ma vedo comunque i segni che tutto questo lascia sulle persone che cerco di proteggere attorno a me. “Le difese devono reggere” e ”Reggeranno“ ma inizio a guardare con inquietudine ad est: spero che il Grigio Pellegrino sia in ritardo solo di 8 minuti…   

  • GANDALF: Non c’è via di scampo da quella gola. Théoden si dirige verso una trappola. È convinto di condurli alla salvezza, ma andranno incontro ad un massacro. Théoden ha una volontà forte, ma temo per lui. Temo per la sopravvivenza di Rohan. Egli avrà bisogno di te, prima della fine, Aragorn. La gente di Rohan avrà bisogno di te. Le difese devono reggere.
  • ARAGORN: Reggeranno.
  • GANDALF: Il Grigio Pellegrino. Così mi chiamavano. Per trecento vite degli uomini ho vagato su questa terra e ora non ho tempo. Se ho fortuna, la mia ricerca non sarà vana. Attendi il mio arrivo, alla prima luce del quinto giorno. All’alba guarda a est. 

E tu cosa farai Birillo? Porterai la tua gente al Fosso di Helm sperando che l’isolamento vi protegga? Per quanto puoi resistere barricato? Quanto serve! Tu, bastardo folle, certamente… ma loro? Mmm… Bhaaa, dannazione: in questo universo siamo creature insignificanti chiamate ad affrontare incertezze sconfinate.

Giallo, arancio, rosso… Rosa! L’orizzonte si schiude sulla Est del Rosa, Himalyana muraglia che brilla oltre 110 chilometri più ad ovest. Le montagne risplendono in ogni direzione scuotendomi dai miei pensieri. “Krulak, ti va una bella gavata nella neve fresca?” Scendiamo dalla cima del Prasanto nuovamente verso il Corno Birone e poi, scartando a sinistra, ci lanciamo giù verso il  Bevesco e la Ca Rotta. Qualche “duro della valle” è encomiabilmente risalito dal basso: nel bianco immacolato ci sono solo le sue solitarie impronte che affondano fin oltre il ginocchio nella neve resa polverosa dal gelo. Noi ci buttiamo giù a grandi balzi, quasi senza peso, felici come bambini!

La fontana del Tufo, il Tajasass, il Bivacco della Molinata ed ancora il Luisin. Sopra la chiesa di San Martino, riparati sotto una tettoia sgangherata in mezzo ad un prato, un gruppetto di “vecchi” – tutti diligentemente bardati con la mascherina – litiga ancora animatamente sui “carichi” che il socio avrebbe dovrebbe buttar giù a briscola. Il mondo cambia e resta immutabile, forse davvero gira su se stesso. Davanti alla chiesa un vecchietta, eroica sui ciotoli, mi chiede se c’è ancora il presepe: io però scendo dai monti, non so aiutarla. Il primo presepe della storia pare fosse italiano, realizzato da San Francesco nel 1223. Questo dice la wikipedia. Quasi ottocento anni tondi tondi… forse Bergoglio doveva darglielo più forte lo schiaffo alla cinese quella notte di San Silvestro nel lontano 2019. Oppure, visto cosa è accaduto dopo, doveva ascoltarla. Ma che importa tanto? Ci sono gli “Arrapaho” dentro il Campidoglio a Washington, i Negazionisti dell’Illinois fanno comunella con ciò che resta del carretto di Pontida, mentre Mister “se perdo lascio la politica” cerca di far cadere il Governo. Altro che far risuonare il corno Mandimartello dentro il Trombatorrione, altro che anarchici senza voto: qui son tutti pazzi!

Ciao Krulak, ci si vede quando si potrà. Mi sono piaciute le tue ferie. 

Davide “Birillo” Valsecchi

    

Giocarsi il Jolly

Giocarsi il Jolly

Il 26 Dicembre del passato 2020 il Soccorso Alpino è intervenuto per un soccorso al Monte Rai: due ragazzi di Valmadrera, 22 e 18 anni, erano rimasti “incrodati” in un canale nella zona del Malascarpa. In quei giorni non aveva ancora nevicato e fortunatamente i due sono stati “recuperati” incolumi durante la notte. Il 20 Dicembre invece è stato effettuato un altro intervento in Grignetta, molto impegnativo, in cui erano stati recuperati sempre nella notte due escursionisti bloccati da una slavina sul traverso dei Magnaghi. Io credo che ormai anche i bagnini di Riccione sappiano che “tagliare” il pratone innevato dalla Cermenati per andare verso il Porta sia un’idea stupida (e pericolosa!). I due della Grignetta non godono quindi della mia empatia, la storia dei due giovani “della Valle” invece mi appariva più interessante e meno chiara. Gli articoli di giornale pubblicati sul web parlavano di due giovani escursionisti – quindi senza equipaggiamento per arrampicata – che partiti da San Tomaso, avevano risalito un canale e, presa una deviazione, si erano “arenati” sulla Cresta del Referendum (che però non è sul Monte Rai ma sul Monte Prasanto – spesso confusi tra loro). Visto che l’intervento era durato diverse ore i social network si erano subito affollati con i soliti commenti inutili, resi ancora più salaci dalle restrizioni Anti-Covid. In di quegli articoli era scritto “non riuscivano più nè a scendere nè a salire”: un passaggio inclemente che ricordava molto la celebre gag di “Aldo, Giovanni e Giacomo”. La gente però non ha idea di come sia la “vertebra di moffetta” e così, incuriosito, sono andato adare un’occhiata. La somma dell’età dei due ragazzi non raggiunge la mia, sono “un vecchio” ed ora, per di più, tutta la zona è coperta di neve dopo le nevicate di fine anno: “Birillo, dovranno recuperare anche te?” “Scopriamolo!”.

Fino a San Tomaso la neve è ormai scomparsa mentre nella valle a monte del Tajasass lo scenario è ancora incantevolmente incrostato di bianco. La valle principale accoglie il fiume “Inferno”, lo stesso che poi scorre lungo il celebre “sentiero delle Vasche”: è una valle particolare che, incassata alle spalle della Cima del Bevesco, sembra nascondersi alle spalle del Corno Birone. La valle è il punto di separazione tra il Monte Rai ed il Monte Prasanto che, dal lato Valmadrerese, appare quasi nascosto alle spalle del Corno Rat. Una zona che mi piace molto perchè molto selvaggia, solo parzialmente esplorata, poco frequentata e caratterizzata da affascinanti strutture “geologiche”. Sulla sinistra orografica della valle gli strati calcarei sono letteralmente “impazziti” ed hanno iniziato a torcersi, ripiegarsi ed impennarsi. Il Malascarpa, con i suoi fossili facilmente visibili, è solo una di queste strutture più conosciute. Poi ci sono i “Campi Solcati” (bellissimi sia “sopra” che “sotto”!) nonchè la “Cresta del Referendum” (così chiamata per la via d’arrampicata che la percorre, aperta da Giorgio Tessari e Claudio Adamoli nel 1974) e la “Guglia del Peder”. Inseguendo i ragazzi sono risalito fino alla “Fontana del Tufo”, un fontanella dove confluiscono ben due sorgenti d’acqua a ridosso di una grotta, appunto, in una struttura di tufo. Il tufo è principalmente conosciuto come roccia magmatica, figlia diretta dei vulcani o del cuore della terra, tuttavia nella nostra zona il tufo è ovviamente di origine sedimentaria, figlio del mare come tutte le nostre montagne.

Poco oltre la fontana il primo curioso indizio! Una palina segnaletica, nuova di zecca, indica infatti il bivio per i due sentieri che portano da quel punto alla cima del Monte Rai. Il primo, sulla sinistra salendo, risale fino alla “Cà Rotta” e quindi alla Bocchetta di San Miro ed è indicato come “facile”. Il secondo, indicato come “sentiero impegnativo”, risale invece il canale incuneato tra i “Campi Solcati” (a sinistra) e la “Cresta del Referendum” (sulla destra). La cosa curiosa è che qualcuno, probabilmente molto giovane, ha “integrato” la palina con recensioni a pennarello. Il sentiero di sinistra è diventato “facile ma noioso!” mentre quello di destra “Poco impegnativo ma bellissimo! Vai!”. La faccenda mi ha rubato un sorriso: questo infatti spiega in parte perchè due ragazzi, senza equipaggiamento, si siano infilati in una “zona ravano” come quella! Probabilmente il “Sentiero Geologico Alto” è diventato una specie di avventura gettonata tra i giovani (salvo i pittogrammi sul cartello io non ci vedo nulla di male!). Da quel punto in poi la neve copriva ogni cosa e solo una vecchia tpedonata – qualcuno da solo i primi giorni di neve – mi accompagnava lungo la salita. Per orientarmi dovevo fare affidamento al vago ricordo di quel sentiero (percorso quasi sempre in discesa) ed ai numerosi bolli sugli alberi: nonostante fosse “nascosto dalla bianca” il sentiero appariva ben curato sebbene attraversi uno scenario decisamente selvatico.

La prima “meraviglia” di questo itinerario è la “Guglia del Peder”: immaginatevi il fondo del mare, compatto per 40 metri e spesso poco meno di un metro, che all’improvviso si impenna verso il cielo creando una guglia di straordinaria bellezza. Nel 1980, Marco Tentori e Renzo Magni, hanno tracciato una lunghezza – a chiodi tradizionali – di V+, A1(VIII). La Guglia del Peder è la parte inferiore della Cresta del Referendum, da quel punto la cresta rocciosa si innalza e risale verso l’alto formando, sulla sommità, il Sasso Malascarpa. In realtà la faccenda è però più complessa: le creste, parallele tra loro, sono in realtà tre. I diversi piani sedimentari si sono “ribaltati” ma nel tempo si sono “consumati” in modo differente e dando vita a cresta e corridoi erbosi.

Difficilmente i ragazzi si sono “incrodati” sulla Guglia del Peder: il riferimento sarebbe stato troppo evidente per non comparire nei giornali. Inoltre in un posto del genere “ti fai male” (anche tanto), ma non ti incrodi slegato. Sul lato destro della guglia, osservando dal basso, c’è un canale che risale ma dubito sia questo che hanno imboccato i ragazzi: è un canale ghiaioso dove, alla peggio, puoi piegare nel bosco accanto o comunque ritornare sui tuoi passi. Con cognizione di causa quella zona suggeriva alla mia fantasia un sacco di “devianti opzioni” per mettersi nei guai. Opzioni che possono nascere naturali in chi parte per una “ravanata”, ma ero sempre più convinto che i ragazzi non fossero in cerca di rogne, ma che volessero solo fare un’escursione, forse avventurosa, magari nota tra gli altri ragazzi, ma non fuori sentiero.

Cosa era successo quindi? Immerso nella neve ed in questi pensieri ecco la probabile soluzione! Il sentiero risale la valle tenendosi sul lato destro al fiume che, con alti sassi di roccia liscia e limacciosa, scorre verso il basso bucando il bianco della neve. Quando il sentiero si avvicina al fiume Istintivamente piego ancora verso destra  imboccantdo un tornante verso  un corridoio roccioso che risale obliquo e sembra il naturale proseguimento del sentiero… ma invece no!!  Il sentiero piega sul fiume, lo attraversa ed arretra sul versante opposto per poi guadagnare quota più a lato. In quella curva tutti i bolli sugli alberi sono lontanti e praticamente alle spalle di chi sale. Per un istante mi fermo a riflettere: forse con la neve è facile sbagliare, ma senza? In realtà non vedo la traccia ma, per tutto quello che c’è attorno, è quasi scontato che ci sia “passaggio” di animali in quel tratto: una falsa traccia? In pratica è la “porta” che permette di infilarsi tra le tre creste, probabilmente la via d’accesso per addentrarsi in quella zona. Quindi sì, io credo che possano aver sbagliato ed essersi infilati in quel corridoio.

Lo hanno fatto volontariamente? Non credo. Se ti infili in quei posti volontariamente o ne esci da solo o ne esci con le ossa rotte. Questo perchè la consapevolezza di fare una “puttanata” ti offre una “prospettiva” su quanto osare, le opzioni quindi sono solo tre: a) disingaggi per tempo b) riesci ad uscire c) fiondi giù e buonanotte. Certo quelli sul traverso dei Magnaghi si sentivano fighi finchè non sono trovati in merda, poi hanno chiamato aiuto perchè la montagna si era fatta inaspettatamente malvagia… Quello però è “alpinismo sociale”, la Grignetta è un posto figo gettonato dagli influencer: il “ravano” ha tutta un’altra implicita attitudine. No, per me erano due cose differenti: secondo me volevano solo percorrere il sentiero, hanno sbagliato a quella curva ed hanno insistito. Il guaio è che quei corridoi appaiono “percorribili” in salita ma in discesa diventano una trappola per tonni. Lo spigolo della Cresta del Referendum è VII in placca (sono ancora visibili i cordini appesi), quindi fuori portata, ma se riesci a raggiungere uno dei due canali tra le creste puoi risalire tra le piante. In qualche modo ce la puoi fare. Devi però aver scelto “volontariamente” di “punire te stesso” con una cosa simile. Diverso invece è se ci sei finito per sbaglio, magari invogliato da qualche recensione, “poco impegnativo ma bellissimo”. Se ti ritrovi “involontariamente” attaccato all’erba, a mastrufolare sopra salti verticali che superano i venti metri. Non hai mai neppure pensato di dover organizzare una “ritirata” ed ora guardarsi indietro è diventato inquietante, vai avanti incerto, sempre più spaventato, sperando di uscire. Ma alla fine ti blocchi e ti arrendi perché mentalmente non eri assolutamente pronto ad una cosa del genere. No, non ne vieni fuori da solo in quel caso e recuperarti è tutt’altro che facile: “attrezzare” di notte quella zona per evacuare due senza preparazione è davvero un lavoraccio!!

Il Sentiero Geologico Alto, oltre quel punto, prosegue impegnativo ma privo di particolari pericoli. Tanti bolli indicano la via e tronchi di traverso rinforzano i passaggi più cedevoli. Il sentiero permette di dare una piacevole sbirciata ai Campi Solcati prima di raggiungere i fossili a cuore del Malascarpa.

Le mie sono solo supposizioni, in buona parte “sensazioni” coperte dalla neve. Credo però che i ragazzi abbiano avuto sfortuna, che una disattenzione li abbia fregati proiettandoli in una situazione decisamente difficile e spaventosa che, fortunatamente grazie alla XIX Delegazione Lariana, si è conclusa nel modo migliore. Sono dispiaciuto per loro se questo è il caso. Poi vabbè, posso sbagliarmi, possono essere due scapestrati, incoscienti ed incapaci che si sono messi volontariamente nei guai senza avere la “stoffa” per venirne fuori. Può essere, in buona misura sarebbe un istinto innato – e storicamente comprovato! – nella genetica dei “Craponi della Valle”. Ma anche in questo caso non è mia intenzione criticarli come i vari leoni da tastiera hanno fatto. Anzi, ci vedrei un interessante attitudine mal sviluppata…

Posso dire solo questo: “Si vis pacem para bellum”. Bagai, il Jolly ormai ve lo siete speso, se questo è il gioco a cui volete giocare dovete ora per forza addestrarvi ed equipaggiarvi! Nessuno deve più venire a tirarvi fuori dai guai… e dai guai dovete uscirne!

Davide “Birillo” Valsecchi

  • Corni di Canzo

  • Resegone

  • San Primo

Il Moregallo Slavina. Sempre.

Il Moregallo Slavina. Sempre.

Quella nella foto è il Canale dell’Indiano. La parte alta, quella finale, di uno dei grandi canali che scendono dal Moregallo verso il lago. Non so se sia veramente il suo nome, il lato orientale del Moregallo è povero di toponimi certi, io lo chiamo in questo modo perchè è un tratto si trova alle spalle di quel contrafforte roccioso, visibile lungo la cresta Est che sale da Preguda, presentato in una vecchia cartolina come “la faccia dell’indiano”. Su quella parete, infatti vi è un una sporgenza, un marcato tetto, che rassomiglia ad un “naso” conferendo a tutta la struttura la fisionomia di un profilo dai lineamenti marcati. Il sentiero non si avvicina nè attraversa mai il canale, tuttavia è possibile osservarlo dall’alto – sporgendosi con attenzione oltre il bordo della cresta – prima di giungere alla “Selletta degli Orfani”, l’intaglio roccioso a “V” che permette di scollinare l’anticima del Moregallo a quota 1170m. Il sentiero infatti scavalca e si abbassa sull’altro lato fino alla “Bocchetta di Sambrosera”, per poi risalire nel bosco fino alla pianeggiante cima del Moregallo (1276m). Che io sappia c’è solo una traccia, che ovviamente non è da considerarsi sentiero, che attraversa quel tratto finale del Canale dell’Indiano: il collegamento dal “Passaggio Zeta” alla Cresta Est. Collegamento che avviene più o meno all’altezza della palina per il sentiero “Paolo e Eliana”. Il passaggio Zeta è il “trucco finale” per emergere dal Sentiero del Casotto, una vecchissima linea di salita che inizia mille metri più sotto, sulle sponde del lago. Quello del Casotto è però un sentiero solo di nome, di fatto è una salita “alpinistica” sul paglione quasi verticale attraverso un labirinto di pareti e scogliere. Io fino ad oggi l’ho percorso solo tre volte ed è una salita che non ripeterei nè da solo nè alla leggera. Nella foto che ho deciso di mostrarvi si vede però qualcosa di molto interessante e che mi ha colpito quando, giorni fa, sono salito al Moregallo dopo l’abbondante nevicata di fine anno. Si vede infatti come, a metà del pendio, la neve abbia iniziato a scivolare sul paglione fiondandosi verso il basso dentro l’inghiottitoio del canale. Si vede bene l’erba schiacciata ed incrostata di neve che durante la slavina è diventata il piano di scivolamento. Certo, può sembrare una banalità parlare di come neve, paglione, forte pendenza uniti a quota bassa possano causare di slavine. Indubbiamente. Quello che però è difficile da comprendere è la quantità di neve che viene coinvolta da un fenomeno apparentemente ridotto, comprendere come questa neve diventi una “massa” dotata di una “forza” straordinariamente considerevole. Non è la “grande valanga”, quella spettacolare e terribile che tutti abbiamo in mente grazie a mille filmati, ma un “mix” di neve bagnata e grumosa che diviene una spinta spaventosa e violenta quando infilata a forza dalla gravità dentro un corridoio verticale. Il Canale dell’Indiano, come si è detto, è fuori da qualsiasi itinerario “turistico/escursionistico” tuttavia qualcosa di simile accade su tutto il versante Sud del Moregallo. Il crinale sulla destra orografica della parte finale della Valle Due Pile, per intenderci il pratone che divide la Crestina Osa dal sentiero che sale alla Bocchetta di Sambrosera, è anch’esso completamente slavinato in questi giorni. Dal Basso, da Valmadrera, non si vede nulla di quello che è accaduto. Fa invece abbastanza impressione osservare la faccenda dall’alto, soprattutto sapendo che il sentiero che risale dal fontanino di Sambrosera compie un lunghissimo traverso proprio sotto. Il versante, fortunatamente, è però molto ampio ed il movimento della slavina si disperde e si arresta sulle piante a monte del sentiero. Come per ogni diga resta comunque un gioco di equilibri. Ancora: fino a qualche giorno fa il sentiero della cresta Est era pressoché vergine. Quel sentiero è una salita lunga, con sviluppo e dislivello, “battersela” tutta è decisamente faticoso. Il sentiero della Cresta Ovest appariva invece ben visibile e battuto. Tipicamente è la salita più gettonata perchè sfruttata sia da chi proviene dalla SEV sia da chi risale il sentiero del bosco fino alla “Bocchetta di Moregge” (1108m). Si può seguire il filo di cresta – che in alcuni tratti è vertiginoso sulla valle delle Moregge – oppure si può seguire il sentiero che, a mezza costa, attraversa il grande imbuto ribaltato che è l’erboso tratto finale del Canalone Belasa e dei canali minori che lo circondano. L’altro giorno, appoggiato alla croce di vetta, solo in mezzo alla neve probabilmente in tutta la montagna, ho osservato dall’alto quella traccia e, senza gloria o troppi dubbi, ho deciso di scendere lungo il sentiero da cui ero salito, nuovamente verso Preguda. Certo, era intrigante l’idea di attraversare fino a Pianezzo e magari scendere dalla Forcellina dei Corni. Sarebbe stato sicuramente un bel giro ad anello, neppure troppo impegnativo. Tuttavia c’è un esperienza, che ovviamente intendo raccontarvi, che ha suggerito diversamente. Prima però una considerazione: nei 7 anni che ho trascorso a Valmadrera, sul versante Sud del Moregallo, questa è la prima volta che vedo così tanta neve, soprattutto in questo periodo. Normalmente, negli anni passati, si trascorreva Dicembre e Gennaio arrampicando sulla roccia: certo la mattina all’ombra faceva un freddo cane ma poi, quando nelle belle giornate usciva il sole, la situazione era assolutamente gestibile se non addirittura godibile. La neve, tipicamente, arrivava verso fine febbraio, marzo, inizi di Aprile: nevicava due giorni, a volte uno solo, e giusto una leggera spruzzata per dare un imbiancata, mai oltre i quindici/venti centimetri (una spanna). Spesso iniziava a nevicare la notte, finiva al mattino ed entro mezzogiorno era già tutto scomparso. Il versante sud è così. Quello nord invece è molto diverso, fa più freddo, c’è meno esposizione e la neve resiste più a lungo. Ricordo fantastiche e polverose giornate risalendo dalla Val Cerrina, a volte anche con gli sci. Sul versante Sud invece devi cogliere l’attimo effimero: in molti casi è sufficientemente bello, in altri è decisamente strano, a volte però persino inquietante! Quindi andiamo con la confessione: credo fosse il febbraio dello scorso anno, un venerdì sera inizia a nevicare e così, insieme a Ruggero, decido di mettere in piedi una “scampagnata” nella neve. Aveva nevicato davvero poco ma al mattino non c’era stata la consueta schiarita e la giornata era rimasta cupa ed umida. In cima al Moregallo forse ci saranno stati una decina di centimetri di neve, non di più, fino al fontanino di Sambrosera era però tutto sconsolatamente pulito. Così, visto che la “magia bianca” sembrava sfumata, ho pensato fosse più divertente risalire per il frizzante Canalone Belasa anzichè farsi la noiosa sfacchinata fino alla bocchetta: francamente una delle decisioni più stupide mi sia capitato di prendere! Per chi non lo sapesse il Belasa è un canalone roccioso, con alcuni salti anche importanti ma protetti da catene, che da Sambrosera risale verso la vetta fin quasi ad incrociare la Cretina OSA prima dei due tratti finali e del ponte di roccia. Ci si può sbizzarrire arrampicando qua e là ed in passato, durante le estati in cui ero decisamente meno pigro, lo percorrevo tutto prima di cena come dopo-lavoro. Il canale è però, fondamentalmente, un grosso intaglio tra due creste di roccia ed erba con una pendenza tra i 50 e 70 gradi di inclinazione. Sia chiaro, un pendio innevato, la cui inclinazione è superiore ai 30 gradi, è potenzialmente pericoloso, tuttavia quella mattina, nonostante avesse nevicato e la cima del Moregallo apparisse imbiancata, di neve ancora non ne avevamo vista… Solo giunto alla base di Pilastri si è mostrata, ma era sui cinque centimetri, dieci al massimo. L’unico impiccio che sembrava causare era quello di dover pulire le prese giocando sulle rocce del canale: nessun pericolo percepito o percepibile. Dopo aver superato i Pilastri la faccenda è però decisamente cambiata: forse non aveva nevicato molto, ma tutta la neve che era caduta sembrava intenzionata a scendere nel canale! La neve, che era diventata fradicia e pesante, era anche notevolmente aumentata ammassandosi: quando ti serviva una presa dovevi iniziare a scavare. I salti più alti non erano un problema, erano praticamente puliti, erano tutti gli altri passaggi “minori” ad essere diventati complicati. Oltre a questo il vero e concreto problema erano le slavine! Le più grosse erano fortunatamente già scese, partite da altezza impensabili sopra il canale erano piombate verso il basso tirandosi dietro una quantità di neve spropositata per la nevicata che era stata. Dei piccoli mostri che rendevano impossibile non percepire l’instabilità diffusa del momento: era come se una pioggerellina avesse creato un alluvione raccogliendo acqua in ogni dove. Intendiamoci, la mia ansia non era certo quello di finire sepolto dalla neve, il problema è che se una di quelle cose ti centra ti butta di sotto e rischi di farti seriamente male anche senza passar giù dai salti più grossi. Lì per lì avrei dovuto girare i tacchi e tornarmene indietro (e sarebbero stati zero problemi), tuttavia l’istinto è stato quello di portarsi a monte del problema (ma è stata una puttanata). Così abbiamo continuato: la neve è diventata sempre peggio, siamo diventati sempre più lenti, traversare in alto per tirarsi fuori passando sopra i canali è stato piuttosto agghiacciante. Quindi sì: neve, paglione, forte pendenza, quota bassa, esposizione a sud ed influsso del lago sono un mix decisamente sconsigliato, anche con quantità apparentemente ridicole di neve! La cosa ancora più ironica è che solo 24 ore più tardi la neve era completamente sparita: noi eravamo proverbialmente nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Quindi no, e lo scrivo più per me che per voi, i canali del Moregallo non sono fattibili in inverno con la neve. Hanno tutti un imbuto erboso sulla sommità e caratteristiche climatiche che rendono impossibile – più che effimere – le giuste condizioni. Sul versante Nord-Ovest ci sono per lo meno tre canali con salite alpinistiche (Masciadri, Mandelli, Ricci), ma tutta quella zona è decisamente un altro capitolo, non meno agghiacciante e con caratteristiche ben specifiche. L’altro giorno mi sarebbe piaciuto avere con me il picozzino che avevo preparato ma poi pigramente lasciato a casa. Oggi, ripensandoci, è stato meglio così: perchè se te lo tiri dietro finisci per usarlo e la lezione di fondo, almeno per me, è che le picche al Moregallo è meglio usarle sull’Erba che sulla neve! Per quanto mi riguarda – e per l’esperienza fatta – “inseguire la bianca” da quelle parti è una pessima pensata. Se c’è neve sul Moregallo salgo dalla Cresta Ovest (se ho abbastanza benzina e voglia per batterla tutta!). Oppure posso fare la cresta Est, evitando il sentiero e scendendo poi verso Preguda (bel giro ad anello fatto più volte a fine inverno). Se però dopo la nevicata c’è stata una bella schiarita e vento da Nord devo fare attenzione al ghiaccio nei passaggi più esposti sul limite della cresta. Se il limite della neve è sopra la parete Nord allora posso anche salire dal sentiero del 25° OSA: è una bella sgambata ma piacevole se non ci si perde. Purtroppo non ho mai visto la neve più in basso e, nei traversi sopra la cava, non ho idea cosa possa cambiare. Diversamente, per evitare guai, conviene andare ai Corni dove la neve ha un suo ciclo vitale indubbiamente breve ma comprensibile. Conviene tornare al Moregallo solo quando la neve se ne è andata e questo, contrariamente a quanto avviene adesso, normalmente richiede di pazientare giusto 12/24 ore…

Davide “Birillo” Valsecchi

“… i vecchi iniziano a dare buoni consigli quando non possono più dare il cattivo esempio” (Cit.)

  • Canalone Belasa Febbraio 2019

  • Dalla Cima del Moregallo 2021

  • Canali Orientali Moregallo

Duemila e Ventuno

Duemila e Ventuno

C’era una volta un uomo ridotto in estrema miseria. Era un devoto del patriarca taoista Lu Dong-pin e lo pregava con grande fervore; così il santo scese sulla terra per aiutarlo. Arrivato a casa sua e visto che era senza alcuna risorsa decise di aiutarlo. Il santo puntò il dito su una pietra che era nel cortile e quella si trasformò subito in oro splendente. «Vuoi quell’oro?» chiese il santo al povero. L’uomo fece un profondo inchino e rispose: «No, non lo voglio». Il santo taoista era tutto contento e disse: «Se tu sei così sono pronto a insegnarti la grande dottrina del Dao». L’uomo disse: «No, quello che voglio davvero è il tuo dito».

Per il Versante Sud

Per il Versante Sud

Causa il LockDown di Natale – ognuno deve fare la sua parte! – passo il tempo su vecchi libri, investigando nel passato mentre tengo teso l’orecchio alle nanerottole che dormono. Il mio piano è riordinare finalmente il materiale raccolto e proseguire con la “WikiPedia” dedicata all’Isola Senza Nome: un progetto iniziato anni fa ma per lungo tempo interrotto a causa di problemi tecnici e/o pigrizia del sottoscritto.  Tuttavia, sfogliando una pubblicazione del Saglio del 1957, è emersa una nota storica molto interessante che ho pensato di condividere subito. Chi ben conosece il sentiero EE che attraversa il Corno Centrale da Est a Ovest rimarrà piacevolemente sorpreso – o quanto meno così è stato per me – nel leggere questo breve trafiletto (quantomeno per le date ed i nomi!).

Corno Centrale – Per il Versante Sud, ore 1:10; facile. – E’ la via percorsa nel 1896 da A.Andina e R.Ferrari. – Dal rifugio (NDR: all’epoca era il rifugio era l’Alpe Pianezzo, non la SEV), seguendo quel sentiero pianeggiante che si porta sul verde sperone settentrionale del Corno Centrale, s’abbassa ai piedi della Parete Fasana e, costeggiati i Pilastri, si raggiunge il crinale erboso un poco al di sopra della Bocchetta di Leura (ore 0.40). Dalla Bocchetta ci si alza per la cresta verso la base dei Pilastri e l’inizio di quella caratteristica spaccatura che li separa dal Corno Centrale. Per una scarpata erbosa si riesce alla breve bastionata del versante meridionale e la si risale, senza via obbligata e speciali difficoltà, fino alla vetta (ore 0.30-1.10)  

La breve bastionata è il tratto roccioso oggi attrazzato con catene, quello che ciclicamente è soggetto a piccoli grandi crolli. Francamente il vero “Passaggio a Sud” sarebbe quello che, superata la Torre Desio, permette di rimontare obliquamente dal canalone Sud sfruttando il “traverso delle capre” giungendo appena sopra l’uscita della via delle Caverne. Questo è il solo modo per salire effettivamente da Sud senza affrontare itinerari alpinistici.  Si tratta però di una “ravanata” per chi conosce il posto più che di un vero sentiero. Il Saglio, nella sua pubblicazione, probabilmente descrive quindi quello che oggi è il sentiero EE della Cresta Est. Una traccia oggi molto frequentata e che, grazie a queste poche righe, appare come pressoche ignota finchè A.Andina e R.Ferrari, nel lontano 1896, decisero di “passar sù”. Quasi me li immagino, senza sapere nulla di loro, mentre osservano il Corno Centrale dalla cima del Corno Orientale:  “Secondo me di là si passa… andiamo?”.

Piccole grandi perle di alpinismo indigeno…

Davide “Birillo” Valsecchi

Qui sopra un estratto della carta sentieristica dei sentieri (fonte OpenStreetMap) mentre sotto un dettaglio del “Traverso delle Capre” (o sentiero delle caverne) sul versante sud del Corno Centrale (che, probabilmente per sensati motivi, non compare nella sentieristica).

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