Category: Sentieri

Una raccolta di descrizioni, immagini e tracciati GPS dedicata alle escursioni sul territorio del Triangolo Lariano.

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Destinazione Rosalba

Destinazione Rosalba

“Facciamo due passi da Rongio al Rosalba?” Avevo gettato quest’esca ai Badger perchè, avendo nevicato il giorno prima, speravo abboccasse qualche pesce grosso della squadra. Inaspettatamente alla chiamata hanno risposto invece le mie due “aciughine” preferite: Boris e Niky. Non ero sicuro fosse un uscita alla loro portata: non ero mai stato da quelle parti e nelle relazioni si parla di 1000 e passa metri di dislivello tra roccette esposte che, nel nostro caso, saranno coperte da un leggero strato di neve. Tuttavia, visto che erano belli gasati, ho comunque “startato” la missione.

Da Rongio al baitello del Manavello si risale attravarso il bosco lungo un sentiero abbastanza battuto. Una salita piacevole e non troppo impegnativa. Se il Baitello è aperto si può trovare anche un riparo caldo e godere di uno strepitoso panorama.

Superato il baitello la neve si è fatta vergine e la traccia, visibile solo dai bolli colorati sui sassi, risale ripida ed al buio su per un canale. L’attacco era tutt’altro che invitante ed il vento gelido che soffiava giù dalla Grigne rafforzava quella sensazione di disagio. “Bene, se qualcuno ha qualcosa da dire è il momento di farlo. Se attacchiamo la prossima fermata è al Rosalba”. Il sentiero era troppo ripido ed esposto perchè lo potessero affrontare in discesa con quell’infido strato di neve. Potevano farlo in salita ma dovevano arrivare fino alla cresta per uscirne senza rogne. Decisi mi rispondono “Andiamo!”. Beata gioventù, se io fossi stato in loro avrei alzato la mano proponendo di gozzovigliare al Baitello!!

Il sentiero è ripido e l’aria si è fatta frizzantemente fredda. Boris sembra aver perso l’entusiasmo iniziale e scivola ad ogni passo. “Birillo, io metterei i ramponi!” La domanda mi incuriosice e divertito gli domando: “Ramponi? Qui? Fammi vedere un po’ come cammini piuttosto”. Lo osservo mentre avanza “Boris, non camminare sulle punte. Appoggia tutto il piede, compreso il tacco! E tieni il corpo dritto ed il peso centrale! Se ti sbilanci in avanti sulle bacchette è inevitabile che ti scivoli l’appoggio! Dritto e con tutto il piede!”
Piano piano migliora ma si capisce che è “intesito” dalla situazione “Accidenti, se non muoio di freddo rotolerò fino a Rongio!”. Nicky, al contrario, si diverte e con la sua camminata un po’ a papera se la cava bene sulla neve.

Superiamo un tratto di roccette viscide ed un successivo passaggio attrezzato con le catene. Finalmente siamo quasi all’uscita della cresta e, cambiando versante, siamo meno esposti al vento e riscaldati dal sole. Avanziamo sul paglione coperto di neve ed i miei soci si scambiano i ruoli: Boris sembra essersi ripreso mentre Niky sta andando in crisi per la fatica.

Pian piano risaliamo lungo il crinale erboso e, cresta dopo cresta, finalmente vediamo il Rosalba all’orizzonte. Per me è ora di fare un po’ di conto. Siamo finalmente usciti sulla cresta ma è già l’una del pomeriggio e, nonostante il sole sia caldo, ho a disposizione tre o quattro ore di luce prima che il sole tramonti. Attorno a noi è pieno di camosci che come schegge si rincorrono sui ripidi prati. Loro sono veloci, noi no. Per questo invece di puntare al Rosalba (comunque chiuso) inizio ad approntare il piano di rientro.

I miei soci cominciano ad essere davvero provati: “Birillo, fermiamoci a fare pausa un quarto d’ora, riposiamo e mangiamo qualcosa”. Ecco, questo è il momento esatto in cui gli “escursionisti” si mettono nei casini e rischiano di far parte delle statistiche del Soccorso Alpino.

D’inverno il tempo vola e passata la “mezza” devi mettere le ali al culo e puntare a rientrare: dilettarsi con un pick-nick su una cresta a 1700 metri di quota sotto la Grigna coperta di neve è l’idea peggiore che si possa avere!! Per prima cosa, anche fermandosi, non vi è assolutamente modo di riposare o recuperare forze. Tutto quello che si può ottenere è di prendere freddo proprio quando sarebbe meno opportuno. In secondo luogo anche se il freddo non bloccasse la digestione, con tutti i problemi che comporterebbe, il cibo ci metterebbe un paio d’ore prima di diventare energia fruibile. Inoltre chi ha tempo non cerchi tempo: gli imprevisti della discesa possono essere molti e farsi sorprendere in quota dal buio e dal freddo vero non aiuta di certo a risolverli.

La situazione rappresenta un curioso paradosso. Se fossero più in forze, più saldi e veloci sui piedi potremmo fermarci a fare qualche foto in più e a tirare il fiato godendoci il panorama. Tuttavia, proprio perchè sono stanchi, lenti ed incerti sui piedi, è imperativo continuare e cercare di perdere quota con calma e costanza.

“Non se ne parla nemmeno” Distribuisco un po’ di Golia alla liquirizia “Finchè non siamo scesi al bosco dobbiamo darci da fare e tenere duro. Questo è il momento in cui dovete reggere!” I mei soci brontolano, qualcuno addenta di nascosto un panino, ma continuano a camminare.

Boris si ferma ed infila i ramponi. L’idea può essere buona, dodici punte sono un po’ “hard core” ma sul paglione coperto di neve può dargli un po’ più sicurezza. L’altro lato della medaglia è rappresentato dallo “zoccolo di neve” che inevitabilmente (e pericolosamente) si forma sotto le punte in quelle condizioni.

Infilo i ramponi a Niky e riprendiamo il lungo traverso. Per Nicky questa è la prima volta che li usa: un inizio davvero curioso. Lo ossercvo con attenzione e dopo un po’ di cammino Nicky scivola. Non è la caduta di per sè a stupirmi quanto la sua reazione: con lo sguardo perso nel vuoto come una balena spiaggiata semplicemente si lascia scivolare completamente passivo. Esplodo in un ruggito di imprecazioni e gli ordino di fermarsi: la balena spiaggiata si rianima, punta i piedi e si ferma.

Niky è cotto ed anche Boris sembra preoccupato. Questa è esattamente la tipica situazione che la maggior parte della gente sottovaluta ed il momento esatto in cui in montagna deve saltar fuori il carattere delle persone. Il sole corre ma il tempo è ottimo, il vento è cessato ed io ho ancora il serbatoio della benzina bello pieno: sono allertato ma non preoccupato. Tocca a me darci dentro.

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Mi affianco a Niky marcandolo stretto e spiegando ad entrambi cosa fare, dove passare, come e dove appoggiare i piedi. Sono miei amici ma proprio per questo i miei sono formalmente “ordini” piuttosto imperiosi ed inquivocabili. Dobbiamo chiudere un lungo traverso abbassandoci fino al sentiero delle foppe percorrendolo poi fino al bivio che riporta a Mandello.

Lavoriamo bene tutti insieme e finalmente le difficoltà cominciano a diminuire. Come prevedibile più scendiamo più Niky e Boris sì rincuorano lasciando che il buon umore e l’entusiasmo tornino ad azzittire le difficoltà. Quando finalmente siamo di nuovo nel bosco, più o meno all’altezza dei Resinelli, per evitare l’amutinamento lascio che si siedano al sole e si ingozzino di panini al prosciutto. Io, senza nemmeno togliere lo zaino (detesto il freddo alla schiena!sono anziano!), estraggo dalla tasca una barretta di cioccolato osservandoli mentre si abbuffano.

Per loro quella di oggi è stata davvero un’esperienza fuori scala ed hanno toccato un po’ i propri limiti imparando (si spera) qualcosa di più su loro stessi. La fatica è qualcosa che, involontariamente, ci spinge ad assumere atteggiamenti che hanno il solo scopo di esibire e mostrare la stanchezza stessa. Pensateci: si ciondola, ci si trascina, ci si lascia andare e si assume un espressione da “madonna dolorante” piuttosto ridicola. Tutte cose inutile e controproducenti.

La fatica è qualcosa che si deve imparare a conoscere e che si deve comprendere. Quando si è stanchi si deve ottimizzare ogni gesto, conservare e gestire ogni movimento. Per farlo si deve insegnare alla “testa” a diventare la parte più forte di tutto il nostro corpo: tutto può cedere ma la testa deve reggere. Si deve diventare come dei pugili che si chiudono in difesa, incassano colpo su colpo, senza scoprirsi e gudagnando ogni secondo che li separa dal suono della campanella. Purtroppo è qualcosa che si impara solo andando al tappeto ed è per questo che serve avere degli ottimi “secondi” ed un buon allenatore quando accade.(…io che sono duro di comprendonio al tappeto ci sono andato più di una volta!)

Le due ore successive scorrono allegre e spensierate, rientriamo verso Rongio macinando gli ultimi chilometri e scherzando ad ogni passo. I miei soci hanno superato le difficoltà e le crisi: ora non sembrano nemmeno le stesse persone di poco prima. Sono davvero felice.

Quando arriviamo alla macchina è il tramonto: alle spalle abbiamo 12km e 1200 metri di dislivello percorsi su neve infida. Quando ci infiliamo nel primo bar è ormai buio. Ingollo la mia birra soddisfatto: ho fatto bene i miei conti e loro due non sono più le “aciughine” che erano al mattino. Bravi, davvero bravi!

Davide “Birillo” Valsecchi

Salita dal sentiero 13b e discesa dal sentiero 12:

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Bruna tra le Grigne

Bruna tra le Grigne

L’idea di portare Bruna a dormire al Brioschi mi era venuta mentre risalivo la Gamma2 al Resegone. Guardavo la Grignetta illuminata dal sole del mattino e pensavo al Canalone Porta. «Qualche passaggio di secondo grado, una bella salita quasi tutta su roccia, ambiente strepitoso. Cima e poi giù per il Federazione e su per gli scudi. Cenetta al Brioschi e poi si vede cosa fare per il ritorno». Bruna detesta camminare ma ho scoperto che arrampicare sembra davvero piacerle ed ogni proposta che abbia qualche attinenza con la roccia viene accolta con entusiasmo.

«Ti va di andare in Grigna a dormine? Guarda che è un giretto lungo. Niente di impossibile ma di certo impegnativo. Ti va?» Con una certa sorpresa ha accetto di buon grado nonostante avessi posto due imprescindibili condizioni: 1) devi mettere il caschetto 2) dobbiamo partire presto.

Quando attacchiamo il Porta non è presto quanto avessi sperato ma l’orario è comunque buono e soprattutto davanti a noi non c’è nessuno. Lei ha un piccolo marsupio ed io un mega zaino in cui è riuscita ad infilare anche un pigiama per la notte e mille altre cianfrusaglie: siamo buffi insieme.

Il canale mostra i segni del travagliato inverno trascorso: non l’avevo mai visto così “scosso” e pieno di terra e detriti. Incredibilmente, all’altezza della “finestra”, ci imbattiamo in un enorme accumulo di neve alto ancora più di cinque metri. La quantità di neve che deve essersi accumulata durante l’inverno doveva essere davvero impressionante se ha potuto resistere al caldo ed alle abbondanti piogge fino a settembre! L’acqua, scorrendovi all’interno, ha scavato al delle enormi gallerie in cui un uomo potrebbe camminarci comodamente in piedi: ovviamente infilarcisi sarebbe una delle cose pià stupide da fare! (Attenzione)

Bruna non se la cava male e sono abbastanza tranquillo mentre sale. Nei punti più complicati la tengo d’occhio ma li supera spedita e divertita:«Ti piace qui?» le chiedo dubbioso. «Certo che mi piace! E’ camminare che non sopporto: qui ci si diverte!»

Usciamo dal canale e seguendo la cresta affrontiamo le catene che portano alla cima: «Benvenuta in Grignetta!» Stretta di mano e foto di rito con la croce. L’occhio inevitabilmente cade nostalgico sulla bandierina dedicata al Butch: la sorte ha voluto che non sia più possibile avere la fortuna di incontrarlo in Grignetta, tuttavia è davvero impossibile salire lassù senza dedicargli un pensiero.

Durante il week-end la Grignetta è assaltata dalle cavelltte. Attorno a noi, in assetto da spiaggia, un gruppetto di “fighetti attillati e fosforescenti” fanno i grossi confrontando i tempi con cui hanno “vinto” i temibili prati della Cermenati: sono le prime persone che incontriamo da quando siamo partiti e non vedo l’ora di tornare nel silenzio delle Grigne! Uno di loro, forse il più ardito, lancia con tono di sfida agli amici «La prossima volta tentiamo la traversata alta fino alla Grigna!». Dentro di me rido pensado come Bruna, senza alcuna posa eroica e piglio da duro, la sua traversata la stia “tentando” al suo primo giro in Grigna. «Dai Bru, andiamo che si fa tardi…»

Guardandoci passare con i caschetti in testa sembrano biasimarci con una mal celata strafottenza. Cerco di non darlo a vedere ma dentro di me rido ancora una volta: “bla bla bla, fighetti del cazzo…” Io posso dirvi che se possedete un caschetto le Grigne sono davvero il posto giusto per usarlo, anche se non vi infilate nei canali. Primo perchè è affollato di teste di cazzo (vedi sopra) e secondo perchè i sassi sui prati delle Grigne corrono veloci e silenziosi come mai vi aspettereste. Una piccola accortezza evita davvero parecchi guai.

Scendiamo per il Canale Federazione abbassandoci lungo il ghiaione ed il giogo sottostante. Questro tratto della traversata, abbastanza pianeggiante, è davvero bello e singolare. Ci sono passaggi in cui sembra di essere tra le dolomiti ed altri invece che ricordano la Corsica o la Sardegna: una simbiosi tra l’alta quota e gli influssi del lago. Un luogo “lontano”, da cui si gode di una vista magnifica e che riesce ad infondere sempre una piacevolissima sensazione di libertà, di spazio.

Incontriamo un ragazzo del Cai di Parma che, salito in solitaria al Brioshi da Rongio passando dal sentiero dei Chignoli, sta ora scendendo dagli scudi. Diversamente dai fighetti di prima ha lo spirito giusto e con lui è un vero piacere fermarsi e scambiare quattro chiacchiere sulle rispettive salite.

Superato il primo scudo la fatica comincia a farsi sentire e per questo, aprofittando del sole, ci fermiamo a mangiare un boccone sulla cresta erbosa. Il senso di colpa per l’enormità del mio zaino mitiga le lamentele di Bruna: «Accidenti, non posso nemmeno brontolare! Vai su come fosse niente nonostante tu sia carico come un asino. Come posso protestare io che non ho niente!» La questione è infatti divertente perchè dal mio zaino escono le cose più strane: «Bruna, perchè abbiamo una confezione intera di biscotti integrali da 250 grammi?» «Per la colazione, ovviamente…» Sciocco io che chiedo (Ndr: ovviamente il pacchetto ritornerà alla base intonso!!)

Bruna si sta divertendo nonostante la fatica e le lunghe ore di cammino: sono davvero contento. Le nuvole coprono la cima della Grigna e per questo ci fermiamo a godere del caldo abbraccio del sole prima di infilarci nella nebbia. Mi piace il nostro piccolo Pick-nic sui prati della cresta!

Superiamo l’ultimo tratto attrezzato e finalmente giungiamo al Bivacco Merlin: l’illusione di essere arrivati inganna sempre perchè per raggiungere il Brioschi mancano ancora quasi 300 metri di dislivello. Con pazienza ci mettiamo in marcia ma la nebbia si trasforma in pioggia battente trasfigurando il panorama e le luci che ci circondano.

Bruna ride ed infila la mantellina: ormai non la ferma più nessuno!

Davide “Birillo” Valsecchi

Legnone da Premana

Legnone da Premana

Da qualche giorno mi aggiro inquieto con un ritornello che continua a frullarmi nella testa. Una canzone dal sapore Western, la colonna sonora ideale per un pistolero fuorilegge mentre entra in una polverosa città cavalcando il proprio asino e le proprie ambizioni. “Questo non è un posto per un eroe, non è un posto che una persona migliore chiamerebbe casa”.

Ogni tanto succede. Ogni tanto osservando dalla cima dei Corni decido di andare in trasferta, di andarci pesante. In fondo è  dove lo sfiora sguardo che la mente sogna. La mia fantasia sbircia maliziosa all’orizzonte, al di là delle Gigne, dove spunta una montagna che è la più alta di tutto il Lario: il Legnone.

Con i suoi 2,609 metri di quota è “tosta” e “selvatica”, una montagna che racchiude in sè ancora molto fascino e mistero. La maggior parte delle persone sale alla vetta dai Roccoli di Laorla per pascolare sotto la croce, ma sono davvero poche quelle che si avventurano lungo gli altri itinerari ben più impegnativi.

Con un piccolo azzardo ho chiamato Nicola:”Hey NickyBoy, sei sempre dell’idea di venirmi dietro in qualche giretto impegnativo?”. Credo che quando Nicola mi ha risposto di “sì” probabilmente non avesse ben chiaro ciò che lo aspettasse.

Puntare al Legnone da Premana significa affrontare un dislivello di oltre 1800 metri addentrandosi in uno scenario di rara bellezza e godendo di un panorama forse senza pari nel nostro territorio: la ricompensa è “grossa” ma bisogna davvero sudarsela!

Da Premana ci si addentra nella Valle di Chiarelli risalendo fino ai 1680 metri dell’Alpe Deleguaggio. Qui una targa ad una piccola baita mi strappa un sorriso e mi fa sentire piacevolmente di casa: ”Il 4 agosto del 1913, nella baita di Rizzi Amedeo, pernottò tale Achille Ratti con l’intento di raggiungere la cima del Legnone il giorno successivo”.

Achille Ratti fu un eccellente alpinista e trascorse la propria gioventù ad Asso “cazzeggiando” sotto i Corni di Canzo in villeggiatura presso lo zio. Fu uno degli apritori della Normale Italiana al Monte Bianco e fu sempre tra i primi a compiere la prima traversata del Monte Rosa per il colle Zumstein da Macugnaga a Zermatt (quindi salendo dalla parete Est, quella con caratteristiche himalayane). Oltre a questo si può menzionare che ad un certo punto della sua vita, più o meno nel 1921, tutti iniziarono a chiamarlo “Papa Pio XI”

Dall’alpe ci si alza verso destra attraverso la valle di Butter fino a raggiungere il laghetto inferiore di Deleguaggio (2090m). Da qui, nuovamente verso sinistra, si punta la cresta che porta prima alla Cima di Moncale (2305m) e finalmente alla cima del legnone (2609m). La cresta a tratti si fa molto esposta ed aerea, a protezione di questi tratti vi sono alcune catene ed alcune staffe metalliche.

Per raggiungere la vetta ci vogliono circa sei ore, tuttavia se la giornata è limpida potrete godere di un panorama incredibile che vi permetterà di spaziare a 360° tra laghi e montagne letteralmente a perdita d’occhio!

La discesa doveva essere piuttosto semplice, il piano prevedeva di percorrere la vecchia mulattiera militare fino al rifugio Griera e da lì, attraverso sentieri, puntare nuovamente verso Premana. Il buon Nicola è un appassionato di mountain-bike e questo lo rende molto forte anche quanto si tratta di salire a piedi. La discesa, al contrario, lo massacra e dopo tante ore di cammino deambulava sbandando allegramente come un ubriaco (cosa particolarmente divertente visto che è astemio!).

Insieme ci siamo fatti forza cercando di chiudere quella lunga marcia prima del tramonto. Purtroppo nella parte bassa della montagna la vegetazione si fa più fitta ed i sentieri, sopratutto quelli meno battuti, sono spesso inghiottiti dalla vegetazione.

Seguendo le indicazioni a nostra disposizione abbiamo imboccato un sentiero che piegava da ovest verso l’interno della valle di Chiarella. Purtroppo l’aspetto del sentiero non sembrava offrire molte garanzie ed il rischio di trovarsi in un vicolo cieco a ridosso del torrente si stava facendo pericolosamente concreto. Nichy era troppo stanco per rischiare un’avventata ravanata su qualche scogliera e così, a malincuore, siamo tornati sui nostri passi rassegnati a puntare verso Pagnona e a sorbirci un lungo tratto da percorrere sulla strada asfaltata.

Solo agli alpeggi sottostanti, grazie ad un cartello, abbiamo puntato nuovamente verso Est addentrandoci nuovamente tra la vegetazione lungo le rive del torrente. Dai rilievi GPS è emerso che anche il primo sentiero, nonostante l’apparenza, era buono e si congiungeva poco più avanti. La traccia, a volte poco chiara, si abbassa  fino al torrente e lo attraversa grazie a due passerelle di legno e a qualche tratto attrezzato con catene.

Voglio essere onesto: se non conoscete la zona statene alla larga e piegate verso Pagnona. La traccia è spesso incerta, piante e roccia viscida a ridosso di scogliere che precipitano sul torrente. Non è un buon posto in cui “perdersi” quando si hanno tante ore di cammino nelle gambe. Fatelo all’andata, sconsigliato al ritorno se volete andare sereni.

Finalmente a Premana, all’alba delle otto e mezza, ci siamo concessi una birra (almeno io) ed una pizza prima di fare ritorno verso casa. I miei complimenti vanno a Nicola: sulla cresta non ha avuto incertezze ed ha tenuto duro con grande perseveranza anche quando davvero non ne aveva più nella gambe. Davvero una bella prova, bravo!

Da parte mia credo di aver trovato più di quanto mi aspettassi: pensieri inquieti si aggirano tra quelle valli sconosciute ed affascinanti che stuzzicando linee e fantasie. Qualcosa bolle in pentola ma è ancora presto per sollevare il coperchio 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

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Corni: Grand Tour d’Estate

Corni: Grand Tour d’Estate

Il Grand Tour, tradotto letterale dal francese come “grande giro”, era un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo Il viaggio era e destinato a perfezionare il loro sapere ed aveva  sempre la partenza e l’arrivo in una medesima città.

C’è qualcosa di atavico e misterioso in un viaggio circolare, in un periplo, in una circunavigazione o in un orbita. Il giro del mondo o il “Kora” di una montagna, l’espressione di un percorso rivoluzionario, di un pellegrinaggio, che lascia tutto immutato ma profondamente diverso.

Il Gran Tour dei Corni è un lungo viaggio circolare che non solo permette di esplorare il nostro territorio ma offre l’opportunità, in un unico percorso, di osservare le nostre montagne da ogni angolazione. A fine giornata la macchina fotografica è piena di immagini della stessa montagna, tutte simili ma tutte diverse. In ognuno di quegli scatti  è racchiuso un particolare che solo quell’angolazione, quel punto di osservazione,  ti aveva finalmente permesso di notare .

Ad accompagnarmi in questo recente “tour” è stato Nicola, un mio coetaneo di Cantù con cui spesso mi avventuro in qualche esplorazione o rilevamento. Per lui il tour era un viaggio attraverso un territorio quasi completamente sconosciuto.

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Il percorso, nella mia interpretazione, è ormai quasi un classico. Si parte dal lazzaretto di Canzo alzandosi lungo il sentiero che dalla Val Pesora porta alla Cima del Cornizzolo. Il primo tratto è un bello strappo che da quota 470m ci si innalza lungo il crinale fino ai 1240m della Croce del Cornizzolo.

Salendo alla cima del Cornizzolo si iniziano a vedere nella pianura i laghi minori e tutto intorno le montagne. Spiccano i corni che, entro fine giornata, saranno la tappa conclusiva del tour. Appaiono vicini ma è ancora lungo il viaggio che ci porterà fin la.

Come lungo uno scivolo si scende fino al rifugio Maria Consigliere (SEC) risalendo, quasi in rincorsa, verso la cima del Monte Rai. Il panorama resta sempre lo stesso ma è in costante trasformazione. Mentre continui a guardarti intorno ciò che stava a sinistra ora sta a destra e ciò che era lontano ora appare più vicino.

Attraverso la bocchetta di San Miro si raggiunge la cima del Prasanto e ci si incammina verso le rocce del Malascarpa. Qui, insieme a Nicky, abbiamo fatto una breve deviazione verso i Campi Solcati scattando qualche foto che vi mostrerò in seguito (davvero un posto fantastico).

A questo punto inizia la discesa che segna la metà del tour ed il momento più critico. Si perde infatti quota per poi affrontare nuovamente una ripida salita: a metà del viaggio è come se si ricominciasse tutto da capo. Una trasformazione nella trasformazione che richiede una certa determinazione.

A dare sostegno in questo nuovo inizio abbiamo però la straordinaria bellezza del grande Faggio, il Fo, e la bontà dell’acqua che sgorga dalla fontana ai suoi piedi. Ci si ferma a tirare fiato, si mangia qualcosa e poi si torna a salire.

Qui ci sono due possibilità. Si può scendere fino al Corno Rat e risalire lungo il sentiero attrezzato che corre lungo il crinale, oppure puntare direttamente al Corno Orientale dal Fo. Il primo percorso è abbastanza tecnico ed esposto non sapendo come si sarebbe comportato Nicky sulle rocce ho optato per il sentiero guadagnando tempo ed energie per affrontare l’attraversata dei tre corni.

Il tuor, nella sua parte finale, affronta e concatena una serie di sentieri EE su creste di roccia piuttosto esposte. In pratica il difficile arriva in fondo, quando hai già speso tante energie e devi confrontarti con la roccia e gli strapiombi dei Corni.

Credo sia importante rimarcarlo perchè a questo punto avrete 5 o 6 ore di marcia nelle gambe e questo può mettere in difficoltà anche gli “escursionisti esperti” che su quel tipo di percorso normalmente non hanno difficoltà.

Dalla Bocchetta di Leura di raggiunge il Corno Orientale per poi risalire verso il lato Este del Corno Centrale lungo la cresta che sovrasta l’abisso della parete Fasana. Giunti all’anticima del Corno ci si trova davanti,quasi allineate, le due croci del Centrale e dell’Occidentale alle cui spalle, nelle giornate limpide, appare il Monte Rosa. Alla vostra destra invece tutta la bellezza del lago di Como incorniciato dalle Grigne e più dietro dal Legnone.

Si scende dal Corno attraversando la forcella per poi risalire attraverso il “Caminetto” fino alla cima del Corno Occidentale, il punto più elevato di tutto il tour.Dalla cima si può scendere lungo la Cresta del “Passo della Vacca” o attraverso uno dei tanti canali. In questo caso ho portato Nick a vedere il “Buco dei Corni” prima di abbassarci verso il sentiero numero 5 dando un’occhiata anche al versante di Valbrona.

La discesa attraverso i boschi è una lunga, per certi versi interminabile, camminata che con pazienza riporta al punto di partenza passando dal Prim’Alpe e da Gajum. In totale sono 7 cime per circa 17 chilometri da percorrere in 9 ore. Tanta fatica per non andare da nessuna parte. Ottima prova Nick 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

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Corni: Sentiero delle Caverne

Corni: Sentiero delle Caverne

I ragazzi della Squadra in questo periodo sono impegnati con il corso d’alpinismo della Scuola Alta Brianza e per questo le occasioni per andare in giro insieme vanno colte al volo. Visto che ancora non eravamo riusciti a percorrere insieme la ferrata del Venticinquennale abbiamo iniziato il nostro mini-tour proprio da lì.

Mav e Andrea se la sono cavata benone sulle placche del Corno Occidentale ma, essendo un sabato mattina di sole, era inevitabile l’affollamento e qualche pausa forzata. All’attacco del tratto finale ci stacchiamo e sostiamo, al sicuro, all’uscita del quarto tiro di “Valbrona89”. Sulla placca finale, alla faccia della sicurezza, erano incrodati ed appesi sei escursionisti in meno di quattro metri di spazio: «Bagai, le distanze in ferrata sono la prima regola! Se parte il primo birlano a basso tutti: milanesi in cerca di guai…»

Abbiamo aspettato che lo “spot” si liberasse ed abbiamo chiuso la nostra ferrata. Una volta in cresta ho portato i ragazzi a vedere la grotta del “Passo della Vacca” che domina il “Camino Gandin”: quella era solo la prima delle grotte che intendevo loro mostrare.

Sulla cima del Corno Occidentale abbiamo dovuto scartare il “caminetto” perché intasato di gente che saliva e scendeva. Per evitare guai e code siamo scesi lungo la variante che sfrutta il breve camino sul lato Est.

Una volta alla Coletta abbiamo puntato verso il versante Sud del Corno Centrale e la Torre Desio.
Il cuore sud del Corno Centrale è davvero un posto affascinante. La base della parete è infatti sagomata da ampie grotte che, rientrando, danno origine ad ampi tetti che caratterizzano l’attacco di quasi tutte le vie.

Questa serie di grotte corre come un’onda dalla torre Desio fino allo spigolo oltre la Corvara, poi la roccia torna più regolare risalendo fino ad insenatura più grande dove, per via di un masso enorme, vi sono una serie di stretti cunicoli più piccoli.

«Dentro gente! Dentro!!» Costringere i miei due compagni, due ragazzoni di quasi di due metri, infilarsi negli stretti cunicoli è stato quasi un atto di nonnismo!

Le cronache riportano che Masciari Vittorio, nell’inverno del 1967, tracciò in solitaria una via invernale attraverso quelle insenature. Di quel tracciato esiste solo la descrizione dell’autore che, per certi versi, conferma la mia convinzione che quel canale esposto a Sud ma costantemente all’ombra possa riservare più di un piacevole sorpresa con la neve in condizioni (verificheremo il prossimo inverno!)

Il sentiero poi attraversa la scoscesa valletta innalzandosi lungo un’obliqua cengia rocciosa che raggiunge la cresta opposta da cui, attraverso spiazzi erbosi si raggiunge il sentiero che da Est risale alla cima del Corno Centrale.

Ero stato in quella zona la settimana prima con Mattia e quindi ne ho approfittato per completare l’esplorarazione con i miei soci più giovani. Il sentiero praticamente non è tracciato ma non è particolarmente impegnativo sebbene vada da considerarsi un EE (EscursionistiEsperti)

Alla fine del nostro Tour abbiamo riparato alla SEV dove amici, birra e chiacchiere di montagna hanno concluso egreggiamente la giornata!

Cya in tha pit!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Direttissima al Brioschi

Direttissima al Brioschi

«Dai Fab, domani direttissima la Brioschi» Fabrizio mi guarda dubbioso, attende un attimo e poi abbozza una garbata osservazione «Ma – scusa – la Direttissima non porta al Rosalba in Grignetta?» Un sorriso malefico si allarga sul mio viso «Bravo! Ma vedrai che con un paio di ritocchi porta anche al Brioschi!!»

Così è nato il mio piano per un “giro in giro” alla locale Università della Montagna che è il gruppo delle Grigne. Quasi per errore, o forse per incoscienza, si è aggregato alla spedizione anche Massimo, il fratello di Fabrizio: per lui questa sarebbe stata la “prima volta” in Grigna!

Alle sette del mattino i “Sicily Brothers” passano a prendermi a casa e per le otto e qualcosa siamo al Rifugio Porta ai Piani dei Resinelli: la giornata è magnifica, il cielo è di un blu intenso e la luce del mattino rende letteralmente viva la roccia. Attacchiamo la “Direttissima”: un sentiero attrezzato tra i più suggestivi percorsi dell’intero arco alpino.

Dopo aver attraversato il Canalone Caimi ed il Canalone Pagani inizia un emozionante viaggio tra gotiche guglie di roccia che si innalzano dai pendii della Grignetta per torreggiare sul lago di Como. Caminetto Pagani, cengetta Ferrari, canalone dei Piccioni, il Fungo, la Lancia, la Torre, il Campaniletto, la Guglia Angelina, l’Ago Teresita, la Portineria e mille altri: qui tutto ha un nome e racchiude in sé un pezzo di storia. Ovunque si guardi c’è qualcosa di magnifico e sorprendente da scoprire!

Alla deviazione punto verso il Colle Valsecchi cercando di guadagnare quota senza abbassarmi fino Rifugio Rosalba. Finalmente al colle, guardando oltre la valle, indico ai miei compagni la nostra meta: il Rifugio Brioschi sulla vetta della Grigna!

I due siciliani, ormai orgoglio e vanto di questo umile montagnino del Lario, sono galvanizzati dalla meraviglia che li circonda e più che mai determinati a continuare. Avanzando tra le roccette ci infiliamo nel grande canalone della val scarrettone risalendo fino alla bocchetta di Giardino. Nel ghiaione ci precedono due camosci che fuggono dall’ombra correndo verso il sole che ha già invaso l’altro versante della montagna.

La tentazione di risalire su per il canalino Federazione fino all’astronave è forte: il bivacco Ferrario brilla al sole sulla cima della Grignetta ma davanti a noi c’è ancora tanta strada da fare.

Dobbiamo abbassarci fino al Buco di Grigna e poi risalire fino all’attacco degli Scudi di Tremare. Quel tratto di traversata alta è quello che mi preoccupa sempre di più: la parte bassa è tra gli sfasciumi mentre in alto ci sono diversi passaggi esposti. In passato mi è capitato di risalire gli scudi sotto la pioggia e con la tenda in spalla ma per Massimo, alla sua prima esperienza su un tracciato tanto lungo ed impegnativo, è davvero una bella prova. Accantono quindi l’idea della cima della Grignetta e tiro dritto. Il panorama attorno a noi è magnifico: il sasso Cavallo ed il Sasso dei Carbonari sono strepitosi, sotto di noi il rifugio Elisa ed oltre il lago, oltre la nebbia, il monte Rosa e le Alpi occidentali.

L’attacco agli scudi è come sempre uno sfasciume pericolante,  lego al mio zaino una fascina di racchette ed iniziamo a salire. In questo tratto si deve fare attenzione a non muovere sassi o a farne le spese sono i soci che seguono. Massimo, che è farmacista, si siede a tirare fiato e dallo zaino estrae per offrircele tre piccole fialette di plastica : «Pappa reale disciolta in succo d’arancia». Letteralmente dopati risaliamo le due successive bastionate degli scudi riemergendo sui prati del Grignone e raggiungendo il bivacco Merlini. Lungo quel tratto di salita un’altra piccola sorpresa per Massimo: le stelle alpine!

Il tratto finale che porta al rifugio non è difficile ma “sega le gambe” ed è l’ultima intensa fatica per Massimo che comincia ad essere cotto. Ormai è fatta: ho tirato il collo ai miei due soci ma si sono comportati benone! Strette di mano e pacche sulle spalle prima di infilarsi nel rifugio davanti ad una birra e ad un piatto di maccheroni al sugo! Festa!

Quando è il momento di ripartire si pone per me un piccolo problema strategico: come si torna ai Resinelli? Mi piacerebbe percorrere a ritroso la traversata alta, andare in cima alla Grignetta e scendere lungo la cresta Sinigaglia. Questo significherebbea dovetr affrontare in discesa sentieri attrezzati piuttosto impegnativi e superare nuovamente in salita una buona dose di dislivello. Accarezzo anche l’idea di evitare gli scudi scendendo dal Caminetto raggiungendo l’Elisa dalla val Cassina. Fortunatamente mentre rifletto una vocina interiore si fa avanti: «Amico mio, la differenza tra epico e stupido è sottile! No pretendere troppo né da loro né da te: è una strada lunga e difficile, con mezza batteria non ne hai abbastanza per far si che tutto fili liscio in automatico!»

Accantono l’idea e studio un piano b sebbene le opzioni non siano molte. La particolare conformazione del versante orientale della Grigna rende davvero dura “tagliare a mezza costa”. Se non si smonta dagli scudi si è costretti a scendere fino al Pialleral per aggirare le due file di scogliere che separano dalla valle del Pioverna: che io sappia non c’è modo di passare attraverso quei salti di roccia.

L’opzione è quindi abbassarsi per poi risalire al Resinelli seguendo la traccia della Traversata Bassa e compiendo un lungo giro intorno alle pendici della Grignetta. Per guadagnare tempo, e variare un po’ il percorso, decidiamo di percorrere la cresta della traccia invernale e scendere diretti ai Comolli. «Vedi Fabrizio, quella è la via del nevaio che risale dal Rifugio Riva e fa il giro del Pizzo della Pieve. Ho idea che al prossimo giro, prima che arrivi la neve, ti tocca pascolare là in mezzo…»

Il viaggio di ritorno è una lunga marcia, un infinita camminata tra i boschi e gli angoli meno noti della Grignetta. Credo davvero che alcune di quelle zone siano sottovalutate e c’è un versante della Grignetta, una lunga cresta di prati e pini mughi, dove sembra non esserci alcun tipo di traccia: credo sia il vallone che dal Saltino del Gatto risale ai Maniaghi (devo fare un po’ di ricerche!). Devo inoltre scoprire il nome di quella massaccia torre attraversata da un lungo camino che si incontra prima di raggiungere il canalone Porta.

Finalmente al Rifugio Porta ci concediamo una buona birra: i mie due fidisiciliani si sono sparati 10 ore di cammino, 18 km e quasi 2000 metri di dislivello complessivo. Bravi!!

Davide “Birillo” Valsecchi

Val Masino: Omio – Gianetti

Val Masino: Omio – Gianetti

Fabrizio è appena rientrato dopo due settimane trascorse a casa in Sicilia, visto che non volevo che il mio isolano perdesse il gusto per la montagna insieme a Stefano gli ho organizzato una puntatina in uno dei più suggestivi panorami di tutto l’arco alpino: la val Masino.

Guisto per dargli il ben tornato (visto che è un mese che diserta gli scarponi!) abbiamo buttato sul piatto un tour “Omio-Gianetti”  tutto da gustare. Partiti dai Bagni di Masino (1721m) abbiamo iniziato la nostra salita verso il Rifugio Omio (2100m) addentrandoci in un magnifico anfiteatro di granito illuminato da un’abbagliante sole.

La Sfinge svettava, affascinante e curiosa come sempre, nel contrasto di in un intenso cielo blu. Alle nostre spalle era il Disgrazia a dare magnifica mostra di sè: Fabrizio, stupefatto, si guardava intorno quasi incredulo. Quelle montagne, tanto diverse dai Corni e dalle Grigne, erano per lui una completa novità: benvenuto!!

Seguendo il Sentiero Risari siamo saliti fino al passo del Barbacan Sud (2620m) raggiungendo il Sentiero Roma e scendendo quindi al Rifugio Gianetti (2534m). Lì, al cospetto del Pizzo Cengalo (3367m) e di sua Magnificenza il Pizzo Badile (3308m), abbiamo pranzato allegramente lasciando che il nostro buon Fabrizio stringesse un amicizia ”brutale” con Mister Giennepì.

Giornata meravigliosa. Sole strepitoso e brezza fresca: ci siamo scottati tutti e tre in maniera terribilmente ridicola!!

Il giretto ha letteralmente demolito il nostro buon Fabrizio (sono più o meno sette ore di marcia) ma è stato di grande soddisfazione per tutti. Vi lascio qualche foto e mi butto in branda: pare infatti che domani Franco e Giovanni passino all’alba per trascinarmi in giro per il massiccio del Bernina (Questa settimana è un tour de force!). Ciao 😉

Davide “Birillo” Valsecchi

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L’avventura è in agguato

L’avventura è in agguato

Ieri sera un inferno di fulmini ha stravolto il Cornizzolo, il lago del Segrino è stato coperto di grandine e le grigne sono nuovamente coperte da un abbondante strato di neve. Oggi è il 30 di Maggio e tutto questo sembra davvero follia.

Quando Fabrizio varca la soglia sono sveglio da meno di cinque minuti ed il mio morale è davvero sotto i piedi. Il tempo è instabile, ovunque è bagnato e questa inutile neve è pericolosa ed infida. Non ho idee e soprattutto non ho voglia. Se Fabrizio non fosse venuto a trovarmi me ne sarei rimasto rintanato in casa.

Mentre Fabrizio prepara il caffè inizio a stuzzicarlo: «Cominotti chiude l’8a…». Giacomo Cominotti è un super atleta lecchese con cui ho il piacere di scambiare quattro chiacchiere via internet. Giak è diventato anche la bestia nera di Fabrizio, il paragone impossibile con cui lo sprono. Fabrizio si volta e mi risponde accentuando il suo accento siciliano «Ahhh, ancora?! Kuminotti fa questo, Kuminotti fa quello. Che è ‘stu Kuminotti?! Perché dobbiamo sempre corrergli dietro a ‘stu Kuminotti?!» Io rido un po’ e serio gli rispondo: «Guarda che io e te se corriamo con Giak manco riusciamo a stargli dietro al via!!» Giak ha alle spalle una romboante carriera agonistica a livello mondiale come climber ed ora è un dei più forti e creativi corridori di montagna della nostra zona. (Kominotti e l’UltraTrail Lecchese – 01/06/2013)

«Io già lo so» prosegue «Quando hai un piano, anche se difficile, tutto va via liscio: è quando sei annoiato, quando non hai voglia, che mi tiri fuori i casini dal cilindro!! Io già lo so che mi metterò nei guai oggi!!» Fabrizio mi diverte davvero ed è un ottimo compagno d’avventura: «Ma no, oggi facciamo giusto due passi…»

Lasciamo la macchina a San Giorgio, la frazione di Valbrona sopra il ceppo di Onno, ed iniziamo a scendere verso le sponde del  lago. Un caffè al baretto e due passi sulla spiaggia. Le montagne sono tutte coperte di neve ed il contrasto, forse innaturale, tra il bianco inverno ed il verde primavera è davvero disorientante.

Ci avviamo lungo la strada costiera fino a Vassena ed iniziamo a salire lungo le vie del paese ed oltre. Seguiamo una stradina ripida e finemente ciotolata che guadagna quota in fretta salendo verso Civenna.

All’improvviso nella boscaglia un grosso cinghiale, sorpreso dalla nostra presenza, scatta tra i rami dandosela a gambe. Mi giro verso Fabrizio: «Lo hai visto?» sussurro. Lui allarga le braccia e gonfia le guance facendomi sorridere. «Sì, era davvero grosso!»

La magnifica mulattiera all’improvviso scompare lasciandoci a vagare per sentieri incerti risalendo “a naso” lungo la collina. Un muflone ci taglia la strada mentre superiamo una serie di piante abbattute prima di raggiungere una ripida valletta. «Aspettami qui, provo a salire!». Mi arrampico su per una mezza scogliera e riemergo su un prato inglese appena falciato. Vagando siamo finiti dentro un piccolo complesso di villette vista lago: è tutto un susseguirsi di persiane chiuse e piscine. «Bho, vieni sù: se non ci spara nessuno proviamo ad uscire di qui!»

Le villette, sebbene ben tenute, hanno ormai qualche anno e mostrano cosa fosse il lusso negli anni settanta. Attorno ad un piccolo laghetto artificiale, con tanto di trampolino a due livelli, vi è una passeggiata adornata da sculture in bronzo. Mentre il mio socio fa il “cascamorto” con una di loro un giovane capriolo dal pelo rosso vivo scatta oltre il prato.

La strada asfaltata ci porta tragicamente sui curvoni dei Civenna ma, fortunatamente, un vecchietto ci da una dritta su come aggirare la strada e rientrare sul sentiero verso Barni.  Imbocchiamo il sentiero numero 6 ed iniziamo la nostra piccola avventura sulle pendici strapiombanti del Castel Di Leves.

Il primo tratto di sentiero è abbastanza accidentato: molte piante abbattute nascondono la traccia rendendola incerta,  qua e là curiosi reperti storici svolgono il ruolo di segna via.

Poi il viaggio entra nel vivo e ci ritroviamo sulle strapiombati scogliere che sovrastano Oliveto Lario. Terrazzi verdi che precipitano in dirupi vertiginosi ed in canali carichi di sfasciume. Uno dei luoghi più selvatici ed appassionanti del nostro territorio, una zona di confine dove davvero non conviene avventurarsi se non si è consapevoli delle difficoltà.

Raggiungiamo il “Valon”, uno strepitoso canalone, dove l’acqua dei giorni scorsi ha stravolto ogni cosa. Vi sono delle catene fisse che gli smottamenti hanno reso malferme ed ovunque si muovono sassi. «Okkio Fab che se parti qui finisci diretto nel lago!» Lo prendo in giro ma la realtà non è poi molto distante: il vuoto di queste scogliere da le vertigini anche ai più saldi e l’occhio fatica ad adeguarsi alle distanze guardando verso il basso.

Davanti a noi ci precede un trio di mufloni, un maschio con grandi corna, una femmina ed un cucciolo. Provo a fotografarli ma nella boscaglia si nascondono al mio obbiettivo concedendomi davvero poca soddisfazione.

Finalmente raggiungiamo il monumento alle vittime del disastro aereo. I pericoli delle scogliere sono alle nostre spalle ed ora ci attende solo un piacevole sottobosco di castagni. Almeno questo è quello che mi aspettavo.

Davanti a me infatti appare l’inaspettato: una decina di giganteschi cavalli avanza al galoppo verso di noi. Sono degli enormi frisoni: alti, possenti e con il caratteristico pelo sugli zoccoli. Stanno giocando rincorrendosi in gruppo ma il rumore del loro incedere e l’imperiosità della loro avanzata ci lascia atterriti e sbigottiti.

«Mettiti dietro un albero Fab!!» Fabrizio si accosta dietro un grosso tronco mentre io allargo con calma le braccia. La loro carica non sembra arrestarsi ed ho la sensazione di trovarmi davanti a delle locomotive in corsa. La loro “forza” è assoluta, se decidessero di non fermarsi non avremmo scampo: sono una muraglia di muscoli e zoccoli che corre furiosa attraverso il bosco. Per un istante mi sento impotente: non ho nessuna “tecnica” che mi permetta di confrontarmi alla pari con loro!!

Poi mi vedono. La loro corsa si arresta un istante. Un puledro rotola a terra, si rialza ed inizia a scalciare saltando in circolo attorno ai suoi fratelli. Il maschio si fa avanti mentre il gruppo sfila sul lato: è una scultura greca di forza e possenza, un’animale imponente ed imperioso!

Ci osserva per un istante, poi scalcia furioso con le gambe posteriori e tutto il gruppo riprende a correre disordinato tra le piante davanti a noi: li abbiamo disturbati nei loro giochi ed ora riprendevano a correre spensierati…

Estraggo la macchina fotografica e scatto qualche foto, poi mi volto verso Fabrizio che mi guarda allibito da dietro la pianta: «Accidenti! Ho le palpitazioni! Credo di aver avuto un’esperienza primordiale!!» Io davvero non so dargli torto: vederli avanzare al galoppo contro di noi è stata davvero una sensazione intensa. «Impressionante! Fronteggiare un assalto di cavalleria doveva essere davvero terrificante: come fermi tutta quella forza lanciata alla carica?!»

Guardiamo i cavalli allontanarsi di corsa e, superato lo sbigottimento, riprendiamo la marcia. Tre quarti d’ora più tardi bussiamo alla cucina delle Zie. «Facciamo in tempo a mettere sotto i denti un boccone?». La zia Giusy scuote la testa e ci fa sedere. «Che ti avevo detto Fabrizio? Oggi solo due passi, niente di difficile e nessuna emozione!!»

Davide “Birillo” Valsecchi

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