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Fiume Adda: cavalca l’onda!

Fiume Adda: cavalca l’onda!

Eravamo partiti da Como con una canoa canadese ed erano ormai tre giorni che eravamo in viaggio. Avevamo lasciato alle nostre spalle il Lago di Como, avevamo superato la diga Taccani ed il ponte dell’autostrada a Trezzo d’Adda. Eravamo stai costretti a calare con la corda la canoa e tutto l’equipaggiamento lungo il fianco di una chiusa ed ormai mi ero convinto che il peggio fosse ormai passato.

L’Adda si era fatto quieto ed era ormai immerso nella pianura. All’orizzonte minacciava pioggia ma confidavo di accamparci prima dell’arrivo del temporale. Superata un’ansa del  fiume incontriamo un ampio bacino delimitato a valle dalle alte torri di una chiusa.

L’acqua cadeva oltre lo sbarramento sulla destra e sempre su quel lato il fiume era invaso da una fitta vegetazione. Sul lato sinistro correva invece una strada che costeggiava con un muretto il corso d’acqua e, più avanti, vi era una casa. La soluzione migliore mi sembrava stringersi alla riva di sinistra avanzando con cautela e restando dove l’acqua sembrava più immobile.

Io remavo seduto nella parte posteriore della canoa tenendo l’imbarcazione ben stretta al muretto e cercando di capire dove fosse possibile prendere terra ed aggirare l’ostacolo. Non lasciare che la corrente ci facesse precipitare oltre la chiusa era la mia prima preoccupazione.

L’acqua sembrava ferma, non “leggevo” nessun pericolo e per questo tutto ci colse alla sprovvista. All’improvviso una forte corrente sembrava strattonare verso sinistra la canoa spingendola verso il muretto che, nascosto tra i rami, era in realtà un ponticello basso sull’acqua. “Che cazz..?!?! Rema! Rema tutta!  Tirala fuori di qui! Rema!” Ma ormai era tardi, non avevamo abbastanza slancio per vincere la corrente ed eravamo ormai troppo sotto per manovrare.

Quello che solo poi avremmo scoperto è che la diga di Sant’Anna sfogava sulla destra ma che sulla sinistra aveva una presa d’acqua larga quattro metri e profonda sei che alimentava due turbine per produrre corrente. La quantità d’acqua in movimento che ci aveva catturato era davvero troppa per poterla vincere colti di sorpresa.

Evitando di sbattere la testa contro il ponte mi sono buttato all’indietro cercando di trattenere la canoa aggrappato al cemento del ponte. Enzo, con metà canoa ancora fuori, sbatteva con tutto il corpo contro il ponte mentre la corrente cercava di risucchiare tutta l’imbarcazione. “Ce la fai a tirarla fuori?” “No, non ho spazio!” La canoa iniziava ad inclinarsi pericolosamente su un lato quando con un rumore agghiacciante l’acqua iniziò a riversarsi nella canoa. Stavamo per ribaltarci e solo il gavone stagno avrebbe tenuto a galla la canoa.”O fuori o dentro! Se non ce la fai lasciati andare e vediamo che succede!”

La canoa si ribaltò definitivamente, entrambi in acqua ed aggrappati alla canoa lasciammo che la corrente ci portasse oltre il ponte. I quattro metri della canoa canadese ci separavano:“Tutto apposto? Hai pestato la testa?”, il ponte era a filo d’acqua ed il rischio di sbattere era concreto “No! No! Sono tutto pesto ma è okay!”

L’acqua era come “compressa” e “pesante” e per quanto la corrente fosse intensa era incredibilmente lenta mentre ci spingeva verso un bacino più piccolo circondato da alti muri in cemento. Era una quiete irreale scossa solo da un fragoroso rumore di acqua che si schianta proveniente da ancora non sapevo dove.

Ribaltandoci avevo perso la pagaia che ora galleggiava qualche metro più avanti. Eravamo in mezzo ad un piccolo disastro ma, come canoista, trovavo lo stesso disdicevole aver perso la mia pagaia e così diedi voce ad Enzo: “Reggiti alla canoa ed aspettami”. I giubbetti di salvataggio ci tenevano comodamente a galla e lo lascia a controllare la canoa, con un paio di bracciate raggiunsi la pagaia guardandomi attorno. Era una situazione strana, galleggiavo da solo in mezzo al bacino e cercavo di analizzare tutta la situazione più in fretta che potessi e, al contempo, ero pervaso da una strana calma sebbene ogni cosa mi suggerisse il contrario.

Oltre il bacino l’acqua sembrava riprendere velocità e precipitava in qualcosa che non riuscivo a distinguere ma che produceva un rumore orrendo e terribile. Avevamo venti metri d’acqua “morbida” per cambiare il nostro destino, poi saremmo stati solo oggetti galleggianti preda della corrente.

Con un paio di bracciate raggiunsi di nuovo la canoa. “Fai come me: spingi! Dobbiamo toccare quel muro ed ancorarci o siamo fottuti!! Spingi!!” Appoggiai le mani sul lato della canoa ed iniziai una strana manovra:  spingevo con le braccia scalciando contemporaneamente con le gambe come nuotando a rana. La barca scarrocciava un po’ a sinistra rispetto alla corrente, scalciavo di nuovo per riavvicinarmi alla canoa e ripetevo la spinta. Dovevamo deviarla almeno di tre metri e “sbattere” contro un muretto di cinta in tempo per potersi aggrappare. Il problema era il tempo: dovevo capire se ne avremmo avuto abbastanza per salvare la canoa oppure avrei dovuto decidere “se e quando” urlare ad Enzo di lasciare tutto e nuotare per mettersi in salvo.”Spingi!! Spingi!!” Urlavo cercando di mantenermi focalizzato.

Finalmente sento la canoa sbattere sul cemento, aggiro la punta e mi aggrappo alla recinzione che sovrasta il muro: “Ci sei? Aggrappati che vediamo di prendere fiato!” Tiro fuori un pezzo di corda e lego alla meglio tutta la nostra roba. In quel mentre un ragazzo “enorme”, un vero gigante, spunta correndo dalla casa urlando come un forsennato “Siete Pazzi! Siete Pazzi!”: in effetti come dargli torto?

La situazione, una volta a terra, cominciava a farsi più chiara: la casa era quella del custode della diga, sotto il ponte correva il canale d’alimentazione della turbina, la grande vasca in cui eravamo era il bacino di raccolta prima che l’acqua fosse immessa nella turbina o lasciata “stamazzare” oltre il troppo pieno.  Se non avessimo toccato terra in tempo saremmo finiti contro le grate a protezione della turbina (e la pressione ci avrebbe spaccato!) o saremmo caduti per sette metri sui frangi flutti (e ci saremmo spaccati anche in quel caso!).

Il “gigante” era il custode della diga, un ragazzo fortunatamente molto simpatico quasi più spaventato di noi  per l’accaduto. La sua forza era incredibile: con una mano mi afferra per il giubbetto e mi solleva come fossi un fanciullo oltre il muretto e lo stesso fa con Enzo. Solo poi, una volta invitati a pranzo, abbiamo scoperto che la piena dei giorni precedenti aveva travolto i cartelli che segnalavano la presa d’acqua.

Risistemata la canoa siamo tornati in acqua oltre la diga per riprendere il nostro viaggio. Il custode, divertito per la nostra strana spedizione, si era premurato di mostrarci sulla carta tutte le numerose dighe che ancora ci separavano dal Po indicandoci da quale lato attraccare e come aggirare l’ostacolo.

L’Adda è davvero un fiume magnifico ma incredibilmente duro per gli sbarramenti artificiali che si incontrano seguendone il corso. In molti mi scrivono per avere informazioni e tentare un viaggio simile e per questo ho cercato di raccoglie tutte le informazioni acquisite in quei giorni in una piccola guida: [Guida alla discesa dell’Adda]

Testa sulle spalle se decidete di partire: l’Adda è un osso duro! In bocca al Lupo!

Davide Valsecchi

Discesa dell’Adda: attraversare Cassano d’Adda

Discesa dell’Adda: attraversare Cassano d’Adda

Il tracimatoio di Cassano d'Adda
Il tracimatoio di Cassano d'Adda

Attraversare Cassano d’Adda e la zona circostante lungo il fiume significa affrontare alcune difficoltà da tenere ben presenti per evititare guai: prima su tutte non sbagliare strada!

Si, perchè a Cassano l’80% dell’acqua dell’Adda viene canalizzata nella Muzza, un grosso canale idrico denso di chiuse e sbarramenti pericolosi per chi  procede in canoa.

Superato il Castello di Cassano (sulla destra scendendo il fiume) dovete ASSOLUTAMENTE accostare alla riva di sinistra, sempre scendendo il fiume, ed immetervi nel torrentello creato dal tracimatoio che divide la Muzza dall’Adda [Coords: 45.522301 9.519684].

Proseguire dritti significa infilarsi in un canale artificiale cinto da alti muri e con corrente sostenuta che poco più avanti si blocca contro una chiusa quasi impossibile da superare in canoa. Un sacco di gente si è fatta male sbagliando strada!!

Se il tratto di fiume è irto di ostacoli il destino ha posto sul nostro cammino il migliore degli aiuti: Silvano ed il Canoa Kayak Club Cassano (http://www.ckcc.it/). Troverete la base del loro club sull’Isola  Borromeo dopo aver superato la Chiusa di Corbellina e poco prima di incontrare la Rocca di Cassano.

Fermarsi è obbligatorio, sia per la simpatia di questo gruppo sia per l’enorme quantità di informazioni preziose che possono darvi sul fiume.

Superato il tracimatoio ci sono diversi ponti ed alcuni stramazzi ancora lungo la via. E’ bene sapere che i ponti costruiti in passato sono quasi sempre seguiti da uno stramazzo che ha il compito di creare un bacino di acqua calma proprio a protezione del ponte. Se il ponte è vecchio fate attenzione allo stramazzo che lo può seguire.

Uno stramazzo è un blocco artificiale posto sul fiume che, contrastando la corrente, da vita ad un bacino e fa fare all’acqua un “salto”. Cadere da uno stramazzo significa “farsi male” ed essere vittima delle correnti a mulinello che si creano dove cade l’acqua cade: stramazzo = salto mortale. Take care!!

Stramazzo sotto il ponte dell'Autostrada
Stramazzo sotto il ponte dell'Autostrada

Il primo ponte che si incontra dopo il tracimatoio è quello della ferrovia. Se siete bravi in kayak potete superare facilmente le rocce attraverso la campata centrale. Se invece volete andare sul sicuro è possibile attraccare nella campata più occidentale (a destra scendendo lungo il fiume) e superare l’ostacolo trascinando a mano la canoa. [Coords: 45.513241 9.516429].

Il bacino che segue il ponte della Ferrovia serve a proteggere la condotta del gas che attraversa il fiume e per questo motivo, prima del ponte nuovo dell’autostrada, trovere uno stramazzo da superare tenendovi sulla riva orientale (sinistra scendendo il fiume). Superato il ponte della ferrovia conviene spostarsi subito sull’altra riva e cercare l’attracco per trascinare a terra la canoa.[Coords: 45.509827 9.513972]

Contattate Silvano ed il suo gruppo se passate di lì. Farà loro sicuramente piacere e potranno indicarvi difficoltà impreviste e temporanee come alberi e tronchi pericolosi lungo il fiume. Ci sono ancora molti ostacoli da affrontare lungo l’Adda prima di arrivare al Po e loro sono le persone migliori a cui chiedere informazione ed aiuto.

Davide “Birillo” Valsecchi

I Flaghéé a Cremona con Annibale Volpi

I Flaghéé a Cremona con Annibale Volpi

Sotto il ponte di Cremona
Sotto il ponte di Cremona

Qualche giorno fa mi ha scritto Annibale Volpi inviandomi una delle foto che ci scattò durante il nostro passaggio a Cremona. Annibale era venuto da Armando, presidente del Club Voga Veneta di Cremona, per conoscere i due che erano venuti giù dal Lago attraverso l’Adda. Era entusiasto del nostro viaggio!!

Annibale Volpi
Annibale Volpi

Annibale è una persona incredibile e per descriverlo voglio usare alcuni stralci di giornali, tra cui il Corriere della Sera, che lo descrivono mentre racconta della marea nera che dal Lambro minacciava il Po: «A raccontare il fiume c’è ancora Annibale Volpi, che lavorava alla conca prima di Gallini. È uno a cui il Po scorre nelle vene e a volte fa l’effetto del vino. Un bambino fluviale di quasi settant’anni che nel 1979 ha catturato una trota, sì proprio una trota, di 1,9 kg sotto lo sbarramento di Isola Serafini: “perché qui l’acqua cade e c’è la corrente, l’ossigeno che serve alle trote. E non era una mormorata scesa dall’Adda, era proprio una trota del Po…»

Il Corriere della Sera raccontando la notte del disastro chiosa così: “Annibale Volpi, 72 anni, si è messo lì, da subito, da pensionato, da osservatore, da soldato, vicino alla grande diga della centrale Enel di Isola Serafini. Ci ha lavorato quasi mezzo secolo, in centrale, sa bene che la diga è l’ unica vera muraglia tra la sorgente e il mare”

Il mondo è incredibile alle volte, senza nemmeno saperlo eravamo uniti dalle invisibili strade del destino: attraverso l’Adda avevamo unito il Lario al Po ma il nostro legame, essendo di Asso, ci accumunava anche per il Lambro e per i suoi problemi: noi a monte, lui a valle del disastro del Febbraio 2010.

Già perchè il Lambro, il fiume che attraversa tutto il nostro piccolo paese e che nasce alla Menaresta, più a valle perde la sua bellezza e trascina verso il mare la sua terribile nomea di fiume più inquinato d’Italia. Oggi volevo ringraziare Annibale e scusarmi al contempo con lui perchè il nostro fiume, a noi tanto caro, purtroppo non è un buon ambasciatore della nostra gente.

L’anno scorso, ad Agosto, avevo realizzato un piccolo filmato risalendo il Lambro che scorre nel territorio Assese.  E’ stata quella giornata ad ispirarci l’iniziativa dei Flaghéé ed oggi, per ringraziare dell’ospitalità che ci è stata data a Cremona, vorrei riproporlo mostrando come il Lambro possa essere un “buon” fiume.

Ho sempre pensato che quelli nella bassa, quelli che lo imbrattano ed inquinano, in fondo meritassero un fiume morto e ammorbante come diviene il Lambro: loro è la colpa, loro le conseguenze. Solo ora mi rendo conto che è la gente del Po a pagare, ingiustamente, il prezzo più alto. Il fiume ci mostra come tutto sia legato e come le nostre azioni rieccheggino sempre più lontano come cerchi sull’acqua.

Mi dispiace Annibale: a monte e a valle del Lambro cercheremo di aiutare il nostro fiume e tutte le “acque” a cui è legato.

Davide “Birillo” Valsecchi

Discesa d’Adda: diga di Corbellina

Discesa d’Adda: diga di Corbellina

Diga di Corbellina
Diga di Corbellina

Questa diga si trova sulla sponda orientale a Corbellina, frazione di Fara Gera d’Adda, mentre su quella occidentale a Groppello d’Adda. E’ una struttura abbastanza complessa a ridosso di una fitta boscaglia. Posso dirvi che è fitta perchè ho dovuto infilarmici per andare a piedi a studiare la diga ed il modo in cui superarla. Siate sempre prudenti, scendete a terra e fate cento o duecenti metri a piedi di sopraluogo se siete dubbiosi su come affrontare un ostacolo.

La sponda da tenere avvicinadosi è quella orientale (sinistra per chi scende lungo il fiume) che costeggia il bosco. Dove l’Adda fa una piccola curva si immette un piccolo fiume che corre tra le piante. Sia se procedete a piedi che in barca lungo la riva fate attenzione perchè il fiumiciattolo è piccolo ma spinge e, se lo attraversate a piedi, può darvi qualche difficoltà. Noi l’abbiamo incontrato dopo un grosso temporale che può averlo ingrossato ma, visto che ho fatto il bagno attraversandolo (l’acqua ruzzava ed era alta quasi alla vita), volevo avvisarvi.

Come vi dicevo la struttura della diga è complessa: vi è uno sbarramento sul fiume, sul lato occidentale, e l’inizio di un piccolo canale sul lato orientale.  Avvicinandosi tutto appare poco chiaro e l’approdo sembra non arrivare mai: in realtà si trova a poco più di una decina di metri dalla chiusa ed è poco visibile dal fiume perchè risale parallelo ed opposto al corso del fiume. Senza i consigli di Daniele al Sant’Anna non lo avremmo mai trovato e mai mi sarei avvicinato tanto alla chiusa. Per questo motivo sempre prudenza, fate comunque un salto a piedi a controllare che la corrente non sia troppo forte prima di avvicinarvi. [Coords: 45.529259 9.534894]

Una volta a terra dovete affrontare un piccolo viaggio a piedi risalendo lungo la strada sterrata che aggira una casa ed il suo giardino affiancando anche un allevamento ittico. Si deve poi superare il piccolo ponticello che scavalca il canale orientale. E’ difficile sbagliarsi perchè sul lato a sud del ponte vi è una  grossa statua a grandezza naturale di Cristo che troneggia sulla diga. Quando l’avete superata ormai siete fuori dai guai: procedente lungo la strada cercando il rientro sul fiume che vi è più comodo. In tutto sono circa 400 metri su una strada sterrata dove si può utilizzare anche il carrellino.

Gli ostacoli successivi sono sul territorio di Cassano d’Adda e non vanno affatto presi sotto gamba. Sono stramazzi, tracimatoi e deviazioni in cui si deve fare molta attenzione.

Davide “Birillo” Valsecchi

Discesa d’Adda: prima diga di Groppello d’Adda

Discesa d’Adda: prima diga di Groppello d’Adda

Diga di Groppello d'Adda
Diga di Groppello d’Adda

Dopo la diga del Sant’Anna, a Fera Gera d’Adda, si devono affrontare ancora due dighe prima di raggiungere Cassano d’Adda.

La prima di queste, nel territorio di Groppello d’Adda,  ha l’approdo sulla sponda orientale (sinistra per chi scende lungo il fiume) una ventina di metri prima della chiusa [Coords: 45.541988, 9.528595]

L’acqua è tranquilla in quella porzione di fiume e l’approdo sembra fosse attrezzato anche per metttere in acqua piccole barche anche a monte della diga. Poco distante vi è infatti una strada sterrata, che però non abbiamo percorso, con cui è possibile raggiungere l’argine.

Si deve tirare fuori dall’acqua la canoa ed aggirare una costruzione recintata che fa parte della diga: il sentiero, che costeggia la cinta, è abbastanza piccolo e porta direttamente al di là della diga dove l’argine diventa prato. Non è ancora possibile rimettere in acqua la canoa perchè poco più avanti vi è uno stramazzo che conviene superare ancora a piedi.

In tutto sono circa 350 metri da affrontare a terra. Il sentiero è in terriccio ed è quindi possibile anche trascinare canoa di grosse dimensioni senza troppo rovinarne il fondo, difficilmente si riuscirebbe ad usare il carrellino.

Sul lato occidentale parte un canale che alimenta una struttura industriale e da cui è buona cosa tenersi alla larga!!

La diga successiva dista poco più di un chilometro e va sempre affrontata sulla sponda orientale (sinistra per chi scende il fiume), conviene quindi tenersi su quel lato del fiume da subito.

Davide “Birillo” Valsecchi

Discesa dell’Adda: diga di Sant’Anna

Discesa dell’Adda: diga di Sant’Anna

La diga di Sant'Anna
La diga di Sant'Anna

La diga di Sant’Anna serve a regolare il regime delle acque e a mantenere attiva una piccola centrale elettrica nel comune di Fara Gera d’Adda. Non è una diga pericolosa ma ha noi ha creato molti problemi mettendoci veramente nei guai.

Questo perchè, non sapendo da che parte affontarla, abbiamo scelto il lago sbagliato su cui avvicinarsi. La diga va infatti affrontata sul lato destro, seguendo il corso del fiume, evitando assolutamente il lato sinistro dove si trova un ponte e la casa del custode.

Sul lato destro si può approdare nel boschetto raggiungendo la strada dietrostante. Da lì si può superare la chiusa rientrando comodamente nel fiume quando meglio si trova spazio. Un percorso di 300/500 metri al massimo.

Noi cercando di capire da che lato passare ci siamo avvicinati alla riva di sinistra, che sembrava più sicura, per osservare meglio quella di destra, in gran parte nascosta dal bosco. A sinistra c’è un grosso cancello dietro al quale, attraverso un piccolo ponticello in legno, si accede alla casa del custode.

Il ponte sembra inoffensivo: è lungo un paio di metri e l’acqua sembra scorrere ferma una ventina di centimetri sotto di lui. Noi ci siamo avvicinati totalmente ignari di ciò che fosse realmente. Già perchè sotto il ponte scorre il canale che alimenta la centrale elettrica ad un centinaio di metri di distanza dalla diga: due metri e mezzo di ampiezza per quasi sei metri di profondità. Non abbiamo percepito la corrente fino a quando la punta della canoa è passata oltre uno dei due piloni. Abbiamo cominciato a remare a tutta forza quasi superando il canale che inerabilmente ci ha però risucchiato trascinandoci sotto il basso ponte e ribaltando la nostra canoa.

Una volta in acqua ci siamo ritrovati con la canoa ribaltata nel bacino, qui la corrente in parte rallenta prima di immettersi nella condotta che alimenta la turbina o nello stramazzo di diversi metri che serve da tracimatoio. Spingendo a rana abbiamo spostato la punta della canoa contro la recinzione “tirandoci” al sicuro. Se non ci fossimo riusciti saremmo stati “tritati” o volati oltre la chiusa: ci è andata bene. Il custode, quasi più spaventato di noi, ci ha aiutato a tirarci all’asciutto e ci ha persino offerto il pranzo!!

L’esperienza è tuttavia  molto semplice: evitate il lato sinistro e passate da destra facendo molta attenzione al ponticcello traditore.

Davide “Birillo” Valsecchi

Discesa dell’Adda: diga Taccani e ponte dell’autostrada di Trezzo

Discesa dell’Adda: diga Taccani e ponte dell’autostrada di Trezzo

Diga Taccani e ponte dell'Autostrada
Diga Taccani e ponte dell'Autostrada di Trezzo

Un ostacolo abbastanza complesso è rappresentato dalla diga che serve la storica Centrale Elettrica Taccani e dalle succesive chiuse e prese d’acqua che si susseguono sotto il ponte dell’Autostrada di Trezzo.

Anche in questo caso è necessario compiere un lungo giro a terra per aggirare gli impedimenti artificiali costruiti lungo il fiume. Ci sono alcuni passaggi da non sottovalutrare ed il miglior consiglio è  “prendetela larga“.

Quando siamo passati noi, con la nostra grossa canoa canadese, abbiamo percorso una curiosa “via di mezzo” che, in buona parte, mi sento di sconsigliarvi.

Andiamo però per ordine: il bacino a monte della diga è molto ampio e per nulla pericoloso. In quell’acqua ferma infatti si allenano gli atleti della Canottieri Trezzo che ha la propria sede  proprio sulla riva destra (sempre seguendo il corso del fiume). Fermatevi a chiere informazioni fresche se passate da quelle parti, le canottieri sono sempre molto disponibili.

La Centrale Taccani è costruita sullo stesso sperone di roccia al di sopra del quale sorgono i ruderi del Castello di Trezzo. L’acuqa, di fatto, è costretta in buona parte a canalizzarsi attraverso la collina, a far girare le numerose turbine della centrale e ad essere restituita al fiume sul lato opposto. La diga ha lo scopo di mantere costante il livello del bacino e di far defluire l’acqua in eccesso. Per questo motivo fate attenzione a non avvicianrvi troppo sia alla chiusa che alla centrale. Non vi è tuttavia gran pericolo: si intuisce facilmente da cosa stare alla larga.

A valle dello sbarramento, dopo che il fiume effettua il salto in un ampia ansa, abbiamo un nuovo stretto bacino lungo un chilometro e mezzo. In questo bacino si riversano però sia il flusso della diga che quello della centrale e lo stesso termina in una nuova chiusa con diversi nuovi canali e condotte. Noi l’abbiamo trovata in un momento di calma senza troppa acqua ma ho idea che possa diventare un tratto abbastanza agitato e che conviene saltare a piedi pari.

Noi abbiamo attraccato al piccolo baretto ma è possibile farlo anche al pontile della canottieri allungando il percorso solo di un centinaio di metri [Coords: 45.612175, 9.518366]. Si percorre la ciclabile che costeggia il bacino fino alla vecchia conca di navigazione ormai in disuso, qui la strda comincia a scendere ricongiungendosi con i tornanti che scendono dalle case sopra la collina. In quel punto la stradina sterrata diventa un sentiero che prosegue lungo il fiume. Noi abbiamo aprofittato di una vecchia scala in sasso per rimettere la canoa in acqua.

La scelta non si è rivelata tra le più felici perchè una volta in acqua diventa molto dificcile uscirne. Sotto il ponte dell’autostrada infatti vi è una nuova chiusa a cui si deve fare molta attenzione. In primo luogo, esattamente sotto il ponte sul lato destro, vi una presa molto ampia che cattura l’acqua e la canalizza per otto chilometri sotto terra. Non è molto visibile ma la corrente, anche a distanza, si fa sentire: attenzione!!

Sempre sul lato destro, superato il ponte, vi è l’imbocco del Naviglio della Martesana. Noi l’abbiamo trovato chiuso ed il muro in quel punto supera i due metri dal livello d’acqua. Io mi ci sono arrampicato ma tirare in secca la nostra canoa da quella posizione era quasi impossibile. Era una situazione un po’ di stallo ma esplorando a piedi ho notato il canale sulla sinistra.

Sul lato sinistro del fiume vi è infatti un altro canale che probabilemente serviva un tempo come conca di navigazione o qualcosa di simile. Dal lato destro si vedeva chiaramente che il canale e la grande muraglia inclinata di quasi otto metri che corre parallela e rialzata rispetto al livello del fiume sottostante. Con molta acqua probabilmente il canale ricopre anche il ruolo di tracimatoio ma, in quel momento, l’acqua non superava il muro.

Abbiamo quindi attraversato con prudenza il bacino della diga e ci siamo infilati nel canale. Dopo un centinaio di metri il canale è interrotto da una grossa chiusa, se avete una canoa leggera potete superare l’ostacolo ed utilizzare delle scale poste alle spalle. Noi abbiamo dovuto invece organizzare una “calata” ad un palo utilizzando le corde per far scivolare la nostra canoa lungo le pareti esterne del canale. C’è voluto un po’ dell’esperienza alpinistica per evitare che la cona si sfasciase o che, peggio, ci tirasse giù dal muro. Se fate una “calata” cercate sempre un ancoraggio solido da utilizzare o vi farette tirare a basso dal peso.

In questo modo siamo tornati sul fiume ma abbiamo impiegato molto e rischiato un po’. Informandoci meglio abbiamo scoperto che la soluzione migliore è decisamente il sentierino che costeggia il fiume sul lato destro percorrendolo abbastanza da raggiungere il ponte sulla Martesana e quindi rientrando comodamente nel fiume. Con un chilometro via terra si evitano un sacco di problemi.

Alla fine in totale il percorso da fare con la canoa in spalla o sul carrello sono poco più di due chilometri,  inoltre il bacino tra la Taccani ed il ponte dell’autostrada è poco soleggiato e frequentato, per questo motivo troverete poca gente per aiutarvi o “soccorrervi” se qualcosa andasse storto in acqua. Facendo due conti conviene armarsi di pazienza e percorrerea piedi il tratto senza troppo pensarci sopra: è la soluzione migliore.

Davide “Birillo” Valsecchi

Discesa dell’Adda: diga e rapide di Paderno

Discesa dell’Adda: diga e rapide di Paderno

Diga e rapide Paderno
Diga e rapide Paderno

Una volta raggiunta la zona di Paderno d’Adda ci imbattiamo in uno degli ostacoli più impegnativi lungo l’Adda. Qui infatti si concentrano due grosse chiuse e le rapide oltre al grande ponte in metallo di Paderno.

La presenza di ostocoli sia artificiali, le chiuse, che naturali, le impegnative rapide, rende questo passaggio complesso richiedendo una buona dose di impegno oltra a rimboccarsi le maniche per percorrere quasi quattro chilometri e mezzo via terra con la canoa.

Le dige sono molto pericolose per via dei loro salti strapiombanti e per questo motivo in grandi porzioni del fiume sia la navigazione che e la balneazione è completamente interdetta.

Le rapide, a seconda del livello dell’acqua, raggiungono un grado che oscilla tra il 4°, il 5° e l’impraticabile. Non sono il posto dove “cazzeggiare” se non sapete cosa stiate facendo. In molti ci hanno lasciato la pelle sottovaluntadone la pericolosità.

La soluzione migliore, più sicura e tutto sommato più veloce è tirarsi in secca e proseguire a piedi. Se avete una grossa canoa è necessario un carellino. Suggeriamo, per esperienza, grandi ruote pneumatiche, come quelle delle bicicletta, e non piene e rigide visto che il tracciato oscilla tra lo sterrato e l’asfalto.

Per prima cosa dove approdare [Coords:45.690697, 9.452416]: scendeno lungo il fiume “sentirete” chiaramente il rumore della cascata della Chiusa di Robbiate. Mantenetevi sul lato occidentale (alla destra se scendete lungo il fiume) e dovreste vedere con grande anticipo lo sbarramento.  Sempre sul quel lato del fiume troverete una piccola piattaforma galleggiante a cui approdare comodamente. Non proseguite oltre la piattaforma perchè poco più avanti viene interdettta la naviagazione e si può essere catturati dalla corrente.

Qui comincia “la lunga marcia dei pinguini”. La strada supera la Chiusa di Robbiate e prosegue costeggiando il Canale Edison. E’ per lo più da cosiderarsi sterrata per la quantità di ghiaia frammista all’asfalto. A ciqnuecento metri incontrerete una costruzione sulla sinstra e la strada si biforcherà. Non prendete la strada in salita ma bensì restate vicino al fiume passando accanto alla costruzione dove la strada comincia a scendere fino al livello del fiume sottostante.

Se avete una canoa leggere potete provare ad entrare nuovamente nel fiume ma dovrete poi faticare, meno di ottocento metri più avanti, per trovare il modo di ritirarla in secca prima della chiusa successiva. Proseguendo passerete al di sotto del Ponte di Paderno raggiungendo la Chiusa di Paderno. Anche in questo caso, se siete rientrati in acqua, fata attenzione e tenetevi al lato destro del fiume.

Dopo questa chiusa il fiume diviene torrente e da vita alle reapide. In meno di due chilometri il fiume si abbasserà di ventisette metri alternando momenti di calma a difficili salti tra le roccie. Se non avete l’equipaggiamente, l’esperienza e la squadra giusta conviene avviarsi lungo la pista ciclabile che corre al fianco di quelle che un tempo erano le conche di navigazione costruite nel 1777 e che rendevano possibile anche alle grosse barche superare le rapide in sicurezza. Manco a dirlo questi canali sono in disuso, spesso tristemente in secca mentre le grandi porte delle conche sono ormai marce e distrutte.

Come vi ho detto tutto il percorso è lungo quasi quattro chilometri, in questo punto avete percorso meno di un chilometro e mezzo: mettevi l’animo in pace e tirate avanti, rientrare nel fiume prima potrebbe essere pericoloso. Lungo la ciclabile troverete l’EcoMuseo dedicato a Leonardo da Vinci che, per intenderci, fu uno dei primi ideatori delle chiuse che avrebbero potuto evitarvi la faticata.

Quando siamo passati noi era ancora in manutenzione la strada per via di una frana che l’aveva resa pericolosa al pubblico. L’alternativa era un “giro del mondo” per Paderno-Centro salendo e scendendo per ripide scalinate in ciotoli. A delimitare la parte pericolsa ci sono due grossi cancelli di un paio di metri. Noi, come quasi tutti, li abbiamo scavalcati con tutta la canoa. Solo dopo abbiamo scoperto che se il museo è aperto potetechiedere di farveli aprire: i cancelli sono soprattutto una precauzione.

Quando finalmente, a Cornate d’Adda, riuscirete a tornare in sicurezza sul fiume potrete godervi otto chilometri di navigazione prima di raggiungere, a Trezzo d’Adda, la Diga Taccani.

Nota: Salvo il museo, aperto per lo più nei week-end, non ci sono altre strutture oltre alle centrali e alla chiuse. Non ci sono punti dove trovare ristoro o alcun tipo di Bar. Da Imbersago a Trezzo dovete provvedere da soli alle vostre scorte d’acqua e viveri.

Davide “Birillo” Valsecchi

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